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LEGGI ANCHE L'ARTICOLO DEL DOTT. CAVALIERE SUL PORTALE LIBERO 'BARRICATI IN CAMERA' IO MI SENTO AL SICURO SOLO QUI' Lo scopo di questo articolo consiste proprio nella spiegazione di tale affermazione, che sintetizza in poche righe il nucleo essenziale delle ricerche in letteratura che ho condotto in questi mesi: quello che comunichiamo è ciò che l’altro ha compreso e non quello che pensiamo di aver comunicato. Una comunicazione di tipo “selettivo”.
COMUNICAZIONE= TRASMISSIONE, PASSAGGIO DI INFORMAZIONE
COMUNICAZIONE = RELAZIONE, COMPRENSIONE La comunicazione verbale sinteticamente è un processo attivo tipicamente umano e sociale di scambio e condivisione delle informazioni, delle idee, dei messaggi fra due o più soggetti. Il processo della comunicazione inizia quando un emittente concepisce un messaggio e lo trasmette, attraverso un mezzo o un canale specifico, al ricevente, il quale lo interpreta e rimanda, in qualche modo, un altro segnale, con cui rende noto che il messaggio è stato ricevuto e compreso. Questi processi di produzione/ricezione sono continui nella comunicazione: una delle sue caratteristiche è, infatti, quella di scambiare le posizioni all’infinito.
Dunque, la comunicazione è un aspetto essenziale della nostra esistenza. E sarebbe problematico cercare di mettere in dubbio la fondatezza di tale affermazione, in particolar modo nel caso specifico degli esseri umani: tutti noi comunichiamo costantemente con gli altri esseri viventi e con l’ambiente circostante. Fin dai primi giorni di vita ci troviamo immersi come soggetti attivi e dotati di capacità comunicative all’interno di una condizione relazionale che fa partecipe le nostre figure primarie d’attaccamento e, allo stesso tempo, siamo involontariamente coinvolti in un continuo processo di acquisizione delle “regole” della comunicazione. Se pensiamo che a partire dagli anni Ottanta gli studi condotti sulla relazione madre-bambino focalizzano l’attenzione sulle tendenze innate e sui problemi del primo anno di vita, anche in funzione di un eventuale intervento precoce per prevenire disturbi nella seconda infanzia e, collocano in posizione di centralità lo studio della relazione primaria. Emde, analizzando le modalità fondamentali dello sviluppo, prende in considerazione le “motivazioni di base” che sono innate nel bambino, che rintracciano la loro espressione evolutiva all’interno del rapporto, che permangono negli anni e dalle quali non può prescindere lo sviluppo. Particolare rilievo è dato dallo studioso alla “predisposizione alla socializzazione” che egli indica come “terza motivazione di base”: il bambino nasce preadattato ad una serie di interazioni con gli altri. A tal riguardo, Emde, mette in risalto la “natura diadica del sistema motivazionale: la predisposizione alla socializzazione, in quanto tendenza innata, è comune sia al bambino che al genitore”. il bambino pertanto in questa relazione costruisce non solo il Sé, ma anche i modelli relazionali. Per concludere, tutto il percorso evolutivo, comprendente talvolta anche disarmonie più o meno significative, è comunque influenzato sia dalle condizioni ambientali, in particolare del rapporto con la madre, che lo caratterizza attingendo alla sua sensibilità, ma anche alle personali conflittualità, sia dal patrimonio genetico che condiziona gli “schemi reattivi primari” Dopo aver tentato di capire lo sviluppo delle sindromi relazionali e dopo aver cercato di centrare il significato della parola “comunicazione” e/o “relazione”, è necessario condurre in primo luogo la domanda “perchè si comunica” al fenomeno di inibizione sociale dei giovani Hikikomori.
Ogni comunicazione comporta di fatto un aspetto di metacomunicazione che determina la relazione tra i comunicanti. Ad esempio, un adolescente che esprime un ordine: - da oggi resterò chiuso nel mio mondo, vi proibisco di entrare nella mia stanza segreta! Comunica, oltre al contenuto (la volontà che l’ascoltatore compia una determinata azione), anche la relazione che trascorre tra chi comunica e chi è oggetto della comunicazione. Ogni comunicazione oltre a trasmettere informazione, implica un impegno tra i comunicanti e definisce la natura della loro relazione. La comunicazione sociale è sostenuta oggi anche da moderni strumenti, che consentono, di superare le barriere e i vincoli di tempo e di spazio e, fra i nuovi modi di comunicare, Internet è certamente uno dei mezzi che offre maggiori opportunità. Sherry Turkle ha scritto un libro nel 1997 intitolato "Il secondo Io" ed analizzandone il significato potremmo capire come il mondo del web risulti essere una versione di se stessi, un vero sé. Proponendolo come essere onnisciente, nel senso che può fornire in pochi secondi così tante informazioni e così tanti contatti e relazioni, soffrendo di sintomi di ritorno nel momento in cui arriva l’ora di spegnerlo (e si esce da quel mondo). In tal modo con la nascita del trasmesso, lo scritto, nonostante sembrava essere destinato a una lenta ma inesorabile fine ha invece rilanciato una “nuova” lingua scritta, come dimostra il recente sviluppo, anche in Italia, dei siti internet e delle chat-line (Carrada, 2000). Caratteri veloci e brevi come quelli presenti nella comunicazione delle chats, che si svolgono in uno spazio puramente virtuale. Questa forma di trasmissione a distanza dello scritto è del resto l’unica che prevede necessariamente la compresenza dell’emittente e dei riceventi, che implica limiti temporali nella fase della sua pianificazione, che mostra una scrittura in continuo movimento (D’Achille, 2003). Quindi proprio perchè siamo bombardati da messaggi culturali che ci spingono ad utilizzare questa nuova comunicazione rivoluzionaria che bisognerebbe distaccarci dai contorni del fenomeno Hikikomori e cercare la risposta studiando il problema di questa comunicazione “falsata” tra i giovani del Sol Levante. L’Hikikomori non è una delle tante manifestazioni della crisi adolescenziale, che riguarda più di un milione di adolescenti che non riescono a vivere nella società e, che, pertanto si rinchiudono fra le mura della loro camera, rifiutando il contatto con il mondo esterno anche per anni. Il male oscuro di questi “adolescenti tartaruga” è di più. Questa fuga dal mondo li conduce ad “ammazzare” il tempo con internet, con i videogiochi, con la tv e con la musica. Tale “espatrio” volontario è inscindibilmente connesso alla fruizione delle nuove tecnologie: questi giovani si allontanano dalle relazioni reali per abbracciare quelle virtuali e il cyberspazio prende il posto della vita. Appare quindi indispensabile analizzare le modificazioni che si verificano nella mente umana in rapporto con la ormai totale diffusione della rete. L’adolescente finisce con il rimanere intrappolato in quella rete dove l’unica via possibile è vivere in una sorta di alienazione tecnologica. Anche il corpo si imprigiona. Non è più rivolto al mondo esterno, ma suggellato dentro i propri confini, implacabili e ghiacciati. Non c’è più nessuno con cui parlare o a cui rivolgere un gesto, un contatto diretto. L’individuo non vuole perdere la propria “stanza segreta” e rinuncia al benessere sociale che sublima nel benessere virtuale. Navigare nella rete per questi adolescenti diventa il loro scopo di vita e non possono farne più a meno. L’abuso nell’utilizzo delle informazioni disponibili in rete, infatti, può portare ad un sovraccarico cognitivo che satura il cervello, riducendo l’attenzione razionale; contemporaneamente il conseguente isolamento sociale sostiene il ricorso ad Internet per cercare occasioni di socializzazione virtuale che possono sconvolgere i delicati equilibri dell’identità, creando la possibilità di sperimentare ruoli e parti del Sé altrimenti non sperimentabili nella vita reale che, tuttavia, accrescono il numero di ore trascorso on-line, con il risultato che si può finire incollati ad una sedia e ad un monitor per giornate intere, rinunciando a salutari e “reali” esperienze di vita. L’utilizzo della rete e delle varie applicazioni è in grado di determinare un ampliamento ed un’errata percezione dei confini del Sè. Presi dal vortice dei rapporti sociali virtuali, dividiamo disperatamente la nostra limitata attenzione, concedendo frammenti della nostra coscienza ad ogni cosa o persona che richieda il nostro tempo. Ma nel farlo mettiamo a rischio la nostra persona nel perdersi nella rete labirintica di connessioni mutevoli. D’altra parte la carenza di una reale presenza fisica e l’impossibilità di poter avere accesso a tutta una serie di messaggi non verbali ai quali siamo abituati nelle relazioni interindividuali diminuisce la possibilità di accesso a tutta una serie di indicazioni basilari nell’interazione tra due individui. L’abuso di internet sarebbe determinato da un senso di vuoto, da un vissuto di solitudine e dalla difficoltà di investire la realtà of-line. In alcuni casi estremi come quelli dei ragazzi Hikikomori, la partecipazione alla realtà on line è finalizzata alla negazione di quella concreta, quotidiana, avvertita come intimidatoria. Lo dimostra (o lo induce a pensare) la discussione tra due ragazzi Hikikomori trovato su un Diario di Bordo in rete, di un isolatra Giapponese: - Tu ce l'hai una stanza segreta dentro di te? Perché mi scrivi Cettina? Ti senti sola anche tu e contrariamente a me non hai la forza di rinunciare alla vita che il mondo ti propone? Ci sono cose tremende intorno a te come qui? Ma qui il tremendo è invisibile e pulito come una stuoia nuova e non scorre sangue, nemmeno nelle vene. Ho sentito che anche in Spagna è esplosa qualcosa di più di una bomba, una sorta di guerra di idee che ha fatto molte vittime. Che cosa orribile! Tutti quegli omicidi senza che gli assassini guardassero negli occhi le loro vittime: da noi, nel nostro orrendo e sanguinoso passato, nessun guerriero avrebbe mai ucciso un nemico senza averlo prima guardato negli occhi. ...Ma poi, quegli uomini e donne erano forse nemici di qualcuno? Non c'è onore nell'omicidio del terrorista. Forse, in nessun omicidio, malgrado la società lo codifichi entro qualsiasi sia l'idea che lo sorregge. So che è da vigliacchi vivere chiusi in una stanza ma vivere in un mondo dove gli uomini uccidono i loro compagni di viaggio solo per dimostrare al mondo che esistono, mi sembra una cosa assurda, una cosa che il tempo cancellerà come il vento soffia via la sabbia dal mio davanzale. Verranno dimenticati gli assassini e di loro, dei loro gesti, delle loro idee, non resterà nulla. Tutto inutile! Perché combattere uccidendo quando invece dovremmo costruire? Hai idea Cettina, di quanti milioni di anni sono stati necessari perché cause del tutto naturali e coincidenze fortuite abbiano contribuito a costruire questo mondo così come tu lo vedi? C'è davvero da impazzire o da sentirsi al sicuro. Io mi sento al sicuro solo qui. Per ora. - La realtà on line fornisce il vantaggio di dare gratificazioni immediate, per la sua disponibilità pressochè persistente. La comunicazione nelle chat o nei diari di bordo, è dominata dalla sensazione, spesso ingannevole, di essere capiti e di capire, di condividere le emozioni proprie e altrui. L’illusorietà, infatti molte volte si rende palese nel momento in cui si decide di abbandonare l’ambiente virtuale per quello reale. Spesso quello che sopraggiunge e che si tende a capire solo a posteriori è che la comunicazione, fino a quel momento è stata interiorizzata e rivolta in prevalenza a se stessi. L’importanza di considerare il “disagio relazionale” in una prospettiva interattiva consiste pertanto anche nella possibilità concreta di accertare esplicitamente e di documentare problemi relazionali <<individuali ed intra-familiari>> e di progettare un intervento preciso anche in casi che, pur senza sintomi o manifestazioni definiti dalla tradizionale nosografia neuropsichiatrica, destano preoccupazione. Perchè i giovani rifiutano tutto d’un tratto il rapporto con gli altri?
CASO CLINICO (RACCONTATO IN UN ARTICOLO DEL GIORNALE “IL FOGLIO” 18 FEBBRAIO 2006): Sulle cause del fenomeno si fanno solo ipotesi.
Ma il tutto potrebbe anche essere collocato sullo sfondo di una società sociologicamente in crisi e che, maggiormente, si nutre di una cultura non “sempre sana”. Partendo dalla concezione di gruppo come “complesso sistema di dinamiche relazionali ed affettive che costituiscono la rete su cui si costruisce la vita del gruppo nei suoi aspetti anche operativi” credo, che, bisognerebbe aiutare questi adoloscenti con tecniche di socializzazione, dove l’apprendimento della socialità, ovvero lo sviluppo di doti essenziali per il vivere sociale diviene un fattore “curativo” che agisce in tutti i gruppi terapeutici. Attraverso il feedback dei compagni, i pazienti potenzialmente possono acquisire informazioni rispetto ai loro comportamenti sociali disadattati, di cui spesso sono inconsapevoli ed imparare a modificarli.
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