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PSICOTERAPIA FAMILIARE

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La psicoterapia familiare si è affermata nella seconda metà degli anni Cinquanta, prima negli Stati Uniti (specialmente nel famoso Mental Health Research Institute di Palo Alto, in California) e poi rapidamente anche in Europa.

Essa parte dall’assunto che ogni individuo nasce, cresce e costruisce la propria storia in famiglia: con i genitori, i fratelli e gli altri parenti significativi. La storia che si è costruito la porterà sempre con sé e i legami vissuti all’interno della famiglia costituiranno un modello per tutte le relazioni successive. Anche nel momento in cui, una volta adulti, una persona dà vita ad una nuova famiglia, questa diventa il risultato di un incontro non solo di due individui – i due partner -, ma anche di due storie familiari; ognuno dei due ha nella propria mente il “modello familiare” che ha appreso nella sua famiglia di origine, nel bene e nel male: negli aspetti che egli ritiene positivi e buoni – quindi da imitare e riproporre al partner – e negli aspetti che giudica negativi e non buoni – quindi da non imitare e da non ripetere. La famiglia d’origine è come una borsa che ci portiamo con noi nella vita: essa è piena di tante cose, molte di queste saranno preziose, altre buone e utili, qualche altra costituirà un pesante fardello del quale non sarà facile riuscire a fare a meno.

I comportamenti attuali di una persona sono come “metafore relazionali”, cioè come segnali indiretti di bisogni e coinvolgimenti emotivi che hanno radici nel passato, ma che trovano lo spazio e il tempo di manifestarsi concretamente nelle relazioni presenti. La costruzione di nuovi legami affettivi e la loro evoluzione sono legate alla possibilità di separarsi da questi vincoli del passato. Queste brevi riflessioni ci fanno dire che per comprendere la situazione attuale che una persona sta vivendo abbiamo bisogno di incontrare e conoscere la sua storia familiare. Così come per affrontare una situazione problematica che rischia di bloccarne la crescita, abbiamo bisogno di attingere alle risorse della famiglia. La famiglia, quindi, se da una parte è il luogo in cui certe problematiche nascono e si strutturano, dall’altra è anche il luogo in cui ricercare le risorse per la cura, cioè per affrontare quei problemi che impediscono una crescita sufficientemente sana di qualcuno dei suoi membri. La famiglia, dunque, come è presente nel processo di formazione dei problemi così riteniamo che debba esserlo nel processo di cura. Terapia Familiare, o psicoterapia familiare, non significa psicoterapia della famiglia, ma psicoterapia con la famiglia: la famiglia cioè è un soggetto attivo nel processo di cura. L’obiettivo della terapia è quello di costruire una storia tra il terapeuta e la famiglia che renda possibile attivare un nuovo apprendimento: come muoversi verso la ricerca di significati diversi negli eventi e nei comportamenti reciproci, sperimentando nuove modalità di rapporto. Attraverso il processo terapeutico i membri della famiglia apprendono una “metodologia di lavoro” che permetta loro di conciliare l’essere di ciascuno, in tutta la sua originalità, con l’appartenere alla medesima storia evolutiva. La famiglia viene sollecitata a riattivare le proprie potenzialità perché possa in prima persona diventare artefice del cambiamento. Nella relazione terapeutica il terapeuta è come il regista che aiuta la famiglia a riscrivere il copione della propria storia e i singoli membri a dar vita a dei racconti personali. Una volta appreso, la famiglia potrà continuare questo lavoro con le proprie energie anche fuori dalla relazione con il terapeuta. La famiglia è risorsa educativa e terapeutica. Concretamente la terapia si svolge con incontri periodici (uno/due incontri mensili) della famiglia con un terapeuta (o con una coppia di terapeuti), nei quali possono essere coinvolti, di volta in volta, tutti o soltanto alcuni dei componenti.
La psicoterapia familiare è una tecnica di trattamento psicologico dei disturbi e dei problemi della famiglia: secondo questo approccio teorico e metodologico infatti, non si possono studiare dati e persone senza considerare la dinamica interattiva e il contesto in cui hanno vita gli scambi relazionali.

Una famiglia si compone di diverse unità, che si relazionano all’intero ‘sistema famiglia’, stimolandolo, ed essendone stimolati. Ogni unità, pur condividendo con i familiari una vita di relazione, conduce anche esperienze esterne alla famiglia (scuola, lavoro, tempo libero etc.), ma i comportamenti individuali sono comunque regolati dall’organizzazione-famiglia, che può essere più o meno aperta alle informazioni e alle energie provenienti dal mondo esterno.

Questa prospettiva considera limitate sia le teorie psicoanalitiche (la personalità si delinea in base al superamento dei traumi infantili) che quelle comportamentiste (la personalità si forgia sulla base dei condizionamenti prodotti dall’ambiente) perché esse, pur se molto diverse fra loro, hanno in comune il fatto che considerano ogni evento come consequenziale all’altro, in modo lineare (es. il fenomeno A causa il fenomeno B).

La scuola sistemica prevede invece, per uno stesso effetto, tante cause in relazione fra loro, secondo un sistema di causalità circolare per cui la causa e l’effetto non hanno più una linearità ma l’effetto si ritorce sulla causa e da effetto diventa causa es.(il fenomeno A e il fenomeno B costituiscono un insieme organizzato, all’interno del quale sia l’uno sia l’altro sono, di volta in volta e reciprocamente, causa di qualche effetto).

Da un punto di vista clinico questa impostazione influenza il terapeuta in una sorta di ‘pregiudizio relazionale’, nel senso che la ricerca del problema si indirizza subito verso una eventuale relazione disfunzionale fra i membri della famiglia del paziente.

Per questo la terapia consiste nella convocazione della famiglia al completo, con l’obiettivo di mettere in luce tutti i conflitti più evidenti fra i membri, per correggere gli atteggiamenti anomali di ciascun componente, migliorando la formula di convivenza e liberando così il ‘malato’ (cioè il familiare che è stato in qualche modo designato ad esprimere i disagi vissuti da tutto il gruppo-famiglia) dalle tensioni legate alla sua condizione di ‘paziente designato’.

Altro obiettivo è quello di migliorare la comunicazione all’interno del gruppo-famiglia, cioè le modalità con le quali soggetti si scambiano messaggi verbali e non verbali, influenzandosi reciprocamente, al fine di rendere stabili i cambiamenti ottenuti.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it