Genesi, Diagnosi differenziale
e Terapia del Disturbo da Attacchi di Panico
di Giuseppe Ciardiello*
I
pazienti che manifestano il tipo di disturbi riconducibili al DAP (Disturbo
da Attacchi di Panico), si presentano allo psicologo dopo una serie
di richieste d'aiuto volte sia al medico curante sia ai vari distretti
d'emergenza. Questo perché il disturbo che si manifesta col panico
non presenta avvisaglie. Non ci sono periodi precedenti l'esordio vero
e proprio, con sintomi ridotti; a meno che non vogliamo far risalire
all'ansia più o meno grave questo ruolo per così dire
propedeutico. Ma l'ansia accompagna troppi disturbi per potersi considerare
distintiva di qualcuno in particolare. Penso valgano le stesse considerazioni
per la paura. Non è la stessa cosa per l'aggressività
espressa o coartata. La maggior parte delle osservazioni che posso vantare
depongono per una presenza notevole di aggressività non espressa.
Mi sono persuaso che proprio dall'aggressività, che si ha timore
di esprimere, derivi il formarsi della sintomatologia che va sotto il
nome di attacchi di panico.
Se assumiamo questo punto di vista diventa facile capire anche il motivo
per cui la cura di questo disturbo è rivendicata da gruppi di
"auto-mutuo-aiuto"; gruppi autocostituiti che fino a qualche
tempo fa nascevano sotto la spinta di disturbi di tipo sociale e/o relazionale
o più di massa cioè per i quali c'è una maggiore
possibilità autodiagnostica e spesso non sono considerati di
competenza degli "strizzacervelli" (alcolisti anonimi e mangiatori
anonimi). Parlando di "aggressività non espressa" stiamo
già parlando di problemi relazionali e infatti penso che il DAP
sia il disturbo della relazione per antonomasia.
Genesi
Ognuno
di noi ha la sensazione di un rapporto di continuità col proprio
passato. Malgrado l'evoluzione e la crescita si attuino per mezzo di
processi di cambiamento, noi siamo convinti d'essere sempre noi stessi.
Il nostro senso d'identità rimane costante. Viene spontaneo chiedersi
allora cosa è a rimanere sempre uguale e a darci questa sensazione
di continuità.
Dal concepimento in poi le cellule del nostro organismo cambiano costantemente
e i vari organi "esitano" solamente in forme strutturalmente
definite (Ruggeri, 1997). Ciononostante siamo anche vissuti da un sentimento
di "esistere" che accompagna il realizzarsi delle funzioni
dell'organismo che noi siamo.
Questo sentimento ci dà il senso di continuità; è
ciò che chiamiamo "il senso di Sé". Come il
sentimento che accompagna lo svolgersi delle funzioni è riconducibile
al Sé, al sentirsi dell'organismo, l'Io è riconducibile
al sentimento che nasce a seguito della "integrazione delle funzioni"
e al suo riconoscimento.
Alla nascita ogni bambino si ritrova non solo con un corredo genetico
completo ma anche con organi tutti funzionanti. I sistemi più
importanti sono già definiti mentre la maturazione nervosa si
completerà solo dopo la nascita, una volta che l'organismo è
calato nell'ambiente in cui dovrà vivere.
La dotazione organica è notevole ed ogni organo è capace
di molte competenze; ciò che manca all'insieme dell'organismo
è la coordinazione degli organi volontari. Sono presenti alla
nascita tutti i riflessi essenziali, da quello rotuleo all'ammiccamento
oculare, a quello prensile, ma il bambino non è ancora capace
di coordinazione e quindi non sa seguire un oggetto con ambedue gli
occhi, non sa portare alla bocca un oggetto e non riconosce la propria
mano in quell'organo che apre e chiude davanti ai suoi occhi.
Per tutto il periodo della gestazione queste competenze non sono state
necessarie. Diventano importanti dalla nascita e successivamente caratterizzano
anche le modalità relazionali e l'autonomia del nascituro. È
da questo momento infatti che viene chiesto al bambino l'esercizio e
il movimento coordinato dei propri organi e, cosa più importante,
gli viene chiesto di farlo in maniera intenzionale. In questo modo il
bambino è indotto a sperimentare-si e impara a ri-conoscere gli
organi, i propri organi.
Il bambino è indotto a ri-conoscersi (riconoscere sé)
da una figura molto importante e da cui dipende totalmente. Il bambino
impara contemporaneamente, perché ama e dipende da chi ama, che
è fatto di organi autonomi e che questi pezzi di sé possono
essere messi insieme a formare uno "schema" più complesso
di comportamento.
È nella relazione che è promossa "l'intenzione".
L'intenzione si lega e nasce dal vissuto di piacere che a sua volta
deriva dalla ricompensa che il bambino vive nello scoprire di poter
gestire la realtà coordinando il movimento di quelle parti del
proprio organismo. Forse in questo momento scopre anche il senso del
possesso e "dell'essere" padrone...
Insieme al piacere della scoperta di poter intervenire nella gestione
della realtà, che lo mette in relazione con l'esterno (dal cui
confronto nasce l'Io), è possibile ipotizzare per il bambino
un piacere più sottile e profondo che accompagna questi eventi,
ed è quello di scoprirsi capace di una "integrità",
di un'interezza. Il piacere narcisistico del "tenersi insieme"
(1).
Quindi possiamo dire che il bambino "si vive" nei propri organi
funzionalmente separati; anche se maturi, inizialmente questi organi
non sono riconosciuti come "Io". Poi, nel momento in cui sperimenta
la possibilità di comporre movimenti più complessi e coordinati,
scopre sia gli organi sia il piacere di muoverli insieme in modo integrato
e coordinato. Il piacere narcisistico accompagna la nascita dell'Io.
Il vissuto che accompagna quest'esperienza sarà un sentimento
d'integrazione progressiva che si accompagna al riconoscimento, per
contrasto, del sentimento iniziale di "non-integrazione"(2).
Quando siamo stanchi e provati, la messa in atto di comportamenti più
elementari corrisponde al processo della regressione per mezzo della
quale si attua un recupero energetico. Da questo punto di vista le modalità
di funzionamento regressive, richiedendo meno impegno, sono anche modalità
di recupero energetico. È come se dicessimo che le modalità
di funzionamento più mature, cioè l'Io per poter esistere
e le sue funzioni per poter essere mantenute attive, avessero bisogno
di costante attenzione e impegno per cui, quando siamo stanchi e/o stressati,
possiamo "mollare" e lasciare che subentri un modo di funzionare
più semplice.
Del resto non potrebbe essere diversamente considerando tutto l'organismo
un evento processuale; un processo più evoluto conserva le modalità
di funzionamento degli elementi che lo compongono per cui possiamo dire
che vivere ad un certo livello dell'evoluzione e di organizzazione organismica,
richiede l'esistenza di un certo "lusso energetico". In alcuni
questo livello di organizzazione energetica viene vissuto come "sforzo".
Non riuscendolo a sostenere si adottano procedure regressive con la
corrispondente adozione di comportamenti precedenti e più elementari.
In questi casi però c'è un rischio; è possibile
che il ritorno regressivo ai comportamenti precedenti riattivi vissuti
arcaici di sviluppo evolutivo che ricordano i momenti di non-integrazione.
Il rischio è che anziché rivivere questa esperienza come
il ritorno alla non-integrazione la si possa vivere come una caduta
o un precipitare nel vissuto della "disintegrazione".
1
- "Il narcisismo, che è un processo presente insostituibilmente
in tutti gli umani, ha dunque per noi le sue radici nella corporeità,
e si sviluppa attraverso l'intervento di meccanismi legati all'esperienza
del piacere... Il piacere narcisistico è piuttosto assimilabile
a quello che si chiama "istinto di vita": è il piacere
che deriva dall'integrazione degli eventi corporei che, nella forma
di istinto di vita, è generato dalla necessità biologica
di "tenerli insieme" e di dar loro "unità".
(Ruggeri, 2001, 99).
2 - "La disintegrazione della personalità è un ben
noto stato psichico, e la sua psicopatologia è molto complessa.
L'esame di questi fenomeni in analisi, tuttavia, mostra che lo stato
primario di non-integrazione è alla base della disintegrazione"
(Winnicott, 1991, p. 180).
Diagnosi
differenziale
In
genere è difficile legare gli eventi DAP a momenti specifici
della propria storia personale perché evidentemente qualcosa
relativo ai "legami" è stato compromesso ed è
diventato difficile il recupero dell'esperienza passata. Quando parliamo
di "esperienza" ci riferiamo sia ai "comportamenti"
osservabili sia alle emozioni e ai sentimenti che li accompagnano. All'inizio
della vita extrauterina le emozioni non sono affinate ed è dal
piacere e dal dolore che si svilupperanno la rabbia, l'odio e l'amore.
In questo periodo, quando il bambino scopre di esistere, lo fa attraverso
gli occhi e lo sguardo di coloro che gli vogliono bene. È attraverso
loro che scopre il piacere di esistere e con loro comincia e rivendicare
e a scoprire il piacere (narcisistico) di realizzare le proprie intenzioni.
In che modo avvengono queste scoperte? Prima di scoprire la possibilità
di realizzare le proprie intenzioni il bambino scopre, negli occhi della
madre, il "piacere" della realizzazione del suo (di lei) desiderio.
All'inizio è lei che mostra piacere o disappunto indipendentemente
dall'intenzionalità del bambino nel realizzare qualsiasi comportamento.
È lei che comincia il gioco di desiderare che lui realizzi cose.
S'instaurano i primi i primi giochi relazionali in cui il bambino scopre
il piacere d'essere chiamato in causa. Scopre che i richiami, gli appelli
sono rivolti a lui e solo a lui ed è il piacere e il desiderio
della intenzionalità, che lui compia delle azioni intenzionali,
scritti negli occhi della madre, che il bambino legge e alla fine cerca
e riesce a fare propri.
Ma come riesce un bambino a fare propria l'emozione materna? Ad incorporarla
ed introiettarla? Una delle competenze ereditate geneticamente dai bambini
è quella del riconoscimento dell'emozione attraverso l'imitazione.
Sembra che i bambini posseggano questa capacità fin dal primo
giorno dalla nascita (Goleman, 2004). Secondo alcuni assunti neurofisiologici
(Ruggeri, 1997) l'empatia è un sentimento i cui correlati neurofisiologici
sono attivati nell'esperienza imitativa. Forse è questo a spingere
il prof. Ruggieri a definirla "decodificazione imitativa".
Allora forse, se l'empatia è una funzione corrispondente ad organi
già presenti alla nascita, vuol dire che la condizione del suo
sviluppo è l'esercizio ed è per questo forse che possiamo
anche "dimenticare" d'essere empaticamente competenti, per
mancanza d'esercizio. Oppure possiamo anche non aver mai imparato. Manca
l'esercizio quando non ci sono stimoli adeguati. Al bambino non è
offerta l'opportunità dell'esercizio di una funzione.
I processi precursori dell'empatia presenti alla nascita sono tecnicamente
definiti "mimetismo motorio". Probabilmente è con l'utilizzo
di questi processi che il bambino porta dentro di sé il desiderio
materno o, per meglio dire, costruisce dentro di sé il desiderio
corrispondente all'immagine di ciò che vede riflesso negli occhi,
nella voce e nel volto delle persone care. Le prime cose che desiderano
le persone che si prendono cura del bambino, per il bambino, sono legate
all'evoluzione. Il primo desiderio di ogni genitore è scoprire
che il bambino è capace di apprendere.
Ogni sua più piccola conquista è accompagnata da manifestazioni
di gioia. Queste manifestazioni fungono da rinforzo perché il
comportamento si ripeta e sempre meglio.
Il sempre meglio sta per "sempre meglio integrato" corrispondente
alle esperienze attraverso cui il bambino impara a coordinare il movimento
del proprio corpo e dei propri organi nello spazio in relazione alle
persone ed agli oggetti e finalizzando tutto al perseguimento di un
obiettivo.
Scoprendo di "voler fare" il bambino scopre se stesso e scopre
che il suo piacere, nel realizzare l'integrazione degli organi del suo
corpo e delle funzioni di questi organi, corrisponde al piacere antico
intuito negli occhi della madre. La gioia della madre per la sua riuscita
sarà la sua gioia.
Quindi, sintetizzando possiamo dire che il bambino dalla nascita scopre
i propri organi; che attraverso l'esercizio del mimetismo motorio scopre
le emozioni dei genitori e costruisce l'empatia; si appropria delle
loro emozioni e scopre la gioia di poter agire,con intenzione, sulla
realtà attraverso il processo di integrazione dell'Io. E scopre
anche una cosa che ha per noi un grande valore esplicativo ai fini della
costruzione di un'ipotesi sulla genesi del DAP: scopre che il costante
sostegno e desiderio che i genitori manifestano in direzione del perseguimento
dell'integrazione dell'Io, funge da collante tra le stesse funzioni
per cui il bambino lega le funzioni che "sente" maggiormente
valorizzate. Per questo la partecipazione, l'interesse, la disponibilità,
la presenza, il contatto di coloro che si prendono cura del bambino,
sono strumenti utili a rafforzare il formarsi dell'Io (integrato), mentre
al contrario, l'assenza, la mancanza di disponibilità eccetera
conducono a disturbi corrispondenti all'atrofia, alla dimenticanza,
a poca dimestichezza nello svolgimento di funzioni specifiche.
In questa dinamica energetica anche i pre-giudizi, le convinzioni, la
fede che i genitori hanno nei confronti della possibilità del
bambino di realizzare le opportune integrazioni e apprendimenti, li
condizionano. È il desiderio e la fiducia della mamma nella capacità
del figlio che lo rendono veramente capace di realizzare i suoi desideri
(della madre) che poi diventano anche del figlio. Di solito diamo per
assodato che i genitori siano convinti delle reali possibilità
del figlio di realizzare gli eventi maturativi. Invece nella realtà
il giudizio dei genitori, quello che sentono e pensano rispetto al figlio,
è sempre condizionato dai sentimenti che vivono nei suoi confronti,
e in genere, nella relazione col figlio, ogni genitore porta anche i
sentimenti non elaborati e i bisogni non soddisfatti dalle relazioni
avute col/nel suo mondo. Anche quella col figlio quindi è una
relazione colorata dal proprio mondo interno ed anche con lui si esprimono
bisogni di dipendenza e regressione infantile. Molte insoddisfazioni
possono venire a galla e i propri bisogni si impongono in modo più
impellente di quelli degli stessi figli. I genitori possono ritrovarsi
ad essere troppo presi dalla propria realtà e distratti nei confronti
dei figli.
Inoltre capita a tutti nella vita di scoprire che ci sono periodi alti
e bassi e a tutti può accadere che, pur essendoci disponibilità,
amore e attenzione, ci possono essere periodi in cui anche le persone
che si prendono cura di un bambino sono presi da altro e inavvertitamente
cambiano il loro modo di rapportarcisi.
Per una madre può esserci la nascita di un altro figlio, un problema
di lavoro, il decesso di una persona cara, insomma eventi che possono
distogliere l'attenzione dal bambino riducendone l'investimento affettivo.
Del resto è un normale modo di relazionarsi quello che prevede
il graduale disinvestimento genitoriale e serve ad educare all'autonomia.
Solo che questo disinvestimento non sempre si realizza nel momento opportuno
né nei modi in cui il bambino può tollerarlo.
In questo periodo della propria esistenza la sua vulnerabilità
è notevole. La vita si limita al rapporto instauratosi con le
figure primarie e, in alcuni casi, qualsiasi cambiamento che non tenga
conto del periodo evolutivo e delle modalità di relazione del
bambino, è suscettibile di ingenerare un vissuto drammatico che
produce un grosso dolore e paura.
Il dolore e la paura generano la rabbia che non può comunque
dirigersi contro le persone da cui si dipende perché rimangono
sempre gli oggetti più significativi della propria esistenza;
attaccarle significherebbe rischiare di distruggerle, di fargli del
male e questo non può essere, non può avvenire. Nasce
un conflitto il cui esito porta a rivolgere questa rabbia contro se
stessi. C'è un'inversione di tendenza. Aggredendo se stessi si
realizzano diversi obiettivi: si scarica la rabbia; si punisce colui
che vive la rabbia e desidera fare del male alle persone cui si vuole
bene; si fa anche del male all'oggetto cui i genitori vogliono bene,
quindi li si ferisce indirettamente.
Quando le esperienze di questo tipo, di disattenzione genitoriale, di
disconferma o di trauma, sono frequenti o molto intense o durano per
troppo tempo, è possibile si formino delle personalità
dubbiose; con poca fiducia e spaventate dalla realtà, sempre
sulla difensiva. Sono persone costantemente attente a controllare tutto
e tutti e tese a tenere in un insieme coerente, con tutte le loro forze,
le componenti emozionali e cognitive del mondo che si sono costruiti.
Sono persone costantemente sottoposte a stress emozionali e fisici perché
si sobbarcano di tutti gli oneri di un'autonomia di cui non sono capaci
o alla quale sono impossibilitati; cercano di dimostrare di poter fare
tutto da soli, come immaginano che vogliono i loro genitori; di non
aver bisogno di alcun aiuto pratico né affettivo; tengono a bada
le emozioni e la loro espressione perché hanno interpretato il
voltafaccia o il disinteresse o la disattenzione genitoriale come una
richiesta tacita di crescita e autonomia. Pur non avendo mai vissuto
una vera e grave separazione vivono paventandone sempre una. Sono quindi
persone sempre in allarme e impegnate a vivere al massimo delle proprie
possibilità.
Probabilmente proprio questo "massimo costante sforzo" rende
loro impossibile realizzare qualunque progetto. La tensione e l'ansia
derivanti da questa modalità di approccio alla vita sarà
energeticamente depauperante perchè si esaurisce nel tentativo
del controllo.
Il naturale sentimento di fiducia nelle proprie possibilità,
non essendo stato alimentato dai genitori distratti, presi altrimenti,
arrabbiati, insoddisfatti, delusi, è frainteso e viene sostituito
da quello del controllo. Certamente perché c'è anche più
dimestichezza con questa pratica piuttosto che l'altra.
Qualunque vera separazione o anche solo il rischio di una vera separazione,
che potrebbero anche essi stessi giudicare e sentire come necessaria,
una perdita improvvisa o anche solo il rischio di una perdita, mette
questa persona davanti alla realtà del proprio vissuto d'impossibilità
a "farcela" a sopravvivere e può scatenare un attacco
di panico.
Gli attacchi di panico hanno esordi improvvisi ed inaspettati. Questi
momenti di acuta ansia non durano moltissimo ma comunque il tempo sufficiente
a stabilizzare un sacro timore che l'evento possa ripetersi.
Non ci sono motivi oggettivi di scatenamento; il pericolo e il terrore
che si racconta di vivere è solo un tentativo di descrivere l'emozione,
che si crede, dovrebbe accompagnare le sensazioni disgreganti che si
sperimentano. La paura è terribile perché è di
morire e non ci sono parole capaci di rendere conto efficacemente del
vissuto e in maniera credibile. In quel momento non è l'individuo
a vivere l'attacco di panico bensì, al contrario, ne è
vissuto. Si ha paura della follia e della perdita di controllo perché
quello che si sta vivendo "è" follia, "è"
al di là di sé. L'Io con tutte le sue capacità
di controllo, razionalità, lucidità ha abdicato o si è
anche lui nascosto da qualche parte. La tempesta infuria e devasta i
ritmi, sconvolge i confini.
Ogni parte del corpo va per conto suo, diventa pesante, stanco, estraneo
e "quelle strane sensazioni" diventano indici di una volontà
che è dentro di noi ma non siamo noi; non la riconosciamo come
nostra. Nasce la paura della follia e di non poter essere artefici di
noi stessi nelle esperienze future. Si autoalimenta la sfiducia. Comincia
una lotta immane ed estenuante tra il cedere, lasciare andare e lasciarsi
andare o tenere/tenersi sotto controllo. Il "sapere" dell'irrealtà
del sintomo non basta a tranquillizzare; tachicardia, senso di soffocamento,
blocco allo stomaco, contrazioni viscerali, disturbi alla vescica, tremori
agli arti, tutte sensazioni, forse non reali, ma non per questo meno
vere.
Dopo le prime volte, la diagnosi ufficiale, "sindrome da attacchi
di panico", diventa anche una condanna perché è come
se questo disturbo venisse catalogato tra quelli di fantasia, non reale,
inventato. Chi non l'ha mai vissuto non riesce a capacitarsi della veridicità
delle sensazioni e dei vissuti raccontati e allora accade che questi
disturbi vengono vissuti in solitudine, là dove matura il pudore
a confessare la numerosità degli attacchi e la loro gravità.
Quando poi non si arriva anche a sentirsene in colpa.
Nella relazione si cerca la sicurezza sulla quale comunque ci si riserverà
sempre qualche dubbio. Si tende alla simbiosi e all'approvazione degli
altri. Si temono le emozioni bloccando in modo particolare l'espressione
dell'aggressività; si tende al conformismo sociale e si sacrifica
la creatività.
La cosa che più di tutte si evidenzia è il legame tra
angoscia di separazione e panico.
Attacco
ai legami dell'Io come presupposto per il DAP
L'approccio
terapeutico alla sindrome parte sempre da un'ipotesi e questa può
essere formulata a partire dall'osservazione del comportamento e dai
vissuti fenomenologici. È per questo che ogni intervento deve
essere preceduto da una breve indagine diagnostica. A volte è
anche possibile ci siano manifestazioni sindromiche simili che, pur
appartenendo allo stesso quadro diagnostico, possono poi rivelare una
diversa genesi dinamica e perciò diventa importante che la diagnosi
sia anche capace di leggere una differenza nel formarsi di un certo
quadro nosografico.
Nel DAP ci colpisce quanto ci viene riportato circa un vissuto di separazione
tra l'espressione corporea e la capacità di riconoscere l'emozione
rappresentata. L'unica emozione riconosciuta alle diverse attivazioni
fisiche (tachicardia, soffocamento ecc.) è la paura. Le persone
affette da panico nelle sue varie manifestazioni, non sono in grado
di risalire alle emozioni che hanno scatenato quelle attivazioni neurofisiologiche
ma riescono unicamente a riconoscere quella da esito finale. È
possibile supporre che proprio il mancato riconoscimento emozionale
porti ad una sensazione di estraneità sensoriale che, alla fine,
è riconducibile alla paura.
Un altro elemento distintivo che può assumere valore differenziale
nel DAP è il fatto che, mentre nelle forme di attivazione somatica
riconducibili all'isteria l'investimento riguarda l'organo e la funzione
specifica relativa, in modo che il sintomo assume un proprio linguaggio
e una propria comunicazione alternativa rimandando sempre a qualche
altra cosa (il sintomo sta per qualche altra cosa), nel panico ciò
che viene investito affettivamente è il legame tra le funzioni
dei diversi organi. È investita la funzione di raccordo e il
legame tra le stesse funzioni che in tal modo perdono di senso e significato.
Proprio questo investimento dà conto sia del valore aggressivo
di quest'affetto sia della valenza relazionale del DAP.
Tutto ciò ci conferma ulteriormente anche rispetto a quanto accennato
a proposito dell'empatia; cioè che le funzioni dipendono dall'esercizio
e dall'utilizzo che ne facciamo e che, ora possiamo dire, è innanzi
tutto relazionale.
Nel tentativo di spiegarci cosa accade negli eventi di DAP proviamo
a dire che i processi fondamentali del nostro organismo sono relativi
alle funzioni del "legare" e "separare". L'abbiamo
visto un po' in opera nell'evoluzione e abbiamo anche visto che queste
due funzioni operano anche a carico di ciò che costruiamo dentro
di noi. Una volta scoperto l'uso che possiamo fare delle varie istanze,
emozioni, sensazioni e funzioni che formano il nostro organismo, leghiamo
e mettiamo insieme quello che è fuori di noi e quello che viviamo
dentro. Quest'operazione la realizziamo sia a livello psicologico che
corporeo anzi al contrario, sia a livello corporeo che psicologico,
perché è dalle esperienze corporee che partono le informazioni
che alla fine "mentalizziamo" per sintesi progressiva. Le
funzioni del "legare" e "separare" si legheranno
e avranno una corrispondenza con le sensazioni e con le emozioni così
che possiamo parlare di una sorta di "corporeizzazione". Cioè,
contrariamente a quanto può suggerire il termine, le emozioni
possono essere comprese solo dopo che le abbiamo sentite nel corpo e
abbiamo imparato a conoscerle. Il che vuol dire che ciò che sentiamo
nel corpo ha sempre un correlato e un significato emozionale; solo che
può essere subentrata una difficoltà a ri-conoscerlo.
Un'interruzione tra il sentire e il capire.
Ciò che negli attacchi di panico determina questo scollamento
è la rabbia rivolta contro l'Io e le sue funzioni. In queste
persone quando l'evento separazione, o la sua possibilità, si
produce realmente, sotto forma di un'eventuale decesso, allontanamento
da persone care, realizzazione di un progetto d'autonomia (tesi di laurea,
diploma), matrimonio o anche si presenta in forma simbolica (un viaggio,
un volo, un conflitto relazionale) e sono in un momento di stress fisico
o psicologico, scatta l'attacco di panico derivante da un vissuto di
dolore cui corrisponde una rabbia che non può essere indirizzata
verso l'oggetto scatenante in quanto è lo stesso oggetto visto
e perseguito come gratificante. Questa rabbia viene allora diretta verso
l'Io, che è "un'integrazione di funzioni", menomandone
la capacità legante in quanto è proprio questa capacità
che rappresenta, in quel momento, l'inverso del processo che sta generando
la rabbia (la separazione) e, per l'inconscio, l'inverso di una cosa
è la cosa stessa; si realizza con questa modalità l'aggressione
dell'evento separazione che fa stare male.
L'aggressione dell'Io rappresenta per questo disturbo anche l'aggressione
dell'oggetto condiviso dalla nascita con la figura primaria di relazione;
con il primo campo "madre" il bambino condivide la gioia e
il piacere narcisistico dell'integrazione. Aggredire l'Io può
equivalere, per il bambino, ad aggredire in sé il desiderio materno
della crescita e dell'autonomia.
Una diagnosi energetica rivelerà in queste persone una buona
tonicità, tendenze affermative e atteggiamenti risolutivi che
rimarcheranno tenacia la quale può indurre a errate valutazioni
diagnostiche di masochismo morale. Queste persone non sono masochiste
perché non godono nello star male e nel non riuscire a realizzare
i propri obiettivi. Anzi ne soffrono e se ne affliggono e l'autodenigrazione
è solo un'ulteriore manifestazione della rabbia autodiretta.
Quando invece siamo effettivamente in presenza di una bassa energia,
è possibile si realizzi una pura difficoltà dell'Io a
realizzare una costante integrazione delle funzioni fisiche e mentali.
Eventuali esaurimenti fisici e/o psichici possono manifestarsi con attacchi
di panico. Però non possiamo ancora dire d'essere in presenza
di una sottostante o evidente depressione perché questa carenza
investe le capacità dell'Io e non quelle del Sé.
Queste persone sono persone che s'impegnano e si danno da fare ma sono
facilmente vittime della stanchezza, dell'esaurimento, della difficoltà
di concentrazione, mancanza di costanza e può capitare che siano
anche destinate ad essere soggette ad errate diagnosi di depressione.
Il DAP copre invece una vera depressione quando l'aggressività,
l'animosità e la rabbia sono rivolti al Sé, al sentimento
che accompagna la sensazione di esistere. In questo caso l'individuo
è svuotato di senso anche se ugualmente può essere preda
di senso di perdita, dispersione e disintegrazione. L'Io in questo caso
è come se "recitasse il panico" con lo scopo di trovare
un conforto, un legame, un'accoglienza che possa riuscire a dare un
senso relazionale all'esistenza. È proprio il valore relazionale
che assimila queste due manifestazioni.
Per questa serie di considerazioni possiamo dire che le persone destinate
all'attacco di panico, lo possono incontrare ogni volta che vivono una
relazione nella quale c'è il rischio, anche solo paventato, della
separazione. Si può dire che questo evento è così
tanto temuto che si impegnano a tenere insieme la relazione ostinatamente
anche "faticando moltissimo" e al limite delle proprie capacità,
sacrificando tutti i propri bisogni e desideri.
La problematica della separazione è quindi principe in questo
disturbo presentandosi a tutti i livelli di relazione; "mettere
e tenere insieme" le cose e le persone sono i processi maggiormente
perseguiti perché maggiormente meritevoli e necessitanti di riparazione.
Nemmeno rilassarsi è possibile per queste persone perché
il relax si accompagna ai vissuti di regressione psicofisica e regredire,
per loro vuole anche dire "tornare a modalità di funzionamento
precedenti". Quelle "modalità di funzionamento evolutivo"
precedenti sono proprio le modalità di non-integrazione infantile
che queste persone vivono con allarme e paura perché, per loro,
l'allentamento dei legami tra le funzioni si accompagnano a vissuti
di rabbia rivolta all'Io come rappresentante simbolico di oggetto d'amore
condiviso e quindi sono vissuti di disintegrazione e perdita.
Da qui la paura di perdersi, rompersi e frammentarsi; la paura d'impazzire.
La paura di "non sapersi controllare" che l'attacco di panico
provoca, è quindi da mettere in relazione alla paura di non sapersi
più tenere insieme e alla paura che l'Io perda la capacità
di "controllo funzionale". Nel DAP quindi non è messo
in discussione l'autocontrollo come funzione Super egoica, ma il controllo
come funzione dell'Io.
La lotta evolutiva di queste persone è tesa a dimostrare-si capaci
di un'integrazione di cui non sono per niente sicure. E non ne sono
sicure perché nella relazione con i genitori non hanno avuto
sufficienti conferme della loro "capacità/possibilità"
di farcela. Forse inizialmente i genitori erano distratti o presi da
altro, poi disinteressati, poi da più grandi li hanno disconfermati
e non è raro infatti che si siano trovati davanti a vere e proprie
competizioni con le figure genitoriali nel cui confronto hanno cercato
e tuttora cercano di mostrarsi più capaci e più bravi
di gestire la famiglia, la professione, la relazione. Competizione che
a sua volta esaspera ed alimenta rimproveri e ritorsioni genitoriali.
Questa competizione permane tanto a lungo che a volte si rivela ancora
attiva nel perseguimento problematico e forzato dell'autonomia anche
nell'età adulta e, proprio perché forzata, si risolve
spesso in esiti disastrosi.
Questa dinamica, relativa all'Io, si lega alla fiducia piuttosto che
al controllo.
La capacità di controllo è ciò che la società
in genere ci chiede; è un appello alla forza, all'impegno energetico.
Ci chiede di rinsaldare e fortificare i limiti, i confini del nostro
organismo e non lasciare uscire né entrare elementi estranei.
Si fa appello implicitamente alla rigidità che può stare
anche per "chiusura", forza, impenetrabilità, per corazza,
anche caratteriale direbbe Reich. Nel richiamarsi al controllo si fa
più appello alle istanze riconducibili al Super-Io piuttosto
che all'Io.
Ma la rigidità si lega alla fragilità ed è proprio
questa la caratteristica che incontriamo nelle persone preda degli attacchi
di panico quando coltivano il controllo piuttosto che la fiducia. Sono
al contempo forti e fragili. Danno l'impressione di potersi fare carico
di qualunque cosa tanto da destare l'incredulità, la sorpresa
e il disappunto, anche in chi li conosce da tempo, quando poi crollano.
In questo cerchio si autoalimenta la sfiducia.
È per questo che in queste persone non può e non deve
essere alimentato il "controllo" bensì la fiducia.
Fiducia nella possibilità di rilassarsi senza perdersi; fiducia
nella possibilità di ritrovarsi e rimettersi insieme (ritrovare
le loro parti e rimetterle insieme) anche dopo che ci si è lasciati
andare. Fiducia nella possibilità di "connettere" le
cose, i pensieri, le sensazioni e le emozioni. Così potrà
diventare possibile rilassarsi anche negli eventi sessuali e finalmente
diventare possibile anche la scoperta del "piacere" della
tenerezza. Un elemento diagnostico differenziale può infatti
essere considerata anche la difficoltà ad abbandonarsi al rapporto
sessuale e, come contrappunto e forse a conferma di questa affermazione,
troviamo difficile notare schiette ed indubbie manifestazioni di panico
nelle donne in gravidanza.
Terapia
Qualsiasi
metodo utilizziamo nell'attuare una psicoterapia è influenzato
dalle idee che abbiamo nei confronti del singolo. Nella favola di "Amore
e Psiche", la "fede" nel sentimento che Psiche prova
nei confronti di Amore deve essere sufficiente e bastare perché
il rapporto continui. La favola racconta della separazione che interviene
quando Psiche cerca di "mettere gli occhi", la coscienza,
dove deve essere solo il cuore. Ma, contrariamente al luogo comune sapere,
conoscere e amare non sono necessariamente antitetici; quando Amore
diventa consapevole del proprio sentimento e smette di temere si ricongiunge
all'amata. Allora forse il segreto sta nell'imparare a guardare dentro
di sé piuttosto che nell'altro e riconoscere, nel senso di accettare,
quello che ci troviamo così da scoprire che la fede è
figlia della fiducia.
Nel DAP è questo il credito che maggiormente viene perseguito.
Lavorando con persone affette da questo disturbo, si ha quasi sempre
l'impressione che stiano cercando un sostegno, la forza di credere in
loro stessi. A fronte degli impegni che si assumono, delle cose che
fanno, delle disponibilità che mostrano, di fatto non credono
in loro stessi. Forse proprio per questo s'impegnano al di là
delle forze; per dimostrarsi diversi da come sentono di essere. È
come fossero convinti che le cose fatte non abbiano il valore che meritano;
che siano sempre cose di poco conto. Non hanno fiducia. Ciò che
manca in queste persone è la fede e la fiducia e la fede e la
fiducia testimoniano l'amore.
Sembrerà banale, ma è anche in questo senso che l'attacco
di panico è la manifestazione di un problema di relazione. Queste
persone sono in cerca, non dell'amore ma di essere amati; di qualcuno
che le ami senza condizione, che gli faccia sentire e trovare la fede,
che gli mostri e gli faccia sentire la fiducia. Di questi sentimenti
hanno bisogno di appropriarsi e su questa dinamica psicologica nasce
e si sviluppa la logica del gruppo di auto mutuo aiuto.
La domanda implicita del disturbo è in relazione alla dedizione,
fiducia, gratuità, disponibilità; domande cui difficilmente
può rispondere una figura professionale disponibile solo nelle
ore di lavoro. Domande cui risponde in maniera più prossima invece
un gruppo autogestito e autoformatosi.
Di questi bisogni è necessario tenere conto e un intervento,
di qualunque tipo, rischia il fallimento se non si accompagna alla fiducia.
È necessario che il terapeuta, lo psicologo e qualunque altro
operatore credano nella possibilità che la persona che gli si
rivolge ce la farà perché ha le qualità, le prerogative,
gli attributi e le capacità per farcela a tenersi insieme, a
rimanere "centrata" nelle avversità, a non perdersi,
non disperdersi e non svuotarsi quando tanto e tante cose contemporaneamente
richiederanno attenzione ed interventi.
Il DAP privilegia il corpo come teatro di manifestazione e penso che
innanzi tutto del corpo dobbiamo accettare il dialogo. La mentalizzazione
dovrebbe essere uno degli obiettivi terapeutici e una delle qualità
di cui aver fiducia e a cui dare credito. La "mimetizzazione intellettuale
e cognitiva" che è possibile osservare all'inizio di un'eventuale
psicoterapia con queste persone, va considerata testimone degli sforzi
che fanno per trovare la strada del "com-prendere", del portare
e mettere dentro di loro un certo modo di fare. È un tentativo
di appropriarsi di un modo d'essere; un assecondamento che è
un atto d'amore. Nella relazione devono però imparare a credere
nell'esistenza di un modo d'essere personale che va cercato insieme
piuttosto che creato; devono imparare ad abbandonarsi e lasciarsi andare
ai movimenti spontanei del proprio organismo che in quest'allentamento
potrà esprimersi in libertà e creatività. Devono
essere rieducati alla fiducia in modo da smettere di aver paura di ciò
che può accadere dentro di loro. Come Psiche dovranno imparare
a "credere ciecamente" e perciò bisogna stare attenti
a non illudere né deludere.
Un metodo terapeutico privilegiato per il DAP penso sia quello che prevede
la possibilità di comprendere la problematica attraverso l'espressione
corporea. Attraverso il corpo deve prevedere il suo esercizio così
da metterne in evidenza le possibilità di modifica attraverso
l'esperienza.
Noi siamo non solo le cose che pensiamo ma anche il modo in cui le pensiamo,
siamo non solo il respiro e l'aria che ci entra dentro, ma anche il
modo in cui prendiamo e utilizziamo quest'aria. Il "lasciarsi andare"
e abbandonarsi, prima di diventare un'idea, è stata un'esperienza
forse assimilabile anche a quella primaria di abbandonarsi nelle braccia
di qualcuno; il panico prima di farsi parola ha invaso il corpo. Le
"distonie neurovegetative" sono lo "scollamento"
delle funzioni del nostro corpo che, sperimentate, testimoniano esperienzialmente
l'incapacità a "tenersi insieme".
Per questo penso che in psicoterapia debbano essere considerati un buon
ausilio gli esercizi corporei che rimandano ai concetti di "equilibrio",
"coordinazione", "centratura" e che propongono l'attenzione
sensoriale privilegiando l'atteggiamento di accoglienza e fiducia. Rimane
importante però non considerare questi esercizi alla stregua
di semplici movimenti corporei; il loro senso va ricondotto alle valenze
relazionali della relazione terapeutica perché si possano sperimentare,
finalmente in una situazione "protetta" e accogliente, quegli
eventi che sono diventati un'ombra persecutoria.
Riassunto
In questo articolo s'intende ipotizzare che gli eventi "attacchi
di panico" siano generati dall'incapacità e impossibilità
ad agire l'aggressività nei confronti delle prime persone significative.
Dalla nascita l'Io si struttura rappresentando continui atti d'amore
volti a queste persone. L'affetto, dato e ricevuto, diventa il collante
di questa stessa struttura. È imperativo allora negare la rabbia;
ma quando diventa impossibile, capita di poterla esprimere solo nei
confronti di questo collante primario realizzando in tal modo diversi
obiettivi. Nel DAP quindi, il controllo non è sempre e solo un'istanza
super-egoica ma anche uno sforzo per "tenersi insieme". [PAROLE
CHIAVE: Disturbo da attacchi di panico, Tenersi insieme, integrazione/non-integrazione,
fiducia, controllo]
Bibliografia
Goleman
D., "Intelligenza emotiva, che cos'è, perché può
renderci felici", BUR, 2004, (pp. 126-127).
Ruggeri V., "L'esperienza estetica. Fondamenti psicofisiologici
per un'educazione estetica", Ed. Armando, 1997.
Ruggeri V., "L'identità in psicologia e teatro", Ed.
Magi, 2001.
Winnicott, D. W., "Dalla pediatria alla psicoanalisi", Ed.
Psycho Martinelli, 1991.
Giuseppe
Ciardiello è Psicologo, Psicoterapeuta, Didatta alla S.I.A.R.
S.I.A.R.
(Scuola Italiana di Analisi Reichiana) scuola di specializzazione
in psicoterapia autorizzata dal Ministero dell'Università. Elabora
ed approfondisce le intuizioni di Wilhelm Reich. Ha come riferimento
chiave l'unità psicobiologica dell'individuo e usa una metodologia
articolata su più livelli: Analisi del Carattere, Vegetoterapia
Caratteroanalitica che opera con acting corporei, e Analisi del Carattere
della Relazione.
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