CHRISTMAS BLUES: LA MALINCONIA DEL NATALE

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Il fenomeno del “Christmas Blues” è quel velo di tristezza e malinconia che attanaglia tante persone con l’approssimarsi delle festività natalizie e durante il loro decorso.
Tristezza e malinconia dovuta, il più delle volte, ad eventi del passato che hanno caratterizzato in senso negativo questo periodo o ad eventi recenti, come un lutto o una separazione, che acuiscono il senso della perdita e della mancanza durante festività che andrebbero vissute con i propri affetti.
E’ anche dovuto a quel senso di felicità forzata che il clima natalizio vorrebbe imporre e che non si riesce ad avere a causa dei problemi e dei disagi vissuti che non possono scomparire a comando.
Alla fine chi vive questa malinconia aspetta solo che le festività passino del tutto

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

COME AIUTARE UNA PERSONA DEPRESSA

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Non è sempre facile sapere come aiutare una persona depressa, anzi, dire o fare la cosa giusta può dimostrarsi molto difficile.
Tutti noi reagiamo alle situazioni e dialoghiamo in modo diverso. Gli approcci seguenti che si basano su questa considerazione, illustrano diversi modi per aiutare un amico o un membro familiare.
Iniziate a parlarne
Fare il primo passo per aiutare una persona che sembra in difficoltà rappresenta un atto delicato che va pensato attentamente. Scegliete un’ora e un luogo adatto per entrambi.
Ascoltate più che parlare
Talvolta, quando una persona a noi cara ha bisogno di parlare, non è necessariamente alla ricerca di consigli, ma vuole semplicemente parlare di alcune cose che la preoccupano. Ascoltare invece di parlare rappresenta un modo di capire come si sente qualcuno. Questo approccio si chiama ascolto attivo. Risparmiate i suggerimenti, le soluzioni e i consigli per un’altra occasione e usate frasi neutre come “Capisco come ciò ti possa turbare”.
Usate un linguaggio del corpo adeguato
Il linguaggio del corpo ha un ruolo importante nell’aiutare una persona cara a sentirsi maggiormente a proprio agio. Cercate di mantenere il contatto visivo e di sedere in una posizione rilassata, in modo da dimostrarle che la state ascoltando.
Fate domande a risposta libera
Le domande a risposta libera rappresentano un buon modo per avviare una conversazione, in quanto sono sostanzialmente una richiesta di maggiori informazioni e non è possibile rispondervi con un semplice “Sì” o “No”. Un esempio è “Allora, dimmi di…?” o “Che cosa ti preoccupa?”
Conversazione difficile
Talvolta, le persone con sintomi di depressione possono provare imbarazzo a parlare apertamente dei propri pensieri ed emozioni. Può anche accadere che si arrabbino se si chiede loro se va tutto bene.
I consigli seguenti possono mostrarsi utili per affrontare le conversazioni difficili:
• Rimanete calmi
• Mantenete un comportamento fermo, equo e coerente
• Se vi sbagliate ammettetelo
• Non perdete il controllo.
Passate del tempo con la persona depressa.
Spesso, basta dedicare del tempo a parlare o stare con una persona per farle capire che tenete a lei e potete aiutarla a comprendere cosa sta passando.
Abbiate cura di voi
In qualità di familiare o amico di una persona alle prese con la depressione, è importante che vi prendiate cura di voi stessi. Dedicate del tempo a rilassarvi e godere delle cose che amate fare

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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CHE COS’E’ LA DISFORIA

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Si intende un sentimento spiacevole, definito spesso come malumore, ma connotato per lo più come depressione, tensione, ansia, scontentezza e pessimismo; inoltre, al quadro affettivo si associa anche la tendenza a reagire esageratamente a stimoli esterni e interni, con scarsa capacità di autocontrollo, che può tradursi in aggressività, collera e ira. In quest’ottica, il termine viene quindi utilizzato per identificare uno stato affettivo con costante componente iperattiva motoria e possibile collocazione del disturbo in un quadro di stato affettivo misto, considerando l’aspetto disforico come un momento di transizione tra lo stato maniacale e quello depressivo. Vengono definiti temperamenti irritabili o disforici quei soggetti particolarmente suscettibili, iperattivi, spesso ansiosi e agitati ( ) in cui vi è un’elevata sofferenza soggettiva, associata a una difficoltà nei rapporti interpersonali. Il termine viene attualmente utilizzato soprattutto per il disturbo disforico premestruale ( ), sindrome che comprende sintomi dell’umore e comportamentali associati a sintomi fisici. Questo quadro sintomatologico si manifesta all’inizio del ciclo mestruale. Un sottotipo di depressione è la cosiddetta , caratterizzata da uno stato di torpore e assopimento, spesso associato ad abuso di farmaci o alcolici, e aumento dell’appetito. In questi pazienti, spesso, molto rapido è il viraggio verso un innalzamento del tono dell’umore, ma basta anche una piccola contrarietà per precipitarli nuovamente nella depressione più profonda. Un quadro particolare di disforia è quella , definita come comparsa di ansia, tensione, irritabilità e inquietudine dopo un rapporto sessuale normalmente soddisfacente.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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OTTO TIPOLOGIE DIVERSE DI DEPRESSIONE

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La moderna psichiatria è arrivata ad individuare 8 tipologie diverse di depressione.

Eccole di seguito:

1) Disturbo da disregolazione dell’umore dirompente (7-18 anni) E’ una condizione giovanile caratterizzata da cronica e grave irritabilità con frequenti aggressioni verso cose e persone.

2) Disturbo depressivo maggiore La gravità – lieve, moderata, grave – ha specifiche caratteristiche: ci può essere ansia, sintomi ipomaniacali, a volte deliri di colpa e di rovina, idee di persecuzione. Le donne ne soffrono circa il doppio degli uomini.

3) Disturbo depressivo persistente (distimia) L’esordio è precoce e insidioso, il decorso cronico spesso associato a disturbo borderline di personalità o da uso di sostanze. Non caratterizzato da vera angoscia, può tuttavia produrre disabilità pari al Disturbo depressivo maggiore.

4) Disturbo disforico premestruale Umore marcatamente depresso, irritabilità, disforia, ansia caratterizzano in alcune donne la fase prima del ciclo e spariscono all’arrivo delle mestruazioni o poco dopo.

5) Disturbo depressivo indotto da sostanze/farmaci Compaiono tutti i sintomi della depressione maggiore e tali sintomi persistono oltre la durata prevista degli effetti dell’intossicazione da droga o farmaco-droga o del periodo di astinenza.

6) Disturbo depressivo dovuto a condizione medica Quadro depressivo conseguenza diretta di un’altra malattia: ictus, malattia di Huntington, traumi cerebrali, Parkinson, ipotiroidismo…

7) Disturbo depressivo con altra specificazione a) depressione breve ricorrente b) episodio depressivo di breve durata c) episodio depressivo con sintomatologia insufficiente.

8) Disturbo depressivo senza altra specificazione Si classifica quando i sintomi della depressione, che causano un disagio clinicamente significativo, predominano, ma non soddisfano pienamente i criteri per uno qualsiasi dei disturbi depressivi.

Dott. Roberto Cavaliere

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FOBIA: IL CASO DEL PICCOLO HANS

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Il “caso del piccolo Hans” rappresenta un’ interpretazione psicodinamica di una fobia oltre ad essere il primo esempio di analisi infantile, seguito da Sigmund Freud attraverso il racconto del padre del bambino. Nel caso del bambino, come nell’adulto, la terapia, secondo Freud e l’approocio psicanalitico, consiste nel permettere l’accesso alla coscienza dei sentimenti, dei desideri istintuali che erano stati rimossi perché ritenuti inaccettabili e quindi che avevano procurato il sintomo fobico.

 

S. Freud, Analisi della fobia di un bambino di cinque anni

Quel pomeriggio padre e figlio erano venuti a consultarmi nel mio studio. Conoscevo già il bricconcello, tutto sicuro di sé ma tanto simpatico che mi faceva sempre piacere vederlo. Non so se si ricordasse di me, ad ogni modo si comportò in modo impeccabile, come un ragionevolissimo membro del consorzio umano. La visita fu breve. Il padre cominciò col dire che, nonostante tutte le spiegazioni, la paura dei cavalli non era diminuita. Dovemmo anche convenire che tra i cavalli, di cui aveva paura, e i moti palesi di tenerezza verso la madre, non c’erano molte relazioni. Ciò che sapevamo non era certo in grado di spiegare i particolari che appresi soltanto allora: che lo infastidiva soprattutto ciò che i cavalli hanno davanti agli occhi e il nero intorno alla loro bocca. Ma mentre guardavo i due seduti davanti a me e ascoltavo la descrizione dei cavalli che incutevano paura, mi venne improvvisamente in mente un altro pezzo della soluzione, tale, come capii, da sfuggire proprio al padre. Chiesi a Hans in tono scherzoso se i suoi cavalli portassero gli occhiali, e il piccino disse di no; poi se il suo papà portasse gli occhiali, e anche questa volta egli negò, nonostante fosse evidente il contrario; gli chiesi ancora se con il nero intorno alla “bocca” non intendesse dire i baffi, e infine gli rivelai che egli aveva paura del suo papà, e proprio perché lui, Hans, voleva tanto bene alla mamma. Credeva che perciò il babbo fosse arrabbiato con lui, ma non era vero, il babbo gli voleva bene lo stesso e lui gli poteva confessare tutto senza paura. Già tanto tempo prima che lui venisse al mondo, io già sapevo che sarebbe nato un piccolo Hans che avrebbe voluto cosí bene alla sua mamma da aver paura, per questo, del babbo, e tutto questo l’avevo raccontato al suo papà. – Come puoi credere che io sia arrabbiato con te? – m’interruppe il padre, – t’ho mai sgridato o picchiato? – Oh sí – lo corresse Hans, – mi hai picchiato. – Non è vero; ma quando? – Questa mattina – rispose il bambino, e il padre si ricordò che al mattino Hans gli si era gettato all’improvviso con la testa contro la pancia e che, quasi automaticamente, egli aveva risposto con uno scappellotto. Fatto singolare, il padre non aveva messo in riferimento questo particolare col contesto della nevrosi; ora però si rese conto ch’esso costituiva un’espressione della disposizione ostile del piccino verso di lui e fors’anche del bisogno di ricevere una punizione per questo.

Ritornando a casa Hans chiese al padre: – Com’è che il professore sapeva già tutto prima? Forse parla col buon Dio? – Sarei straordinariamente fiero di questo riconoscimento per bocca di un bambino, se non l’avessi provocato io stesso con la mia scherzosa vanteria. Dopo quella visita ricevetti quasi ogni giorno ragguagli sulle variazioni dello stato del piccolo paziente. Non ci si poteva aspettare che, grazie alla mia spiegazione, egli si liberasse di colpo delle sue angosce; si vide però che ora gli era offerta la possibilità di portare avanti le sue produzioni inconsce e dipanare la sua fobia. Da quel momento in poi Hans attuò un programma che potei preannunciare al genitore.

“Il 2 aprile si nota il primo reale miglioramento . Finora non era mai stato possibile convincerlo a trattenersi per un po’ di tempo fuori del portone, e quando si avvicinava un cavallo rientrava a precipizio in casa, spaventatissimo; oggi invece è rimasto davanti al portone un’ora, anche quando passava qualche carrozza, il che avviene piuttosto spesso davanti a casa nostra. Qualche volta, vedendo da lontano una carrozza, faceva per correr dentro, ma poi tornava indietro subito, come se ci avesse ripensato. Ad ogni modo, l’angoscia sembra ridotta a un residuo e i progressi avvenuti dopo la spiegazione sono innegabili.

“La sera dice: – Adesso che arriviamo fino davanti al portone, possiamo anche andare al Parco municipale.

“La mattina del 3 aprile viene a letto da me, mentre negli ultimi giorni non era mai venuto e anzi sembrava fiero di questa sua riservatezza. Gli chiedo: – Perché oggi sei venuto?

“Hans: – Quando non ho piú paura non vengo piú.

“Io: – Allora tu vieni da me perché hai paura?

“Hans: – Quando non sto con te, ho paura; quando non sto a letto con te, ho paura, ecco. Quando non avrò piú paura, non vengo piú.

“Io: – Allora tu mi vuoi bene, e la mattina presto a letto hai paura, e perciò vieni da me?

“Hans: – Sí. Perché mi hai detto che io voglio bene alla mamma e che è per questo che ho paura, mentre invece io voglio bene a te?”

Il piccolo è qui straordinariamente esplicito. Egli fa capire che in lui l’amore per il padre è in conflitto con l’ostilità verso il padre, rivale nei confronti della madre, al quale egli fa il rimprovero di non avergli fatto rilevare questo giuoco di forze opposte che doveva trovar sfogo nell’angoscia. Il padre non comprende ancora completamente suo figlio perché, durante questo colloquio, non fa che convincersi della sua ostilità verso di lui, quell’ostilità ch’io gli avevo fatto rilevare nell’ultima visita. Ciò che segue serve in realtà a dimostrare piú i progressi del padre che quelli del figlio; tuttavia lo riferirò senza cambiare nulla.

“Purtroppo non comprendo subito il senso di questa obiezione. Poiché Hans ama la mamma, vuole evidentemente che io non ci sia piú, in modo da mettersi al posto del padre. Questo desiderio ostile represso si tramuta in angoscia per la sorte del padre, sicché egli viene la mattina da me per vedere se ci sono ancora. Questa spiegazione non mi viene purtroppo in mente lí per lí, e gli dico:

“– Quando tu sei solo, è che hai paura per me e allora mi vieni a trovare.

“Hans: – Quando tu sei via, io ho paura che non torni piú a casa.

“Io: – Forse ti ho minacciato qualche volta di non tornare piú?

“Hans: – Tu no, ma mamma sí. La mamma mi ha detto che non ritornava piú a casa – (probabilmente aveva fatto i capricci e la mamma l’aveva minacciato di andarsene).

“Io: – Questo l’ha detto perché tu eri cattivo.

“Hans: – Sí.

“Io: – Tu perciò hai paura che io me ne vada via perché sei stato cattivo, e allora vieni da me.

“Appena fatta colazione mi alzo da tavola e Hans dice: – Papà, perché trotti subito via? – Noto che ha detto ‘trotti’ invece di ‘corri’ e gli rispondo: – Ah, ecco! tu hai paura che il cavallo trotti via – Hans ride.”

Sappiamo che questa parte dell’angoscia di Hans ha due componenti: paura del padre e paura per il padre. La prima proviene dall’ostilità verso il padre, la seconda dal conflitto tra tenerezza, che qui è esagerata per reazione, e ostilità.

Il padre continua: “Questo è senza dubbio l’inizio di una fase importante. Il fatto che il piccolo si azzardi al massimo a uscire dal portone, senza allontanarsi dalla casa, che a metà strada, al primo accesso d’angoscia, ritorni sui suoi passi, è dunque motivato dalla paura di non trovare piú a casa i genitori perché sono andati via. Egli è inchiodato alla casa dal suo amore per la madre, e teme ch’io me ne vada a causa dei desideri ostili (allora, sarebbe lui il padre) che nutre nei miei riguardi.

“La scorsa estate ero solito partire spesso da Gmunden alla volta di Vienna, per motivi di lavoro, e allora era lui il padre. Ricorderò a questo proposito che la paura dei cavalli è legata all’episodio di Gmunden quando un cavallo doveva portare i bagagli di Lizzi alla stazione [p. 499]. Il desiderio rimosso di vedermi andare in carrozza alla stazione, per restare solo con la mamma (il desiderio che ‘il cavallo s’avvii’), si era poi tramutato nell’angoscia di vedere i cavalli avviarsi; e in effetto nulla lo agita di piú che il vedere un carro avviarsi dal cortile del Dazio centrale, sito dirimpetto al nostro appartamento, e i cavalli mettersi in moto.

“Tutta questa parte nuova (malanimo nei confronti del padre) è potuta venire in luce soltanto dopo che il bambino ha appreso che io non ero adirato con lui per il fatto ch’egli vuole tanto bene alla mamma.

“Nel pomeriggio esco nuovamente con lui fuori del portone; va di nuovo davanti alla casa e vi resta anche quando passano le carrozze, ha paura soltanto di certe carrozze e corre dentro al portone. – Non tutti i cavalli bianchi mordono – mi spiega; ciò significa che, in virtú dell’analisi, alcuni cavalli bianchi sono già stati riconosciuti come il ‘babbo’ e quindi non mordono piú, però ce ne sono altri che mordono ancora.

“Ecco ciò che si vede dal portone della nostra casa (fig. 2): dirimpetto c’è il deposito dell’ufficio delle imposte di consumo, con una piattaforma di carico davanti a cui passano continuamente i carri che vengono a caricare casse di merci e simili. Il cortile è recinto da una cancellata che corre lungo la strada. Proprio di fronte al nostro appartamento vi è il cancello d’ingresso al cortile. Ho osservato da alcuni giorni che Hans s’impaurisce in modo particolare quando i XXXXXX

civile inevitabilmente incontra nello sforzo di superare le sue componenti pulsionali innate, dall’altra fece accorrere il padre in suo aiuto. Forse Hans ha ora il vantaggio rispetto agli altri bambini di non recare piú in sé quel germe di complessi rimossi che ha sempre importanza per la vita futura, causando una piú o meno grande deformazione del carattere, se non addirittura la disposizione a una successiva nevrosi. Questo è il parere cui sono incline, ma non so quanti altri condivideranno tale giudizio e non so neppure se l’esperienza mi darà ragione.

Domandiamoci ora: qual danno ha procurato a Hans il portare alla luce in lui complessi solitamente rimossi dai figli e temuti dai genitori? Forse che perciò egli ha seriamente tentato di tradurre in atto le sue pretese verso la madre, o forse che alle cattive intenzioni contro il padre sono subentrati i fatti? Certo, è quello che avranno temuto i molti che, misconoscendo la natura della psicoanalisi, credono che render coscienti le cattive pulsioni significhi renderle piú forti. Queste sagge persone agiscono con coerenza quando ci supplicano per l’amor del cielo di non occuparci delle brutture che si nascondono dietro le nevrosi. Ma, cosí facendo, essi dimenticano di esser medici e vengono fatalmente a rassomigliare al Sanguinello shakespeariano in Molto rumore per nulla , che consiglia alla ronda di tenersi lontana da ogni contatto con i ladri che incontrasse per via. “Con gente di quella specie, meno che ci vi immischiate o avete a che fare, meglio è per la vostra onestà.”

Al contrario, le uniche conseguenze dell’analisi sono che Hans guarisce, che non ha piú paura dei cavalli e che assume una specie di tono cameratesco con il padre, come questi ci riferisce divertito. Ma quel che il padre perde in rispetto lo riacquista in fiducia: “Credevo che tu sapessi tutto, perché hai saputo la cosa del cavallo.” L’analisi non annulla l’effetto della rimozione; le pulsioni precedentemente represse restano represse; ma essa ottiene lo stesso effetto per altra via, sostituendo al processo della rimozione, che è automatico ed eccessivo, il graduale dominio temperato e adeguato conseguito con l’aiuto delle massime istanze psichiche, in una parola: sostituendo alla rimozione la condanna . Ciò sembra darci la prova, da tempo cercata, del fatto che la coscienza – l’essere coscienti – ha una funzione biologica, e che il suo avvento implica un importante vantaggio. [ Nota aggiunta nel 1923 : La parola “coscienza” è qui usata in un senso in cui l’ho poi evitata, ossia nel senso del nostro normale concepir pensieri ammissibili alla coscienza. Noi sappiamo che tali processi di pensiero possono anche svolgersi preconsciamente , e faremo bene a considerare il loro “essere coscienti” da un punto di vista puramente fenomenico. Ciò non vuol dire, naturalmente, che anche il divenir cosciente in tal senso fenomenico non adempia una funzione biologica].

Se la cosa fosse dipesa soltanto da me avrei osato dare al bambino anche una spiegazione che i genitori ritennero di ricusargli. Avrei confermato i suoi presentimenti istintivi rivelandogli l’esistenza della vagina e del coito, e in tal modo avrei ulteriormente ridotto i suoi residui insoluti e messo fine al suo torrente di domande. Sono convinto che non ne avrebbero sofferto né il suo amore per la mamma né la sua natura di bimbo e che avrebbe compreso egli stesso che, per occuparsi di queste importanti, anzi imponenti questioni, avrebbe dovuto attendere in pace che si fosse adempiuto il suo desiderio di diventare grande. Ma l’esperimento pedagogico non fu condotto cosí a fondo.

(S. Freud, Opere , Boringhieri, Torino, 1989, vol. V, pagg. 508-511, 587-589)

Dott. Roberto Cavaliere

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TIMIDEZZA E/O FOBIA SOCIALE

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Sappiamo ciò che siamo ma non quello che potremmo essere. (William Shakespeare)

 

Come l’aforisma di Shakespeare il timido sa di esserlo ma non sa quello che potrebbe essere senza la timidezza che lo blocca. Ma passiamo a parlare di quest’ultima.

La timidezza è facilmente individuabile perché le principali manifestazioni, attivate dal sistema nervoso periferico, sono: rossore in viso, battito cardiaco accelerato, sudorazione, tremore, bocca asciutta, mal di stomaco nausea ansia, variando in modo differente da individuo a individuo.
Inoltre, spesso, a livello comportamentale, la persona timida:

  • cerca di evitare il contatto visivo durante uno scambio verbale;
  • presenta una certa rigidità nella forma del comportamento sociale che si manifesta con comportamenti molto formali, che seguono l’etichetta;
  • adotta un controllo rigido delle proprie reazioni emotive;
  • ha riluttanza a dialogare, proprio perché teme di sentirsi al centro dell’attenzione;
  • ha la netta convinzione che i contenuti dei suoi discorsi siano poco interessanti.

Tutto questo lo conduce ad avere scarne relazioni sociali , poiché qualsiasi situazione esterna che lo faccia sentire al centro dell’attenzione, viene evitata
A tutto ciò il timido può adottare due stili comportamentali opposti: sottomissione o aggressività. Il timido è il più delle volte una persona che arrossisce sempre e chiede in continuazione scusa, ma può essere una persona timida anche chi è deliberatamente provocatore o fa la parte del simpaticone, amico di tutti. In questi ultimi due casi tali comportamenti servono per reagire al proprio senso di inadeguatezza e insicurezza, mascherandoli con spavalderia e spacconeria.
Nel timido si hanno anche modalità di pensiero abituali, conseguenza dei comportamenti sopraccitati. Egli ha la ferma convinzione che qualsiasi cosa faccia, gli occhi di tutti sono puntati su di lui e pronti a giudicarlo negativamente. Questa convinzione, talvolta, può diventare una vera e propria ossessione di non riuscire in prestazioni eccezionali e conseguentemente fare pessime figure e sentirsi giudicato inadeguato.
Il timido può anche trasformarsi in casa. Adottando un comportamento compensatorio della sua timidezza esterna, egli può assumere dei comportamenti autoritari, a volte prepotenti, contribuendo, così, anche in casa, ad impoverire le proprie relazioni sociali.
Molti autori attribuiscono l’ origine della timidezza ad un blocco psicologico che si stabilisce in seguito a dei condizionamenti ambientali.
Se per esempio un bambino viene continuamente rimproverato per dei comportamenti ritenuti dai suoi genitori sbagliati, tali comportamenti tenderanno ad essere repressi in seguito, anche da adulto. Nello stesso modo anche l’aver ricevuto poco amore e poche attenzioni, se non rifiuto e indifferenza, può causare, paura di non piacere agli altri e senso di inadeguatezza e insicurezza. Al contrario invece, chi ha potuto sperimentare da piccolo, protezione, sicurezza e calore affettivo, ha potuto costruire una personalità forte e stabile. Queste cause della timidezza, però, non valgono sempre. Può capitare che anche chi ha ricevuto affetto e attenzioni potrebbe diventare timido. I genitori eccessivamente protettivi che cercano di evitare la minima sofferenza ed eliminare ogni più piccolo ostacolo dalla strada del loro figlio, rischiano di applicare un modello diseducativo, che non permette al giovane di sviluppare quelle difese personali alle quali farà ricorso nel procedere della sua vita. Senza l’apporto dei suoi genitori si sentirà fragile, impotente e senza risorse.
La timidezza si presenta in particolar modo nel periodo adolescenziale, quando si verifica un totale cambiamento a livello fisico e un disorientamento della propria identità a livello psicologico. L’adolescente si sente spesso insicuro perché non si riconosce nel suo nuovo corpo che si sta formando. Questa insicurezza viene generalizzata a tutti i campi e spesso si fa fatica a trovare un proprio posto dove poter star bene. Per molti è solo una fase di passaggio, per altri può diventare un carattere permanente.

Utile si rivela mettere in ordine di “gravità” le situazioni che sono più difficili per la proprio timidezza. Si partirà dalle meno “gravi” fino alle più “gravi”. Poi si inizieranno ad affrontarle nello stesso ordine. Man mano che si sarà superata una si passerà alla successiva. Occorrerà pazienza, impegno e determinazione. Gli insuccessi all’inizio saranno probabili, ma non debbono essere di scoraggiamento, ma di stimolo ad aumentare pazienza, impegno e determinazione.

La timidezza può essere anche patologica: in questo caso diventa Fobia Sociale

Secondo il DSM-IV-TR*, i Criteri Diagnostici per la Fobia Sociale sono i seguenti:

  1. Paura marcata e persistente di una o più situazioni sociali o prestazionali nelle quali la persona è esposta a persone non familiari o al possibile giudizio degli altri. L’individuo teme di agire (o di mostrare sintomi di ansia) in modo umiliante o imbarazzante.
    Nota: Nei bambini deve essere evidente la capacità di stabilire rapporti sociali appropriati all’età con persone familiari e l’ansia deve manifestarsi con i coetanei, e non solo nell’interazione con gli adulti.
  2. L’esposizione alla situazione temuta quasi invariabilmente provoca l’ansia, che può assumere le caratteristiche di un Attacco di Panico causato dalla situazione o sensibile alla situazione.
    Nota: Nei bambini, l’ansia può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, con l’irrigidimento, o con l’evitamento delle situazioni sociali con persone non familiari.
  3. La persona riconosce che la paura è eccessiva o irragionevole.
    Nota: Nei bambini questa caratteristica può essere assente.
  4. Le situazioni sociali o prestazionali temute sono evitate o sopportate con intensa ansia o disagio.
  5. L’evitamento, l’ansia anticipatoria o il disagio nella/e situazione/i sociale/i o prestazionale/i interferiscono significativamente con le abitudini normali della persona, con il funzionamento lavorativo (scolastico) o con le attività o relazioni sociali, oppure è presente marcato disagio per il fatto di avere la fobia.
  6. Negli individui al di sotto dei 18 anni la durata è di almeno 6 mesi.
  7. La paura o l’evitamento non sono dovuti agli effetti fisiologici diretti di una sostanza (per es., una droga di abuso, un farmaco) o di una condizione medica generale, e non sono meglio giustificati da un altro disturbo mentale (per es., Disturbo di Panico Con Agorafobia o Senza Agorafobia , Disturbo d’Ansia di Separazione , Disturbo da Dismorfismo Corporeo , un Disturbo Pervasivo dello Sviluppo o il Disturbo Schizoide di Personalità ).
  8. Se sono presenti una condizione medica generale o un altro disturbo mentale, la paura di cui al Criterio A non è ad essi correlabile, per es., la paura non riguarda la Balbuzie , il tremore nella malattia di Parkinson o il mostrare un comportamento alimentare abnorme nell’ Anoressia Nervosa o nella Bulimia Nervosa .

Specificare se:

Generalizzata: se le paure includono la maggior parte delle situazioni sociali (prendere in considerazione anche la diagnosi addizionale di Disturbo Evitante di Personalità ).

* American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders , Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana: Masson, Milano.

Libro Consigliato: A viso aperto di Nicola Ghezzani, Franco Angeli Editore (PresentazioneCopertina)

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