L’INTERPRETAZIONE DEI SOGNI

Condividi

“Nei sogni la vita di tutti i giorni, con le sue fatiche ed i suoi piaceri, con le sue gioie ed i suoi dolori, non si ripete mai; al contrario, i sogni hanno lo scopo di liberarcene. Anche quando tutta la nostra mente è presa da qualcosa, quando siamo abbattuti da qualche profondo dispiacere, o quando tutto il nostro potenziale intellettivo è assorbito da qualche problema, il sogno non farà altro che entrare nella tonalità del nostro umore e rappresentare la realtà in simboli.”

“I sogni ci rammentano continuamente cose a cui abbiamo cessato di pensare e che da lungo tempo hanno perso importanza per noi.”
SIGMUND FREUD
video tratto dal film IO TI SALVERO’ di Hitchckok

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

PER ALLEVIARE IL DOLORE DIVENTA UN LAGO

Condividi

Un giorno un ragazzo molto infelice si recò da un saggio maestro e gli raccontò della sua triste vita, chiedendo una soluzione. Il maestro lo ascoltò a lungo senza interromperlo, poi disse al ragazzo di mettere un pugno di sale in un bicchiere e di berlo.

“Che sapore ha?” chiese il maestro.

“Terribile.” esclamò il ragazzo.

Il maestro sorrise e chiese al ragazzo di prendere un’altra manciata di sale e di gettarla nel lago. I due camminarono in silenzio fino al lago poco lontano e quando il giovane gettò la manciata di sale nel lago il maestro disse:

“Adesso bevi l’acqua.”

E come il giovane bevve, il maestro chiese:

“Che sapore ha?”

“E’ buonissima.” esclamò il ragazzo.

“Riesci a sentire il sale?” chiese il maestro.

“No, per niente.” rispose il giovane.

Il maestro si sedette a fianco del giovane infelice, prese le sue mani e disse:

“Il dolore della nostra vita è come un pugno di sale; niente di più, niente di meno. La quantità di dolore nella nostra vita rimane sempre la stessa. Ma il sapore del nostro dolore dipende dal contenitore in cui lo poniamo. Quindi quando soffriamo, l’unica cosa che possiamo fare è di ampliare la nostra percezione delle cose. Smetti di essere un bicchiere, diventa un lago.”
Autore Sconosciuto

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

L’IMPORTANZA DEL TEMPO

Condividi

“Comportati così, Lucilio mio, rivendica il tuo diritto su te stesso e il tempo che fino ad oggi ti veniva portato via o carpito o andava perduto, raccoglilo e fanne tesoro. Convinciti che è proprio così, come ti scrivo: certi momenti ci vengono portati via, altri sottratti e altri ancora si perdono nel vento. Ma la cosa più vergognosa è perder tempo per negligenza. Pensaci bene: della nostra esistenza buona parte si dilegua nel fare il male, la maggior parte nel non far niente e tutta quanta nell’agire diversamente dal dovuto.
Puoi indicarmi qualcuno che dia un giusto valore al suo tempo, e alla sua giornata, che capisca di morire ogni giorno? Ecco il nostro errore. Vediamo la morte davanti a noi e invece gran parte di essa è già alle nostre spalle: appartiene alla morte la vita passata. Dunque, Lucilio caro, fai quel che mi scrivi: metti a frutto ogni minuto; sarai meno schiavo del futuro, se ti impadronirai del presente. Tra un rinvio e l’altro la vita se ne va.
Niente ci appartiene, Lucilio, solo il tempo è nostro. La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile: chiunque voglia può privarcene. Gli uomini sono tanto sciocchi che se ottengono beni insignificanti, di nessun valore e in ogni caso compensabili, accettano che vengano loro messi in conto e, invece, nessuno pensa di dover niente per il tempo che ha ricevuto, quando è proprio l’unica cosa che neppure una persona riconoscente può restituire”
Lettera di Seneca a Lucilio

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

SITI www.maldamore.it www.laterapiadicoppia.it www.psicologiadellamore.it www.robertocavaliere.it www.psicologiadeltradimento.it

UN RACCONTO CHE DICE COSA FARE QUANDO NON SI SA COSA FARE

Condividi

In questo racconto buddista c’è un indicazione su cosa fare in quei casi in cui non si sa cosa fare

Buddha e i suoi discepoli intrapresero un lungo viaggio durante il quale attraversarono diverse città. Un giorno in cui faceva molto caldo, avvistarono un lago e si fermarono stremati dalla sete. Buddha chiese al suo giovane discepolo, famoso per la sua natura impaziente:

– Ho sete. Puoi portarmi dell’acqua di quel lago?

Il discepolo andò al lago, ma quando arrivò, vide che proprio in quel momento lo stava attraversando un carro trainato da buoi. Di conseguenza, l’acqua era diventata molto torbida. Il discepolo pensò: “Non posso dare da bere al maestro quest’acqua fangosa”.

Così tornò e disse a Buddha:

– L’acqua del lago è molto fangosa. Non penso che possiamo berla.

Dopo mezz’ora, Buddha chiese allo stesso discepolo di tornare al lago e portargli dell’acqua da bere. Il discepolo tornò al lago.

Però, con suo sgomento, vide che l’acqua era ancora sporca. Tornò e lo disse a Buddha, questa volta con un tono conclusivo:

– L’acqua di quel lago non si può bere, faremmo meglio a raggiungere il villaggio dove gli abitanti possono darci da bere dell’acqua pulita.

Buddha non gli rispose, ma non si mosse neanche lui. Dopo un po’, chiese sempre allo stesso discepolo di tornare al lago e portargli dell’acqua.

Il discepolo andò di nuovo al lago perché non voleva sfidare il maestro, ma era furioso perché questo lo mandava avanti e indietro dal lago, quando sapeva già che l’acqua fangosa non poteva essere bevuta.

Ma questa volta, quando arrivò sulla riva del lago l’acqua era limpida e cristallina. Così ne raccolse un po’ e la portò a Buddha.

Buddha guardò l’acqua, e poi disse al suo discepolo:

– Cosa hai fatto per pulire l’acqua?

Il discepolo non capiva la domanda, era evidente che non aveva fatto nulla. Buddha quindi gli spiegò:

– Aspetta e lasciala stare. Quindi il fango si deposita da solo e tu hai dell’acqua pulita. Anche la tua mente è così! Quando è disturbata devi solo lasciarla stare. Dagli un po’ di tempo. Non essere impaziente Troverà l’equilibrio da sola. Non devi fare alcuno sforzo per calmarla. Tutto passerà se non ti afferri.

Concluderei con questa citazione:

““Torna indietro!” il bruco la richiamò, “ho qualcosa di importante da dirti!”.
Sembrava promettente: Alice si voltò e tornò indietro.
“Mantieni la calma,” disse il bruco.”
(Lewis Carroll)

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

COME TERAPIA “DOSI DI NATURA” AL POSTO DEI FARMACI

Condividi

Il sistema sanitario scozzese ha creato, recentemente, il programma “Nature Prescription” i cui medici che vi aderiranno, raccomanderanno ad alcuni loro pazienti (principalmente quelli affetti da malattie croniche come ansia, depressione, diabete e ipertensione) delle “dosi” di natura, che saranno parte integrante della terapia “tradizionale”. Il programma è gestito dal National Health Service del Regno Unito e dalla Royal Society of the Protection of Birds (Rspb), un ente per la conservazione della natura, e la sua sperimentazione è iniziata in 10 cliniche pubbliche dell’arcipelago scozzese delle isole Shetland.

Il programma, considerato il primo del suo genere nel Regno Unito, consiste in un approccio non farmacologico, ossia nella prescrizione di diverse attività da svolgere all’aria aperta, partendo proprio dal presupposto che la natura possa effettivamente offrire alle persone benefici per la salute, e aiutare a trattare una serie di problemi quali ansia, depressione, diabete, ipertensione, oltre a migliorare il benessere personale. “Esiste una prova schiacciante che la natura abbia benefici per la salute del corpo e della mente”, afferma Karen MacKelvie, responsabile della comunità Rspb. Infatti, commenta Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg) l’idea non è affatto nuova.

“Tutti i medici sanno che praticare in maniera sistematica alcune buone abitudini, come svolgere regolarmente l’attività fisica, migliora il benessere e la salute delle persone”, spiega l’esperto. “Il concetto di vivere la natura, inoltre, va al di là del puro esercizio fisico. La componente naturalistica, infatti, è una parte fondamentale della terapia, perché aggiungendo rilassamento e distensione apporta un miglioramento conclamato delle condizioni psichiche dei pazienti”. Come precisa l’esperto, ormai da anni i medici dispensano consigli e indicazioni non solo a pazienti affetti da patologie croniche come l’obesità, malattie metaboliche, respiratorie e cardiache, ma anche a persone che sono in buona salute. “L’adozione di uno stile di vita attivo dovrebbe essere una norma assoluta per tutti”, spiega Cricelli. “Tra le tante indicazioni, per esempio, c’è quello di ridurre al minimo l’uso della macchina, fare tra i 5 e i 10mila passi al giorno, evitare le zone affollate e ricche di inquinanti”.

A seconda delle stagioni dell’anno, i medici avranno a disposizione un opuscolo e calendario, grazie ai quali potranno dare consigli e suggerimenti ai loro pazienti su quali attività all’aria aperta potrebbero svolgere. Per esempio, durante l’estate i pazienti potrebbero essere incoraggiati a fare passeggiate sulla spiaggia alla ricerca di conchiglie. In primavera, invece, potrebbero esplorare nuovi sentieri o imparare a riconoscere le piante. Nei mesi invernali, i pazienti saranno ancora invitati a uscire, anche se per periodi di tempo più brevi, magari svolgendo attività come il birdwatching o rimanere fermi per alcuni minuti ad ascoltare i rumori dell’ambiente che li circonda. “In definitiva – si legge nell’opuscolo – i pazienti sono invitati a uscire di casa in qualsiasi condizione atmosferica, sentire l’ebbrezza del vento o della pioggia sul proprio viso, per mantenere un collegamento diretto con la natura per tutto l’anno”.

Con questo programma, il National Health Service non sta suggerendo assolutamente che le “dosi” di natura possano in alcun modo sostituire le medicine convenzionali. “Non si tratta assolutamente di una sostituzione della terapia o di una cura per queste patologie croniche”, spiega Cricelli. “Queste attività sono azioni coadiuvanti ai trattamenti, ovvero devono essere intese come uno strumento di aiuto e complementare ai farmaci che, auspicabilmente, porta a migliorare la salute fisica e mentale delle persone”

fonte: https://www.repubblica.it/salute/2018/10/22/news/raccolta_funghi_passeggiate_e_giardinaggio_i_medici_ora_prescrivono_dosi_di_natura-209194658/?ref=fbpr&fbclid=IwAR350vDAso7OB5ujV3VZ-lPo7x9_yPbCOCGg5XZ5sP8Zgr9205EBZ4EU6E4

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL CAMMINO DI SANTIAGO RENDE FELICI E CAMBIA LA VITA

Condividi

Si chiama Ultreya, come l’esortazione che si fa ai pellegrini per andare avanti e proseguire sulla strada. Ed è una ricerca promossa dall’Università di Saragozza che per la prima volta vuole misurare gli effetti del Cammino di Santiago sul benessere fisico e mentale. Tutti coloro che intendono partire possono partecipare rispondendo a un questionario e attraverso ulteriori domande – al ritorno e dopo massimo tre mesi – i ricercatori profileranno nel rispetto della privacy gli effetti a breve e lungo termine. Finora sono migliaia le persone che hanno contribuito con le loro esperienze alla ricerca, dalle quali emergono risultati chiari: sì, il Cammino di Santiago cambia la vita in meglio.

È emerso che il percorso stimola alla meditazione inducendo “positivi effetti terapeutici”, e consente di socializzare così come di focalizzarsi sui propri obiettivi. Fa anche aumentare la fiducia verso l’altro, grazie alla solidarietà che si sperimenta sulla via. E aumentano consapevolezza di sé, autostima e possibilità di concentrarsi sul presente. Il ricercatore e psichiatra Javier García Campayo, coordinatore del Master in Mindfulness presso l’Università di Saragozza, parlando al Corriere della Sera dei primi risultati della ricerca ha spiegato quali siano i fattori del benessere emersi con maggiore chiarezza.

Al primo posto la solitudine “perché, anche se il percorso lo si può fare in compagnia, si ripensa ai diversi aspetti della propria vita”. Poi ci sono “la solidarietà, sia con i pellegrini lungo la Via sia negli ostelli e, infine, il dolore fisico che si è dovuto sopportare”.

LIBROTERAPIA: LEGGERE DOSTOEVSKIJ

Condividi

Dobbiamo leggere Dostoevskij quando ci sentiamo a terra, quando abbiamo sofferto sino ai limiti del tollerabile e tutta la vita ci duole come un’unica piaga bruciante e cocente, quando respiriamo la disperazione e siamo morti di mille morti sconsolate. Allora, nel momento in cui – soli e paralizzati in mezzo allo squallore – volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poeta.

Allora, infatti, non siamo più spettatori, non siamo più giudici e degustatori, ma siamo dei poveretti in mezzo a tutti i poveri diavoli dei suoi romanzi, e soffriamo le loro pene, fissiamo anche noi, ammaliati e senza respiro, il vortice della vita, la macina instancabile della morte. E in quei momenti avvertiamo anche la musica di Dostoevskij, il suo conforto, il suo amore, e solo allora sperimentiamo il senso meraviglioso del suo terrificante e spesso così infernale mondo poetico.

Due forze ci afferrano nei suoi libri. La prima è la disperazione, l’accettazione del male, il subire, il non più opporsi alla crudele, sanguinosa durezza e problematicità della natura umana. Di questa morte bisogna morire, quest’inferno deve essere attraversato, se si vuole che anche l’altra voce del maestro, quelle celestiale, giunga fino a noi. La nuda sincerità con cui si confessa che la nostra vita umana è una cosa misera, incerta e forse disperata, è l’indispensabile premessa. Dobbiamo esserci arresi al dolore, abbandonati alla morte, il ghigno infernale della realtà nuda e cruda deve aver raggelato i nostri occhi, prima che si possa essere in grado di accogliere la profondità e la verità dell’altra, della seconda voce.

Hermann Hesse

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL RACCONTO TERAPEUTICO DELL’ASINO NEL POZZO

Condividi

Un giorno l’asino si sporse troppo nel pozzo e perdendo l’equilibrio vi cadde dentro.

Il pozzo era profondo e l’asino, non potendo risalire, iniziò a ragliare disperatamente. Il contadino non appena lo udì accorse per aiutarlo.

Il contadino cominciò a pensare a da farsi ma il punto era che il pozzo era praticamente secco e l’asino molto vecchio. Il contadino cominciò a pensare che non valeva la pena ingegnarsi e sforzarsi per cercare di recuperare l’animale.

A quel punto chiamò alcuni contadini perché lo aiutassero a seppellire vivo l’asino. Ognuno di loro prese una pala e cominciò a buttare terra all’interno del pozzo. L’asino non tardò a rendersi conto di quello che stavano facendo e cominciò a ragliare ancora più forte.

Dopo un po’ l’asino non emise più alcun suono.

Il contadino si affacciò allora nel pozzo per vedere se fosse già morto, ma con grande stupore, non solo era ancora vivo, ma si stava scrollando di dosso la terra e avendola fatta cadere al suolo ci saliva sopra.

In men che non si dica l’asino riuscì ad arrivare all’apertura del pozzo e a uscirne trottando.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL RACCONTO TERAPEUTICO DELLA GARA DEI RANOCCHI

Condividi

Quel giorno si sarebbe tenuta una famosa competizione di ranocchi. Il primo a raggiungere la sommità della torre sarebbe stato il vincitore.

La folla giunse da ogni parte della città ad ammirare la gara ma non appena iniziò si accorsero di quanto fosse alta quella torre.

I ranocchi cominciarono a saltare con grande determinazione ma tra la folla cominciarono a farsi largo alcuni commenti: “È impossibile. Non ce la faranno mai”.

I ranocchi continuavano con impegno e tenacia a saltare ma tra le persone cominciarono a farsi sempre più forti i dubbi su quella gara. La gente non credeva possibile che i ranocchi potessero raggiungere la cima della torre: “È troppo alta! Non ce la possono fare!”. Alcuni ranocchi udendo tali commenti cominciarono ad abbandonare la competizione, mentre altri continuarono la loro corsa.

Nel frattempo la folla proseguiva con i suoi commenti: “Poveretti, che pena! Non ce la faranno mai!”. Altri ranocchi ascoltando quei commenti si accorsero di quanto fosse realmente alta la torre e seppur con grande dispiacere si ritirarono dalla gara.

Le persone che osservavano la competizione continuavano a commentare a gran voce: “E’ troppo alta, non ce la faranno mai!”.

Di lì a poco tutti i ranocchi si diedero per vinti, tranne uno che, con grande fatica, arrivò fino alla vetta della torre.

Tutti vollero sapere come quel ranocchio avesse fatto a compiere un’impresa così difficile e quando si avvicinarono a lui per chiederglielo fecero una curiosa scoperta: quel ranocchio vincitore… era sordo!

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL RACCONTO TERAPEUTICO DELL’ALBERO TRISTE

Condividi

C’era una volta un bellissimo giardino, con alberi e fiori di ogni tipo, meli, aranci e rose. Tutti felici e soddisfatti. C’era solo felicità in quel giardino, tranne che per un albero che era molto triste. Il povero albero aveva un problema: non sapeva chi fosse!

“Ti manca la concentrazione” gli disse il melo “se davvero ti impegni, puoi fare mele deliziose. Guarda com’è facile”.

“Non ascoltarlo” intervenne il cespuglio di rose “e guarda quanto siamo belle noi!”.

L’albero disperato provò a seguire ogni consiglio. Cercò di produrre mele e far sbocciare rose ma, non riuscendo, a ogni tentativo si sentiva sempre più frustrato.

Un giorno un gufo arrivò nel giardino.

Era il più saggio di tutti gli uccelli e vedendo la disperazione dell’albero esclamò: “Non ti preoccupare. Il tuo problema non è così serio. È lo stesso di tanti esseri umani! Ti darò io la soluzione: non passare la tua vita ad essere ciò che gli altri vogliono che tu sia. Sii te stesso. Conosci te stesso e per far ciò ascolta la tua voce interiore”. Poi il gufo scomparve.

“La mia voce interiore? Essere me stesso? Conoscere me stesso?” l’albero disperato pensava tra sé e sé alle parole del gufo quando all’improvviso comprese. Si tappò le orecchie e aprì il suo cuore e sentì la sua voce interiore che gli stava dicendo “Non darai mai mele perché non sei un melo, e non fiorirai ogni primavera perché non sei un cespuglio di rose. Tu sei una Sequoia, e il tuo destino è crescere alto e maestoso. Sei qui per offrire riparo agli uccelli, ombra ai viaggiatori, bellezza al paesaggio! Tu hai questa missione! Seguila!”.

A queste parole l’albero si sentì forte e sicuro di sé e cessò ogni tentativo di diventare qualcun altro ed esattamente quello che gli altri si aspettavano da lui. In breve tempo riempì il suo spazio e divenne ammirato e rispettato da tutti. Solo da quel momento il giardino divenne completamente felice.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it