EMETOFOBIA

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L’emetofobia è la paura di vomitare causata prevalentemente dall’incapacità di dominare e prevedere i propri conati. Alla base di questa fobia vi è il timore della perdita di controllo e dell’ansia di non sapere le conseguenze che avrà un senso di nausea provato.

Esistono due categorie di soggetti emetofobi:

1 Quelli che hanno paura di vomitare

2 Quelli che hanno paura di vedere gli altri vomitare (molto più rari).

Un’ulteriore suddivisione degli emotofobi è:

Quelli con ansia-prevenuta che soffrono di un disturbo d’ansia, spesso accompagnato da attacchi di panico e da una moderata agorafobia. In questo gruppo di emetofobi, l’ansia porta a provare un senso di nausea, che di conseguenza induce maggiore ansia.

Quelli con nausea-prevenuta che hanno malattie che possono causare la nausea ( ad esempio, il mal di mare). Questo fa scattare una reazione fobica alla nausea che porta ansietà e può portare altri sintomi, come maggiore nausea.

L’inizio dell’insorgenza di tale fobia è generalmente in età adolescenziale ed i genitori che conoscono poco del vomito , spesso, non riuscendo a fornire spiegazioni e rassicurazioni su tale fenomeno contribuiscono a rafforzare tale fobia.

Circa le cause non se ne sono trovate di specifiche. Possibili cause potrebbero essere:

•  esperienze di abuso nell’infanzia,

•  brutte esperienze di vomito, quali ad esempio l’ingestione di cibo contaminato .

Spesso il soggetto è colto da crisi in momenti nei quali può rivelarsi difficile o imbarazzante isolarsi dalle persone a lui vicine (es.: allo stadio, al cinema o più semplicemente a casa di amici). Nella stragrande maggioranza dei casi, gli attacchi di panico che seguono la paura di dover vomitare sono del tutto ingiustificati e non si risolvono quasi mai con effettivo vomito.

Il soggetto affetto da questa fobia può provare senso di nausea anche per periodi molto più lunghi rispetto alla norma pur non avendo alcuna effettiva patologia fisica.

Spesso gli emetofobi sviluppano una vera e propria “resistenza psicologica” al vomito che impedisce loro di rimettere anche quando la cosa gioverebbe realmente all’organismo.

Sebbene alcuni emetofobici soffrano o abbiano sofferto in passato di anoressia nervosa, la correlazione di questa sindrome con un disturbo alimentare è quasi sempre errata perché nella maggioranza dei casi è solo la paura di vomitare a produrre restrizioni alimentari, con conseguente sottopeso.

La psicoterapia consigliata prevede inizialmente un approccio analitico volto alla ricerca di possibili cause ed un approccio cognitivo-comportamentale volto al controllo e riduzione della fobia stessa.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

CLAUSTROFOBIA

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La claustrofobia è sicuramente una delle fobie più diffuse. Essa è la paura di luoghi chiusi o troppo affollati, come ascensori, gallerie, cinema, metropolitane… Le persone che soffrono di claustrofobia manifestano malessere, sensazione di soffocamento, oppressione, e hanno l’impressione di essere rinchiusi o imprigionati ogni qual volta sono esposti alla situazione fobica.
La claustrofobia e l’agorafobia sono considerati due facce della stessa medaglia in quanto le situazioni che spaventano sono simili, ma con la motivazione sottostante differente: l’agorafobico ha timore dell’attacco di panico, di non poter essere soccorso in caso di malessere e apprezza di essere accompagnato e rassicurato da una persona di fiducia, il claustrofobico si sente soffocare se attorno a sé non ha uno spazio da lui considerato sufficientemente ampio. Il claustrofobico e l’agorafobico hanno strutture di personalità opposte: il primo è in genere una persona autonoma, ama avere i propri spazi, la propria indipendenza, è infastidito da chi si preoccupa per lui, mentre l’agorafobico in genere è una persona passiva e dipendente che ha bisogno di qualcuno che si occupi di lui, ama i legami stabili.
Le persone con claustrofobia sono costrette a impostare le scelte di vita e la quotidianità in relazione al loro disturbo d’ansia e mettono in atto condotte di evitamento nei confronti della situazione ansiogena. In genere prediligono mansioni da svolgere all’aperto, che garantiscano una discreta dinamicità, mentre soffrono a eseguire lavori sedentari all’interno di una struttura. Quando sono in casa, amano stare con le porte delle stanze spalancate, non riescono a dormire con la porta della camera da letto chiusa e, in alcuni casi, esigono che le finestre stiano aperte, anche in inverno per avere la garanzia che circoli sufficiente aria. Possono sentirsi soffocati da persone troppo opprimenti e questo si ripercuote anche nei legami affettivi.
L’agorafobico può diventare claustrofobico per reazione, ovvero, magari inconsapevolmente, si sforza di superare le sue paure esponendosi talmente a situazioni ansiogene che lo portano a sviluppare il disturbo opposto!

Il trattamento sintomatico della claustrofobia è relativamente semplice, se non complicato da altri disturbi psicologici, e prevede primariamente un percorso di psicoterapia cognitivo comportamentale di breve durata (spesso entro i 3-4 mesi).
La psicoterapia della claustrofobia, dopo un periodo di esame del caso che si esaurisce in breve, passa necessariamente attraverso l’utilizzo delle tecniche di esposizione graduata agli stimoli temuti. Il paziente viene avvicinato in modo molto progressivo agli stimoli che innescano la paura, partendo da quelli più lontani dall’oggetto o situazione centrale (es. l’immagine di una stanza chiusa ma piena di luce). Il contatto con tali stimoli viene mantenuto finché inevitabilmente non subentra l’abitudine ed essi non generano più ansia. Solo a tal punto si procede all’esposizione ad uno stimolo leggermente più ansiogeno, in una gerarchia accuratamente preparata in seduta a priori. In questo modo, nell’arco di poche settimane, si riesce a salire sulla gerarchia fino ad arrivare a esposizioni molto più forti, senza suscitare mai troppa ansia nel soggetto e ripetendo ogni esercizio finché non è diventato “neutro”.
Tale procedura può spaventare molto le persone che soffrono di una claustrofobia, poiché implica affrontare direttamente l’oggetto o situazione temuta, ma se ben effettuata, con l’aiuto di un terapeuta esperto, è assolutamente applicabile e garantisce un successo nella stragrande maggioranza dei casi.
In alcuni casi, per rendere più efficace il metodo, si insegnano al paziente strategie di rilassamento fisiologico e lo si invita ad utilizzarle poco prima di esporsi agli stimoli ansiogeni, in modo da facilitare la creazione di un nuovo condizionamento, in cui l’organismo associ rilassamento, anziché ansia, a tali stimoli.

Nel caso di claustrofobia invalidante è molto diffuso l’uso di farmaci ansiolitici “al bisogno”, per gestire l’ansia dovendo fronteggiare necessariamente certe situazioni temute (es. prima di entrare in metropolitana). Tale strategia consente di sopravvivere all’evento, ma non ottiene altro che l’effetto di rafforzare la fobia.

TESTIMONIANZE

Fabiana Età: 42 Da qualche mese, in seguito alla permanenza in metropolitana in blocco una mattina, ho sviluppato nuovamente la claustrofobia.premetto che 10 anni fa ne soffrivo, in forma lieve, pero’ e’ scomparsa e fino a poco tempo fa, e ho viaggiato per il mondo senza piu’ sentire questo problema, in modo assolutamente naturale, per anni.ora, da quando e’ accaduto l’evento sopra citato, in un semplice magazzino o in un ascensore sconosciuto tendo a sentirmi ”male” e cerco un’uscita all’aria aperta subito (mentre il mio di casa, per quanto sia al 6 piano continuo a prenderlo, ma ogni situazione nuova mi crea ansia e tendo ad evitare il luogo se posso). Ognivolta che non vedo via d’uscita, provo queste sensazioni bruttissime (anche se all’aperto). Facendo un lavoro di un certo tipo (sono manager in una multinazionale) e’chiaramente molto invalidante, e temo che il mio lavoro possa subire qualche problema, con rischi alla mia posizione. Per ora ho viaggiato comunque, meno, ma con xanax prima della partenza, ma non vorrei evitare i viaggi o pian piano peggiorare, ne’ riferire ai miei superiori che ho questo problema (per ora nessuno se ne e’ accorto).Solo l’idea pero’ di fare un lungo viaggio (possibile) tipo in Giappone (sebbene in passato ci sia gia’ andata piu’ volte) sto male… I problemi correlati alla cosa alla quale penso potrebbero essere: – la paura di perdere il lavoro, questo problema ormai e’ molto pesante, e avendo (da sola, sono separata con un figlio) un mutuo consistente per 20anni…logicamente mi fa pensare. – una relazione con il mio compagno, da 10 anni quasi, che recentemente si e’trasferito a casa mia (lui non e’ ossessivo, anzi il contrario, e questo a volte mi crea ”gelosia” dato che e’ un tipo che guarda le donne…).- mia madre, invece molto ossessiva e molto insistente, che pero’ tengo a giusta distanza…(ma non sempre riesco a farlo per ovvie ragioni). insomma non saprei a cosa dare la colpa, se non a me stessa, di tutto questo. voglio togliermi questo problema al piu’ presto, non voglio piu’ avere questa claustrofobia.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

INTERVISTA SULLE FOBIE AL DOTT.CAVALIERE

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Articolo tratto dall’intervista al dott.Roberto Cavaliere sul tema delle fobie pubblicato sul numero di settembre 2008 della rivista mensile “COME STAI”

Il dottor Roberto Cavaliere, psicologo a Napoli, si è laureato in Psicologia all’università La Sapienza di Roma e in Filosofia all’università Federico II di Napoli. È p residente dell’Asipdar, l’Associazione per lo studio e l’intervento sulle problematiche e dipendenze affettive e relazionali ed è responsabile dei siti www.iltuopsicologo.it e www.maldamore.it

 

Quando la paura fa 90!

Se vi paralizzate davanti a un insetto, vi atterrisce l’idea di salire su un aereo o svenite alla vista di un ago, sappiate che non siete i soli a soffrire di fobie. La psicoterapia fa miracoli sui grandi, mentre per i piccoli basta una coccola in più

 

Secondo il Dsm IV, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali punto di riferimento per psicoterapeuti e psichiatri, la fobia specifica è una paura marcata, persistente, eccessiva o irragionevole. Può essere provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o di una situazione specifica come per esempio volare, l’altezza, gli animali, gli insetti, un’iniezione, la vista del sangue. La persona che ne soffre reagisce quasi sempre con una forte ansia che, a volte, può diventare attacco di panico*, pur nella consapevolezza che il timore è eccessivo o irrazionale.

La paura è un sentimento insito nell’uomo – sottolinea il dottor Cavaliere – e non è negativa in sé. Se per esempio una persona nonostante il timore dell’aereo riesce a volare, allora non presenta una fobia patologica. Lo diventa nel momento in cui la situazione temuta viene sistematicamente evitata o sopportata con ansia intensa e profondo disagio . Perché si possa parlare di fobia, quindi, è necessario che ci siano almeno tre condizioni, cioè che sia causata da stimoli ritenuti minacciosi e limitata a quelli; che determini terrore ed evitamento della situazione e che scateni timori e ansie (anche quella anticipatoria, cioè che si prova prima di affrontare l’evento) eccessive che interferiscono con il lavoro e le relazioni sociali.

 

Da dove nasce nessuno lo sa

L’origine delle fobie specifiche è ancora ignota. Si sono succedute diverse interpretazioni negli anni ma non esiste ancora una spiegazione univoca.

Secondo la teoria psicanalitica – spiega il dott. Cavaliere – rappresentano una sorta di allarme contro l’ansia generata da pulsioni inconsce rimosse e simbolicamente riversate su oggetti o situazioni esterne. La persona, evitando gli stimoli che generano paura, evita i conflitti rimossi a livello inconscio e le conseguenze punitive che essi evocano, cioè castrazione e perdita di amore .

Per la teoria comportamentale, le reazioni fobiche sono frutto di un apprendimento condizionato: uno stimolo ambientale che è sempre stato neutro, per esempio la vista di un oggetto o di un cane, a un certo punto viene associato, anche casualmente, a un altro stimolo incondizionato di paura, che stimola una risposta comportamentale di terrore e di evitamento. Di conseguenza la persona impara a ridurre la paura evitando le situazioni che la provocano.

C’è poi la teoria cognitiva secondo cui l’ansia è causata da pensieri irrazionali o disfunzionali acquisiti sulla realtà. Questi pensieri – dice l’esperto – sarebbero come filtri che spingerebbero la persona a interpretare gli eventi in modo minaccioso. Così, per esempio, chi dipende fortemente dal giudizio degli altri e ritiene di non essere bravo a esporre il proprio pensiero, tormentato dal timore di essere giudicato male e di perdere la stima altrui, sarà preso dal panico all’idea di dover esporre il proprio pensiero, specie se diverso da quello degli altri . Manifesterà perciò sintomi psicosomatici come tachicardia, nausea, vertigini o ansia e se parlerà lo farà in modo inadeguato. Potrà anche non riuscirci e infatti la fobia di parlare in pubblico ne è un esempio.

 

I quattro gruppi principali

Sono quattro le categorie in cui vengono generalmente divise le fobie.

Il terrore per gli animali e gli insetti

Le fobie appartenenti a questa categoria assumono nomi singolari, come cinofobia (fobia dei cani), ailurofobia (fobia dei gatti), ornitofobia (fobia degli uccelli), aracnofobia (fobia dei ragni), entomofobia (fobia degli insetti), bufonofobia (fobia dei rospi), melissofobia (fobia delle api).

Dipende da un trauma o dall’emulazione

Compaiono in genere intorno ai sette anni, soprattutto nei bambini già ansiosi e timorosi e a scatenarle spesso è un piccolissimo trauma, come il trovarsi di fronte a un cane o un gatto minaccioso o il ritrovarsi addosso un insetto all’improvviso. Solo per quella riguardante i ragni (l’aracnofobia) e gli animali comunemente ritenuti pericolosi (come pipistrelli e simili) si tende per un’interpretazione ancestrale: questi esseri appartengono a un immaginario collettivo di paura perché nei racconti tramandati nei secoli sono sempre stati legati a contesti inquietanti. La predisposizione alla paura sarebbe presente nell’uomo, in particolare nel cervello emotivo (amigdala/sistema libico) pronto ad attivarsi immediatamente anche con modeste esposizioni allo stimolo, specie in quelle persone che per motivazioni genetiche o per esperienze passate sono più sensibili.

Le paure evolutive, cioè quelle che nascono da bambini, secondo gli esperti possono anche dipendere da un processo di emulazione. Il bambino, per esempio, ha un genitore che soffre di quella stessa paura e che involontariamente trasmette anche al piccolo o questa naturalmente viene imitata dal figlio. In quel caso si tratta di una fobia traslata dalla figura della mamma o del papà o da qualche altra figura parentale molto presente nella vita del piccolo.

Secondo Freud c’è ostilità tra padre e figlio

A queste si unisce anche un’interpretazione psicanalitica: chi sposa questa teoria pensa che dietro l’ansia che si sperimenta quando si incontra o si sta per incontrare l’animale di cui si ha paura, ci sia un allarme dovuto a una spinta inconscia proibita. Per esempio, dietro la paura dei cavalli di un bambino, secondo un caso clinico raccontato da Freud, si potrebbe nascondere l’ostilità contro il padre. Secondo il racconto riportato dallo studioso, il nero che si trova intorno agli occhi e alla bocca del cavallo ricordava al bambino il brutto carattere del padre e l’aggressione nei suoi confronti rappresentava l’impulso proibito che a livello cosciente prendeva la forma dell’equinofobia. Naturalmente questo è solo un esempio e ogni storia e ogni fobia va contestualizzata e affrontata singolarmente.

Ne soffre soprattutto il sesso femminile

La fobia degli animali e degli insetti colpisce le donne nel 75-90 per cento dei casi e non ha una grande tendenza familiare. Può protrarsi fino all’età adulta ma non è detto che accada, mentre è difficile che compaia da grandi. È una di quelle che interferisce poco con la vita di chi ne soffre e raramente va in psicoterapia.

 

La fobia del sangue, delle iniezioni e delle ferite

Questa è la paura provocata dalla vista del sangue o di una ferita o dal fatto di dover ricevere un’iniezione o altre procedure mediche invasive come un’esplorazione rettale, un prelievo di sangue, un’anestesia dal dentista, la dilatazione della cervice uterina, i punti di sutura. In qualcuno questo genere di fobia può anche comparire alla vista di un film con scene violente e sanguinolente.

Una reazione diversa

A differenza di tutte le altre, questa fobia ha una peculiarità: comporta una risposta organica diversa. La fobia di sangue, ferite e aghi, dopo un temporaneo incremento della frequenza cardiaca e dei valori della pressione arteriosa (le reazioni che si verificano anche negli altri casi), induce una crisi a livello della circolazione sanguigna che provoca il rallentamento del ritmo del cuore e l’abbassamento della pressione fino allo svenimento nel 70-80 per cento dei casi. Mentre nelle altre fobie si verifica in genere anche l’aumento dell’ormone adrenalina (che circola in maggiore quantità di fronte a una situazione di pericolo), qui si verifica un processo opposto e in particolare negli uomini è stata osservata anche la presenza di asistolia, cioè assenza di battito cardiaco per qualche istante.

Questione di sensibilità ma anche di geni

L’origine della fobia per il sangue e le ferite è oggetto di discussioni. Secondo alcuni va attribuita solo al disagio-ribrezzo in persone particolarmente sensibili, secondo altri dipende da un meccanismo di evoluzione dell’uomo finalizzato al normale istinto di sopravvivenza e causato dal calo dei valori della pressione arteriosa. È come se, a livello inconscio, si temesse, alla vista del sangue altrui, di perderne del proprio e, attraverso il meccanismo fisiologico della riduzione della pressione che accompagna tale paura, si riducesse anche la probabilità di un’emorragia. C’è invece un generale accordo sulla registrazione di un’altissima connotazione familiare-ereditaria. Il 70 per cento circa delle persone che soffre della fobia del sangue, degli aghi e delle ferite ha infatti un familiare con la stessa paura, il che ha fatto pensare che la componente ereditaria sia più rilevante che in altri casi.

Comincia da bambini

C’è una maggiore frequenza nelle donne (55-70 per cento). Anche questa fobia però non risulta molto invalidante e raramente si va in psicoterapia per curarla, a meno che non si scelga di svolgere una professione del campo sanitario. Compare da bambini o da adolescenti e più raramente in età adulta.

Paura dei temporali, del buio e dell’altezza

Le fobie attivate da elementi naturali sono la brontofobia (paura dei temporali), la ceraunofobia (paura dei tuoni), l’acrofobia (paura delle altezze), la scotofobia (paura del buio), l’idrofobia (paura dell’acqua).

Questa è una fobia abbastanza limitante: chi ne soffre infatti si agita moltissimo ogni volta che deve affrontare un certo evento naturale. Se, per esempio, sta per scoppiare un temporale o viene meno la luce all’improvviso, la persona prova angoscia e terrore, vorrebbe scappare (anche se non si sente al sicuro da nessuna parte) e ha sempre bisogno di una persona di riferimento che la protegga. Spesso invece è da sola e dunque è ancora più atterrita.

Paure ancestrali , coccole e rassicurazioni

Come per la fobia degli animali, in questa categoria di paure giocano due componenti. Da un lato, i timori ancestrali: gli eventi naturali, soprattutto violenti, hanno sempre inciso sulla sopravvivenza degli esseri umani. Questo retaggio, unito al substrato ambientale (per esempio una tromba d’aria avrà un impatto maggiore in Italia rispetto ai Paesi con clima monsonico) e a un temperamento ansioso, può far scatenare la fobia. Dall’altro, conta anche il ruolo dei genitori: il fatto che la fobia si sviluppi o meno nell’infanzia potrebbe dipendere da come e quanto i genitori sono riusciti a stare vicino ai bambini durante gli eventi naturali temuti. Per esempio, durante i tuoni e i fulmini non basta stare vicino a un bambino spaventato e limitarsi ad abbracciarlo. Questi sono gesti essenziali ovviamente, ma altrettanto necessario è spiegare che si tratta di un fenomeno transitorio. Insomma bisogna proteggere e rassicurare il piccolo, specie se ansioso, altrimenti si trascinerà questa fobia anche da grande.

Anche da adulti

Le paure ambientali possono comparire in età adulta, ma in genere solo in conseguenza a un disturbo post-traumatico da stress, cioè seguono a per esempio a un uragano, un terremoto, che innesca la paura che l’evento possa ripetersi. Anche qui c’è una leggera prevalenza di diffusione al femminile, mentre il ricorso alla psicoterapia è molto più importante, dato il carattere invalidante della fobia stessa.

La paura di volare, degli ascensori o delle gallerie

Queste fobie sono scatenate da situazioni specifiche come i luoghi chiusi o stretti come i tunnel, le gallerie e gli ascensori (claustrofobia) o il guidare (amaxofobia) o il volo (aviofobia).

Una questione di controllo

All’interno di questo gruppo ci sono fobie più razionali, come quella di volare, evento contrario alla natura umana e altre meno comprensibili che riguardano i mezzi di trasporto su terra o l’attraversamento di ponti o gallerie, più congeniali agli uomini. Queste fobie sono legate al timore di perdere il controllo, il proprio o quello altrui. Per esempio, nel caso dell’aereo, ci si deve affidare ad altri (il pilota) e a un mezzo (l’aereo) di cui non si conosce bene il funzionamento. Se invece si ha paura di guidare, allora prevale il terrore di perdere il controllo dell’auto e di provocare un incidente. La paura dei luoghi chiusi (ascensori, tunnel, gallerie) è legata all’impossibilità di scappare e all’essere confinati in uno spazio limitato. Ci sono alcuni che non riescono ad andare al cinema, in metropolitana perché avvertono un senso di soffocamento: questo può essere anche il riflesso di una situazione da cui ci si sente oppressi.

Il ruolo delle esperienze passate

Le fobie situazionali sono dovute a esperienze reali o simboliche che hanno fortemente condizionato la vita. Nel caso della claustrofobia, per esempio, la persona può essere stata rinchiusa in uno spazio ristretto e può aver sperimentato sensazioni di soffocamento oppure può aver percepito una sensazione simbolica di intrappolamento, per esempio in una relazione interpersonale difficile.

Discorso simile per la paura dell’acqua, del fondo, del nuoto. Uno studio ha indagato su questa fobia, somministrando un questionario ai familiari di 50 bambini. Il 56 per cento del campione ha affermato che la fobia era comparsa al primo contatto dei figli con l’acqua; il 26 per cento riconosceva nel condizionamento indiretto (cioè nell’aver visto altri bambini paurosi) la causa della fobia e solo il 2 per cento a seguito di un episodio condizionante classico. Il restante 16 per cento non trovava alcuna spiegazione se non il fatto che i figli avessero avuto da sempre la fobia dell’acqua. Per quanto concerne la paura del volo, molti fobici la fanno risalire alle notizie di aerei precipitati, altri alle turbolenze vissute e altri ancora all’aver visto altre persone spaventarsi durante il volo. In genere insomma la paura di volare risale a esperienze pregresse o riportate, tranne per coloro che soffrono già di panico o per gli agorafobici*. Questi infatti evitano di volare per paura di essere colpiti da un attacco di panico, mentre i fobici veri e propri per timore che l’aereo cada. A differenza delle altre fobie appartenenti a questa categoria, a prevalenza femminile, l’aviofobia sembra riguardare allo stesso modo donne e uomini.

 

Come riconoscere la paura dalla fobia

Il Dsm-IV stabilisce criteri precisi per distinguere una paura normale da una fobia, e cioè che l’ansia e l’evitamento di certe situazioni non devono essere legate a disturbi mentali di altro tipo o a sostanze o farmaci che possano alterare lo stato mentale; che l’ansia, il panico e l’evitamento non dipendano da altri disagi psicologici come il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo post-traumatico da stress o il disturbo d’ansia di separazione. Inoltre Il Dsm-IV stabilisce che deve essere analizzato il modo in cui viene vissuta l’esposizione alla situazione o la semplice attesa di quella – sottolinea lo psicologo – e se questa comporta una paura leggera o marcata. Se per esempio il solo fatto di sapere di dovere andare da un amico che ha l’animale che si teme comporta un’irragionevole ansia e timore, allora potrebbe trattarsi di una fobia . Infine va anche osservato l’atteggiamento di evitamento. Se l’ansia si placa solo quando l’evento è superato – ribadisce Cavaliere – o, peggio ancora, solo quando si rinuncia all’evento (non si va in campagna per evitare incontri ravvicinati con gli insetti o non si prende l’aereo perdendo un’occasione importante), la persona da sola si renderà conto che la sua paura ha un aspetto patologico e che bisogna intervenire .

La psicoterapia comportamentale

Il trattamento elettivo in caso di fobia è quello comportamentale che segue un’idea del tipo “fare amicizia con le proprie paure”. Dice il dottore: Si mette in atto un processo di desensibilizzazione mediante un’esposizione programmata e graduale all’oggetto fobico. La persona viene avvicinata in modo lento e progressivo agli stimoli che innescano la paura, partendo da quelli più lontani dall’oggetto, per esempio l’osservazione di immagini di cani o l’immagine di una siringa nuova, per mettere in campo una tecnica all’inizio solo immaginativa. Man mano, poi, si passa al contatto reale: per esempio, nel caso della paura di volare ci sono corsi, organizzati anche dalle compagnie aeree, che propongono spiegazioni tecniche e voli simulati . Il contatto con tali stimoli viene mantenuto finché non subentra l’ abitudine e questi non generano più un’ansia forte. A questo punto si procede all’esposizione a uno stimolo leggermente più ansiogeno, in una scala ben congegnata. Nel giro di qualche mese, in genere, si riesce a risalire fino a esposizioni più forti , ripetendo ogni esercizio finché lo stimolo fobico non diventa neutro. Tale psicoterapia può spaventare molto, poiché il fobico deve affrontare la situazione temuta , ma se effettuata da psicoterapeuti esperti, garantisce un’ottima percentuale di successo. S e non ci sono altri disagi psicologici la psicoterapia comportamentale dura 6 mesi o un anno al massimo e le sedute sono settimanali.

Il trattamento cognitivo

A quella comportamentale si può aggiungere una terapia cognitiva che punta a ristrutturare schemi mentali sbagliati o idee disfunzionali assunte nel tempo. Per esempio, nel caso dell’aereo, se uno ha paura che l’aereo cada e teme di morire, il trattamento consisterà nel conoscere tutte le indagini effettuate, secondo cui l’aereo è il mezzo più sicuro e quello che registra meno incidenti. Si effettua insomma – conferma il dottore – una ristrutturazione mentale che tuttavia va affiancata sempre a quella comportamentale perché, senza l’esposizione agli stimoli temuti, si proverà ansia e terrore quando ci si ritroverà poi, prima o poi, di fronte all’oggetto della paura . La durata della psicoterapia cognitiva in genere coincide con quella comportamentale, infatti quasi sempre si fanno insieme .

La psicanalisi

L’indirizzo psicoanalitico parte dal presupposto che la fobia sia il riflesso di qualcos’altro, di un impulso proibito rimosso che si riflette sull’oggetto della paura. Quindi secondo gli psicanalisti bisogna andare all’origine della paura irrazionale, indagare il passato e scavare tra i ricordi per capire da dove viene e quindi risolverla. Quando avviene questo, si prende coscienza del significato sostitutivo che ha la fobia e l’oggetto perde (o dovrebbe perdere) così la sua valenza fobica. È un percorso di cura che necessita di tempi piuttosto lunghi, addirittura anni e le sedute possono essere anche tre alla settimana.

I farmaci nei casi più seri

Nel caso di fobie gravi e invalidanti possono lo specialista in psichiatria può prescrive farmaci ansiolitici, che aiutano a gestire l’ansia quando si devono affrontare necessariamente certe situazioni temute per esempio prima di prendere l’aereo. Tale strategia consente senz’altro di sopravvivere all’evento, ma – sottolinea Cavaliere – tende a rafforzare la fobia perché la persona apprenderà che solo con l’aiuto del farmaco è in grado di superare il terrore .

Ines Siano

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

NUOVE FOBIE

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ANUPTAFOBIA È il terrore di restare «single», da «nupta» sposa in latino con «a» privativo.

BIOFOBIA È il timore di catastrofi ecologiche e di nuove epidemie. Terrori «classici»: la Bse (Encefalopatia spongiforme bovina); l’influenza aviaria; il timore di alimentarsi con gli Ogm; la paura di eventi come lo «tsunami» o di uragani come «Katrina» e delle conseguenze del buco dell’ozono.

CYBERFOBIA Paura di tutto ciò che ha a che fare con i computer.

EUROFOBIA È nata dopo l’euforia per l’unificazione europea. È caratterizzata dal senso di perdita e dalla sensazione di dover condividere qualcosa con Paesi di cui in precedenza si era solo sentito parlare.

ISLAMFOBIA Nasce dal timore che l’Islam si appresti a conquistare il mondo sconvolgendo il nostro stile di vita.

PAUPEROFOBIA È la paura di sembrare poveri e non è assolutamente in relazione con il conto in banca. Obbliga a confrontare continuamente ciò che si ha e ciò che hanno gli altri. Vizia le regole sociali e famigliari. Costringe spesso a comprare prodotti che non ci si possono permettere. Il termine viene da «pauper» , povero in latino.

PROSOFOBIA È il timore del progresso sociale. Viene dal greco: «proso», che significa: io vado avanti.

QUASIMODOFOBIA È la preoccupazione eccessiva per il proprio aspetto, alla base di certi eccessi della chirurgia estetica. Il termine deriva dal Quasimodo, il campanaro gobbo, di Notre-Dame de Paris di Victor Hugo.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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FOBIE

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Il DSM-IV (1994) definisce la fobia specifica come la “paura marcata e persistente, eccessiva o irragionevole, provocata dalla presenza o dall’attesa di un oggetto o situazione specifici (per es. volare, altezza, animali, ricevere un’iniezione, vedere il sangue, ecc.)”.
La persona che soffre di fobia specifica , reagisce quasi sempre con una risposta ansiosa di fronte allo stimolo fobico. Questa risposta ansiosa a volte può prendere forma di attacco di panico sensibile a quella particolare situazione.
Generalmente l’adulto con questo tipo di disturbo si rende conto che la sua paura è eccessiva o irragionevole, mentre nei bambini questa caratteristica può essere assente. Sempre nei bambini l’ansia potrebbe manifestarsi in pianto, scoppi di ira, irrigidimento o nell’aggrapparsi a qualcuno.
Nella maggior parte dei casi la situazione (o più situazioni) fobigena viene sistematicamente evitata e in alcuni casi viene sopportata con intensa ansia o disagio.
Un dei criteri adottati nel DSM-IV è che l’evitamento attivo, l’ansia anticipatoria o il disagio nella situazione fobica, interferiscano significativamente con la normale routine dell’individuo, con il funzionamento lavorativo o scolastico oppure con le attività o le relazioni sociali, o ancora sia presente disagio marcato per il fatto stesso di avere la fobia.
Nelle persone con un’età inferiore ai diciotto anni la durata del disturbo dovrebbe essere di almeno sei mesi.
Naturalmente per questo tipo di valutazione diagnostica dovrebbe essere esclusa una diagnosi alternativa in grado di giustificare la presenza dell’ansia, degli attacchi di panico o l’evitamento fobico associati con l’oggetto o le situazioni specifiche.

Sempre il DSM-IV specifica alcuni tipi fondamentali di fobia così descritti:

tipo animali. Se la paura è provocata da animali o insetti. E’ un sottotipo che esordisce in genere durante l’infanzia.

tipo ambiente naturale. Se la paura è attivata da elementi dell’ambiente naturale, come temporali, altezze, acqua. Come il precedente è un sottotipo che esordisce nell’infanzia.

tipo sangue-iniezioni-ferite. E’ specificato se la paura viene provocata dalla vista di sangue o di una ferita, o dal ricevere un’iniezione o altre procedure mediche invasive. E’ un sottotipo con un’alta familiarità, ed è di frequente caratterizzato da un’imponente risposta vasovagale.

tipo situazionale. Questo sottotipo dovrebbe essere specificato nei casi in cui la paura fosse provocata da una situazione specifica, come trasporti pubblici, tunnel, ponti, ascensori, volare, guidare, oppure luoghi chiusi. E’ un sottotipo con una distribuzione dell’età di esordio bimodale, con un picco nell’infanzia ed un altro picco verso i 25 anni di età. E’ un sottotipo che sembra simile al disturbo di panico con agorafobia da diversi punti di vista: distribuzione tra i sessi, concentrazione familiare, età di esordio.

altro tipo. Sottotipo da specificare nel caso la paura fosse scatenata da altri stimoli come: la paura o l’evitamento di situazioni che potrebbero portare a soffocare, vomitare o contrarre una malattia; la fobia dello “spazio” (cioè il timore di cadere giù se si è lontani dai muri o altri mezzi di supporto fisico); e il timore nei bambini dei rumori forti o dei personaggi in maschera.

I disturbi d’ansia sembrano essere i più diffusi rispetto agli altri principali dist urbi mentali. Nel grande gruppo dei disturbi d’ansia le fobie sono probabilmente le più comuni (agorafobia, claustrofobia, fobia specifica, fobia sociale). Una persona con fobia specifica spesso teme solo secondariamente la situazione o l’oggetto fobico, mentre la paura principale sembra essere relativa all’attacco d’ansia o di panico che potrebbe attivarsi in quella situazione, cioè una paura di perdere il controllo di sé che potrebbe essere estesa alla paura della perdita in generale, probabilmente legata a situazioni traumatiche infantili. Dal punto di vista cognitivo si può pensare che l’immagine che il fobico si creare anticipatamente rispetto alla situazione alla quale va incontro faccia scattare l’evitamento o la risposta ansiosa. Modificare la rappresentazione fino al raggiungimento di un modello neutro potrebbe aiutare a vincere l’ansia anticipatoria.

Generalmente questo tipo di sintomatologia può essere efficacemente risolto con un intervento anche di breve durata. Le psicoterapie di elezione sembrano essere: la terapia di esposizione e la terapia cognitiva combinata con esposizione. Per la fobia tipo sangue-iniezioni-ferite si sono ottenuti buoni risultati con la tensione applicata ed esposizione (Fonagy, P., Roth, A., 1996).

Fra i vari studiosi che hanno trattato le fobie interessante è il contributo di Marks che distingue i seguenti elementi semiologici:

1) È sproporzionata allo stimolo.Ciò significa che la maggior parte delle persone reagirebbe con indifferenza o bassi livelli di ansia agli stessi stimoli. (es.: il claustrofobico non riesce a fare una cosa per noi molto facile: prendere l’ascensore).

2) Non può essere controllata con un’analisi razionale. Spiegare la genesi del disturbo, i meccanismi di mantenimento, la non pericolosità delle situazioni temute e l’assurdità della paura non riduce in alcun modo il problema.

3) Sfugge al controllo volontario. Vani sono gli appelli all’autocontrollo. Il fobico reagisce ai segnali di pericolo con risposte apprese che hanno carattere di automatismo. Egli non è in grado di controllare le alterazioni del sistema nervoso autonomo quali il battito cardiaco, respirazione, pressione sanguigna, sudorazione, temperatura, tensione muscolare, scariche di adrenalina, ecc. Tutte queste risposte fisiologiche elicitate dallo stimolo fobico sono il risultato di un apprendimento (condizionamento classico). Il loro effetto congiunto è talmente potente e rapido da far stare male il fobico e indurlo alla fuga.

4) Produce l’evitamento della situazione temuta. La fuga è una strategia di emergenza. Generalmente il fobico prevede in modo accurato tutte le situazioni che lo possono mettere in ansia e le evita sistematicamente. La sua vita può subire forti limitazioni in funzione di questa strategia. L’agorafobico che non esce di casa perde il lavoro, gli amici, gli abituali svaghi. Il bambino con la fobia della scuola è danneggiato nell’apprendimento.

Teorie eziologiche

TEORIA COMPORTAMENTALE.
In questa ottica si ritiene che le fobie si possono spiegare ricorrendo ai noti paradigmi dell’apprendimento: 1) apprendimento classico pavloniano; 2) apprendimento operante skinneriano; 3) apprendimento per imitazione sociale (Miller-Dollard).


TEORIA PSICANALITICA.
La fobia è considerata un sintomo nevrotico (isteria d’angoscia) il cui significato è inconscio (desideri sessuali e aggressivi). Poiché tali desideri, che provengono da pulsioni istintuali, sono inaccettabili dalla censura, il soggetto se ne libera proiettando parte della carica psichica legata a tali pulsioni su «oggetti» esterni (meccanismo di difesa). L’«oggetto» fobico è temuto sia perché simboleggia il desiderio illecito, sia per le conseguenze punitive che esso evoca (castrazione e perdita di amore).
Variabili che facilitano l’acquisizione delle fobie
Dagli studi di Eysenck emerge che variabili personologiche facilitano l’acquisizione dell’ansia; gli introversi la acquisiscono più facilmente degli estroversi essendo più condizionabili. Anche il sesso è un fattore predisponente che vede la donna al primo posto. Il 95% delle fobie per animali, il 75% delle agorafobie e il 60% delle fobie sociali sono appannaggio delle donne.
Nell’infanzia le paure aumentano e diminuiscono alle varie età sotto l’influenza di fattori socio-culturali, maturazionali, di apprendimento (Jersild, Holmes). Per quanto riguarda l’età, emerge che le fobie per gli animali insorgono nell’infanzia, l’agorafobia e le fobie sociali dopo la pubertà, quelle monosintomatiche a qualsiasi età. Sempre nei bambini, secondo Kennedy, hanno peso fattori quali la razza, il ceto sociale, lo stato di salute il rapporto con i genitori.
Alcune fobie hanno effetti gravemente invalidanti di natura psicosomatica, sociale, psicologica Il loro trattamento ha carattere di urgenza. Le tecniche di terapia comportamentale sono quelle che hanno ottenuto i risultati più brillanti con una percentuale di successo dell’80% in trattamenti della durata media di 30 sedute (Wolpe).

TEORIA COGNITIVA

Secondo questo approcio l’ansia e’ causata da pensieri irrazionali o disfunzionali sulla realta’. Questi pensieri sarebbero come dei “filtri” in grado di distorcere l’analisi obiettiva di quanto accade alla persona e indurrebbero ad interpretare gli eventi in termini minacciosi. Cosi’, ad esempio, una persona fortemente dipendente dal giudizio degli altri, che ritenga di non essere abbastanza intelligente o brava ad esporre il proprio pensiero, tormentata dal timore di essere giudicata negativamente e perdere la loro stima o la loro benevolenza se le idee da esporre sono diverse da quelle professate dagli altri(nonche’ altri innumerevoli pensieri negativi che vi lascio immaginare), sara’ presa dal panico all’idea di dover esporre il proprio pensiero; manifestera’ sintomi psicosomatici, se parlera’ lo fara’ in modo inadeguato ma potra’ anche non riuscirci affatto. La fobia degli esami e di parlare in pubblico ne sono un esempio. Alcuni esponenti di questa teoria sono A. ELLIS, A.T.BECK, COOK, NEWMARK, FRERKING.

TEORIA UMANISTICO-ESISTENZIALE

Secondo gli umanisti ogni persona deve crescere in un ambiente che lo rassicuri con affetto e giudizi positivi.Bambini ipercriticati da genitori e educatori saranno da adulti ipercritici verso se stessi.Sono perennemente scontenti di cio’ che fanno avendo adottato standards autovalutativi molto severi. Poiche’ gli insuccessi rispetto a questi standards sono vissuti come fallimenti della loro vita sviluppano fobie come meccanismo di difesa verso cio’ che puo’ rappresentare una minaccia per il proprio concetto del se’.
Gli esistenzialisti, inoltre, enfatizzano nell’analisi eziologica la discrepanza esistente tra comportamenti che non rispondono alle autentiche aspirazioni della persona e questo bisogno di autenticita’. Ansia, panico e fobie si manifesterebbero nelle persone che diventano consapevoli che le loro azioni non sono in armonia con i desideri del se’ autentico( Rogers,Maslow).

TEORIA BIOLOGICA

Si tratta di un approcio molto debole; non vi sono prove della ereditarieta’ delle paure e fobie.Tuttavia e’ interessante l’emergere di prove che mettono in evidenza il ruolo della gracilita’ costituzionale (Lacey) o dello stress cronico (Seligman) come fattori che facilitano l’acquisizione delle fobie.

Intervista al dott.Roberto Cavaliere sul tema delle FOBIE pubblicato sul numero di settembre 2008 della rivista mensile “COME STAI”

Intervista su “Le paure: cosa sono, da che sono, generate, come si possono sconfiggere” su 7Magazine del 19.02.2007

Di seguito propongo un’Elenco delle principali fobie, di cui molte, fortunatamente sono molto rare ed altre sono “curiose”:

Ablutofobia: Paura di lavarsi o fare il bagno.
Acarofobia: Paura di avere prurito o degli insetti che causano prurito.
Achluofobia: Paura del buio.
Acousticofobia: Paura dei rumori.
Acrofobia: Paura dell’altezza.
Acrofobia: paura dei luoghi alti
Aeroacrofobia: Paura di posti alti e aperti.
Aerofobia: Paura delle correnti d’aria, di inghiottire aria o respirare aria contaminata.
Aerofobia: paura di volare
Aeronausifobia: Paura di vomitare a causa del mar d’aria.
Agliofobia: Paura del dolore.
Agorafobia: Paura degli spazi aperti o di trovarsi in posti pubblici affollati.
Agorafobia: paura degli spazi aperti
Agrafobia: Paura degli abusi sessuali.
Agrizoofobia: Paura degli animali selvatici.
Agyrofobia: Paura delle strade o di attraversare le strade.
Aichmofobia: Paura degli aghi o degli oggetti appuntiti.
Aicmofobia: paura degli oggetti acuminati e taglienti
Ailurofobia: Paura dei gatti.
Ailurofobia: paura dei gatti
Algofobia: Paura ossessiva di soffrire.
Allodoxafobia: Paura delle opinioni.
Altofobia: Paura dell’altitudine.
Amartofobia: paura di sbagliare o peccare
Amatofobia: paura e fastidio per la polvere
Amaxofobia: Paura di leggere in macchina.
Ambulofobia: Paura di camminare.
Amnesifobia: Paura delle amnesie.
Amychofobia: Paura dei graffi o di essere graffiato.
Anablefobia: Paura di guardare in alto.
Ancraofobia o Anemofobia: Paura del vento.
Androfobia: Paura degli uomini.
Androfobia: paura degli uomini
Anemofobia: Paura delle correnti d’aria o del vento.
Anginofobia: Paura dell’angina, di soffocare.
Angrofobia: Paura di avere fame.
Ankylofobia: Paura dell’immobilità di un’articolazione.
Anthrofobia o Anthofobia: Paura dei fiori.
Anthropofobia: Paura della gente o della società.
Antlofobia: Paura delle inondazioni.
Antropofobia: paura della gente e dei contatti sociali
Anuptafobia: Paura di rimanere single.
Apeirofobia: Paura dell’infinito.
Aphenphosmfobia: Paura di essere toccati.
Apifobia: Paura delle api.
Arachnefobia o Arachnofobia: Paura dei ragni.
Aracnofobia: paura dei ragni
Arithmofobia: Paura dei numeri.
Arsonfobia: Paura del fuoco.
Asthenofobia: Paura di svenire o di sentirsi deboli.
Astrafobia o Astrapofobia o Brontofobia : Paura di tuoni e fulmini.
Astrofobia: Paura delle stelle e dello spazio celeste.
Asymmetrifobia: Paura delle cose asimmetriche.
Ataxiofobia: Paura dell’atassia (mancato coordinamento muscolare)
Ataxofobia: Paura del disordine.
Atefobia: Paura delle rovine.
Atelofobia: Paura dell’imperfezione.
Athazagorafobia: Paura di essere dimenticati o ignorati.
Atomosofobia: Paura delle esplosioni atomiche.
Atychifobia: Paura di fallire.
Aulofobia: Paura dei flauti.
Aurofobia: Paura dell’oro.
Aurorafobia: Paura dell’aurora.
Autodysomofobia: Paura di chi puzza.
Autofobia: Paura di essere soli o di se stessi.
Automatonofobia: Paura di tutto ciò che falsamente rappresenta un essere senziente. (burattini, ventriloqui, statue di cera… )
Automysofobia: Paura di essere sporchi.
Aviofobia o Aviatofobia: Paura di volare.
Bacillofobia: Paura dei microbi.
Bacteriofobia: Paura dei batteri.
Ballistofobia: Paura dei missili o delle pallottole.
Barofobia: Paura della gravità.
Basofobia o Basifobia: Incapacità di stare in piedi. Paura di camminare o cadere.
Bathofobia: Paura della profondità.
Batofobia: Paura dell’altezza o di essere vicini a alti edifici.
Batofobia: paura della profondità e delle altezze
Batonofobia: Paura delle piante.
Batrachofobia: Paura degli anfibi, come rane, tritoni, salamandre, etc.
Belonefobia: Paura di spilli e aghi (Aichmofobia).
Bibliofobia: Paura dei libri.
Blennofobia: Paura del viscido.
Bogyfobia: Paura dei folletti o degli spauracchi.
Bolshefobia: Paura dei bolscevichi.
Bromidrosifobia o Bromidrofobia: Paura degli odori corporei.
Bromidrosifobia: fastidio eccessivo per i cattivi odori
Brontofobia: paura delle tempeste, dei tuoni, dei cicloni, degli uragani, dei tornado
Bufonofobia: Paura dei rospi.
Cacofonia: Paura della bruttezza.
Cainofobia o Cainotofobia: Paura delle innovazioni, novità.
Caligynefobia: Paura delle donne belle.
Cancerofobia: Paura del cancro.
Carcinofobia: Paura del carcinoma.
Cardiofobia: Paura del cuore.
Cardiofobia: paura delle malattie del cuore
Carnofobia: Paura della carne.
Catagelofobia: Paura di essere ridicolizzati.
Catapedafobia: Paura di saltare da posti alti e bassi.
Cathisofobia: Paura di sedersi.
Catoptrofobia: Paura degli specchi.
Cenofobia o Centofobia: Paura di cose nuove o di idee.
Ceraunofobia: Paura dei tuoni.
Chaetofobia: Paura dei capelli.
Cheimafobia o Cheimatofobia: Paura del freddo.
Chemofobia: Paura delle sostanze chimiche o di lavorare a contatto con esse.
Cherofobia: Paura della felicità.
Chionofobia: Paura della neve.
Chiraptofobia: Paura di essere toccati.
Cholerofobia: Paura della rabbia o di provare collera.
Chorofobia: Paura di ballare.
Chrometofobia o Chrematofobia: Paura dei soldi.
Chromofobia o Chromatofobia: Paura dei colori.
Chronofobia: Paura del tempo.
Chronomentrofobia: Paura degli orologi.
Cibofobia o Sitofobia o Sitiofobia: Paura del cibo.
Cinofobia: paura dei cani o di essere morsi da questi
Claustrofobia: Paura di spazi chiusi.
Claustrofobia: paura di luoghi chiusi e/o affollati
Cleithrofobia o Cleisiofobia: Paura di essere rinchiusi in posto chiuso.
Cleptofobia: Paura di rubare.
Climacofobia: Paura delle scale, scalare o cadere di sotto.
Clinofobia: Paura di andare a letto.
Clithrofobia o Cleithrofobia: Paura di essere rinchiusi.
Cnidofobia: Paura degli spaghi.
Coimetrofobia: Paura dei cimiteri.
Coitofobia: Paura del coito.
Cometofobia: Paura delle comete.
Contreltofobia: Paura dell’abuso sessuale.
Coprastasofobia: Paura della costipazione.
Coprofobia: Paura delle feci.
Coprofobia: paura delle feci, ritenute fonti di contagio (sin. scatofobia)
Coulrofobia: Paura dei clown.
Counterfobia: Il piacere di un fobico nel ricercare situazioni che lo spaventano.
Cremnofobia: Paura dei precipizi.
Cromatofobia: fastidio e paura per i colori
Cryofobia: Paura del freddo estremo, ghiaccio o brina.
Crystallofobia: Paura dei cristalli o del vetro.
Cyberfobia: Paura dei computer o di lavorare al computer.
Cyclofobia: Paura delle biciclette.
Cymofobia: Paura delle onde o di movimenti ondeggianti.
Cynofobia: Paura dei cani o della rabbia.
Cypridofobia o Cyprifobia o Cyprianofobia o Cyprinofobia: Paura delle prostitute o delle malattie veneree.
Decidofobia: Paura di prendere decisioni.
Defecaloesiofobia: Paura di una defecazione dolorosa.
Deipnofobia: Paura di cenare o di conversare a cena.
Dementofobia: Paura della follia.
Demofobia: Paura della folla (Agorafobia).
Demofobia: paura della folla (sin. oclofobia)
Demonofobia o Daemonofobia: Paura dei demoni.
Dendrofobia: Paura degli alberi.
Dentofobia: Paura dei dentisti.
Dermatofobia: Paura delle lesioni cutanee.
Dermatosiofobia o Dermatofobia o Dermatopathofobia: Paura delle malattie cutanee.
Dextrofobia: Paura degli oggetti alla destra del corpo.
Diabetofobia: Paura del diabete.
Didaskaleinofobia: Paura di andare a scuola.
Dikefobia: Paura della giustizia.
Dinofobia: Paura delle vertigini o dei vortici.
Diplofobia: Paura di vedere doppio.
Dipsofobia: Paura di bere.
Dishabiliofobia: Paura di spogliarsi di fronte a qualcuno.
Dismorfofobia: paura di essere brutti, deformi, impresentabili
Domatofobia o Oikofobia: Paura delle case o di essere in una casa.
Dorafobia: Paura del pelo o della pelle degli animali.
Dromofobia: Paura di attraversare le strade.
Dromofobia: paura di camminare e viaggiare (sin. odofobia)
Dutchfobia: Paura dei tedeschi.
Dysmorphofobia: Paura della deformità.
Dystychifobia: Paura degli incidenti.
Ecclesiofobia: Paura delle chiese.
Ecofobia: Paura di restare soli in casa.
Eisoptrofobia: Paura degli specchi o di vedersi allo specchio.
Electrofobia: Paura dell’elettricità.
Eleutherofobia: Paura della libertà.
Elurofobia: Paura dei gatti.
Emetofobia: Paura di vomitare.
Emofobia: paura del sangue (sin. ematofobia)
Enetofobia: Paura degli spilli.
Enochlofobia: Paura della folla.
Enosiofobia o Enissofobia: Paura di aver commesso un peccato imperdonabile o del criticismo.
Entomofobia: Paura degli insetti.
Eosofobia: Paura dell’alba.
Ephebifobia: Paura dei teenagers.
Epistaxiofobia: Paura del sangue dal naso.
Epistemofobia: Paura della conoscenza.
Equinofobia: Paura dei cavalli.
Eremofobia: Paura di essere se stessi o della solitudine.
Ereuthrofobia: Paura di arrossire.
Ereutofobia: paura di arrossire (sin. eritrofobia)
Ergasiofobia: 1) Paura di lavorare. 2) Paura dei chirurghi ad operare.
Ergasiofobia: timore di agire e provocare esiti disastrosi
Ergofobia: Paura di lavorare.
Erotofobia: Paura dell’amore sessuale o delle questioni sessuali.
Erythrofobia o Erytofobia o Ereuthofobia: 1) Paura delle luci rosse. 2) Di arrossire. 3) Del rosso.
Eufobia: Paura di sentire buone notizie.
Eurotofobia: Paura dei genitali femminili.
Fagofobia: fastidio alla assunzione del cibo
Fasmofobia: paura dei fantasmi
Febrifobia o Fibrifobia o Fibriofobia: Paura della febbre.
Felinofobia: Paura dei gatti (Ailurofobia, Elurofobia, Galeofobia, Gatofobia).
Fonofobia: paura dei suoni
Fotofobia: paura e fastidio per la luce
Francofobia: Paura della Francia, della cultura francese Gallofobia, Galiofobia).
Frigofobia: Paura del freddo, delle cose fredde.
Galeofobia o Gatofobia: Paura dei gatti.
Gallofobia o Galiofobia: Paura dei francesi, della cultura francese (Francofobia).
Gamofobia: Paura del matrimonio.
Geliofobia: Paura della risata.
Geniofobia: Paura dei menti.
Genofobia: Paura del sesso.
Genufobia: Paura delle ginocchia.
Gephyrofobia o Gephydrofobia o Gephysrofobia: Paura di attraversare i ponti.
Gerascofobia: Paura di invecchiare.
Gerontofobia: Paura dei vecchi e di invecchiare.
Geumafobia o Geumofobia: Paura di assaggiare.
Ginofobia: paura delle donne
Glossofobia: Paura di parlare in pubblico o di provare a parlare.
Gnosiofobia: Paura di conoscere.
Graphofobia: Paura di scrivere o scrivere a mano.
Gymnofobia: Paura della nudità.
Gynefobia o Gynofobia: Paura delle donne.
Hadefobia: Paura delle campane.
Hagiofobia: Paura dei santi o delle cose sacre.
Hamartofobia: Paura di peccare.
Haphefobia o Haptefobia: Paura di essere toccati.
Harpaxofobia: Paura di essere derubati.
Hedonofobia: Paura di provare piacere.
Heliofobia: Paura del sole.
Hellenologofobia: Paura dei termini greci o delle complesse terminologie scientifiche.
Helminthofobia: Paura di essere infestati dai vermi.
Hemofobia o Hemafobia o Hematofobia: Paura del sangue.
Herpetofobia: Paura dei rettili, delle cose striscianti.
Heterofobia: Paura del sesso opposto (Sexofobia).
Hierofobia: Paura dei preti e di cose sacre.
Hippofobia: Paura dei cavalli.
Hobofobia: Paura degli accattoni, vagabondi.
Hodofobia: Paura di viaggiare su strada.
Homichlofobia: Paura della nebbia.
Homilofobia: Paura dei sermoni.
Hominofobia: Paura degli uomini.
Homofobia: Paura dell’uguaglianza, monotonia o dell’omosessualità o di diventare omosessuale.
Hoplofobia: Paura delle armi da fuoco.
Hormefobia: Paura degli shock.
Hydrofobia: Paura dell’acqua o della rabbia.
Hydrophobofobia: Paura della rabbia.
Hyelofobia o Hyalofobia: Paura del vetro.
Hygrofobia: Paura dei liquidi, umidità.
Hylefobia: Paura del materialismo o la paura dell’epilessia.
Hylofobia: Paura dei boschi.
Hypengyofobia o Hypegiafobia: Paura delle responsabilità.
Hypnofobia: Paura di dormire o di essere ipnotizzati.
Hypsifobia: Paura dell’altezza.
Iatrofobia: Paura di andare dal dottore o dei dottori.
Ichthyofobia: Paura del pesce.
Ideofobia: Paura delle idee.
idrofobia: paura dell’acqua
Illyngofobia: Paura delle vertigini o di sentire girare la testa guardando verso il basso.
Insectofobia: Paura degli insetti.
Iofobia: Paura del veleno.
Isolofobia: Paura della solitudine, essere soli.
Isopterofobia: Paura delle termiti, degli insetti che mangiano il legno.
Ithyphallofobia: Paura di vedere, pensare a o avere un pene in erezione.
Japanofobia: Paura dei giapponesi.
Judeofobia: Paura degli ebrei.
Kainofobia: Paura di qualsiasi cosa nuova.
Kainolofobia: Paura di novità.
Kakorrhaphiofobia: Paura di fallire o di essere sconfitti.
Katagelofobia: Paura del ridicolo.
Kathisofobia: Paura di stare seduti.
Kenofobia: Paura del vuoto e degli spazi vuoti.
Keraunofobia: Paura di tuoni e fulmini.
Kinetofobia o Kinesofobia: Paura del movimento.
Kleptofobia: Paura di rubare.
Koinonifobia: Paura delle stanze.
Kolpofobia: Paura dei genitali, particolarmente femminili.
Koniofobia: Paura della polvere (Amathofobia).
Kopofobia: Paura della fatica.
Kosmikofobia: Paura dei fenomeni cosmici.
Kymofobia: Paura delle onde.
Kynofobia: Paura della rabbia.
Kyphofobia: Paura di abbassarsi.
Lachanofobia: Paura delle verdure.
Laliofobia o Lalofobia: Paura di parlare.
Leprofobia o Leprafobia: Paura della lebbra.
Leukofobia: Paura del colore bianco.
Levofobia: Paura di cose alla sinistra del corpo.
Ligyrofobia: Paura di rumori forti.
Lilapsofobia: Paura di tornado e uragani.
Limnofobia: Paura dei laghi.
Linonofobia: Paura degli spaghi.
Liticafobia: Paura dei processi.
Lockiofobia: Paura del parto.
Logizomechanofobia: Paura dei computer.
Logofobia: Paura delle parole.
Luifobia: Paura della sifilide.
Lutrafobia: Paura delle lontre.
Lygofobia: Paura dell’oscurità.
Lyssofobia: Paura della rabbia o di arrabbiarsi.
Macrofobia: Paura di aspettare a lungo.
Mageirocofobia: Paura di cucinare.
Maieusiofobia: Paura di partorire.
Malaxofobia: Paura del gioco amoroso (Sarmassofobia).
Maniafobia: Paura della follia.
Mastigofobia: Paura della punizione.
Mechanofobia: Paura dei macchinari.
Medomalacufobia: Paura di perdere un’erezione.
Medorthofobia: Paura di un pene eretto.
Megalofobia: Paura di cose grandi.
Melanofobia: Paura del colore nero.
Melissofobia: Paura delle api.
Melofobia: Paura della musica.
Meningitofobia: Paura delle malattie al cervello.
Menofobia: Paura delle mestruazioni.
Merinthofobia: Paura di essere costretti o vincolato.
Metallofobia: Paura del metallo.
Metathesiofobia: Paura dei cambiamenti.
Meteorofobia: Paura dei meteoriti.
Methyfobia: Paura dell’alcool.
Metrofobia: Paura o odio della poesia.
Microbiofobia: Paura dei microbi (Bacillofobia).
Microfobia: Paura di cose piccole.
Misofobia: Paura di essere contaminati da germi.
Misofobia: paura dello sporco e dell’infetto con timore di essere contaminati
Mnemofobia: Paura dei ricordi.
Molysmofobia o Molysomofobia: Paura dello sporco e della contaminazione.
Monofobia: Paura della solitudine.
Monopathofobia: Paura di una determinata malattia.
Motorfobia: Paura delle automobili.
Mottefobia: Paura delle falene.
Musofobia o Murofobia: Paura dei topi.
Mycofobia: Paura o avversione ai funghi.
Mycrofobia: Paura di cose piccole.
Myctofobia: Paura dell’oscurità.
Myrmecofobia: Paura delle formiche.
Mysofobia: Paura dei germi, contaminazione o sporcizia.
Mythofobia: Paura dei miti, delle storie o dei false affermazioni.
Myxofobia: Paura del fango (Blennofobia).
Nebulafobia: Paura della nebbia (Homichlofobia).
Necrofobia: Paura della morte o di cose morte.
Necrofobia: paura per la morte in tutte le sue manifestazioni
Nelofobia: Paura del vetro.
Neofobia: Paura di quello che è nuovo.
Neopharmafobia: Paura delle nuove droghe.
Nephofobia: Paura delle nuvole.
Nictofobia: paura della notte o, in generale, del buio
Noctifobia: Paura della notte.
Nomatofobia: Paura dei nomi.
Nosocomefobia: Paura degli ospedali.
Nosofobia o Nosemafobia: Paura di ammalarsi.
Nostofobia: Paura di tornare a casa.
Novercafobia: Paura della matrigna.
Nucleomitufobia: Paura delle armi nucleari.
Nudofobia: Paura della nudità.
Numerofobia: Paura dei numeri.
Nyctofobia: Paura del buio o della notte.
Nyctohylofobia: Paura di aree del bosco scure o di boschi di notte.
Obesofobia: Paura di ingrassare (Pocrescofobia).
Ochlofobia: Paura delle folle e delle calche.
Ochofobia: Paura dei veicoli.
Odontofobia: Paura dei denti o di interventi dentistici.
Oenofobia: Paura dei vini.
Ofidiofobia: paura dei serpenti
Oikofobia: Paura dei luoghi vicino casa, di casa.
Olfactofobia: Paura degli odori.
Ombrofobia: Paura della pioggia o di esserne bagnati.
Ommetafobia o Ommatofobia: Paura degli occhi.
Omofobia: paura verso gli Omosessualità|omosessuali
Oneirofobia: Paura dei sogni.
Oneirogmofobia: Paura di sogni sul bagnato.
Onomatofobia: Paura di sentire una certa parola o un certo nome.
Ophidiofobia: Paura dei serpenti (Snakefobia).
Ophthalmofobia: Paura di essere guardati.
Opiofobia: Paura che i medici provano nel prescrivere medicinali contro il dolore ai pazienti.
Optofobia: Paura di aprire un occhio.
Ornithofobia: Paura degli uccelli.
Ornitofobia: paura degli uccelli
Orthofobia: Paura della proprietà.
Osmofobia o Osphresiofobia: Paura degli odori.
Ostraconofobia: Paura dei crostacei.
Ouranofobia: Paura del paradiso.
Panofobia o Patofobia: Paura di tutto.
Panthofobia: Paura della sofferenza e della malattia.
Papafobia: Paura del Papa.
Papyrofobia: Paura della carta.
Parafobia: Paura delle perversioni sessuali.
Paralipofobia: Paura di negare la responsabilità.
Parasitofobia: Paura dei parassiti.
Parthenofobia: Paura delle vergini o di ragazze giovani.
Parturifobia: Paura del parto.
Pathofobia: Paura della malattia.
Patofobia: Paura del ghiaccio o della brina.
Patroiofobia: Paura dell’ereditarietà.
Peccatofobia: Paura di peccare.
Pediculofobia: Paura dei pidocchi.
Pediofobia: Paura delle bambole.
Pedofobia: Paura dei bambini.
Peladofobia: Paura dei pelati.
Pellagrofobia: Paura della pellagra.
Peniafobia: Paura della povertà.
Pentherafobia: Paura della suocera (Novercafobia).
Phagofobia: Paura di deglutire, mangiare o essere mangiati.
Phalacrofobia: Paura di diventare calvi.
Phallofobia: Paura del pene, specialmente in erezione.
Pharmacofobia: Paura delle droghe.
Pharmacofobia: Paura di prendere medicinali.
Phasmofobia: Paura dei fantasmi.
Phengofobia: Paura dell’alba.
Philemafobia o Philematofobia: Paura di baciare.
Philofobia: Paura di innamorarsi o essere innamorati.
Philosofobia: Paura della filosofia.
Phobofobia: Paura delle fobie.
Phonofobia: Paura di rumori o voci o della propria voce, dei telefoni.
Photoaugliafobia: Paura delle luci accecanti.
Photofobia: Paura della luce.
Phronemofobia: Paura di pensare.
Phthiriofobia: Paura dei pidocchi (Pediculofobia).
Phthisiofobia: Paura della tubercolosi.
Placofobia: Paura delle tombe, delle lapidi.
Plutofobia: Paura della ricchezza.
Pluviofobia: Paura della pioggia o che piova addosso.
Pneumatifobia: Paura degli spiriti.
Pnigofobia o Pnigerofobia: Paura di soffocare o essere soffocato.
Pocrescofobia: Paura di ingrassare (Obesofobia).
Pogonofobia: Paura delle barbe.
Poinefobia: Paura della punizione.
Poliosofobia: Paura di contrarre la poliomelite.
Politicofobia: Paura o anormale disgusto per i politici.
Polyfobia: Paura di molte cose.
Ponofobia: Paura di lavorare troppo o del dolore.
Potamofobia: Paura dei fiumi o dell’acqua corrente.
Potofobia: Paura dell’alcool.
Proctofobia: Paura dell’intestino retto.
Prosofobia: Paura del progresso.
Psellismofobia: Paura di balbettare.
Psychofobia: Paura di darsi pensiero.
Psychrofobia: Paura del freddo.
Pteromerhanofobia: Paura di volare.
Pteronofobia: Paura di essere solleticati da una piuma.
Pupafobia: Paura dei burattini o paura della febbre (Pyrexiofobia).
Pyrofobia: Paura del fuoco.
Radiofonia: Paura delle radiazioni, dei raggi X.
Ranidafobia: Paura delle rane.
Rectofobia: Paura dell’intestino retto o di una sua malattia.
Rhabdofobia: Paura di essere severamente puniti o presi a bacchettate o di essere severamente criticati. Anche paura della magia (bacchetta magica).
Rhypofobia: Paura di defecare.
Rhytifobia: Paura di avere le rughe.
Rupofobia: Paura dello sporco.
Rupofobia: paura per lo sporco dalla quale spesso deriva l’ossessione a pulire
Russofobia: Paura dei russi.
Samhainofobia: Paura di Halloween.
Sarmassofobia: Paura del gioco amoroso (Malaxofobia).
Satanofobia: Paura di Satana.
Scabiofobia: Paura della scabbia.
Scatofobia: Paura di cose che hanno a che fare con le feci.
Scelerophibia: Paura di uomini cattivi, scassinatori.
Sciofobia o Sciafobia: Paura delle ombre.
Scolecifobia: Paura dei vermi.
Scolionofobia: Paura della scuola.
Scopofobia o Scoptofobia: Paura di essere visto o guardato.
Scopofobia: paura di essere guardati e osservati
Scotofobia: Paura dell’oscurità (Achluofobia).
Scotomafobia: Paura della cecità.
Scriptofobia: Paura di scrivere in pubblico.
Selafobia: Paura dei lampi di luce.
Selenofobia: Paura della luna.
Seplofobia: Paura di che ha a che fare con la decomposizione.
Sesquipedalofobia: Paura delle parole lunghe.
Sessuofobia: paura del sesso e della sessualità
Sexofobia: Paura del sesso opposto (Heterofobia).
Sfecsofobia: paura delle vespe e delle loro punture
Siderodromofobia: Paura dei treni, binari, viaggi in treno.
Siderofobia: Paura delle stelle.
Sinistrofobia: Paura delle cose a sinistra, dei mancini.
Sinofobia: Paura dei cinesi, della cultura cinese.
Sitofobia o Sitofobia: Paura del cibo o di mangiare (Cibofobia).
Snakefobia: Paura dei serpenti (Ophidiofobia).
Socerafobia: Paura dei suoceri.
Socialfobia: Paura di essere valutati negativamente in situazioni sociali.
Sociofobia: Paura della società o della gente in generale.
Somnifobia: Paura di dormire.
Sophofobia: Paura di imparare.
Soteriofobia: Paura di dipendere da altri.
Spacefobia: Paura dello spazio.
Spectrofobia: Paura di spettri o fantasmi.
Spermatofobia o Spermofobia: Paura dei germi.
Spettrofobia: paura degli specchi e di vedersi allo specchio
Spheksofobia: Paura delle vespe.
Stasibasifobia o Stasifobia: Paura di stare in piedi o camminare (Ambulofobia).
Staurofobia: Paura delle croci o dei crocefissi.
Stenofobia: Paura di cose o posti stretti.
Stygiofobia o Stigiofobia: Paura dell’inferno.
Surifobia: Paura dei topi.
Symbolofobia: Paura del simbolismo.
Symmetrofobia: Paura della simmetria.
Syngenesofobia: Paura dei parenti.
Syphilofobia: Paura della sifilide.
Tachofobia: Paura della velocità.
Taeniofobia o Teniofobia: Paura del verme solitario.
Tafofobia: paura di essere sepolti vivi
Talassofobia: paura del mare o dell’annegamento in mare
Taphefobia o Taphofobia: Paura di essere sotterrato vivo o paura dei cimiteri.
Tapinofobia: Paura di essere contagiato.
Taurofobia: Paura dei tori.
Technofobia: Paura della tecnologia.
Teleofobia: 1) Paura di certe piante. 2) Delle cerimonie religiose.
Telephonofobia: Paura dei telefoni.
Teratofobia: Paura di dare alla luce un bimbo deforme o paura dei mostri e delle persone deformi.
Testofobia: Paura di fare i test.
Tetanofobia: Paura del tetano.
Teutofobia: Paura dei germanici o delle cose dalla Germania.
Textofobia: Paura di certe stoffe.
Thaasofobia: Paura di sedere.
Thalassofobia: Paura del mare.
Thanatofobia o Thantofobia: Paura della morte o di morire.
Theatrofobia: Paura dei teatri.
Theofobia: Paura degli dei o delle religioni.
Theologicofobia: Paura della teologia.
Thermofobia: Paura del calore.
Tocofobia: Paura della gravidanza o del parto.
Tomofobia: Paura di operazioni chirurgiche.
Tonitrofobia: Paura dei tuoni.
Topofobia: Paura di certi posti o situazioni, come la paura di presentare un lavoro.
Toxifobia o Toxofobia o Toxicofobia: Paura del veleno o di essere accidentalmente avvelenati.
Traumatofobia: Paura di ferirsi.
Tremofobia: Paura di tremare.
Trichinofobia: Paura di trichinosis (Chaetofobia).
Trichopathofobia o Trichofobia o Hypertrichofobia: Paura dei capelli.
Tropofobia: Paura di muoversi o fare cambiamenti.
Trypanofobia: Paura delle iniezioni.
Tuberculofobia: Paura della tubercolosi.
Tyrannofobia: Paura dei tiranni.
Uranofobia: Paura del paradiso.
Urofobia: Paura dell’urina o di urinare.
Vaccinofobia: Paura delle vaccinazioni.
Venustrafobia: Paura delle belle donne.
Verbofobia: Paura delle parole.
Verminofobia: Paura dei germi.
Vestifobia: Paura dei vestiti.
Virginitifobia: Paura dello stupro.
Vitricofobia: Paura del patrigno.
Wiccafobia: Paura delle streghe e delle stregonerie.
Xenofobia: Paura di sconosciuti o stranieri.
Xenofobia: paura verso gli stranieri o verso cose di altre nazioni (sin. senofobia)
Xerofobia: Paura della siccità.
Xylofobia: 1) Paura degli oggetti di legno. 2) Boschi.
Zelofobia: Paura della gelosia.
Zeusofobia: Paura di Dio o degli dei.
Zoofobia: Paura degli animali.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

TEST SULLA DEPRESSIONE POST-PARTUM

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La Scala di Edimburgo aiuta la paziente ad orientarsi nel valutare la possibile presenza di sintomi depressivi post-partum, sebbene non sostituisca in nessun modo l’anamnesi medica di uno specialista. Non serve a fare diagnosi, si limita a individuare un rischio.

 

Nelle ultime due settimane:

1. Sono stata in grado di ridere e vedere il lato divertente delle cose

Come al solito 0

Non proprio come al solito 1

Quasi mai 2

Per niente 3

 

2. Mi sono posta in modo positivo verso gli eventi

Come al solito 0

Un pò meno del solito 1

Assolutamente meno del solito 2

No, per niente 3

 

3. Mi sono sentita colpevole senza motivo quando le cose non andavano bene

Raramente o mai 0

Qualche Volta 1

Spesso 2

Quasi sempre 3

 

4. Sono diventata ansiosa o preoccupata senza un buon motivo

Raramente o mai 0

Qualche Volta 1

Spesso 2

Quasi sempre 3

 

5. Mi sono sentita spaventata o nel panico senza un buon motivo

Spesso 3

Qualche volta 2

Non molto 1

Mai 0

 

6. Mi sono sentita sopraffatta dalle cose che accadevano

Sì, il più delle volte non sono in grado di affrontarle 3

Sì, talvolta non le affronto bene come al solito 2

No, il più delle volte le ho affrontate piuttosto bene 1

No, le ho affrontate bene come sempre 0

 

7. Sono così infelice che ho delle difficoltà a dormire

Sì, la maggior parte delle volte 3

Sì, qualche volta 2

Talvolta 1

No, non mi sembra 0

 

8. Mi sono sentita triste o avvilita

Sì, la maggior parte delle volte 3

Sì, frequentemente 2

Talvolta 1

Mai 0

 

9. Sono così infelice che ho pianto

Sì, la maggior parte delle volte 3

Sì, frequentemente 2

Occasionalmente 1

Mai 0

 

10. Il pensiero di farmi del male mi è venuto in mente

Abbastanza spesso 3

Qualche Volta 2

Quasi mai 1

Mai 0

 

Se il punteggio ottenuto è superiore a 12 il rischio di depressione post-partum non deve essere trascurato.                  E’ opportuno consultare uno specialista.

TEST REPERITO SUL WEB

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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DISTURBI DELLA PERSONALITA’

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Disturbi di personalità

E’ uno dei 15 Gruppi di disturbi psichiatrici riconosciuti dal DSM IV. Il disturbo di personalità rappresenta un modello di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo, e determina disagio o menomazione. I disturbi di personalità a loro volta si suddividono in:

disturbo paranoide di personalità è un quadro caratterizzato da sfiducia e sospettosità, per cui le motivazioni degli altri vengono interpretate come malevole.

disturbo schizoide di personalità è un quadro caratterizzato da distacco dalle relazioni sociali e da una gamma ristretta di espressività emotiva.

disturbo schizotipico di personalità è un quadro caratterizzato da disagio acuto nelle relazioni strette, distorsioni cognitive o percettive, ed eccentricità nel comportamento.

disturbo antisociale di personalità è un quadro caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti degli altri.

disturbo borderline di personalità è un quadro caratterizzato da instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti, e da marcata impulsività.

disturbo istrionico di personalità è un quadro caratterizzato da emotività eccessiva e da ricerca di attenzione.

disturbo narcisistico di personalità è un quadro caratterizzato da grandiosità, necessità di ammirazione, e mancanza di empatia.
disturbo evitante di personalità è un quadro caratterizzato da inibizione, sentimenti di inadeguatezza, e ipersensibilità ai giudizi negativi.

disturbo dipendente di personalità è un quadro caratterizzato da comportamento sottomesso e adesivo legato ad un eccessivo bisogno di essere accuditi.

disturbo ossessivo-compulsivo di personalità è un quadro caratterizzato da preoccupazione per l’ordine, perfezionismo ed esigenze di controllo.

Per definizione, un disturbo di personalità è un modo costante di pensare, sentire, e comportarsi relativamente stabile nel tempo.

* American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders , Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana: Masson, Milano.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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TERAPIE PER LA DEPRESSIONE

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La terapia della depressione varia a seconda della gravità degli episodi depressivi. Nei casi più lievi può bastare la sola psicoterapia. Man mano che gli episodi depressivi aumentano e si aggravano diventa necessaria anche l’assunzione di farmaci. Se sono presenti idee di suicidio è necessario rivolgersi subito ad un professionista del settore. Accenneremo in questa pagina alla psicoterapia della depressione ed alle diverse metodologie psicoterapeutiche.

Psicoterapia della depressione

La psicoterapia è un trattamento utile ed efficace nel trattamento della depressione sia da sola che in associazione a terapie farmacologiche. La psicoterapia può essere utile quando:

  • Il soggetto ha risposto positivamente ad una precedente psicoterapia
  • E’ disponibile un terapeuta esperto ed addestrato
  • Ci sono controindicazioni mediche all’assunzione di farmaci
  • Il soggetto preferisce un trattamento psicoterapeutico ai farmaci e la sua depressione non è grave e non presenta sintomi psicotici.

Nella maggior parte dei casi le psicoterapie indicate per la depressione hanno come bersaglio i sintomi depressivi (terapie cognitive o comportamentali) o problemi interpersonali o psicosociali correlati alla depressione (terapia interpersonale), hanno efficacia pratica simile fra loro ed oltre il 50% dei soggetti trattati con la psicoterapia da sola stanno meglio.Tutte le psicoterapie di dimostrata efficacia sono: limitate nel tempo, focalizzate sui problemi attuali, hanno come obiettivo iniziale e principale la risoluzione dei sintomi piuttosto che un cambiamento della personalità.

Psicoterapia comportamentale.

La terapia comportamentale pone attenzione in particolare sul miglioramento delle abilità sociali e di quelle di comunicazione e sulla diminuzione delle esperienze di vita negative o spiacevoli. Un programma di terapia comportamentale prevede tecniche per cambiare i comportamenti e monitorare le attività quotidiane. Questi tipi di programma prevedono un aumento progressivo della difficoltà delle attività che il paziente deve compiere ed aiuta ad identificare soluzioni comportamentali alternative a modelli di comportamento controproducenti. In generale studi scientifici ben eseguiti e adeguatamente controllati hanno dimostrato l’efficacia della terapia comportamentale nel trattamento della depressione. Tuttavia spesso la terapia comportamentale non riceve l’attenzione che merita e alcuni clinici non riconoscono l’efficacia dei trattamenti basati sull’utilizzo esclusivo di tecniche comportamentali.

È stato dimostrato che depressioni poco gravi rispondono in modo positivo ad alcune tecniche di tipo comportamentale quali:

Pianificazione e registrazione di attività piacevoli.

Le persone depresse spesso si trovano a perdere interesse per l’ambiente che li circonda e per le diverse attività. In seguito a ciò interrompono tali attività e si ritirano a livello sociale. Questo comporta un duplice effetto: la persona non può più godere degli effetti antidepressivi legati al fatto di compiere delle attività e si priva altresì della possibilità di trarne godimento e di provare piacere. Inoltre, una persona socialmente isolata viene lasciata a se stessa a pensare alla propria infelicità, rinforzando in questo modo il proprio punto di vista riguardo alla situazione in cui si trova. L’elenco degli eventi piacevoli comprende una serie di attività: si tratta di elaborare una scheda giornaliera in base ad attività che precedentemente piacevano al soggetto e nel fare un programma per praticarle. Alcuni ricercatori hanno provato che questo esercizio svolto regolarmente è efficace per la risoluzione di una depressione leggera.L’attività fa sentire meglio e distrae dai problemi e pensieri negativi, l’attività è di stimolo a fare di più e più l’individuo fa più si sente meglio, inoltre l’attività migliora la capacità a pensare con chiarezza..Nonostante questi vantaggi risulta spesso molto difficile ai soggetti depressi aumentare i livelli di attività a causa dei loro pensieri pessimistici e negativi; essi possono pensare “non mi piacerà”, “è troppo difficile” ecc.Il coinvolgimento dei familiari può essere utile per superare queste difficoltà aiutando a pianificare le attività, ricordando il programma e dando incoraggiamento nonché partecipando alle attività stesse.

Problem solving strutturato

Gli individui depressi spesso fanno più fatica a concentrarsi e perciò anche la soluzione di piccoli problemi di vita può rivelarsi molto difficile. Spesso la depressione e la sensazione di essere senza speranza sono così gravi e persistenti che gli individui possono convincersi che non vi sia soluzione ai loro problemi, I soggetti che hanno questi vissuti sono fortemente a rischio di suicidio. Alcuni ricercatori hanno proposto un modello che correla lo stress ai comportamenti suicidari; questo modello suggerisce che gli individui incapaci di pensare in modo flessibile e di ricercare in modo efficace la soluzione dei problemi quando vanno incontro ad alti livelli di stress, sono incapaci di affrontare i problemi e facilmente si sentono senza speranza e pensano al suicidio come soluzione.

Lo scopo del Problem Solving consiste perciò nel fornire all’individuo un metodo sistematico ed efficace per affrontare e risolvere i problemi di vita quotidiana.

L’uso di questa tecnica non è riservato agli episodi di stress e depressione ma può essere utilizzato nella vita quotidiana aiutando a prevenire difficoltà e stress che potrebbero favorire nuovi episodi psicopatologici.

Numerose ricerche hanno dimostrato che il Problem Solving Strutturato è un trattamento efficace nei depressi e negli individui a rischio di suicidio. L’incremento dell’abilità nel risolvere i problemi ha dimostrato di ridurre la depressione, le sensazioni di solitudine e di disperazione e di aumentare la percezione di autocontrollo; tutti questi fattori sono correlati al rischio di suicidio e perciò cambiamenti positivi di questi aspetti possono ridurre il rischio di suicidio.

Il metodo “a sei-tappe ” del problem solving strutturato.

Il processo del problem solving prevede le seguenti fasi:

Identificazione del problema
Dare una chiara definizione del problema o dell’obiettivo che si vuole raggiungere è un passo di fondamentale importanza nel problem solving. La definizione del problema o dell’obiettivo aiuta a focalizzare il pensiero sul risultato concreto che si desidera ottenere ed a ridurre la possibilità di andare fuori strada. Inoltre definire in modo chiaro il problema o l’ obiettivo renderà più facile riconoscere quando esso sarà stato raggiunto o risolto.In questa tappa del problem solving vengono proposte alcune regole che aiuteranno a definire problemi e obiettivi:

Considerare soltanto un problema alla volta. Se durante una sessione di problem solving emergono altri problemi essi dovranno essere affrontati in una sessione successiva.

Evitare di cercare di risolvere il problema a livello di questo stadio iniziale: ciò ti potrebbe portare fuori strada.

Applicare i principi di pianificazione dell’obiettivo.

Generazione di soluzioni mediante brainstorming

Il brainstorming è un metodo mediante il quale gli individui propongono una svariata serie di soluzioni alternative al problema. Piuttosto che provare a pensare alla soluzione migliore o ideale l’individuo può elencare qualsiasi idea gli passi per la mente, incluse quelle che gli sembrano poco utili o addirittura assurde. Occorre incoraggiare i soggetti ad usare la propria immaginazione. Anche se una soluzione all’inizio può sembrare ridicola, l’idea può aiutare a trovare soluzioni migliori di quelle che appaiono più ovvie. In questa fase del problem solving le soluzioni non vengono discusse, ma vengono solo elencate.

Valutare le soluzioni.

Questa fase prevede una breve discussione dei vantaggi e degli svantaggi di ciascuna soluzione. Non è necessario scrivere ogni singolo punto, ma semplicemente scorrere velocemente la lista delle soluzioni prendendo nota dei punti di forza e di debolezza di ciascuna. Nessuna soluzione sarà perfetta poiché ogni buona idea avrà anche alcuni difetti, per esempio richiederà tempo o denaro o capacità che gli individui non hanno in quel momento. Inoltre anche le peggiori idee presenteranno comunque alcuni vantaggi. Per esempio possono essere facili da applicare, ma non risolvere realmente il problema nel lungo periodo.

Scegliere la soluzione ottimale

Lo scopo di questa fase consiste nello scegliere la soluzione o combinazione di soluzioni che risolveranno il problema o raggiungeranno l’obiettivo. Nella maggior parte dei casi è utile che l’individuo scelga una soluzione che possa essere facilmente messa in pratica anche se questa soluzione potrebbe non essere la soluzione ideale. È importante che gli individui possano iniziare a migliorare. Sebbene il problema possa non essere risolto immediatamente la soluzione può comunque aver fatto ottenere un risultato positivo e quello che si è imparato da questo primo tentativo può essere utile per la seconda occasione. Questo approccio è preferibile rispetto a scegliere una soluzione destinata a fallire perché chiaramente troppo ambiziosa.

Preparare un piano.

Preparare un dettagliato piano d’azione aumenta di molto la possibilità che il problema venga risolto. Anche se la soluzione prescelta è eccellente, essa non sarà di alcuna utilità se non viene messa in pratica. La più comune ragione di fallimento è la mancanza di un piano di azione. È perciò necessario che gli individui spendano un po’ di tempo per questa fase di pianificazione. È utile che il piano di esecuzione abbia risposto ad alcune domande di base:

  • L’individuo ha tutte le risorse necessarie (per esempio tempo, denaro, abilità) o può fare ricorso ad un aiuto esterno?
  • L’individuo ha ottenuto l’accordo a collaborare delle altre persone a cui è rivolto il piano?
  • Tutti quelli che sono coinvolti nel problem solving sanno esattamente che cosa devono fare e quando farlo?
  • Sono state prese in considerazione tutte le possibili difficoltà?
  • È stato previsto che cosa fare per affrontare le difficoltà previste?
  • Ci si è esercitati sulle parti più difficili del piano (per esempio fare le telefonate o preparare un discorso)?

Sono state riviste tutte le fasi del piano? Se il piano coinvolge molte persone è utile nominare un coordinatore che verifichi i progressi e le difficoltà e ricordi agli altri le cose che devono fare.

Questa parte del piano prevede che ciascuno abbia dato prima il suo accordo su cosa dovrà fare e sappia che gli verrà ricordato.

Verifica del piano.

Il problem solving è un processo continuo poiché spesso i problemi non vengono risolti né gli obiettivi raggiunti al primo tentativo. Non tutte le possibili difficoltà ed ostacoli possono venire previste e così verifiche periodiche sono necessarie per affrontare difficoltà inattese. Potrebbe essere necessario cambiare alcune cose da fare o altre dovranno essere aggiunte. È anche importante lodare tutti gli sforzi che sono stati fatti, ricompensare tutti coloro che sono stati coinvolti nel lavoro che è stato fatto facilita il fatto che il processo venga attuato e che i problemi vengano risolti in futuro.

Quando la cose non vanno come è stato previsto è utile:

  • Chiedersi che cosa è andato storto
  • Chiedersi che cosa è andato bene
  • Chiedersi quali strategie alternative potrebbero essere usate

Incoraggiare gli individui a riconoscere e ad esprimere il loro disappunto, ma non permettere che il disappunto si trasformi in una catastrofe

Le difficoltà sono generalmente dovute ad una inadeguata strategia di pianificazione piuttosto che a incapacità delle persone. Ciascuno fa il meglio che può fare.

Considerare ogni tentativo un successo parziale piuttosto che un fallimento

Considerare un successo parziale come un esercizio pratico e un’utile esperienza di apprendimento

Incoraggiare l’individuo a provare ancora il più presto possibile.

Psicoeducazione

Fornire informazioni sulle malattie mentali ai pazienti ed ai loro familiari è una caratteristica fondamentale di tutti i buoni programmi che si propongono di trattare in modo efficace un disturbo mentale .

Se i soggetti non conoscono il disturbo di cui soffrono ed i trattamenti per curarlo faranno molta fatica a seguire qualsiasi programma di trattamento e ad affrontare con successo il loro disturbo. L’educazione fornisce le conoscenze di base che aumentano le capacità dell’individuo di controllare il suo disturbo; questo aiuta a ridurre i sentimenti di disperazione e aumenta il senso di benessere.

In particolare sono importanti le seguenti informazioni:

  • La depressione è una malattia, non un segno di debolezza o di difetto del carattere.
  • Informazioni sulle cause e la prognosi del disturbo.
  • La guarigione è la regola e non l’eccezione.
  • Ci sono molti tipi di trattamento efficaci.
  • L’obiettivo del trattamento è stare bene.

I tassi di ricaduta sono abbastanza alti: il 50% dei soggetti che hanno avuto un episodio di depressione avranno un nuovo episodio, il 70% di chi ha avuto 2 episodi avrà un nuovo episodio e il 90% di chi ha avuto 3 episodi ne avrà un altro.

Il paziente ed i familiari devono essere addestrati a riconoscere i segni precoci di una eventuale ricaduta che possono comprendere: cambiamenti del sonno, diminuita concentrazione, perdita di energia, irritabilità, riduzione degli abituali interessi, calo dell’umore.

Fornire informazioni sui diversi tipi di trattamento disponibili (farmaci, psicoterapia, ECT) e le loro caratteristiche (effetti collaterali, costi, durata)

Una scheda contenente informazioni utili migliora la l’utilizzo corretto e regolare dei farmaci, essa deve contenere le seguenti istruzioni:

  • Prendi i farmaci tutti i giorni
  • Non sospendere le terapie senza avvertire il medico
  • Gli effetti collaterali sono in genere sopportabili e indicano che il farmaco sta facendo effetto, chiama il medico se sono esagerati
  • Ricorda che normalmente sono necessarie 2-3 settimane prima di sentirsi meglio.
  • Non sospendere i farmaci quando inizi a sentirti bene o la depressione potrà tornare.

Insegnamento di tecniche di rilassamento

Molti individui depressi hanno anche problemi significativi di ansia; in questi casi è utile insegnare loro metodi non farmacologici per ridurre l’ansia.

Un metodo molto efficace se se utilizzato in modo adeguato e regolare è il rilassamento muscolare progressivo.

5.Addestramento all’assertività e miglioramento delle abilità di comunicazione

Abbiamo visto che ai soggetti depressi giova aumentare le attività gratificanti, spesso tali attività prevedono di interagire con altre persone. I soggetti depressi spesso si sentono a disagio nelle situazioni sociali e sono particolarmente sensibili alle critiche, inoltre fanno fatica ad esprimere i loro sentimenti; tenersi dentro i sentimenti negativi rende più difficile affrontare le situazioni stressanti e conflittuali.

Una comunicazione chiara ed assertiva è perciò importante nelle relazioni interpersonali.

Insegnare abilità che migliorano le capacità di comunicazione e di interagire con gli altri in modo adeguato, non conflittuale e assertivo da alle persone un maggiore senso di controllo sulla propria vita e questo è particolarmente di aiuto a chi soffre di depressione.

Terapia cognitivo-comportamentale

Come viene utilizzata la terapia cognitivo-comportamentale e quanto è efficace?

Il trattamento psicologico più ampiamente studiato per la depressione è la terapia cognitivo-comportamentale, spesso denominata semplicemente terapia cognitiva. In pratica la terapia cognitivo-comportamentale prevede generalmente tra le 15 e le 20 sedute nell’arco di 12-16 settimane.

Le persone depresse hanno tipicamente una visione negativa di se stessi, del mondo e del futuro.

Lo scopo della terapia cognitiva consiste nell’identificare e prendere consapevolezza di questi tipi di pensiero dannoso per rimpiazzarli con pensieri più realistici, razionali e utili.

Nel corso della terapia il paziente viene incoraggiato a fare attenzione ai suoi comportamenti e ai pensieri e emozioni ad essi associati. L’idea è di aiutare i pazienti a capire la connessione tra questi pensieri ed emozioni e i loro comportamenti. I pazienti e i terapeuti esaminano le convinzioni sottostanti i pensieri positivi e negativi e l’obiettivo è quello di modificare i pensieri negativi che portano alla depressione. Il cuore della terapia consiste nel mantenere i pensieri positivi e combattere quelli negativi, ed allo stesso modo i comportamenti, che caratterizzano la depressione. Vengono inoltre utilizzati nei programmi di terapia cognitiva le tecniche comportamentali sopra descritte.

In generale la terapia cognitivo-comportamentale è un trattamento efficace per la depressione come confermato da molti studi condotti in ogni parte del mondo.

Ad ogni modo nei pazienti con depressione più grave il miglior trattamento rimane la terapia farmacologica in combinazione con la terapia cognitivo-comportamentale.

La cosa più importante da ricordare circa la terapia cognitivo comportamentale è che l’efficacia pratica dipende da quanto è preparato il terapeuta. La terapia cognitiva è molto di più del “potere del pensiero positivo” (come molti diffusi libri di psicologia potrebbero indurvi a credere). Ogni terapeuta che utilizza questa tecnica deve quindi essere addestrato in modo adeguato a questa tecnica prima di utilizzarla.

Terapia interpersonale

Come è utilizzata la terapia interpersonale nel trattamento della depressione e quanto è efficace?

La psicoterapia interpersonale è basata sull’assunto che le relazioni interpersonali del paziente giocano un ruolo significativo sia nell’esordio sia nel mantenimento della depressione. Pertanto il cuore della terapia consiste nell’identificazione e miglioramento delle difficoltà nel funzionamento interpersonale combattendo l’isolamento sociale, affrontando problemi irrisolti, prendendo in considerazione conflitti interpersonali, aree problematiche (per esempio il lutti non risolti).

Alcuni ampi studi hanno dimostrato l’efficacia della terapia interpersonale nel trattamento della depressione e che la terapia interpersonale, da sola o associata agli antidepressivi, è una strategia di successo nel trattamento della depressione.

In generale la psicoterapia interpersonale prevede incontri settimanali per 12-16 settimane.

Anche questo tipo di terapia richiede terapeuti specificamente addestrati; è più diffusa nei Paesi anglosassoni e molto meno in Italia.


Quale trattamento?

La scelta di un trattamento dipende da molti fattori, tra i quali: la gravità della depressione, la disponibilità dei trattamenti, le convinzioni e la disponibilità del paziente circa l’uso di farmaci o di terapie alternative.

Indicativamente si potrebbe suggerire:

Per la depressione lieve potrebbe essere sufficiente pianificare e attuare attività piacevoli ed effettuare problem solving strutturati.

Per la depressione moderata: terapia farmacologica o psicoterapia (cognitivo-comportamentale o interpersonale) o entrambe.

Per la depressione grave: terapia farmacologica come prima cosa, cui può essere associata successivamente la psicoterapia soprattutto per ridurre il rischio di ricadute.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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RIFLESSIONI SULLA DEPRESSIONE

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«La depressione si configura come un singolare stato d’animo che costringe la persona in una condizione di prigionia emotiva e di allontanamento dal mondo. La “prigione” è data dall’individuo stesso, dal suo mondo interno che lo inghiottisce ogni giorno di più, dalle tenebre dentro le quali precipita accompagnato solo dalla spiacevole sensazione di non poter più fare ritorno. Non c’è nulla, ma proprio nulla, nella realtà esterna che possa sollecitare l’interesse del depresso, men che mai accendere un barlume di progettualità. Quando sentiamo parlare della cosiddetta “mancanza di interessi” che caratterizzerebbe le persone depresse, non facciamo altro che confrontarci con un banalissimo luogo comune, un buffo eufemismo che riesce a spostare l’attenzione solo sulla punta dell’iceberg. La depressione distrugge gli interessi della persona, li sgretola fino al punto di farli diventare finissima sabbia. E per quanti sforzi l’individuo compia, per quanto impegno possa metterci, per quanto aiuto possa ricevere, i suoi granitici interessi e le sue solide attività sono ora solo sabbia che sfugge tra le sue dita. Uno stato depressivo non lascia spazio alla forza d’animo, alle motivazioni, alla capacità di progettare. In questa cupa sensazione di disperato abbandono l’unico “desiderio” che è possibile avvertire è che l’incubo finisca il prima possibile. E per un buffo scherzo del destino è il depresso stesso a procrastinare sempre più il risveglio dall’incubo: dormendo quasi tutto il giorno — oppure aspettando con ansia di poterlo fare — la persona depressa si arrende supina alla letargia della sua vita. Eppure, sebbene possa sembrare paradossale, soprattutto quando sopraggiunge una depressione profonda è il caso di dire “non tutti i mali vengono per nuocere”. Lo stato di grave prostrazione e l’abbattimento che si vengono così a creare, infatti, costringono gioco-forza l’individuo a confrontarsi con gli aspetti più oscuri, segreti e imprevedibili della sua personalità. Sprofondando fino negli abissi dell’anima, prima o poi giunge il momento in cui “si tocca il fondo”. Gli elementi che permettono di comprendere di aver “toccato il fondo” variano da persona a persona, ma in genere è la consapevolezza di aver calpestato se stessi, di essersi lasciati risucchiare da una condizione di degrado personale e psicologico, a far si che il depresso si senta percorso da un brivido raggelante. E questo un breve ma preziosissimo momento, in cui una flebile luce rischiara per qualche istante il buio in cui si è immersi. Sono attimi da prendere al volo, in cui si deve decidere rapidamente se distendersi su quel fondale attendendo la morte dell’anima o, viceversa, se trasformare quello stesso fondale in una piattaforma di lancio da cui ripartire ed emergere. Soltanto chi avrà vissuto sulla propria pelle l’avventura spaventosa e affascinante di un viaggio nei sotterranei della propria anima potrà capire questo discorso, tutti gli altri dovranno accontentarsi di assistere increduli alle evoluzioni della psiche altrui. Un aspetto veramente interessante della depressione è dato dallo sfacciato contrasto tra la sterilità di giorni trascorsi come creature prigioniere della propria vita, e la grande fertilità del momento in cui si decide di ricominciare a vivere. In quel momento, infatti, l’individuo porta sulle proprie spalle un pesante carico: si tratta di tutte le esperienze psicologiche e delle riflessioni generate dalla depressione stessa. Che non sono una zavorra, ma un prezioso bagaglio che l’individuo potrà decidere di mettere a frutto. Da una depressione non si emerge mai come si era prima di sprofondarvi, la depressione è soprattutto metamorfosi e, spesso, arricchimento interiore. La sofferenza dell’anima e la depressione, che di essa costituisce uno dei più “illustri” rappresentanti, divengono spesso scintille da cui divampa un vero incendio creativo, o la volontà di occuparsi di rinnovati interessi.»

A. Carotenuto, Il Fondamento della Personalità, Studi Bompiani, Milano 2000

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

DEPRESSIONE POST-PARTUM

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È molto frequente che una neo mamma si senta triste e depressa dopo la nascita del suo bambino. Infatti, molte donne manifestano dopo il parto crisi di pianto, cambiamenti di umore, irritabilità, stanchezza e sensazione di inadeguatezza nei confronti della nuova situazione. Questa leggera forma di depressione, tuttavia, passa generalmente in breve tempo e senza che si renda necessario un intervento medico e seguendo alcuni dei semplici consigli riportati nel riquadro accanto.

Per una percentuale almeno pari al 10% delle donne che hanno appena avuto un bambino, invece, viene formulata una diagnosi di vera e propria depressione post-partum .
In queste pazienti la sensazione di tristezza che compare dopo il parto, invece di diminuire nel tempo, si acuisce. I sintomi che accompagnano questa condizione possono essere:

  • perdita o aumento eccessivo di appetito
  • difficoltà a prendere sonno oppure a rimanere sveglie
  • stanchezza e disinteresse per le attività quotidiane
  • incapacità di prendere decisioni
  • difficoltà di concentrazione e di memoria
  • assoluta indifferenza o preoccupazioni ingiustificate nei confronti del neonato.

Possono, inoltre, comparire forti cefalee, palpitazioni ed attacchi di panico. In alcuni rari casi, si può verificare che la depressione sia accompagnata da psicosi . In queste situazioni, in aggiunta ai sintomi legati allo stato depressivo, la donna comincia a soffrire di allucinazioni e di fissazioni, perdendo gradualmente il contatto con la realtà.

L’insorgenza della depressione post-partum è dovuta ad un insieme di cause che non sono ancora state chiarite del tutto. Sicuramente la comparsa della sintomatologia è correlata sia all’intensa esperienza fisica ed emotiva vissuta con il parto sia ai cambiamenti ormonali che avvengono nella donna dopo la nascita di un bambino.

Esistono, però, dei fattori di rischio che rendono un soggetto più sensibile alla depressione post-partum:

  • avere già sofferto di depressione prima della gravidanza
  • avere sofferto di depressione post-partum dopo una precedente gravidanza
  • avere familiari che hanno sofferto di depressione e, soprattutto, di depressione post-partum.

Nel caso in cui in una neo mamma compaiano alcuni dei sintomi caratteristici legati a questo disturbo è opportuno rivolgersi con tempestività al medico il quale valuterà la situazione e se necessario prescriverà alla paziente la terapia ritenuta più idonea. Il trattamento varia in relazione alla gravità dei sintomi ed alle condizioni fisiche della donna; consiste generalmente nella somministrazione di farmaci antidepressivi abbinata talvolta a sedute di psicoterapia. La condizione di depressione post-partum, opportunamente trattata, può essere risolta completamente in tempi brevi.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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