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TEST- ESERCIZIO SUL PROCESSO PSICOLOGICO DELL’ACCETTAZIONE

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“Se accetto pienamente il mio stato, troverò la pace. Non mi lamento del fatto che dovrei essere più santo, più bello, più puro rispetto a quello che sono ora. Quando sono bianco, sono bianco, quando sono nero, sono nero, punto e basta. Questo atteggiamento non impedisce che continui a lavorare su di me per poter diventare uno strumento migliore; l’accettazione di sé non limita le aspirazioni, al contrario, le nutre. Perché ogni miglioramento partirà sempre da ciò che si è realmente.” (Alejandro Jodorowsky)

L’accettazione potremmo definirla la modalità con cui osserviamo noi stessi, gli altri ed il resto del mondo. E’ una modalità di osservazione che richiede, al contrario di quello che si può pensare, mente aperta e volontà al fine di osservare il tutto, possibilmente,  nella sua realtà oggettiva, il meno possibile con valutazioni soggettive e/o di giudizio.

Ad esempio se ci si percepisce ansiosi, depressi, stressati, dipendenti e quant’altro ancora bisogna cercare di averne una visione il meno possibile catastrofica, limitante, giudicante. Si è in quello stato: punto e basta. Lo stesso criterio si applica con gli altri e con il resto del mondo.

L’accettazione tende a favorire il processo di comprensione delle dinamiche personali e degli altri. Questo non significa approvare i nostri comportamenti o quelli altrui

Inoltre Accettare e comprendere porta ad alleviare la sofferenza, a ritrovare serenità.

Il tutto aiuta a perdonare noi stessi ed unitamente a quanto affermato in precedenza getta le basi di un eventuale cambiamento.

TEST SU COSA SIGNIFICA E COMPORTA PER VOI “ACCETTARE”,

Accettare, per me, significa e comporta:

  • Alleviare la Sofferenza;
  • Non Giudicare;
  • Non Approvare ma Comprendere ;
  • Perdonare sè stessi;
  • ……………………….  (provate ad aggiungere voi uno o più significati)
  • ……………………….
  • ……………………….

 

TEST SU QUELLO CHE POSSIAMO ACCETTARE E QUELLO CHE NON POSSIAMO ACCETTARE

“Concedimi la serenità
di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio per cambiare quelle che posso
e la saggezza per riconoscerne la differenza.”

Dobbiamo anche accettare che non possiamo accettare tutto.

Di seguito elencate quello che potete accettare nella vostra vita di voi stessi, degli altri e del mondo che vi circonda:

Di me posso accettare:

  1. ……………………………..
  2. ……………………………..
  3. ……………………………..

Degli altri posso accettare:

  1. ……………………………..
  2. ……………………………..
  3. ……………………………..

Del mondo che mi circonda posso accettare:

  1. ……………………………..
  2. ……………………………..
  3. ……………………………..

Di seguito elencate quello che NON potete accettare nella vostra vita di voi stessi, degli altri e del mondo che vi circonda:

Di me NON posso accettare:

  1. ……………………………..
  2. ……………………………..
  3. ……………………………..

Degli altri NON posso accettare:

  1. ……………………………..
  2. ……………………………..
  3. ……………………………..

Del mondo che mi circonda NON posso accettare:

  1. ……………………………..
  2. ……………………………..
  3. ……………………………..

Al termine del test-esercizio valutate la differenza tra quello che potete e non potete accettare. Valutate anche se tra quello che non accettate potete effettuare un percorso di accettazione.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

IL PROCESSO PSICOLOGICO DELL’ACCETTAZIONE

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“Se accetto pienamente il mio stato, troverò la pace. Non mi lamento del fatto che dovrei essere più santo, più bello, più puro rispetto a quello che sono ora. Quando sono bianco, sono bianco, quando sono nero, sono nero, punto e basta. Questo atteggiamento non impedisce che continui a lavorare su di me per poter diventare uno strumento migliore; l’accettazione di sé non limita le aspirazioni, al contrario, le nutre. Perché ogni miglioramento partirà sempre da ciò che si è realmente.” (Alejandro Jodorowsky)

L’accettazione potremmo definirla la modalità con cui osserviamo noi stessi, gli altri ed il resto del mondo. E’ una modalità di osservazione che richiede, al contrario di quello che si può pensare, mente aperta e volontà al fine di osservare il tutto, possibilmente,  nella sua realtà oggettiva, il meno possibile con valutazioni soggettive e/o di giudizio.

Ad esempio se ci si percepisce ansiosi, depressi, stressati, dipendenti e quant’altro ancora bisogna cercare di averne una visione il meno possibile catastrofica, limitante, giudicante. Si è in quello stato: punto e basta. Lo stesso criterio si applica con gli altri e con il resto del mondo.

L’accettazione tende a favorire il processo di comprensione delle dinamiche personali e degli altri. Questo non significa approvare i nostri comportamenti o quelli altrui

Inoltre Accettare e comprendere porta ad alleviare la sofferenza, a ritrovare serenità.

Il tutto aiuta a perdonare noi stessi ed unitamente a quanto affermato in precedenza getta le basi di un eventuale cambiamento.

ACCETTARE, quindi, significa e comporta:

  • Alleviare la Sofferenza;
  • Non Giudicare;
  • Non Approvare ma Comprendere ;
  • Perdonare sè stessi;
  • ……………………….  (provate ad aggiungere voi uno o più significati)

Ma l’aspetto più importante è che l’accettazione richiede due sue tempi: un tempo per iniziare ed un tempo per svilupparsi.

Un tempo per iniziare perchè prima è necessario dare spazio ad una componente emotiva inerente la visione personale di noi stessi, degli altri e del resto del mondo. Solo quando questa visione emotiva incomincia ad attenuarsi si può avviare un processo di accettazione che è un processo al contempo emotivo e razionale allo stesso tempo.

Una volta avviata l’accettazione bisogna attenderne , con pazienza, la crescita, l’evoluzione, i continui alti e bassi. A volte si ha la sensazione di averla finalmente raggiunta completamentente, a volte si ha la sensazione di aver fatto dei passsi indietro. Questa discontinuità, che è tipica della maggior parte dei processi psicologici, è, invece, indice che il processo  dell’accettazione è sano. Per cui non bisogna assolutamente scoraggiarsi se si ha l’impressione che a volte si va indietro e non avanti.

Al termine del processo di accettazione si arriva a cmprendere ciò che è ben riassunto in questa citazione:

“Concedimi la serenità
di accettare le cose che non posso cambiare,
il coraggio per cambiare quelle che posso
e la saggezza per riconoscerne la differenza.”

Dobbiamo anche accettare che non possiamo accettare tutto.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

 

LA TERAPIA DELL’ACCETTAZIONE RADICALE

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Una delle opzioni che abbiamo riguardo a qualsiasi problema è l’Accettazione Radicale (Linehan, 1993).

Accettazione Radicale vuol dire accettare di vivere la vita per come si presenta senza opporsi a ciò cui non è possibile opporsi oppure scegliere di non cambiare le cose. Accettazione Radicale è dire sì alla vita, così com’è.
Immaginiamo di voler prendere in affitto un appartamento in un complesso residenziale che è al momento completamente pieno e di parlare con il responsabile degli affitti. Quest’ultimo ci assicura che ci chiamerà non appena un bilocale risulterà disponibile. Aspettiamo dei mesi, quindi passiamo da lui a verificare. Quando arriviamo, lui sta firmando un contratto di affitto con una coppia per un bilocale. Gli chiediamo delle spiegazioni e lui scrolla le spalle. Cose del genere non dovrebbero accadere. Non è giusto. E invece è successo.
Il dolore è la perdita di un appartamento che desideravamo con tutto il cuore, per cui possiamo sentirci tristi e feriti. La sofferenza è il modo in cui noi utilizziamo il dolore ed è la nostra interpretazione di esso. Quindi la sofferenza è opzionale, mentre il dolore no.
E’ difficile accettare ciò che non vogliamo che sia vero. Ed è ancora più difficile non accettarlo, perché non accettare il dolore porta molta sofferenza.

Rifiutare di accettare la realtà
La gente dice spesso: “Non posso sopportarlo”, “Non è giusto”, “Non può essere vero” e “Le cose non dovrebbe andare in questo modo”. E’ quasi come se pensassimo che rifiutando di accettare la realtà potessimo cancellarla oppure che accettarla significhi approvarla. Accettare non vuol dire approvare.
E’ faticoso combattere la realtà e non funziona. Ostinarsi a non accettare che siamo stati licenziati per qualcosa che non abbiamo fatto, che il nostro amico ci ha ingannato o che non siamo stati ammessi alla facoltà a cui volevamo accedere non cambia la situazione e aumenta il dolore che stiamo provando.
Accettare la realtà è difficile quando la vita è dolorosa. Nessuno vuole sperimentare dolore, delusione, tristezza o perdita. Ma queste esperienze fanno parte della vita. Quando proviamo a evitare tali emozioni o a resistere ad esse, aggiungiamo solo sofferenza al nostro dolore. Invece di amplificare l’emozione con i nostri pensieri o aumentare l’infelicità cercando di rifuggire le emozioni dolorose, possiamo smettere di soffrire praticando l’accettazione.
La vita è piena di esperienze piacevoli e spiacevoli. Quando respingiamo o tentiamo di evitare i sentimenti di tristezza e dolore, al contempo riduciamo la nostra capacità di provare gioia. L’evitamento delle emozioni porta spesso alla depressione e all’ansia. L’evitamento può anche portare a comportamenti distruttivi come giocare d’azzardo, bere troppo, spendere in maniera compulsiva, mangiare troppo poco o in eccesso e lavorare oltremisura. Questi comportamenti possono aiutare a fuggire dal dolore nel breve periodo ma peggiorano solo la situazione nel lungo periodo.
Accettazione significa che possiamo trasformare la nostra resistenza e i pensieri ruminanti in pensieri di accoglimento come: “Mi trovo in questa situazione. Non la approvo. Non penso che vada bene, ma è ciò che è e non posso modificare l’accaduto.”.
Immaginiamo di essere in ritardo per un importante colloquio di lavoro. Il traffico è particolarmente congestionato e rimaniamo bloccati semaforo dopo semaforo. Infuriarci contro i semafori o gli autisti davanti a noi non ci aiuterà ad arrivare più velocemente a destinazione ma ci farà solo agitare di più. Accettare la situazione e fare il meglio che possiamo sarà emotivamente meno doloroso e probabilmente più efficace. Grazie all’accettazione arriveremo al colloquio meno stressati e forse maggiormente in grado di gestire la situazione.

L’Accettazione Radicale richiede pratica
L’Accettazione Radicale è un’abilità che richiede pratica. Praticare l’accettazione del fatto che il traffico sia pesante, che stia piovendo il giorno in cui volevamo andare in spiaggia e che il nostro amico disdica laddove avevamo pianificato di passare la giornata insieme è importante per gestire bene le cose e vivere una vita più felice. Quando pratichiamo l’accettazione, ci sentiamo ancora insoddisfatti, tristi e magari spaventati però non aggiungiamo a quelle emozioni il dolore della non-accettazione né peggioriamo le cose. Praticare l’accettazione in situazioni come queste ci aiuta anche a prepararci ad accettare circostanze più difficili.
Tutti sperimentano la perdita di una persona amata. La morte di un genitore, di un figlio, di un consorte o di un caro amico è particolarmente dura. La nostra prima reazione può essere dire qualcosa tipo: “No! Non è possibile!”, anche se sappiamo che è tutto vero.
La morte di una persona amata sarà sempre difficile e dolorosa. Accettare ci dà la possibilità di iniziare a far rimarginare le ferite. Resistere alla realtà impedisce la guarigione e aggiunge sofferenza al nostro dolore. Se pratichiamo l’accettazione ogni giorno, potremo trovarci più preparati quando si presenteranno le esperienze di vita più dure. Quindi praticare l’accettazione del traffico opprimente vuol dire alleviare la nostra sofferenza in quel momento nonché diventare abili a ridurla in situazioni più difficili che potranno verificarsi in futuro.

Motivazioni per non accettare la realtà
Talvolta le persone si comportano come se credessero che non accettare qualcosa possa cambiare la situazione. E’ come se accettare le circostanze o le emozioni dolorose equivalga ad essere passivi o a rassegnarsi. Non è così. Significa permettere alla realtà di essere quello che è.
In altri casi la gente non vuole provare dolore. Ci sono molte condizioni di vita che sono dolorose e fuori dal nostro controllo. Noi non possiamo rifuggire quel dolore, ma possiamo controllare la nostra sofferenza per il dolore che sperimentiamo. La sofferenza è la parte che possiamo tenere sotto controllo.

Da dove cominciare
La vita ci offre un sacco di opportunità per fare pratica. Se abbiamo un problema che possiamo risolvere, allora quella è la prima opzione. Se non possiamo risolverlo ma possiamo cambiare la nostra percezione del problema, allora facciamolo. Se non possiamo né risolvere un problema né modificare il modo in cui lo percepiamo, allora pratichiamo l’Accettazione Radicale.
Iniziamo concentrandoci sul nostro respiro. Osserviamo semplicemente i pensieri che potremmo avere, come l’idea che la circostanza sia ingiusta o che quello che è successo sia intollerabile. Lasciamo soltanto passare questi pensieri. Forniamo a noi stessi una dichiarazione di accettazione, del tipo: “Le cose stanno così”. Pratichiamo ripetutamente. L’accettazione richiede spesso molte ripetizioni.

La Terapia dell’Accettazione Radicale è praticata dal Dottor Roberto Cavaliere nei suoi studi di Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa) oltre che nelle consulenze telefoniche e Via Skype. Viene anche praticata nei Percorsi di Psicoterapia in Costiera Amalfitana nel Centro-Studio del Dottor Cavaliere

Referenze bibliografiche
Linehan M., Cognitive-Behavioral Therapy of Borderline Personality Disorder, New York: The Guilford Press, 1993.7
FONTE:
http://www.psychologytoday.com/…/…/201207/radical-acceptance

LA TERAPIA DELLA MEDITAZIONE IN CAMMINO

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“La meditazione camminata può essere molto piacevole. Camminiamo lentamente, da soli o in compagnia, possibilmente in un bel posto.
Meditazione camminata significa gustare la camminata, camminare non per arrivare, ma semplicemente per camminare. Lo scopo è radicarsi nel presente e, consapevoli di respirare e di camminare, gustare ogni passo.
Perciò dobbiamo scrollarci di dosso ansie e preoccupazioni, non pensare al futuro, non pensare al passato, ma solo gustare l’attimo presente.
Possiamo farlo tenendo per mano un bambino.
Camminiamo un passo dopo l’altro, come se fossimo le persone più felici del mondo.
Noi camminiamo continuamente, ma di solito lo facciamo correndo, e in questo modo lasciamo sulla Terra impronte di ansie e di dolore.
Quando camminiamo, dovremmo farlo in modo da lasciare solo impronte di pace e di serenità. Tutti possiamo farlo, a patto di volerlo davvero.
Ogni bambino può farlo. Se ci è possibile fare un passo così, potremo farne due, e poi tre, quattro, cinque.
Con un solo passo di pace e di felicità contribuiamo alla pace e alla felicità di tutto il genere umano. La meditazione camminata è una pratica meravigliosa.
Quando pratichiamo all’aperto, camminiamo un po’ più lentamente del solito e coordiniamo la respirazione con i passi.
Per esempio, facciamo tre passi inspirando e tre passi espirando.
Possiamo aggiungere le parole: “In, in, in. Out, out, out”.
“In” ci aiuta a identificare l’inspirazione. Chiamare una cosa con il suo nome la rende più vera, è come dire il nome di un amico.
Se i vostri polmoni richiedono quattro passi invece di tre, dategliene pure quattro. Se ne bastano due, dategliene due.
La durata dell’inspirazione non deve necessariamente essere identica a quella dell’espirazione.
Per esempio, potete fare tre passi a ogni inspirazione e quattro a ogni espirazione.
Se camminando vi sentite felici, tranquilli e gioiosi la vostra pratica è corretta.
Siate consapevoli del contatto fra i vostri piedi e la Terra.
Camminate come se baciaste la Terra con i piedi. Le abbiamo fatto tanto male. E’ venuto il momento di prendercene cura.
Portiamo la nostra pace e la nostra calma sulla superficie della Terra, e impariamo ad amare con lei. Camminiamo con questo spirito.
Di tanto in tanto, quando vediamo una cosa bella, possiamo fermarci a guardarla: può essere un albero, un fiore, bambini che giocano.
Mentre guardiamo continuiamo a seguire il respiro, per non perdere il bel fiore e non farci risucchiare dai nostri pensieri.
Quando vogliamo riprendere a camminare, ricominciamo da capo. Ogni passo farà nascere una brezza, che ci ristora nel corpo e nella mente.
Ogni passo fa sbocciare un fiore sotto i nostri piedi.
Possiamo farlo solo se non pensiamo al futuro o al passato, se sappiamo che la vita va cercata solo nell’attimo presente.
É una pratica che dà gioia e pace e fa riscoprire il piacere di camminare. Faccio passi brevi, procedo lentamente, in totale rilassamento, con il cuore aperto all’esperienza della pace.
Non devo sbrigarmi, perché non sto andando da nessuna parte. La meta è ogni passo.
Cammino in modo tale da lasciare sulla terra orme di pace e di libertà.
Con ogni passo genero l’energia della calma e della presenza mentale, e questa energia risana e trasforma il mio essere. E tutto intorno a me.
Per camminare così devo imparare a lasciar andare, a deporre le ansie, le preoccupazioni.
É possibile. Tutti siamo in grado di farlo. Basta un po’ di consapevolezza e il sincero proposito di essere in pace. Se sapete fare un passo in completa pace, saprete farne due.
Potete fare cento, mille passi in completa pace. E il mondo avrà pace “

Il miracolo della presenza mentale, Thich Nat Hanh, Ubaldini Editore

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private in studio, telefoniche e/o via Skype:

tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

LA SINDROME DI ARISTOTELE : IL VOLER AVERE SEMPRE RAGIONE

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Con il termine Sindrome di Aristotele si designano  quelle persone che pretendono sempre di avere ragione.

Tirare in ballo Aristotele è arbitrario perchè fa riferimento solo ad un aspetto della vita di quest’ultimo. Aristotele fu allievo di Platone, ma ad un certo punto incomincio a sviluppare una sua teoria filosofica e metafisica in opposizione con quella del maestro. Egli arrivo ad affermare che i discorsi del suo maestro non avevano fondamento e fu criticato da molti per queste sue considerazioni e tacciato di slealtà e superbia.

S’incomincio ad usare il termine di Sindrome di Aristotele per definire quelle persone che oltre a volere sempre avere ragione si sentono anche superiori, affetti narcisisticamente da una sindrome di superiorità.

A differenza del complesso di superiorità che può riguardare tutti gli aspetti della persona che ne è affetta, nella sindrome di Aristotele la superiorità riguarda, principalmente, solo l’aspetto intellettuale e della conoscenza.

Chi è affetto da Sindrome di Aristotele presenta i seguenti “sintomi”:

  • Ossessione di saper tutto;
  • Ossessione di dover primeggiare in qualsiasi discussione ;
  • Mancanza di ascolto attento ed attivo nei confronti del suo interlocutore;
  • Comunicazione e confronto con modalità aggressive ;
  • Discussione ad oltranza finchè non gli viene riconosciuta la sua ragione e quindi affermata la sua superiorità;
  • In caso di mancato riconoscimento delle sue ragioni tendenza ad innestare la polemica ed il litigio.

Come afferma il proverbio: “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Quindi impelegarsi in un’interminabile discussione con chi vuole avere sempre ragione e sentirsi superiore è inutile oltre ad essere estenuante.

L’unica strategia efficace in questi casi è interrompere la discussione, adducendo più o meno un pretesto se si vuole essere diplomatici, e mettere in atto una “ritirata strategica” che lascia l’interlocutore spiazzato.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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IMPARARE A DIRE “NO” PER IMPARARE A DIRE “SI”

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NO é NO
e c’ é solo un modo di dirlo.
No.
Senza stupori, ne indugi,ne punti sospensivi.
No, si dice solo in un modo.
È corto, veloce, monocorde,sobrio, conciso,
No.
Si dice una sola volta No.
Con la medesima intonazione, No.
Il No che ha bisogno di una lunga camminata
o di una riflessione nel giardino, non è un No.
No, ha la brevitá di un secondo.
È un no per l’ altro, perchè lo è giá stato per noi stessi.
No è No, qui, e molto lontano da qui.
Il No é la fine di un libro, senza più capitoli nè secondi parti.
Il No non si dice via lettera
non si dice con i silenzi,
a bassa voce
o urlando o con la testa china o guardando da un ‘ altra parte, o con dei simboli ribaltati,
nemmeno con pena, e men che meno con soddisfazione.
No é No perché é No.
Quando il No é No si stacca naturalmente dalle labbra.
La voce del No non è tremula,
ne vacillante, ne aggressiva,
non si lascia dietro dei dubbi.
Quel No è una negazione del passato,
é una correzione del futuro.
È solo chi sa dire No un giorno imparerá a dire Sì.
Hugo Finkelstein

Tutti possiamo avere difficoltà a dire NO quando vorremmo dirlo e conseguentemente si trasforma in un SI forzato o quanto meno in un NI. Ma se questa difficoltà diviene sempre più presente e/o lo è sempre stata forse è arrivato il momento di “Imparare a dire NO per imparare a dire SI”

Per poter “imparare” è necessario capire innanzitutto le possibili cause che si nascondono dietro questa difficoltà quali:

  • Timidezza,
  • Desiderio di compiacere a tutti i costi,
  • Passività,
  • Modello educativo
  • Timore della reazione dell’altro,
  • Desiderio di essere accettato
  • Modello comunicativo e relazionale di tipo passivo

e tanti altri ancora.

Anche l’estremo opposto di dire spesso e/o sempre NO rivela difficoltà individuali, nella comunicazione e nella relazione rivelando, frequentemente, uno stile aggressivo, egoista, e/o poco empatico. Paradossalmente anche in questo caso diventa necessario “Imparare a dire NO per imparare a dire SI” al fine di migliorare comunicazione e relazione coll’altro.

Utile diventa quindi effettuare un TRAINING INDIVIDUALE SUL “IMPARARE A DIRE NO PER IMPARARE A DIRE SI” (vedi il seguente link) per individuare prima le CAUSE individuali, poi delineare le INDICAZIONI TERAPEUTICHE individuali per il loro superamento ed infine METTERLE IN ATTO individualmente attraverso un costante ALLENAMENTO.

PER INFO E CONTATTI : tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

Dott. Roberto Cavaliere (clicca sul nome per curriculum professionale) 

 Psicologo, Psicoterapeuta  Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

 

PSICOTERAPIA IN COSTIERA AMALFITANA

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LA COSTIERA ALMAFITANA E’ UNA TERRAZZA SULL’INFINITO

Quale miglior location per una psicoterapia  se non la Costiera Amalfitana ? Potrebbe essere un setting terapeutico addizionale che potrebbe favorire la risoluzione delle proprie problematiche e/o dei propri disagi, oltre all’indispensabile terapia.

Nel Centro-Studio del Dottor Roberto Cavaliere, sito a Vietri sul Mare, è possibile effettuare un breve percorso mirato di  psicoterapia individuale. Vietri sul Mare è il primo comune della Costiera Amalfitana, a soli 3 km da Salerno (dove arriva anche l’alta velocità) ed a 50 km dall’aeroporto di Napoli, oltre ad avere un casello autostradale. Quindi facilmente raggiungibile in tutti i modi.

Il percorso individuale può essere anche effettuato per migliorare il proprio benessere psicologico individuale e non solo per problematiche e disagi.

Si può scegliere tra due moduli di psicoterapia individuale.

MODULO TERAPEUTICO DI 3 GIORNI (8 sessioni individuali da 45 minuti ognuna)

1° GIORNO :

  • Una Sessione iniziale dove si esporrà la problematica.
  • Una  Sessione incentrata sulla storia familiare.
  • Una Sessione incentrata sulle problematiche e/o disagi passati.

Al termine della sessione del primo giorno verrà proposta una passeggiata da effettuare individualmente in un bellissino scenario paesaggisitico, utile a stemperare tensioni interne.

2° GIORNO

  • Una sessione sulla somministrazione e discussione di un test psicologico scelto dal terapeuta sulla base di quanto emerso nelle sessioni del primo giorno.
  • Una sessione sulla somministrazione e discussione di un test sull’individuazione delle dinamiche psicologiche individuali.

Al termine della sessione del secondo giorno verrà proposta un’altra passeggiata da effettuare individualmente in un bellissino scenario paesaggisitico, utile sempre a stemperare tensioni interne.

3° GIORNO

  • Una sessione sulle criticità psicologiche individuali emerse dalla storia personale e familiare, oltre che dai test.
  • Una sessione sulle possibili strategie da mettere in atto per il superamento delle criticità psicologiche individuali emerse nelle sessioni precedenti
  • Una Sessione finale  che riassumerà il lavoro terapeutico effettuato con indicazioni sul come proseguire in futuro e nella quotidianeità

Costo totale euro 400

Ci sarà sempre la possibilità, li dove richiesto, di un successivo follow-up o di ulteriori sedute  da effettuare o sempre a Vietri sul Mare o negli Studi di Milano, Roma e Napoli o tramite Skype o videochiamate

MODULO TERAPEUTICO DI UN SOLO GIORNO/MAX DUE (4 sessioni  di 45 minuti ognuna)

  • Una Sessione iniziale dove si esporrà la problematica.
  • Una  Sessione incentrata sulla storia familiare  e sulla storia psicologica individuale.
  • Una sessione sulle criticità e problematiche individuali emerse dalla storia familiare e personale.
  • Una sessione sulle possibili strategie da mettere in atto per il superamento delle criticità e problematiche individuali  emerse nelle sessioni precedenti

Al termine delle 4 sessioni  verrà proposta una passeggiata da effettuare individualmente in un bellissino scenario paesaggisitico, utile a stemperare tensioni interne.

In questo secondo modulo le sessioni totali sono 4 per un costo totale di 240 euro

Anche in questo caso ci sarà sempre la possibilità, li dove richiesto e/o necessario, di un successivo follow-up o di ulteriori sedute  da effettuare o sempre a Vietri sul Mare o negli Studi di Milano, Roma e Napoli o tramite Skype o videochiamate

In entrambi i moduli, si verrà omaggiati di un oggetto in pregevole ceramica vietrese.

E’ sempre possibile concordare modalità diverse come tempi e sedute della propria terapia. Si può effettuare la terapia anche durante la settimana e le festività,  previo accordo.

Possibilià di alloggiare in casa-vacanze (bilocale) convenzionata a 150 euro per due notti e tre giorni o in altre strutture a proprio piacimento.

Possibilità di effettuare anche TERAPIA INDIVIDUALE SUL MALdAMORE IN COSTIERA AMALFITANA(clicca qui)

Possibilità di TERAPIA DI COPPIA IN COSTIERA AMALFITANA (clicca qui)

PER INFO E CONTATTI : tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

Dott. Roberto Cavaliere (clicca sul nome per curriculum professionale) 

 Psicologo, Psicoterapeuta  Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

Centro-Studio a Vietri sul Mare

 

PANORAMICA DI VIETRI SUL MARE

LA METAFORA DELL’ARAGOSTA SULLA CRESCITA PERSONALE

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Dott. Roberto Cavaliere

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UN RACCONTO CHE DICE COSA FARE QUANDO NON SI SA COSA FARE

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In questo racconto buddista c’è un indicazione su cosa fare in quei casi in cui non si sa cosa fare

Buddha e i suoi discepoli intrapresero un lungo viaggio durante il quale attraversarono diverse città. Un giorno in cui faceva molto caldo, avvistarono un lago e si fermarono stremati dalla sete. Buddha chiese al suo giovane discepolo, famoso per la sua natura impaziente:

– Ho sete. Puoi portarmi dell’acqua di quel lago?

Il discepolo andò al lago, ma quando arrivò, vide che proprio in quel momento lo stava attraversando un carro trainato da buoi. Di conseguenza, l’acqua era diventata molto torbida. Il discepolo pensò: “Non posso dare da bere al maestro quest’acqua fangosa”.

Così tornò e disse a Buddha:

– L’acqua del lago è molto fangosa. Non penso che possiamo berla.

Dopo mezz’ora, Buddha chiese allo stesso discepolo di tornare al lago e portargli dell’acqua da bere. Il discepolo tornò al lago.

Però, con suo sgomento, vide che l’acqua era ancora sporca. Tornò e lo disse a Buddha, questa volta con un tono conclusivo:

– L’acqua di quel lago non si può bere, faremmo meglio a raggiungere il villaggio dove gli abitanti possono darci da bere dell’acqua pulita.

Buddha non gli rispose, ma non si mosse neanche lui. Dopo un po’, chiese sempre allo stesso discepolo di tornare al lago e portargli dell’acqua.

Il discepolo andò di nuovo al lago perché non voleva sfidare il maestro, ma era furioso perché questo lo mandava avanti e indietro dal lago, quando sapeva già che l’acqua fangosa non poteva essere bevuta.

Ma questa volta, quando arrivò sulla riva del lago l’acqua era limpida e cristallina. Così ne raccolse un po’ e la portò a Buddha.

Buddha guardò l’acqua, e poi disse al suo discepolo:

– Cosa hai fatto per pulire l’acqua?

Il discepolo non capiva la domanda, era evidente che non aveva fatto nulla. Buddha quindi gli spiegò:

– Aspetta e lasciala stare. Quindi il fango si deposita da solo e tu hai dell’acqua pulita. Anche la tua mente è così! Quando è disturbata devi solo lasciarla stare. Dagli un po’ di tempo. Non essere impaziente Troverà l’equilibrio da sola. Non devi fare alcuno sforzo per calmarla. Tutto passerà se non ti afferri.

Concluderei con questa citazione:

““Torna indietro!” il bruco la richiamò, “ho qualcosa di importante da dirti!”.
Sembrava promettente: Alice si voltò e tornò indietro.
“Mantieni la calma,” disse il bruco.”
(Lewis Carroll)

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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I MANUALI DI AUTO-AIUTO IN PSICOLOGIA NON SONO UTILI

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Il ‘self help’, la psicologia ‘fai-da-te’ che dilaga tra gli scaffali delle librerie, sta diventando come una droga, una dipendenza che dà solo l’illusione di migliorarci e di poter fare ciò che si vuole, portando a una condizione di inadeguatezza e sconforto, causa di stress e depressione. Lo spiega in un’intervista all’ANSA Svend Brinkmann, dell’università danese di Aalborg e autore di ‘Contro il self help – come resistere alla mania di migliorarsi’ (Raffaello Cortina Editore).
“La nostra cultura – spiega – chiede il continuo migliorarsi, non importa quanto sei in gamba, non lo sarai mai abbastanza; ciò crea una mentalità depressiva, infatti chi soffre di depressione ha questa idea di non essere all’altezza”.
La regola numero uno oggi è ‘devi stare al passo’, ma il ritmo è troppo accelerato e finisce per generare una sensazione di alienazione rispetto a quel che facciamo. “Le moderne epidemie di depressione e burn out – spiega – ne sono il risultato”.
“Il problema del self-help – continua Brinkmann – è che fa promesse illusorie di felicità e successo seguendo pochi semplici passi, come se l’individuo potesse controllare tutto e se la felicità fosse una scelta, quindi se sei infelice è solo colpa tua. Il self help è come una droga: compriamo un libro di auto-aiuto che dà l’illusione momentanea di funzionare, ma poi ce ne serve un altro e poi ancora, come accade a un tossicodipendente. La ragione per cui sugli scaffali delle librerie abbiamo tanti libri di self-help è probabilmente che nessuno funziona veramente. Bisogna combattere l’illusione di potersi auto-migliorare venduta senza la minima traccia di evidenza scientifica”.
“Accettare i propri limiti e rifiutare il positivismo a tutti i costi aiuta ad apprezzare di più la propria vita, conclude, scegliete un romanzo piuttosto che un libro di self help; i romanzi ti aiutano a vedere la vita umana nella sua complessità e l’impossibilità di controllarla”.(ANSA).

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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