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PLACEBO Col termine Placebo si indica una sostanza inerte, priva di qualsiasi principio attivo terapeutico, o un intervento non farmacologico (consiglio, conforto, atto chirurgico non invasivo, ecc.) che provoca un effetto positivo su un sintomo o addirittura su una malattia. Molti studi, dove il paziente è all'oscuro su cosa realmente stà assumendo hanno evidenziato in patologie con una forte componente psicosomatica (emicrania, insonnia, coliti, ecc.) un effetto placebo ben superiore al 50%. Altri studi dove oltre al paziente anche il medico è ignaro sull'assunzione del farmaco placebo hanno dimostrato che raddoppiando la dose di placebo si ottengono risultati terapeutici migliori di quelli con dose normale. Questo fenomeno è antico, ma attualmente si ritiene che fino al 60% dei progressi ottenuti con un trattamento (qualsiasi esso sia) possano essere dovuti a una effetto placebo. L'effetto placebo dimostra come le nostre credenze e percezioni, vere o false che siano, hanno lo stesso impatto sul nostro comportamento e sul nostro corpo. L'effetto placebo costituisce una prova della capacità di autoguarigione dell'essere umano. Uno studio della Baylor School of Medicine pubblicato nel 2002 nel New England Journal of Medicine ha valutato gli interventi chirurgici su pazienti affetti da gravi dolori alle ginocchia [Moseley et al. 2002]. I pazienti vennero divisi in tre gruppi. Nel primo il dottor Moseley raschiò la cartilagine danneggiata del ginocchio; nel secondo, mise a nudo l'articolazione, eliminando del materiale ritenuto causa dell'infiammazione (entrambe tecniche accettate dalla chirurgia ortopedica ufficiale). Il terzo gruppo invece fu sottoposto a un ‘finto' intervento: i pazienti vennero anestetizzati, subirono tre piccole incisioni di routine e il dottore durante l'operazione, durata 40 minuti, parlò come di routine. A tutti e tre i gruppi fu prescritta la medesima terapia postoperatoria e di riabilitazione.I risultati furono sorprendenti: il terzo gruppo, quello placebo che non è stato operato, migliorò esattamente come gli altri due, e alcuni di loro tornarono addirittura a giocare a basket! La convinzione, la credenza di essere stati operati, nell'esempio qui sopra, ha fatto superare un problema fisico al ginocchio! Sappiamo ancora poco del vero meccanismo che sta a monte di simili e inspiegabili guarigioni, la cosa che si sa per certo è che si tratta di un fenomeno esistente, la cui potenzialità intrinseca è dentro ognuno di noi. NOCEBO Nessun male ci condanna senza speranza tranne il male che amiamo e quello nel quale desideriamo perseverare e a cui non facciamo alcun tentativo di sfuggire. (George Eliot) Se il pensiero positivo, come abbiamo visto, può liberare dalla malattia, quali conseguenze possono avere i pensieri negativi sulla nostra salute? Tale effetto, chiamato ‘effetto nocebo' (dal latino ‘nocere', nuocere), in medicina è altrettanto potente quanto quello ‘placebo'. Il pensiero può far ammalare, le parole e il comportamento possono trasmettere messaggi che tolgono speranza e che quindi possono far ammalare. Lo ha spiegato molto bene il Dottor Geerd Ryke Hamer nella Nuova Medicina Germanica: traumi, shock psicologici ed eventi improvvisi (se vissuti in una certa maniera) possono scatenare (e lo fanno su tre piani contemporaneamente: psiche, cervello, organo) una qualsiasi patologia, dall'influenza al tumore più fulminante. Una diagnosi errata (i falsi positivi e negativi nella diagnostica preventiva come gli screening sono all'ordine del giorno), una frase mal posta o distaccata da parte del medico, possono scatenare un trauma interiore pericolosissimo in persone sensibili o estremamente paurose. Le convinzioni positive e negative non hanno solo un impatto sulla salute, ma su ogni aspetto della vita. Potenzialmente riceviamo ogni giorno delle informazioni e/o notizie che sono in grado di farci stare male (predisponendoci alla malattia), se ovviamente vengono vissute non correttamente. Tutto dipende da noi! Notizie sull'effetto Placebo e Nocebo C' è un nuovo farmaco: si chiama placebo Una persona ha un dolore insopportabile che se ne va solo con un forte analgesico, per esempio un oppiaceo. A sua insaputa gli si dà invece una fiala di acqua e sale o una compressa di zucchero, e il dolore scompare lo stesso, si scioglie come neve al sole. Il placebo (il termine, in latino, significa letteralmente «io ti piacerò») è croce e delizia della medicina moderna. Da sempre alleato segreto dei curatori di tutti i generi e di tutti i tempi, dagli sciamani ai camici bianchi di oggi, è tuttora uno degli ultimi misteri che resiste all' indagine scientifica. Addirittura la rivista britannica New Scientist lo elenca tra le 13 cose (dalla energia occulta alle «costanti» fisiche che variano) capaci di sfidare il senso comune e ogni tentativo di spiegazione. Qualcosa però si comincia a chiarire. Studiosi dell' Università del Michigan hanno dimostrato che il placebo induce il nostro cervello a produrre una maggior quantità di endorfina, l' analgesico naturale fatto «in casa». Jon-Kar Zubieta e i suoi collaboratori lo hanno potuto osservare grazie alle tecniche più avanzate di immagine al computer, che consentono di «vedere» quello che succede nel cervello mentre è in funzione. E questo loro risultato conferma uno straordinario esperimento condotto già qualche mese fa dall' italiano Fabrizio Benedetti, dell' Università di Torino, e pubblicato sulla rivista americana Science: il naloxone, farmaco che blocca l' azione della morfina e dell' endorfina, dato insieme al placebo ne annulla gli effetti. La mente dunque controlla in qualche modo la chimica del cervello. E non solo per quello che riguarda il dolore, sintomo soggettivo per eccellenza: lo stesso Benedetti ha misurato l' effetto del placebo su un disturbo visibile e oggettivo come il tremore dei malati di Parkinson, osservando stupefatto che i neuroni coinvolti cominciano a «sparare» meno impulsi quando la falsa medicina entra in azione. Quindi il pensiero comanda anche alle singole cellule e gli effetti del placebo sono reali, non apparenti o espressione di pura suggestione, come molti continuano a credere. Tutto ciò è affascinante, ma lascia intatto l' enigma maggiore: quale stato della mente fa sì che un effetto così potente entri in gioco? E come lo si può indurre, quando è utile? Indubbiamente occorre che ci sia l' aspettativa convinta che qualcosa di buono (o di cattivo: esiste anche l' effetto nocebo, per esempio sulla nausea da chemio) sta per accadere. La potenza del placebo rappresenta dunque in qualche modo anche una misura della fiducia che la gente, in un certo momento storico, ha nei medici e nei loro rimedi. Ma qui sta il paradosso: il suo abuso è anche una misura di quanto i curanti sono disposti a tradire quella fiducia. Persa la quale, peraltro, anche molte medicine vere finirebbero per non funzionare più. Satolli Roberto Pagina 5 (27 novembre 2005) - Corriere della Sera Corpo e psiche Come la paura di soffrire diventa dolore Svelato l' effetto «nocebo» La paura di soffrire scatena un meccanismo ansioso che fa sentire ancora più intensamente il dolore: è l' effetto «nocebo», di cui si comincia finalmente a capire qualcosa dopo tanta enfasi e studi sul suo opposto, il placebo, fenomeno che rende in qualche modo efficace anche una pillola «finta» (a base di zucchero, ad esempio) se chi la prende è assolutamente convinto di avere a che fare con un farmaco vero. Suggestione efficace, quanto transitoria. Il passo avanti importante nella comprensione dell' effetto «nocebo» viene da un esperimento di Fabrizio Benedetti, del Dipartimento di neuroscienze dell' università di Torino, appena pubblicato sulla rivista Journal of Neuroscience. Ad un gruppo di volontari è stato procurato un forte dolore ad un braccio, bloccando la circolazione nell' arto. A questo punto a tutti i partecipanti è stata data una compressa «finta» dicendo loro che, purtroppo, avrebbe intensificato il dolore. «Come previsto, il dolore in queste persone è effettivamente aumentato», spiega Benedetti. Fin qui, nulla di nuovo: basta annunciare che il dolore sarà più intenso perché aumenti davvero. Oggi sappiamo che l' ansia attiva una serie di circuiti nervosi che dall' ipotalamo passano all' ipofisi e da qui arrivano alla ghiandola surrenale, sfociando nella produzione degli ormoni tipici dello stress; cortisolo in testa, ben noto e studiato. Un meccanismo potente, ma abbastanza aspecifico. Ma ecco il colpo di scena: ad un altro gruppo di persone sottoposte allo stesso trattamento il dolore non è aumentato. Come mai questa strana analgesia? «La spiegazione c' è - risponde l' esperto - . A questi soggetti abbiamo dato una sostanza che blocca i recettori della colecistochinina, ormone che oltre a dare il senso della sazietà si è rivelato avere un ruolo centrale nell' effetto nocebo». Ruolo centrale confermato da questa osservazione: la colecistochina riesce a trasformare l' ansia di soffrire in un vero e proprio dolore agendo su circuiti cerebrali specifici, le vie nervose del «nocebo». La scoperta affascinante sotto il profilo della ricerca, potrebbe trovare in futuro anche una ricaduta pratica. Prospettive di cura significative che ci fa intravedere Fabrizio Benedetti: «È importante mettere a punto farmaci capaci di bloccare i recettori per questa sostanza. Queste nuove molecole, già in fase di sperimentazione, date insieme a potenti narcotici come la morfina, potrebbero migliorare ulteriormente il controllo del dolore, agendo anche su quello più sfuggente e difficile da trattare perché di origine psicologica». Carra Luca Pagina 52 (19 novembre 2006) - Corriere della Sera |
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