PERSONALITA’ E CARRIERA

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È stato sostenuto che il modo in cui la carriera di una persona si svolge è sempre più influenzato dai suoi valori, dalle sue caratteristiche, dagli obiettivi e dalle preferenze.

In uno studio condotto N. De Jong, dell’università di Groningen, i ricercatori hanno affrontato il problema di come possiamo spiegare che i tratti della personalità sono associati con la ricerca di una cerca carriera. Sono stati condotti due studi di indagine  per indagare le relazioni tra tratti di personalità, preferenze di una carriera e concretizzazione della carriera.

Come atteso, i risultati indicano che i tratti della personalità delle persone predissero la preferenza per determinati ruoli nel contesto lavorativo che, a loro volta, predicevano i ruoli professionali che occupavano effettivamente. Nello specifico, i dati mostrano che estroversion, coscienziosità e apertura mentale influenzano le varie preferenze di determinati ruoli e, successivamente, l’attuazione di questi ruoli di carriera. Altre caratteristiche, come il nevroticismo e la piacevolezza, sembrano meno importanti nel predire le preferenze di ruolo.

Questi risultati sottolineano l’importanza di riconoscere non solo le differenze dei tratti individuali, ma soprattutto le preferenze di ruolo nello spiegare come si sviluppano le carriere nel tempo. Ulteriori implicazioni, limitazioni e idee di ricerca sono discusse.

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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BASI GENETICHE E DISTURBO BIPOLARE

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Il disturbo bipolare è un disturbo che provoca cambiamenti insoliti dell’umore e del livello di energia, alternando fasi depressive a fasi di euforia, spesso intervallate da lunghi periodi in cui l’umore medio oscilla comunque tra frequenti alti e bassi.

Una recente ricerca, pubblicata a maggio 2019 sulla rivista scientifica Nature Genetics e condotta su più di 50.000 pazienti affetti da disturbo bipolare, in diversi 14 Paesi, ha rilevato nuove 20 associazioni genetiche con tale disturbo. Viene quindi ulteriormente confermata la teoria, ormai da anni consolidata, sulla predisposizione genetica al disturbo bipolare. Avere una predisposizione genetica al disturbo bipolare non significa comunque che si svilupperà necessariamente questo disturbo. Fattori scatenanti, psicologici e ambientali, contribuiscono all’insorgenza del disturbo in individui geneticamente predisposti.

 

Dott. Roberto Cavaliere

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INTESTINO E ANSIA

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Ricerche recenti suggeriscono che i batteri che popolano naturalmente l’intestino umano possono svolgere un ruolo importante non solo nella salute fisica di una persona, ma anche nel loro benessere mentale, influenzante meccanismi cerebrali che contribuiscono all’ansia.
I ricercatori del Centro di salute mentale di Shanghai della Scuola di Medicina dell’Università Jiao Tong di Shanghai in Cina hanno valutato i risultati di 21 studi – che coinvolgono 1.503 partecipanti in tutto – che hanno preso in considerazione diversi interventi per regolare il microbiota intestinale e se hanno avuto qualche effetto sui sintomi dell’ansia.

Tra i ricercatori c’erano Beibei Yang, Jinbao Wei, Peijun Ju e Jinghong Chen. I risultati, apparsi ieri sulla rivista General Psychiatry, sottolineano l’idea che gli scienziati non dovrebbero ignorare il possibile ruolo della flora intestinale nel fornire soluzioni per la salute mentale.

Gli studi che il team ha valutato utilizzavano diversi tipi di intervento. Dei 21 studi, 14 hanno usato probiotici come l’agente principale nei loro interventi che regolano la flora intestinale. I rimanenti sette hanno optato per interventi che non hanno utilizzato i probiotici, come ad esempio la semplice regolazione della dieta tipica di una persona.

Il team ha scoperto che 11 dei 21 studi (52%) hanno concluso che gli interventi che regolano la flora intestinale hanno contribuito a ridurre i sintomi di ansia.
Più in particolare, tra gli studi che hanno utilizzato i probiotici nei loro interventi, il 36% ha concluso che la strategia era efficace. Tra gli studi che non hanno utilizzato i probiotici, 6 su 7 hanno suggerito che gli interventi hanno aiutato ad alleviare l’ansia.

Questo, dicono, potrebbe essere dovuto al fatto che interventi come la regolazione della propria dieta quotidiana potrebbero contribuire maggiormente alla regolazione del microbioma offrendo diverse fonti di energia ai batteri che popolano l’intestino.

“La fonte di energia della crescita del microbiota intestinale è principalmente il cibo”, spiegano gli autori dello studio. “La regolazione del microbiota intestinale attraverso la modulazione della struttura alimentare può modificare direttamente la struttura di approvvigionamento energetico del microbiota intestinale e questo gioca un ruolo decisivo nella crescita del microbiota intestinale, quindi l’effetto è ovvio.”

 

Dott. Roberto Cavaliere

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LA DEPRESSIONE NELLA DONNA

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La depressione, la “principale causa di disabilità in tutto il mondo”, è molto più diffusa nelle donne che negli uomini (circa il doppio delle probabilità).
L’anedonia è uno dei segni distintivi del disturbo depressivo maggiore e riflette l’incapacità di ricavare gioia o piacere da attività che prima erano piacevoli.
A livello neurologico, l’anedonia si presenta come una minore attività nell’area di elaborazione della ricompensa del cervello, chiamata striato ventrale.
Una nuova ricerca getta luce su come le differenze sessuali nella depressione si manifestano nel cervello. Nello specifico, gli scienziati mostrano come l’infiammazione influenzi la risposta del cervello alle ricompense in modo diverso negli uomini e nelle donne.
Lo studio è stato effettuato da Naomi Eisenberger, Ph.D., professoressa all’Università della California, a Los Angeles, sulla rivista Biological Psychiatry: Cognitive Neuroscience and Neuroimaging.

I ricercatori hanno somministrato una bassa dose di endotossina per indurre l’infiammazione o un placebo per uomini e donne senza depressione.
In totale, lo studio ha incluso 115 partecipanti, 69 dei quali erano di sesso femminile. I ricercatori hanno assegnato in modo casuale i partecipanti al gruppo controllo / placebo o al gruppo con endotossina a basse dosi.

Due ore dopo l’intervento ai partecipanti è stato chiesto di completare un compito in cui dovevano anticipare una ricompensa monetaria. I partecipanti hanno svolto il compito all’interno di uno scanner MRI funzionale.

I risultati hanno rivelato che l’endotossina riduceva l’attività dello striato ventrale di elaborazione della ricompensa. Tuttavia, i ricercatori hanno notato che questo effetto differiva a seconda del sesso.

“In particolare”, riportano la prof.ssa Eisenberger e colleghi, “nelle partecipanti di sesso femminile, l’endotossina (rispetto al placebo) ha portato a una riduzione dell’attività dello striato ventrale in previsione della ricompensa, ma questo effetto non era presente nei partecipanti di sesso maschile”.

“Questo suggerisce che le donne con disturbi infiammatori cronici possono essere particolarmente vulnerabili allo sviluppo della depressione attraverso diminuzioni della sensibilità alla ricompensa”, spiega Mona Moieni, Ph.D.

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ANSIA E INTELLIGENZA

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Il legame tra ansia ed intelligenze risiede nella capacità di riuscire a intuire le possibili conseguenze negative delle situazioni e delle proprie azioni. Chi è più intelligente si preoccupa maggiormente del futuro, anche perché tende anche a rielaborare pensieri e accadimenti passati. Tuttavia, secondo quanto indicano Alisa Williams della School Psychology dell’University of Maryland e Pauline Prince dell’Anne Arundel County Public Schools di Annapolis, in un articolo pubblicato sulla rivista Applied Neuropsychology Child , alla fine l’ansia forse aiuta sì a prevedere il futuro, ma incide negativamente sui compiti da eseguire.

Questa connessione è stata indagata da ricerche condotte in diverse parti del mondo. Molto originale quella realizzata da due psicologi, Tsachi Ein-Dor e Orgad Tal, della School of Psychology dell’Interdisciplinary Center Herzliya in Israele: a un gruppo di studenti, selezionati perché avevano livelli di quoziente intellettivo differente gli uni dagli altri, è stato chiesto di valutare alcune opere d’arte presentate sul monitor di un computer all’interno di una stanza in cui erano stati lasciati soli. Ma si trattava di un falso compito. In realtà, dopo aver visionato le prime opere, sullo schermo è comparso un allarme che segnalava la presenza nel computer dell’università di un virus che avrebbe presto fatto danni irreparabili. I ragazzi sono stati osservati mentre uscivano dalla stanza alla ricerca di qualcuno che potesse dare loro un supporto informatico, ma lungo il percorso sono stati fermati da alcuni «ostacoli», in realtà complici dei ricercatori, come un compagno che chiedeva di riempire dei moduli, o un altro che faceva cadere pacchi di fogli nel corridoio, intralciando il loro cammino. A quel punto i comportamenti si sono differenziati: gli studenti con quozienti intellettivi meno elevati si sono lasciati distrarre, mentre quelli più intelligenti hanno risposto con un’ansia crescente e la determinazione a raggiungere al più presto il supporto informatico. Erano più ansiosi perché nella loro mente intravedevano le possibili conseguenze negative causate dal computer infettato.

In un’altra ricerca, realizzata dagli stessi psicologi i ragazzi più intelligenti sono risultati anche quelli che più precocemente si allarmavano per la presenza nelle loro stanze di odori potenzialmente pericolosi, come quello di fumo. Risultati convergenti vengono da una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Personality and Individual Differences . Oltre cento studenti canadesi sono stati sottoposti a indagini psicologiche che esploravano il loro livello di ansia, messo poi a confronto con i risultati dei test di quoziente intellettivo. Anche in questo caso, la correlazione è stata netta, soprattutto per quanto riguarda un certo tipo di intelligenza, quella linguistico-verbale, ossia l’abilità di comprendere le parole e di esprimersi verbalmente o di giocare con le parole. Sono proprio tali abilità che portano queste persone a immaginare ed esplorare spontaneamente le possibili conseguenze di situazioni e comportamenti, arrivando a realizzare una condizione di «ruminazione» mentale che è una delle caratteristiche dell’ansia. Ed è proprio grazie a tali ruminazioni che si riesce a stare lontano dai pericoli, ma pagando il prezzo di vedere rischi laddove non ci sono. Secondo quanto riportato da Alisa Williams e Pauline Prince nel loro articolo, gli individui ansiosi, pur essendo spesso più intelligenti, finiscono poi per avere in pratica prestazioni meno brillanti di quanto potrebbero realizzare. «Quando sono sotto pressione nello svolgere un compito, la loro intelligenza fluida risulta ridotta» dicono le due psicologhe, «probabilmente perché la memoria di lavoro è monopolizzata dai pensieri ansiosi, come le preoccupazioni e la ruminazione, elementi caratteristici dell’ansia, che comportano un eccessivo soffermarsi su immagini e pensieri negativi, collegati al timore di fallire. Così queste persone non riescono del tutto a mettere la loro intelligenza e i loro pensieri al servizio del compito che dovrebbero svolgere».

AMARE SE STESSI FA BENE

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Gli esperti non hanno dubbi: amare se stessi fa bene alla salute. Secondo uno studio condotto dai ricercatori dell’università di Exeter e Oxford, le persone che sono gentili con se stesse stanno meglio. Hanno una frequenza cardiaca più bassa e un sistema immunitario più forte, che fornisce migliori possibilità di guarigione.

Lo studio è stato guidato dal dott. Anke Karl, docente di psicologia presso l’Università di Exeter. Prevedeva l’ascolto di clip audio che incoraggiavano ad essere compassionevoli verso se stessi. Dopo soli 11 minuti, le frequenze cardiache dei partecipanti erano significativamente inferiori.

I ricercatori hanno diviso 135 studenti universitari in cinque gruppi, ciascuno dei quali ha ascoltato una serie diversa di istruzioni.
Uno dei gruppi è stato guidato attraverso una “scansione compassionevole del corpo“. E’ stato detto loro di prestare attenzione alle diverse sensazioni nei loro corpi con un atteggiamento di interesse e calma. Al secondo gruppo è stato dato un “esercizio di gentilezza amorevole auto-focalizzato.” Questo esercizio li ha coinvolti pensando pensieri positivi su se stessi e sui loro cari. Il terzo e il quarto gruppo hanno ascoltato le registrazioni che hanno innescato la loro voce interiore critica. Le hanno inserite in un “modello positivo ma competitivo e auto-valorizzante“. Come controllo, al gruppo finale è stato chiesto di immaginare che stavano facendo acquisti in un ambiente “emotivamente neutrale“.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Clinical Psychological Science. Hanno rivelato che il cuore di coloro che hanno ascoltato i messaggi d’amore aveva un battito cardiaco più basso degli altri. Dunque amare se stessi contribuisce ad aumentare il benessere generale.

 

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MULTIPOTENZIALI

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“Un multipotenziale è una persona con molti interessi e occupazioni creative”. È questa la definizione che ne dà Emilie Wapnick, nel suo TEDTalk Perché alcuni di noi non hanno un’unica vera vocazione. La Wapnick ha notato che lo schema – appassionarsi di un argomento, impararlo benissimo, annoiarsi, passare a un altro argomento – si ripeteva di continuo nella sua vita, capendo che poteva trattarsi di un tratto distintivo che può essere usato a proprio vantaggio. Oggi sul suo blog Puttylike si rivolge ai multipotenziali di tutto il mondo, e ha costruito una comunità di persone che fanno di questa caratteristica il proprio punto di forza.

La wapnick ha addirittura ha identificato i “tre super poteri dei multipotenziali”.

Capacità di sintesi
Il multipotenziale è in grado di fare una sintesi tra idee diverse: combinarne due o più per creare qualcosa di nuovo. “L’innovazione nasce nelle intersezioni” dice la Wapnick. “È lì che vengono fuori nuove idee. E i multipotenziali, con tutti i loro bagagli, sono capaci di accedere a molti di questi punti di intersezione”.

Rapido apprendimento
Quando un multipotenziale si interessa a qualcosa ci si impegna con tutto se stesso. Inoltre è abituato a essere un principiante, perché si avvicina sempre a discipline diverse per imparare cose nuove. Questo significa che è meno timoroso di uscire dalla propria zona di comfort.

Adattabilità
Il multipotenziale è capace di trasformarsi in qualsiasi cosa ci sia bisogno di essere in una data situazione. È apprezzato perché fa un buon lavoro, ma ancora di più perché può assumere diversi ruoli a seconda delle esigenze del suo cliente. Secondo la Wapnick “il mondo economico sta cambiando in maniera così veloce e imprevedibile che sono gli individui e le organizzazioni che possono adattarsi per soddisfare i bisogni del mercato che stanno davvero crescendo”.

Tra i multipotenziali più famosi la Wapnick ricorda Leonardo da Vinci, Cartesio, Isaac Newton, Aristotele, ma anche Oprah Winfrey, Steve Jobs. Come a dire – non vi preoccupate, siete in ottima compagnia!

La maggiore critica che viene fatta ai multipotenziali è che disperdono la propria attenzione verso mille cose diverse, senza specializzarsi. E che questo rende difficile lavorare e fare business. In realtà la Wapnick ha individuato quattro modelli di lavoro comunemente adottati dai multipontenziali, dimostrando che è possibile fare soldi anche quando si coltivano interessi diversi. Modelli che sicuramente rispecchiano come il mondo del lavoro sia cambiato in questi anni e come si svilupperà nei prossimi.

 

Dottor Roberto Cavaliere

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GAMING DISORDER

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La dipendenza da videogiochi entra ufficialmente nell’elenco delle malattie dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Durante l’Assemblea Generale in corso a Ginevra i Paesi membri hanno votato a favore dell’adozione del nuovo aggiornamento dell’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (Icd-11), che contiene per la prima volta il “Gaming Disorder” (dipendenza da videogiochi).

Il nuovo testo, che sarà in vigore dal primo gennaio 2022,viene usato per uniformare diagnosi e classificazioni in tutto il mondo. Il “gaming disorder” è definito come «una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti legati al gioco, sia online che offline, manifestati da: un mancato controllo sul gioco; una sempre maggiore priorità data al gioco, al punto che questo diventa più importante delle attività quotidiane e sugli interessi della vita; una continua escalation del gaming nonostante conseguenze negative personali, familiari, sociali, educazionali, occupazionali o in altre aree importanti». Per essere considerato patologico il comportamento deve essere reiterato per 12 mesi, «anche se la durata può essere minore se tutti i requisiti diagnostici sono rispettati e i sintomi sono gravi».

Sulla percentuale di gamers che diventano patologici, le stime sono molto diverse. Una recente ricerca su Cyberpsichological Behaviour, ad esempio, ha stimato che il 7% dei giocatori online può essere definito dipendente, mentre in altri studi pubblicati il numero varia dall’1,5% dei più ottimisti fino ad una preoccupante percentuale del 20%. Numeri in ogni caso impressionanti se si pensa che in Italia, ad esempio, secondo una ricerca Aesvi-Gfk, ci sono 29,3 milioni di videogiocatori. E secondo alcune stime, nel nostro Paese sarebbero a rischio per “gaming disorder” circa 270mila ragazzi, per la quasi totalità maschi, in una fascia d’età tra i 12 ed i 16 anni.

 

Dottor Roberto Cavaliere

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VIVERE CON UN CANE ALLUNGA LA VITA

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Vivere da soli con un cane riduce il rischio di morte e di malattie cardiovascolare, allungandoci di fatto l’aspettativa di vita. La notizia arriva da una ricerca dell’Università di Uppsala che su Scientific Reports realizzata su 3,4 milioni di persone.

Per giungere alle loro conclusioni, i ricercatori si sono basati su un gruppo di 3,4 milioni di persone prese in esame dal 2001 per 12 anni. Durante questo periodo, i partecipanti di età compresa tra i 40 e gli 80 anni sono stati sottoposti ad alcuni test e suddivisi in più gruppi: chi viveva con un cane e chi no e chi viveva da solo con un cane e chi con un cane e altre persone.

Dai dati raccolti è emerso che per coloro che vivevano da soli con un cane, il rischio di morte si riduceva del 33% rispetto a coloro che vivevano senza cane, così come si riduceva dell’11% il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. Studi passati hanno dimostrato che vivere da soli incrementa il rischio delle condizioni sopra descritte (morte e malattie cardiovascolari), quindi dimostrare che la presenza di un cane riesce a diminuirne così tanto le probabilità significa anche affermare con certezza che un cane ha effetti positivi sul nostro stato di salute allungandoci di fatto la vita.

Oltre a dimostrare che vivere con un cane ci allunga la vita, i ricercatori hanno scoperto che i cani da caccia sono quelli che più di tutti migliorano il nostro stato di salute. Probabilmente perchè i cani da caccia richiedono molta attività fisica all’aperto, che fa bene al cuore e al nostro corpo in generale.

 

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I TIPI DI CONSUMATORI DI PORNO

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La pornografia online può essere utilizzata a fini ricreativi, emotivamente stressati o compulsivi. Questo il risultato di una ricerca della École de psychologie della Université Laval in Canada. Lo studio, pubblicato sulla rivista Journal of Sexual Medicine, descrive una popolazione eterogenea di utenti di porno con caratteristiche e abitudini molto diverse.

Il materiale per adulti occupa il 10% dei contenuti online. PornHub, uno dei siti di pornografia più popolari al mondo, ha registrato oltre 4 miliardi di utenti nel 2016 che in totale hanno passato sulla piattaforma 191 milioni 625mila giorni. Questi numeri hanno spinto molti psicologi a cercare i motivi dell’ascesa del consumo pornografico online.

I ricercatori canadesi hanno voluto indagare sull’uso che oggigiorno viene fatto della pornografia per capire se e in quale contesto questa abitudine costituisca una problematica per il benessere sessuale.

Per farlo hanno sottoposto a 830 persone tra i 18 e i 78 anni (più del 70% dei partecipanti erano donne, l’80% erano eterosessuali; i due terzi erano impegnati in una relazione, mentre un terzo si dichiarava single) un sondaggio sulle loro abitudini come consumatori di pornografia online, allo scopo di valutarne la soddisfazione sessuale (compresi la tendenza a evitare il sesso e eventuali disfunzioni sessuali), i comportamenti compulsivi, il disagio emotivo.

Analizzando le risposte, l’equipe di psicologi ha ricostruito tre profili differenti di utenti:

  1. a scopo ricreativo (75,5%), cioè persone sessualmente soddisfatte (non evitano il sesso e non hanno disfunzioni), e con una media di 24 minuti a settimana di visualizzazioni si possono definire prive di atteggiamenti compulsivi;
  2. stressati non compulsivi (12,7%), invece, sono individui che non passano molto tempo online guardando porno, ma sono sessualmente frustrati e dopo la visione di contenuti espliciti si sentono in colpa, provano vergogna e a volte disgusto per se stessi;
  3. compulsivi (11,8%) sono gli utenti che passano una media di 110 minuti a settimana cercando e visualizzando contenuti pornografici, ma non ne risentono emotivamente.

Questa ricerca da un ritratto molto più complesso e sfumato, in cui la maggior parte degli utenti ha un profilo sessuale sano. Tuttavia, gli autori stessi affermano la necessità di effettuare altri studi che confermino questi primi risultati su campioni più ampi della popolazione e che prendano in considerazione ulteriori parametri per definire dei profili di utenza più precisi, con particolare attenzione per le due categorie che sembrano avere un approccio alla pornografia rilevante a livello clinico.

 

Dottor Roberto Cavaliere

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