Il problema dei disturbi alimentari sta diventando
ogni giorno più importante e urgente: i mezzi di comunicazione
di massa gli dedicano spazi sempre più ampi; mentre terapeuti
e ospedali hanno a che fare con un numero di casi in continua crescita.
L’anoressia e la bulimia sembrano essere i disturbi della nostra
epoca. I mass media bombardano il pubblico con immagini di donne snelle
e dilaga il modello della magrezza.
In più, negli ultimi vent’anni si è andato evidenziando
come il problema del sovrappeso e dell’obesità nell’adulto
e nel bambino abbia assunto le dimensioni di una vera emergenza sanitaria.
La letteratura scientifica che si è occupata di disturbi alimentari
e di disordini ad essi correlati ha prodotto migliaia di articoli,
con una crescita esponenziale soprattutto negli ultimi vent’anni.
Attraverso tali ricerche sono state messe in luce relazioni tra disturbi
alimentari e ansia di abbandono (Meyer e Waller, 2000), depressione
(Mansfield et al., 2000; Stunkard et al., 2003), disturbi ossessivo-compulsivo
(Claes et al., 2002), problemi relazionali con i genitori e stili
di attaccamento (Ward et al. 2001; Ramacciotti et al., 2001).
E’ stato riscontrato che i disturbi alimentari possono derivare
sia da una predisposizione genetica, suggerita dall’osservazione
che certi tratti di personalità “corrono nelle famiglie”
(Klump et al., 2001; Wade et al., 2000), sia da diversi fattori di
rischio ambientali, alcuni dei quali sono esperienze avverse occorse
prima dell’insorgenza di tali disordini e osservabili anche
in altri disturbi mentali, come abuso sessuale o abbandono (Neumark-Sztainer,
2000; Romans et al., 2001; Molinari, 2001), mentre altri includono
peculiari tratti di personalità, quali bassa autostima (Mendelson,
2002) o perfezionismo (Halmi et al., 2000; Bulik et al., 2003).
Non esiste una causa specifica per spiegare la natura e l’insorgenza
di un disturbo dell’alimentazione, tutti gli studiosi concordano
nell’affermare che per spiegarne l’origine sia necessario
ricorrere ad un’ottica “multifattoriale”, cioè
ricercare un insieme di fattori che concorrono all’instaurarsi
e al mantenersi del disturbo.
Si evidenziano tre tipi di fattori:
-Fattori predisponenti: quei fattori che, se presenti possono favorire
l’influenza delle altre cause, possono essere individuali, familiari,
ambientali, socioculturali;
-Fattori scatenanti: quegli eventi che possono provocare l’insorgenza
del disturbo in persone predisposte, es.: malattia di un genitore,
separazione, conflitti familiari;
-Fattori perpetuanti: quei fattori che permettono al disturbo di continuare
ad automantenersi nel tempo fino, talvolta a cronicizzare.
Negli ultimi decenni, quando in campo psicologico si parlava di problematiche
alimentari, si faceva per lo più riferimento ai disturbi del
comportamento alimentare propriamente detti (anoressia e bulimia).
Benchè l’obesità non venga inclusa in questa categoria
diagnostica e nonostante non venga nemmeno considerata una vera patologia,
attraverso numerosi studi (Wardle J. et al.2002; Young-Hymam D. et
al. 2003) si è riscontrato che esistono numerosi tratti comuni
ai tre tipi di problematiche. Si pensi, ad esempio, al disturbo dell’immagine
corporea presenti sia nell’anoressia che nella bulimia che nell’obesità,
per quanto con diverse caratteristiche; si pensi alle connotazioni
di impulsività o al problema dell’autostima.
A sostegno di ciò, interessanti sono le recenti teorie di Hilde
Bruch, di Selvini Palazzoli e Minuchin, i quali, attraverso vari studi,
hanno notato come i soggetti con disturbi del comportamento alimentare
manifestano sentimenti di inadeguatezza e incompetenza, dovuta alla
incongruenza di risposte che ricevono dalla madre sin dalle prime
esperienze di vita. In particolare, occupandosi di soggetti con disturbi
alimentari, Hilde Bruch ha posto in rilievo una particolare caratteristica
psicologica di tali pazienti: un senso paralizzante di “inefficacia”
che pervade tutto il pensiero e ogni attività del soggetto.
A partire, quindi dalle teorizzazioni di Hilde Bruch e dalla letteratura
scientifica, è possibile affermare che i soggetti con disturbi
alimentari (anoressia, bulimia e obesità) presentano una caratteristica
comune: un deficit dell’autostima. L’autostima corrisponde
all’opinione che l’individuo ha di sé stesso e
si organizza sulla base delle proprie esperienze che includono anche
il come si è valutati dagli altri con tutte le interazioni
che ne derivano. L’autostima è considerata uno schema
comportamentale e cognitivo appreso, multidimensionale e riferito
ai diversi contesti, che si basa sulla valutazione espressa da un
individuo delle esperienze e dei comportamenti passati, influenza
i suoi comportamenti attuali e predice quelli futuri. Si può
esaminare la formazione dell’autostima pensando al sé
percepito e al sé ideale. Il sé percepito equivale al
concetto di sé: una visione oggettiva di quelle abilità,
caratteristiche e qualità che sono presenti e assenti. Il sé
ideale è l’immagine della persona che ci piacerebbe essere.
La discrepanza tra sé percepito e sé ideale crea problemi
di autostima.
Cooley (1902) afferma che “il sé si forma specchiandosi
nelle reazioni degli altri”, quindi se veniamo trattati con
noncuranza o disprezzo, o se veniamo giudicati severamente dagli altri,
tenderemo di riflesso ad adottare il punto di vista negativo dell’altro
che ci viene comunicato.
Anche Rosenberg (1979) sostiene che le reazioni altrui influenzano
in modo decisivo la valutazione che operiamo di noi stessi. Le valutazioni
degli altri su di noi, quindi e le loro conseguenti disposizioni ad
accettarci o rifiutarci svolgono un ruolo estremamente importante
nella formazione e nel mantenimento dell’autostima.
Nonostante il peso delle valutazioni altrui ci accompagna e ci condiziona,
in misura variabile, per tutta la vita, è importante sottolineare
quanto peso abbiano le figure di attaccamento nelle fasi precoci di
sviluppo del sé e del primo nucleo dell’autostima: il
bambino tende a introiettare i valori di riferimento degli adulti
significativi, a far sue le loro richieste e aspettative, a condividere
i giudizi e gli atteggiamenti che loro manifestano nei suoi confronti.
Quindi, le sue prime autovalutazioni coincideranno in buona misura
con quelle che gli altri gli trasmettono, anche in modo indiretto
e implicito. Soprattutto, la sua sensazione globale di essere o non
essere importante, di valere o non valere qualcosa, nascerà
dalla percezione di essere o non essere accettato, apprezzato, riconosciuto
importante da queste figure di attaccamento. Questo sentimento così
elementare è il primo nucleo della sua autostima che, per quanto
primitiva, può essere anche molto solida e difficilmente permeabile.
Una persona con bassa autostima è fortemente motivata a soddisfare
il bisogno di relazioni soddisfacenti: essere accettati e approvati
dagli altri è per lei di primaria importanza; solo che sembra
convinta che il modo migliore per garantirsi l’accettazione
sociale sia quello di piegarsi al conformismo, rinunciando a ogni
autonomia, iniziativa personale, libertà di giudizio. Crede
insomma che, per essere benvoluti dagli altri, sia necessario dar
loro ragione, non contrastarli o contraddirli, corrispondere alle
loro richieste e aspettative, perché se lei vale poco o nulla
è ragionevole essere e mostrarsi dipendenti da loro.
Le ragioni profonde di queste convinzioni vanno ricercate nella storia
delle sue prime relazioni significative. Infatti un bambino che ha
una relazione insoddisfacente con la propria figura di attaccamento
si trova di fronte a due possibili interpretazioni del problema: può
pensare che non riceve amore e considerazione per colpa della persona
cara, perché quest’ultima è cattiva, incapace,
inadeguata; o, al contrario, addossarsi lui la colpa e ritenersi quindi
cattivo, incapace, inadeguato (creando così le condizioni di
partenza per una bassa autostima). Di fronte a un tale bivio, sono
molti i bambini che preferiscono la seconda strada. La scelta è
comprensibile se si tiene conto che, nelle loro condizioni di totale
dipendenza, risulta meno minaccioso attribuire la colpa all’interno,
piuttosto che all’esterno. Infatti, se il bambino crede che
le difficoltà che incontra nel rapporto con la persona cara
dipendono da lui, può pensare di avere qualche controllo sulla
situazione e sperare di riuscire a migliorarla: basta cercare di fare
il buono, di non fare arrabbiare l’adulto, di non arrecare disturbo,
di conquistare, con i propri sforzi, la sua benevolenza.
Concludendo quindi, un’autostima sana è considerata particolarmente
importante sin dall’infanzia, perché è proprio
durante quest’età che si gettano le basi delle percezioni
che si avranno di sé nel corso della vita. La competenza socio-emozionale
che deriva da un’autovalutazione positiva può essere
una forza che aiuterà il bambino ad evitare gravi problemi
futuri. Un’autovalutazione negativa, al contrario è menzionata
come una caratteristica associata a molti disturbi, fra i quali i
disturbi del comportamento alimentare.
Sembrano più esposte al rischio di strutturare un disturbo
del comportamento alimentare adolescenti di sesso femminile, appartenenti
a famiglie in cui già precedentemente un altro membro abbia
sofferto di un disordine alimentare (Agras et al., 1999; Cooper et
al., 2002) e in quelle dove vi sia una forte motivazione all’affermazione
sociale e professionale.
Nonostante l’adolescenza sia considerata la fase cruciale in
cui maggiore è l’esordio di disordini alimentari, è
tuttavia frequente riscontrare nell’anamnesi di soggetti con
tali disturbi segnali di disagio nei rapporti con il cibo e con il
loro corpo ben antecedenti all’età adolescenziale, caratterizzati
da periodi di rifiuto del cibo, episodiche idiosincrasie per alcuni
alimenti, fasi di nutrizione ristretta ad un paio di varietà
di cibi.
Elementi cruciali sono l’interesse e la centralità che
nelle relazioni affettive del bambino viene ad assumere il cibo; il
pasto diventa il terreno su cui si giocano i conflitti, le gratificazioni
e le manifestazioni d’affetto.
La preoccupazione per l’alimentazione predomina, nelle cure
del neonato, fin dall’inizio della vita. Il bambino, a causa
del suo stato di impotenza e di dipendenza totale, deve inizialmente
esser nutrito e conquista solo progressivamente quell’autonomia
che gli permetterà di nutrirsi da solo. Nel bambino piccolo
il piacere di mangiare è legato allo scambio, dato il posto
inevitabile che l’alimentazione occupa nei primi rapporti che
egli stabilisce con la madre. E’ come se la soddisfazione dei
bisogni costituisse per la madre un’occasione per insegnare
il piacere al piccolo. Le prime esperienze, quindi, di soddisfazione
e di insoddisfazione, di piacere e di dispiacere, di speranza e di
delusione, come del resto anche i primi conflitti vengono sperimentati
nella relazione alimentare. E’ attraverso la soddisfazione dei
suoi bisogni di fame che il bambino apprende a riconoscere e a differenziare
in modo esatto i suoi stimoli fisiologici, giungendo a discernerne
il significato e ad apprendere i comportamenti adatti per soddisfarli:
per questa via egli giungerà alla coscienza della propria identità
corporea. Ciò è possibile solo se i genitori considerano
il figlio come “un altro da sé” in grado di avere
bisogni discordanti dai loro, dalle loro percezioni e concettualizzazioni.
Al contrario, una madre iperprotettiva è incapace di concepire
il figlio come una persona nel suo proprio diritto. Secondo quest’ottica,
i disturbi alimentari vengono definiti non solo dal comportamento
di un membro della famiglia, ma dalle interrelazioni di tutti i membri.
Secondo le osservazioni di Minuchin (1980) ad esempio, la famiglia
anoressica è tipicamente orientata sul figlio che cresce accuratamente
protetto dai genitori, i quali si focalizzano sul suo benessere attraverso
l’ipervigilanza dei suoi movimenti e dei suoi bisogni psicobiologici.
Attraverso il proprio corpo il figlio attira su di sé l’interesse
della famiglia e sviluppa su queste istanze una vigilanza particolare.
Dato che la valutazione di ciò che compie è dominio
di qualcun altro egli sviluppa un perfezionismo ossessivo. La sua
preoccupazione per l’effetto che esercita sugli altri lo porta
ad esitare nel prendere iniziative, a comportarsi nel migliore dei
modi e a sentirsi profondamente responsabile nel causare un imbarazzo
alla famiglia. A causa di ciò è possibile affermare
che i disturbi del comportamento alimentare riflettono modalità
particolari di funzionamento familiare, quali la tendenza ad evitare
i conflitti, un atteggiamento eccessivamente protettivo dei genitori
nei confronti dei figli, una mancanza di regole chiare e di confini
tra i membri della famiglia, che risulta da un’eccessiva intrusione
di ciascuno negli spazi dell’altro. Inoltre, in tali famiglie
sono fortemente incoraggiati e premiati la disciplina e il successo.
Hamacheck (1978) ha rilevato che in tali famiglie l’amore manifestato
dai genitori è condizionato alla performance del bambino che,
a sua volta non si sente mai soddisfatto perché il suo comportamento
non è mai abbastanza corretto per guadagnare l’approvazione
dei genitori e attua uno sforzo continuo per ottenerla, mostrandosi
ultracompiacente, maturo, responsabile e serio ma, esigere da un bambino
più di quanto non sia capace di dare lo predispone, come affermato
sopra, allo sviluppo di una bassa autostima. …Quindi oggi essere
sensibili verso i primi segnali di disagio del bambino verso il cibo
o mettere in luce funzionamenti familiari disfunzionali che portano
allo sviluppo di una bassa autostima, può aiutare a promuovere
interventi di prevenzione già nella preadolescenza, quando
il disturbo non è divenuto ancora patologico e quindi grave,
ma rivela solo un disagio del bambino verso il cibo.
Dr.ssa Roberta
Santoro
Psicologa
Per contatti: roberta_santoro@libero.it