GERASCOFOBIA: LA PAURA DI INVECCHIARE

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La Gerascofobia è la paura d’invecchiare con il timore di tutte le conseguenze dell’invecchiamento quali il decadimento fisico e/o psicologico.

Si può presentare già appena dopo i 30 anni con i primi segnali, sopratutto fisici sul corpo, del tempo che passa.

Tale paura è legata sia a caratteristiche personali, quali ansia e insicurezza, che a fattori socioligici che tendono a privilegiare l’efficienza e la perfezione sia fisica che psicologica.

Come uscirne ? E’ necessario individuare le cause personali che scatenano tale fobia e predisporre un piano terapeutico ad hoc per affrontare e superare tali cause.

Di seguito una “riflessione terapeutica” che può aiutare a superare tale paura.

NON IMPORTA QUANTI ANNI HO
Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere.
Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita e le illusioni diventano speranza.
Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata, ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa.
E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia.
Quanti anni ho, io? Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati, le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo.
Che importa se compio venti, quaranta o sessant’anni!
Quel che importa è l’età che sento.
Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure.
Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni.
Quanti anni ho, io? A chi importa!
Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento.
José Saramago

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

APOFENIA

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L’apofenia è uno dei sintomi della schizofrenia, un termine coniato nel 1958 dallo psichiatra tedesco Klaus Conrad. In psicologia è la percezione di connessioni e significati tra cose indipendenti con distorsione della realtà. Può essere un fenomeno normale (esempio avere la sensazione che squilli il telefono mentre si è sotto la doccia con acqua scrosciante), ma può essere anche un fenomeno anormale come in caso di schizofrenia paranoide quando per esempio il paziente vede situazioni infauste senza che queste esistano. Il termine indica la percezione spontanea di collegamenti rilevanti tra eventi, oggetti o situazioni in realtà slegati fra loro. Secondo lo stesso Conrad, Il fenomeno è però legato anche alla creatività, nel senso che le persone più creative sanno cogliere collegamenti insoliti fra oggetti ed eventi apparentemente diversi e privi di connessioni fra loro. L’apofenia spiega l’atteggiamento di chi è convinto di una certa idea e trova conferme dappertutto; così per esempio chi crede nella numerologia (cioè ritiene che i numeri abbiano significati magici o mistici), nelle profezie, nelle varie forme di divinazione, ma anche nei principi fondamentali delle religioni, riesce a trovare nel mondo tutte le conferme che desidera, invece chi non condivide tali credenze non vede alcun collegamento fra oggetti ed eventi del mondo e le affermazioni di cui questi sarebbero una conferma.

 

Dottor Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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LA SINDROME DI ARISTOTELE : IL VOLER AVERE SEMPRE RAGIONE

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Con il termine Sindrome di Aristotele si designano  quelle persone che pretendono sempre di avere ragione.

Tirare in ballo Aristotele è arbitrario perchè fa riferimento solo ad un aspetto della vita di quest’ultimo. Aristotele fu allievo di Platone, ma ad un certo punto incomincio a sviluppare una sua teoria filosofica e metafisica in opposizione con quella del maestro. Egli arrivo ad affermare che i discorsi del suo maestro non avevano fondamento e fu criticato da molti per queste sue considerazioni e tacciato di slealtà e superbia.

S’incomincio ad usare il termine di Sindrome di Aristotele per definire quelle persone che oltre a volere sempre avere ragione si sentono anche superiori, affetti narcisisticamente da una sindrome di superiorità.

A differenza del complesso di superiorità che può riguardare tutti gli aspetti della persona che ne è affetta, nella sindrome di Aristotele la superiorità riguarda, principalmente, solo l’aspetto intellettuale e della conoscenza.

Chi è affetto da Sindrome di Aristotele presenta i seguenti “sintomi”:

  • Ossessione di saper tutto;
  • Ossessione di dover primeggiare in qualsiasi discussione ;
  • Mancanza di ascolto attento ed attivo nei confronti del suo interlocutore;
  • Comunicazione e confronto con modalità aggressive ;
  • Discussione ad oltranza finchè non gli viene riconosciuta la sua ragione e quindi affermata la sua superiorità;
  • In caso di mancato riconoscimento delle sue ragioni tendenza ad innestare la polemica ed il litigio.

Come afferma il proverbio: “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Quindi impelegarsi in un’interminabile discussione con chi vuole avere sempre ragione e sentirsi superiore è inutile oltre ad essere estenuante.

L’unica strategia efficace in questi casi è interrompere la discussione, adducendo più o meno un pretesto se si vuole essere diplomatici, e mettere in atto una “ritirata strategica” che lascia l’interlocutore spiazzato.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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LA SINDROME DI TIRESIA: L’ORACOLO INTERIORE

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Tiresia è una figura della mitologia greca, celebre indovino, ed i miti su di lui sono molti.

Uno dei più diffusi racconta che, passeggiando sul monte Cillene, vide due serpenti che copulavano, ne uccise la femmina perché quella scena lo infastidì. Nello stesso momento Tiresia fu tramutato da uomo a donna. Visse in questa condizione per sette anni provando tutti i piaceri che una donna potesse provare. Passato questo periodo venne a trovarsi di fronte alla stessa scena dei serpenti. Questa volta uccise il serpente maschio e nello stesso istante ritornò uomo.
Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi da una controversia: chi potesse provare in amore più piacere: l’uomo o la donna. Non riuscendo a giungere a una conclusione, poiché Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l’uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolvere la disputa essendo stato sia uomo sia donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l’uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La dea Era, infuriata perché l’indovino aveva svelato un tale segreto, lo fece diventare cieco, ma Zeus, per ricompensarlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro.

Chi è affetto da Sindrome di Tiresia, come il celebre indovino, “vede” ciò che accadrà nel futuro , ma è “cieco” a ciò che accade nel presente. E’ come se avesse un “oracolo interiore” a cui presta ascolto.

Questo oracolo interiore diventa una sorte di “profezia che si autoavvera” dove la persona si autoconvince di un esito futuro della sua vita e tenderà ad interpretare ed a muoversi, più o meno inconsapevolmente, in tal senso. In questo modo sarà “cieco” a tutto quello che nel presente non va in direzione della previsione futura.

Solitamente le profezie future, che le persone effettuano, sono negative e pessimistiche (come quelle di Tiresia) e diventano quindi limitanti per esiti positivi.

Ad esempio una persona che è convinta che lo attende, in futuro, un tracollo economico o professionale, non vedrà i segnali presenti che sconfermano tale visione, ma avrà un’attenzione selettiva solo a ciò che gli conferma la sua previsione e potrà anche arrivare, inconsapevolmente, a mettere in atto condotte che lo faranno fallire economicamente o professionalmente.

Un altro esempio è in campo scolastico, attraverso l’effetto Pigmalione, noto anche come effetto Rosenthal, il cui assunto di base è il seguente: se gli insegnati credono che un alunno sia meno dotato lo tratteranno, anche inconsapevolmente, in modo diverso dagli altri; l’alunno interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui l’alunno tenderà a divenire nel tempo proprio come l’insegnante lo aveva immaginato.

Attenti, quindi, ad espressione proprie ed altrui quali: “So già come andra finire” , “L’unico esito possibile è questo” ed altre ancora.

Non siate Tiresia di voi stessi, stando attenti ai vostri oracoli interiori e/o alle profezie che si autoavverano.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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SMILING DEPRESSION : LA DEPRESSIONE SORRIDENTE

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“Depressione sorridente” è il termine usato per quella persona che vive gli aspetti depressivi internamente, mentre appare perfettamente felice o contento all’esterno. Di solito la loro vita pubblica sembrerebbe normale o perfetta .

La depressione sorridente non è riconosciuta come patologia nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5), ma verrebbe probabilmente diagnosticata come disturbo depressivo maggiore con caratteristiche atipiche

Quali sono i sintomi della depressione sorridente?

Chi vive una depressione sorridente  – dall’esterno – apparire felice o contento come gli altri. Al suo interno, tuttavia, starebbe sperimentando i sintomi angoscianti della depressione.

La depressione colpisce tutti in modo diverso e ha una varietà di sintomi, il cui principale è la profonda, prolungata tristezza. Altri sintomi classici includono:

  • cambiamenti nell’appetito, nel peso e nel sonno
  • affaticamento o letargia
  • sentimenti di disperazione, mancanza di autostima e bassa autostima
  • perdita di interesse o piacere nel fare cose che un tempo erano apprezzate

Qualcuno con una depressione sorridente può sperimentare alcuni o tutti i precedenti, ma in pubblico, questi sintomi sarebbero per lo più – se non del tutto – assenti. Per qualcuno che guarda dall’esterno, una persona con una depressione sorridente potrebbe avere il seguente aspetto:

  • un individuo attivo, ad alto funzionamento
  • qualcuno che tiene un lavoro fisso, con una famiglia sana e una vita sociale
  • una persona che sembra essere allegra, ottimista e generalmente felice

Se stai vivendo la depressione e continui a sorridere e ad indossare una facciata, potresti provare:

  • come mostrare segni di depressione sarebbe un segno di debolezza
  • come se dovessi opprimere qualcuno esprimendo i tuoi veri sentimenti
  • che non hai affatto la depressione, perché stai “bene”
  • che altri lo abbiano di peggio, quindi di cosa ti devi lamentare?
  • che il mondo sarebbe meglio senza di te

Un tipico sintomo depressivo sta avendo un’energia incredibilmente bassa e sta diventando difficile persino farlo fuori dal letto al mattino. In depressione sorridente, i livelli di energia potrebbero non essere influenzati (tranne quando una persona è sola).

Per questo motivo, il rischio di suicidio potrebbe essere più alto. Le persone con depressione maggiore a volte si sentono suicide, ma molte non hanno l’energia per agire su questi pensieri. Ma qualcuno con una depressione sorridente potrebbe avere l’energia e la motivazione per farlo.

Come con altri tipi di depressione, la depressione sorridente può essere scatenata da una situazione , come una relazione fallita o la perdita di un lavoro. Può anche essere vissuto come uno stato costante.

Culturalmente, le persone possono affrontare e sperimentare la depressione in modo diverso, compreso il sentirsi più sintomi somatici (fisici) di quelli emotivi. I ricercatori ritengono chequeste differenze possano avere a che fare con il pensiero orientato internamente o esternamente: se il tuo pensiero è orientato esternamente, potresti non concentrarti sul tuo stato emotivo interiore, ma invece potresti sperimentare più sintomi fisici.

In alcune culture o famiglie, anche i livelli più alti di stigma possono avere un impatto. Ad esempio, esprimere emozioni può essere visto come “chiedere attenzione” o come mostrare debolezza o pigrizia.

Se qualcuno ti dice di “Superarlo”o che “Non ci stai provando abbastanza” per sentirti meglio, è meno probabile che in futuro esprimerai queste emozioni.

Questo può essere particolarmente vero per gli uomini sotto esame per la loro mascolinità – che possono essere stati sottoposti a vecchi pensieri come “uomini veri” non piangono. Gli uomini sono molto meno propensi delle donne a cercare aiuto per problemi di salute mentale.

Qualcuno che pensa di essere giudicato per i loro sintomi depressivi sarebbe più propenso a indossare una facciata e tenerlo per sé.

Social media

In un’epoca in cui il 69% della popolazione statunitense utilizza i social media, possiamo essere risucchiati in una realtà alternativa in cui le vite di tutti stanno andando così bene . Ma sono davvero andando che bene?

Molte persone potrebbero non essere disposte o in grado di pubblicare le foto quando sono al loro peggio, preferendo invece condividere solo i loro bei momenti con il mondo. Questo può creare un vuoto di realtà che dà alla depressione sorridente più spazio per crescere.

A volte tutti abbiamo aspettative non realistiche su noi stessi di essere migliori o più forti . Siamo anche influenzati da aspettative esterne – da colleghi, genitori, fratelli, bambini o amici.

Se hai aspettative irrealistiche per te stesso o le aspettative degli altri, potresti essere più propensi a voler nascondere i tuoi sentimenti se non sembrano servire quelle aspettative. Qualcuno con perfezionismo potrebbe essere ancora più a rischio, a causa degli standard impossibilmente elevati a cui si reggono.

Secondo un documento dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) , la depressione sorridente presenta sintomi antitetici (in conflitto) con quelli della depressione classica. Questo può complicare il processo di diagnosi.

Altre difficoltà con la diagnosi di depressione sorridente è che molte persone potrebbero non sapere nemmeno di essere depresse o che non cercano aiuto.

Se pensi di avere la depressione, è importante cercare il trattamento il più presto possibile.

Per essere diagnosticato, dovrai visitare un medico. Il medico le porrà alcune domande sui suoi sintomi e su eventuali grandi cambiamenti della vita che si sono verificati.

Possono anche indirizzarti a un professionista della salute mentale, come uno psichiatra, se trarrai beneficio da farmaci o uno psicologo o un psicoterapeuta.

Per essere diagnosticato come disturbo depressivo maggiore, è necessario aver vissuto un episodio depressivo della durata di più di due settimane, quasi tutto il giorno, quasi ogni giorno. Questi sintomi influenzano il modo in cui senti, pensi e gestisci le attività quotidiane, come dormire, mangiare e lavorare. Ecco cos’altro comporta la diagnosi.

FONTE: https://www.healthline.com/health/smiling-depression#diagnosis

Dott. Roberto Cavaliere

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LA SINDROME DI PROCUSTE: CHI DENIGRA I SUCCESSI ALTRUI

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Il mito greco di Procuste narra che questo personaggio era un locandiere che gestiva una taverna fra le colline di Attica. Lì, offriva alloggio ai viandanti, nascondendo la sua vera natura, tutt’altro che amichevole.

Procuste possedeva un letto dove invitava tutti i viaggiatori a coricarsi. Durante la notte, quando i malcapitati dormivano, ne approfittava per imbavagliarli e legarli. Se la vittima era più alta e piedi, mani e testa le sporgevano dal letto, procedeva a tagliarli. Se la persona era più bassa, la stirava, rompendole le ossa per far quadrare le misure.

Questo personaggio oscuro perpetrò le sue azioni macabre per anni, finché non giunse un uomo molto speciale: Teseo. Come sappiamo già, questo eroe aveva acquisito fama per aver affrontato il Minotauro dell’isola di Creta e per esser diventato in seguito il re di Atene. Si narra che, quando Teseo scoprì ciò che quel sadico faceva di notte, decise di sottoporre Procuste allo stesso supplizio che imponeva a tutte le sue vittime.

Da allora, si è diffuso un avvertimento a titolo di proverbio che recita quanto segue:
“Fa’ attenzione, ci sono persone che, quando vedono che hai idee diverse o che sei più brillante di loro, non ci pensano due volte a metterti sul letto di Procuste”

Chi è affetto da sindrome di Procuste ha un’invidia aggressiva celata nei confronti degli altri in ambito affettivo, sportivo, politico o lavorativo.

Quando si trovano di fronte ad una persona brillante, intraprendente, creativa e in grado di superarli in più di un aspetto, non esitano a escogitare mille stratagemmi e vili sotterfugi per annullarla, umiliarla e relegarla in un angolo dove smetta di essere “un rischio” e/o dove non può intaccare il loro sentirsi inferiori.
Finchè, come nel mito, non arriva il Teseo che punisce il Procuste della situazione, Teseo può essere la persona stessa che è vittima e ribalta il suo ruolo.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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LA DIPENDENZA SESSUALE E’ UN DISTURBO MENTALE

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L’Oms ha annunciato che la dipendenza da rapporti sessuali rientra tra i disordini di tipo mentale. Infatti il disordine sessuale compulsivo è entrato a far parte della lista internazionale delle malattie appena aggiornata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). L’elenco in questione è stato aggiornato più precisamente a giugno ed è un documento di primaria importanza per medici e studiosi che vogliano aiutare i pazienti con dei seri problemi.

In base a quanto afferma l’Oms, questa tipologia di dipendenza per essere tale deve creare disturbi importanti alla vita della persona.

Il paziente affetto da questa problematica non riesce a controllare i propri impulsi [VIDEO] che sono intensi e ripetitivi, ma deve per forza di cose dar ‘sfogo’ ai sui desideri. L’attività sessuale diventa così di fondamentale importanza, tanto da portare il paziente a far trascurare il proprio stato di salute, i propri interessi ed il lavoro.

Per essere diagnosticato come un disturbo, l’evento deve avere una durata di almeno sei mesi. Bisogna specificare che la problematica non dipende dalla quantità di persone con cui si hanno rapporti sessuali o da quante volte lo si fa, ma piuttosto da quanta pressione faccia questo desiderio sulla propria vita tanto da arrivare a rovinare anche le interazione interpersonali.

Non tutti sono però concordi sul fatto che questa tipologia di comportamento rientri nella categoria di disturbi mentali.

Secondo alcuni esperti infatti, non sussistono sufficienti prove scientifiche [VIDEO] che dimostrino quanto affermato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Alcuni credono che la dipendenza dal sesso sia un disturbo autonomo, altri credono invece che la problematica possa essere molto seria come la dipendenza dal gioco. A livello nazione, non sussistono ancora ricerchi che affermino quante siano le persone che soffrono di tale disturbo.

In base a delle indagine sia regionali che locali, è però emerso che la dipendenza sessuale potrebbe interessare il 5% della popolazione. Ciò vuol dire che esistono più persone che combattono con tale problematica rispetto a quanti soffrono di disturbi come la schizofrenia o il gioco d’azzardo patologico. Nel corso degli ultimi anni sicuramente si avranno dei dati più precisi al riguardo.

Dott. Roberto Cavaliere

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OVERTHINKING: LA TENDENZA A PENSARE E RIMURGINARE TROPPO

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L’overthinking è la tendenza a rimurginare e pensare troppo ed è negativo per tutti. A spiegarlo sono gli studi di Susan Nolen-Hoeksema, Capo del Dipartimento di Psicologia presso l’Università di Yale, scomparsa nel 2013, che del fenomeno overthinking aveva fatto il centro delle sue ricerche.

Se sei donna capita più di frequente: secondo l’autrice del libro Women Who Think Too Much: How to Break Free of Overthinking and Reclaim Your Life, Donne che pensano troppo (come scappare dall’overthinking e riprendere in mano la tua vita) il pensiero ruminativo costituisce un fattore di rischio nel mantenimento della depressione.

Il lavoro di Susan Nolen-Hoeksema, che se n’è andata all’età di 53 anni in seguito a un intervento chirurgico, si era concentrato sulle differenze di genere nella depressione, e le conseguenze che i nostri pensieri e le emozioni possono avere nello stato di benessere complessivo della persona.

La malattia non è uguale per donne e uomini non solo poiché viene affrontata in modo diverso, bensì in quanto è il modo in cui affrontiamo la nostra vita emotiva e le difficoltà del quotidiano ciò che apre prospettive differenti.

Uomini e donne vivono l’essere vulnerabile in modo diverso e oggi la medicina di genere si interroga sulla possibilità di realizzare percorsi di cura che tengano conto della persona in tutti i suoi aspetti, sesso compreso, un tema che per molto tempo è stato trascurato e reso forzatamente “neutro”. Ma che cosa significa pensare troppo?

Quando ci focalizziamo sulle cause e l’analisi del problema non stiamo attuando un’azione di problem solving, cioè… non stiamo risolvendo in nessun modo il problema. Parlando di depressione maschile, il dottor Gianluigi Mansi, Responsabile dell’Unità di Psichiatria e Riabilitazione Psichiatrica presso gli Istituti Clinici Zucchi di Monza, racconta un fenomeno che capita di vivere a molti, soprattutto uomini padri di famiglia: per la sindrome del pescatore quando usciamo in mare affrontando le tempeste del quotidiano non possiamo tornare a mani vuote.

È il senso di responsabilità che ci fa stare all’erta. Come spiegano gli esperti, l’ansia entro certi limiti è positiva perché è una forma di attenzione, ci spinge a interrogarci e dare il meglio, pretendere di più, vedere i segnali, buttarci nella competizione. Tuttavia, l’esistenza è fatta da una serie di bivi e strade che si incrociano, sentieri che si perdono, fermate mancate, deviazioni e lavori in corso: non possiamo ridurre la nostra felicità all’idea che ci sia una strada giusta da percorrere.

In fondo, la vita non ha una meta, se non il bagaglio di esperienza che impariamo nel viaggio: un viaggiare che non arriva da nessuna parte e invece è esplorazione, curiosità verso il percorso, cadute e nuove corse.

“Se quella volta….. ”: quante volte l’hai detto o pensato? Quando ragioniamo con “avessi… fatto, detto scelto” rimaniamo bloccati nel tempo passato senza trovare nuove soluzioni per risolvere il presente. È demoralizzante e frustrante torturarsi pensando alle scelte che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto. Inoltre, è semplicemente falso: sei lì dove ti trovi, accettarlo è il primo passo per vedere e affrontare la realtà.

L’auto-riflessione può avere una funzione costruttiva, tuttavia spesso accade di analizzare una situazione di disagio concentrandosi sulle cause: questo aspetto è positivo solo fino a quando ti serve a mettere in evidenza lati che non avevi considerato e far emergere le tue emozioni profonde. Il rischio? A causa della tua precisione e profondità di analisi continuerai a ripetere (a te stesso e agli altri!) e raccontare la stessa situazione, concentrandoti sul problema e su quello che ti fa stare male.

STOP! Abbiamo bisogno di dare una tregua ai pensieri. Secondo Susan Nolen-Hoeksema è sempre più frequente che, durante una semplice pausa, le persone si sentano all’improvviso invase da un’ondata di preoccupazioni, pensieri e emozioni che scorrono come un fiume incontrollato e impossibile da arginare: ecco perché coltivare nuovi stili di pensiero e inziare a rallentare consapevolmente la tendenza a rimuginare significa imparare, poco a poco, a svuotare la mente.

Una mente che pensa troppo è un sabotaggio per la nostra creatività e ostacola la nostra capacità di essere nel momento presente. Il risultato? Quando ci portiamo dietro un carico di pensieri sempre più pesante finiamo per occupare tutto lo spaziodisponibile. Al contrario, fare vuoto e liberare la mente è acquistare lucidità, diventare più presenti, come animali dotati di un istinto ancestrale che ci permette di essere qui e ora, fronteggiando gli eventuali pericoli senza combattere contro vecchi fantasmi. Non solo una mente più fluida e leggera, ma la capacità di rispondere alle situazioni in modo più flessibile, dinamico e adeguato.

Dott. Roberto Cavaliere

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TEST SULLO SHOPPING COMPULSIVO

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1) Quanto frequentemente acquista cose che non usa?

Sempre

Spesso

Mai

 

2) Quanto frequentemente acquista cose senza avere il denaro sufficiente?

Sempre

Spesso

Mai

 

3) Quanto spesso raccoglie oggetti che altri hanno gettato?

Sempre

Spesso

Mai

 

4) Quanto si sente in obbligo di acquistare qualcosa anche se non le occorre?

Sempre

Spesso

Mai

 

5) Quanto spesso si sente in ansia o depresso quando non acquista qualcosa che avrebbe veramente voluto?

Sempre

Spesso

Mai

 

6) Quanto spesso fa acquisti per sentirsi meglio?

Sempre

Spesso

Mai

 

7) Quanto spesso sente il bisogno di possedere assolutamente qualcosa che vede mentre sta facendo shopping?

Sempre

Spesso

Mai

 

8) Fino a che punto si sente angosciato o sconvolto per aver comprato ogetti superflui?

Sempre

Spesso

Mai

 

9) Lo shopping eccessivo le ha causato difficoltà finanziarie?

Sempre

Spesso

Mai

 

10) Lo shopping eccessivo ha interferito sulla sua vita sociale o sul suo lavoro?

Sempre

Spesso

Mai

 

11) Lei guarda nei rifiuti di altre persone per trovare cose da portare a casa?

Sempre

Spesso

Mai

 

12) Spende più tempo del voluto facendo shopping?

Sempre

Spesso

Mai

 

RISULTATI:

Sulle dodici domande si devono assegnare 2 punti per la prima risposta, 1 punto per la seconda e 0 punti per la terza.

da 0 a 6 punti: non si evidenziano problematiche

da 7 a 13 punti: siete uno shopper problematico

da 14 a 24 punti: potreste essere una persona con problemi di shopping compulsivo

 

Il risultato del test non è sufficiente per una diagnosi; si rimanda pertanto ad una valutazione con uno psicologo

TEST REPERITO SUL WEB

Dott. Roberto Cavaliere

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RIMUGINIO PATOLOGICO E CO-RUMINAZIONE

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“Co-rumination” è il nome che alcuni psicologi americani hanno coniato per indicare l’ossessiva abitudine delle donne, soprattutto le adolescenti, di parlare di tutto e per tanto tempo con le proprie amiche.

Il nome del disturbo è evocativo: ruminare infatti vuol dire masticare una seconda volta il cibo facendolo risalire dallo stomaco al rumine prima di digerirlo. Con le amiche, quindi, si tende a rimasticare per una seconda, terza, quarta volta (tendendo all’infinito) cio che è successo nella propria vita per poterlo digerire una volta per tutte. Ma è un’attitudine sana? Secondo gli psicologi non proprio. Non quando è eccessiva. Su questo oltre agli psicologi sarebbero d’accordo anche tutti gli uomini per i quali, pare, il rischio di co-rumination è sensibilmente più basso. Sono le adolescenti ad incappare più spesso in questo tipo di ossessione e dipendenza dal “parere dell’amica”. “L’adolescenza è il periodo in cui per le ragazze esistono solo le amicizie e il rapporto con i pari; tendenzialmente tutti gli adolescenti preferiscono passare ore al telefono a parlare con i propri amici per poi ammutolirsi all’ora di cena quando mamma e papà chiedono come è andata la giornata”, sottolinea Amanda Rose, la psicologa che ha coniato il termine “co-rumination” e che ha rilasciato un’interessante intervista al New York Times.

“Il punto è che a volte questo atteggiamento sconfina nella dipendenza e nella perdita di contatto con la realtà che per tutti, ma in particolar modo per gli adolescenti, può essere molto pericolosa e può compromettere una normale socialità”, continua la Rose. “In questo senso è importante il ruolo di mediazione di un adulto, che nei casi normali è uno o entrambi i genitori; talvolta però è necessario il parere di un esperto”, aggiunge la Rose. “Per le donne adulte il discorso non è poi molto diverso; la tendenza a parlare tanto tra amiche è costituzionale. Sebbene non ci siano i rischi di commettere errori dettati dalla scarsa esperienza come per le più giovani, anche le donne adulte possono rimanere ingabbiate nei discorsi tra amiche e costruirsi una visione parziale e complicata del mondo”, conclude la Rose.

Dott. Roberto Cavaliere

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