IL DESIDERIO DI ESSERE ANCORA FIGLIO

Condividi

In questa bellissima e significativa poesia si legge il desiderio di essere ancora figlio. Desiderio che non deriva da immaturità affettiva, dal desiderio di non crescere, ma rimanda alla parte infantile che è dentro di noi e che chiede anche di continuare ad essere figlio, in determinati momenti. Desiderio lecito e che fa parte dell’essere adulto

Roberto Cavaliere

FAMMI ESSERE ANCORA FIGLIO
Solo una volta. Una volta sola.
Poi ti lascio andare.
Ma per una volta, ancora, fammi sentire sicuro.
Proteggimi dal mondo.
Fammi dormire nel sedile dietro il tuo.
Guida tu. Che io sono triste e stanco.
Ho voglia che sia tu a guidarmi, papà.
Metti la musica che ti piace.
Che sarà quella che una volta cresciuto piacerà a me.
Fammi essere piccolo.
Pensa tu per me.
Decidi tu per me.
Mettimi la tua giacca, che a me sembra enorme, perché ho freddo.
Prendimi in braccio e portami a letto perché mi sono addormentato sul divano.
Raccontami storie.
E se sei stanco non farlo.
Ma non te ne andare.
Ho voglia di rimanere figlio per sempre.
Abbracciami forte come dopo un gol.
Dormi ancora, come hai fatto, per una settimana su una sedia accanto al mio letto in ospedale.
Rassicurami.
Carezzami la testa.
Lo so che per tutti arriva il momento in cui devi fare da padre a tuo padre.
Ma io non voglio.
Non ora.
Voglio vederti come un gigante.
Non come un uccellino.
Non andare, papà.
Ti prego.
Fammi essere ancora figlio.
Fammi essere per sempre tuo figlio.

Gabriele Corsi

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

COMPRENDERE ED EDUCARE UN BAMBINO

Condividi

Riporto, di seguito, questa significative riflessioni e citazioni del pedagogo, scrittore e medico polacco Janusz Korczak che sintetizza in maniera esaustiva e profonda la relazione psicologica e pedagogica col bambino.

Chi e quando, in circostanze eccezionali, ha osato percuotere, tormentare, attaccare un adulto? E come sono quotidiani e innocenti una sculacciata, un braccio strattonato, la stretta dolorosa di un abbraccio.

Voglio insegnare a comprendere e amare il creativo «non so» che la scienza moderna sa esprimere nei confronti del bambino: un’ammissione meravigliosa, piena di vita e di abbaglianti sorprese. Voglio che si capisca che nessun libro, che  nessun medico potranno mai sostituire la mente vigile, l’attenzione assorta.

La questione non è se sono intelligenti, ma come lo sono.

E forse ci illudiamo pensando che il bambino sia solo quello che noi vogliamo che sia? Forse si nasconde dinanzi a noi, forse soffre di nascosto?

Restituisci al bambino ciò che hai ricevuto dai tuoi genitori, o lo stai solo cedendo in prestito per poi riaverlo indietro, annotando ogni cosa con cura, calcolando gli interessi?

Tutto il sistema educativo contemporaneo aspira a che il bambino stia comodo. Di conseguenza, passo dopo passo, si adopera a farlo assopire, soffocare, a distruggere tutto ciò che in lui è volontà e libertà, fermezza d’animo, forza dei desideri e degli obiettivi.

Educare un bambino non è un piacevole svago, ma un lavoro in cui occorre impiegare lo fatica di notti insonni, il capitale di dure vicissitudini, e molti pensieri…

Il bambino non è uno sciocco, non ci sono più sciocchi fra di loro di quanti ce ne siano tra gli adulti.

Talvolta i genitori non vogliono sapere ciò che sanno, né vedere ciò che vedono.

I bambini costituiscono gran parte dell’umanità, della popolazione, della nazione, degli abitanti, dei concittadini… sono i nostri compagni di sempre. Ci sono stati, ci saranno e ci sono.

Disprezziamo il bambino perché non sa, non intuisce, non presagisce. Non conosce le avversità e le complicazioni della vita adulta, non sa da dove originino i nostri momenti di esaltazione, di avvilimento, di stanchezza, non sa cosa turbi la pace, cosa inacidisca l’umore: non conosce le sconfitte e i fallimenti dei grandi. È facile farlo assopire, illudere l’ingenuo, nascondere.

Non pensiamo a ciò che offriamo al bambino, ma a ciò che assimila. Perché ogni violenza ed eccesso sono un fardello, ogni parzialità è un possibile errore.

Il bambino è un essere ragionevole, conosce bene le esigenze, le difficoltà e gli ostacoli della sua vita. Non ordini dispotici, non rigorismo e diffidente controllo, ma un’intesa piena di tatto, fiducia nelle sue esperienze, collaborazione e convivenza.

Chi, educato a rigori polizieschi, vorrà afferrare il libro vivente della natura, si ritroverà sommerso dal peso immenso peso delle inquietudini, delle delusioni e delle sorprese.

Nel timore che la morte non porti via il bambino, priviamo il bambino della vita; non volendo che muoia, non gli permettiamo di vivere.

Per fortuna dell’umanità, non possiamo costringere i bambini a cedere agli influssi educativi e agli attentati moraleggianti al loro buonsenso e alla loro sana volontà umana.

Pensando al domani si disprezza ciò che oggi rallegra, addolora, sorprende, fa arrabbiare, diverte il bambino. Per un domani che non comprende, né gli necessita farlo, gli si sottraggono anni di vita, molti anni.

Chi non rifletterà a fondo sul problema dei divieti e degli ordini quando essi sono pochi, non li comprenderà e si smarrirà quando saranno tanti.

Un buon educatore, colui che non costringe ma libera, non trascina ma innalza, non comprime ma forma, non impone ma insegna, non esige ma domanda, passerà insieme ai bambini molti momenti esaltanti.

Lo spirito è mesto nella gabbia stretta del corpo.  La gente pensa e ragiona sulla morte come se fosse la fine; ma è solo il proseguo della vita, è un’altra vita.

I bambini sono le persone del futuro. E dunque devono ancora esistere, è sempre come se non esistessero ancora. Eppure: “noi siamo qui ora, viviamo, sentiamo, soffriamo”.

I bambini non sono più sciocchi degli adulti, hanno solo meno esperienza.

Esisto non per essere amato e ammirato, ma per agire e per amare. Non è obbligo della società aiutarmi, ma è mio dovere prendermi cura del mondo e dell’ambiente.

Se non credi nell’anima, devi pur sapere che il tuo corpo vivrà nell’erba verde, nelle nuvole. Siamo fatti di acqua e di polvere.

Quando ride un bambino, ride tutto il mondo.

Non ci sono bambini,  solo persone. Ma con un’altra scala di nozioni, un altro bagaglio di esperienze, altre passioni, un altri giochi di sentimenti. Ricorda, noi non li conosciamo.

Non è importante sapere molto, ma sapere bene; non conoscere a memoria, ma comprendere; non che tutto importi solo un poco, ma che qualcosa conti veramente

Non ci è concesso lasciare il mondo così come è.

Non auguro a nessuno del male. Non ne sono in grado. Non so come si faccia.

Voi mi dite: «Siamo stanchi di stare con i bambini».  Avete ragione. E dite ancora: «Perché dobbiamo abbassarci al loro livello. Abbassarci, chinarci, piegarci, raggomitolarci». Vi sbagliate, non questo ci affatica, ma il doverci arrampicare fino ai loro sentimenti. Arrampicarci, allungarci, alzarci in punta di piedi, innalzarci. Per non ferirli.

Nella stanchezza mi rinforzo e maturo.

Ho stipulato un contratto con la vita: non ci daremo fastidio l’un l’altra.

Viviamo di corsa, in modo sciatto, superficiale, alla meno peggio.

La mente del bambino è come un bosco, le cime degli alberi si muovono appena, i rami si intrecciano, le foglie ti sfiorano tremanti.

Il bambino è piccolo, leggero, occupa poco spazio. Dobbiamo chinarci, scendere verso di lui.

Abbottonati, perché hai le scarpe infangate, hai fatto i compiti, mostrami le orecchie, tagliati le unghie. E questo ci insegna poco per volta a sfuggire, a nasconderci, anche quando non abbiamo fatto niente di male. E se per caso ci lanciano un’occhiata, ci aspettiamo subito un rimprovero.

Nessuno dirà mai ad un adulto «Vattene», ma a un bambino lo si dice spesso. Quando un adulto si dà da fare il bambino sta fra i piedi, l’adulto scherza e il bambino buffoneggia, l’adulto piange e il bambino frigna e piagnucola, l’adulto è vivace e il bambino irrequieto, l’adulto è triste e il bambino ingrugnato, l’adulto è distratto e il bambino tonto, sciocco. L’adulto è sovrappensiero, il bambino inebetito. L’adulto fa qualcosa con lentezza, il bambino perde tempo. Sono solo modi di dire scherzosi, ma quanto poco delicati. Un bimbetto, un marmocchio, un moccioso, un monello: e questo persino quando non è arrabbiato, quando vuole essere buono. Che farci, ci siamo abituati, ma a volte questo disprezzo dispiace e irrita.

Ti sei abituato all’idea di essere forte, all’improvviso ti senti piccolo e debole. La folla è un gigante, ha un peso complessivo enorme, è la somma di esperienze sterminate. Ora si raccoglie in una resistenza solidale, ora si disintegra in decine di paia di gambe, braccia e teste, ognuna delle quali nasconde altri pensieri, altri segreti del desiderio.

Il bambino ha un futuro, ma ha anche un passato. Avvenimenti degni di nota, ricordi, molte ore dedicate a vitali riflessioni solitarie.  Tanto quanto noi tiene a mente e dimentica, apprezza e disdegna, ragiona secondo logica e sbaglia quando non sa. Si fida e dubita in maniera assennata.

Rispetto per l’ora, per il giorno attuale. Che domani avrà, se oggi non lo lasciamo vivere in maniera cosciente, responsabile? Non calpestare, non maltrattare, non cedere alla schiavitù del domani, non estinguere, non far fretta, non correre.

Rispetto, o addirittura devozione, per l’infanzia bianca, luminosa, immacolata, santa.

Il bambino è una pergamena vergata con geroglifici minuti; riuscirai a decifrarne solo una parte, altri potrai rimuoverli o cancellarli per riempirli dei tuoi contenuti.

Si può pretendere la bontà, ma non quella che è sacrificio.

Se qualcuno ha fatto qualcosa di male, la cosa migliore è perdonarlo. Se ha fatto qualcosa di male perché non sapeva, ora è consapevole. Se ha fatto qualcosa di male senza volerlo, in futuro sarà più prudente. Se ha fatto qualcosa di male perché gli riesce difficile abituarsi, ora si sforzerà di farlo. Se ha fatto qualcosa di male perché lo hanno istigato a farlo, ora non darà più ascolto.

Se gli adulti ce lo chiedessero, potremmo dare molti buoni consigli. Noi sappiamo meglio cosa ci fa male, perché abbiamo più tempo per guardare e pensare a noi stessi, ci conosciamo meglio, passiamo più tempo insieme.  Un bambino da solo può non sapere molto, ma in un gruppo ci sarà sempre chi sa come stanno le cose.

Siamo esperti della nostra vita e dei nostri problemi. Tacciamo semplicemente perché non sappiamo cosa ci è lecito dire e cosa no.

I giovani hanno i propri problemi, grattacapi, lacrime e risa, hanno idee giovani e una giovane poesia. Spesso si nascondono di fronte agli adulti perché si vergognano, non si confidano perché temono che si rida di loro.

I bambini sono giudici di sé stessi e sanno come è difficile non fare niente di sbagliato, sanno che ognuno può migliorare, se vuole e se si sforza di farlo.

Persino se è molto controllato in casa, se malvolentieri lo si lascia uscire da solo, può diventare un ragazzo di strada. Basta un attimo di libertà e comincia a comportarsi da incosciente. Nella folla gli sembrerà di poter fare quel che vuole, , gli verranno in mente scherzi maligni. Spintona, attacca lite, fa pazzie, si guarda intorno cercando di importunare, nascondersi e scappare. Gli  reca piacere esattamente ciò che è proibito.

Se siete in grado di diagnosticare la gioia di un bambino e la sua intensità, dovete rendervi conto che la gioia più grande è quella di una difficoltà superata, di uno scopo raggiunto, di un mistero svelato. La gioia di un trionfo, la felicità dell’indipendenza, del dominare, del padroneggiare.

Un bambino non è un biglietto della lotteria con il quale ti può capitare di vincere un ritratto per la sala delle delibere in Municipio o un busto nella hall di un teatro.

Che cosa è un bambino? Che cosa è dal mero punto di vista fisico? È un sistema in crescita.

Se si divide l’umanità in adulti e bambini, e la vita in infanzia e maturità, di bambini e di infanzia a questo mondo e nella nostra vita ce ne è molto, molto davvero.  Ma, assorti solamente nei propri conflitti,  nelle proprie preoccupazioni, non ce ne curiamo, così come un tempo non ci curavamo delle donne, dei contadini, dei ceti e dei popoli oppressi.

Un bambino: cento maschere, cento ruoli da valente attore. Altro è per la madre, altro per il padre, il nonno, la nonna, altro ancora per il maestro mite o per quello severo, altro in cucina, altro tra i propri coetanei, altro tra i ricchi e i poveri, altro ancora con i vestiti di ogni giorno o quelli della festa.

Molti errori nascono dal fatto che incontriamo il bambino figlio dell’imposizione, della schiavitù, del servaggio, il bambino deviato, amareggiato, ribelle.  Bisogna sforzarsi a lungo di immaginare come è di sua natura, e come potrebbe essere.

L’amore irragionevole può  tormentare i bambini: la legge dovrebbe tutelarli.

L’esperienza di qualche domanda inopportuna, di scherzi mal riusciti, di segreti svelati, di confidenze imprudenti, insegna al bambino a rivolgersi agli adulti come ad animali addomesticati ma pur sempre selvatici, dei quali non si può mai essere del tutto sicuri.

L’anima del bambino è complessa quanto la nostra. Piena delle stesse contraddizioni, tragicamente in lotta con l’eterno: desidero, ma non posso; so che dovrei, ma non ne sono in grado.

Il bambino non può pensare «come un adulto» ma, da bambino, può riflettere sui problemi importanti degli adulti. La mancanza di conoscenza e di esperienza lo costringono a ragionare diversamente.

Il bambino vuole sapere se hai visto una cosa con i tuoi occhi, se l’hai saputa da altri, da dove sei venuto a saperla. Vuole che le risposte siano brevi e risolute, comprensibili, chiare, serie e oneste.

Sarebbe un errore ritenere che capire significhi sottrarsi alle difficoltà.

Un bambino ha bisogno di movimento, di aria, di luce e di armonia, ma anche di qualcos’altro. Far spaziare lo sguardo, il senso di libertà, una finestra spalancata. […] L’educatore deve ambire ai risultati più favorevoli raggiungibili senza violare i diritti umani.

Sii te stesso, cerca la tua strada. Conosci te stesso prima di voler conoscere i bambini. Renditi conto di quello di cui tu stesso sei capace, prima di iniziare a limitare il campo dei loro diritti e doveri.

I bambini sono sempre martiri dell’ansia sul loro supposto benessere; le ingiustizie più grandi originano da questo timore.

Un educatore assennato non tiene il broncio quando non capisce il bambino, ma riflette, cerca, interroga. E i bambini gli insegnano come non far loro troppo male: basta che voglia imparare.

Non dobbiamo tentare di anticipare qualsiasi azione, indicare la strada in ogni momento di incertezza, correre in aiuto a ogni china. Ricordiamo che al momento delle grandi battaglie noi potremmo non esserci.

La scuola dovrebbe essere una fucina dove si forgiano le parole più sante. […] La scuola dovrebbe invocare a gran voce i diritti dell’uomo, biasimare nel modo più fermo e radicale tutto ciò che vi è di torbido nella vita.

Permetti ai bambini di sbagliare e di dirigersi con gioia verso il ravvedimento.

Non l’azione ma l’impulso caratterizza il bambino, le sue valutazioni morali, il suo potenziale futuro di crescita.

Non parlavo ai bambini, ma con i bambini, non dicevo loro ciò che volevo che fossero, ma ciò che volevano e potevano essere.

Se ci sono parole che hai paura di pronunciare, cosa fare allora con le azioni che possono compiere? Un educatore non può avere paura delle parole, dei pensieri o delle azioni del bambino.

 

La Dottoressa Rosalia Cipollina (Psicologa e Psicoterapeuta specializzata in Psicologia Scolastica e dell’età evolutiva) riceve in studio a Roma, Napoli e Salerno ed effettua consulenze telefoniche e via Skype a pagamento per chi è impossibilitato a recarsi in studio.
Per prenotare una consulenza scrivere a cipollinar@iltuopsicologo.it o chiamare il 320 3744077

I BAMBINI IMPARANO CIO’ CHE VIVONO

Condividi

Se i bambini vivono con le critiche,
imparano a condannare.

Se i bambini vivono con l’ostilità,
imparano ad aggredire.

Se i bambini vivono con la paura,
imparano ad essere apprensivi.

Se i bambini vivono con la pietà,
imparano a commiserarsi.

Se i bambini vivono con il ridicolo,
imparano ad essere timidi.

Se i bambini vivono con la gelosia,
imparano a provare invidia.

Se i bambini vivono con la vergogna,
imparano a sentirsi colpevoli.

Se i bambini vivono con l’incoraggiamento,
imparano ad essere sicuri di sé.

Se i bambini vivono con la tolleranza,
imparano ad essere pazienti.

Se i bambini vivono con la lode,
imparano ad apprezzare.

Se i bambini vivono con l’accettazione,
imparano ad amare.

Se i bambini vivono con l’approvazione,
imparano a piacersi.

Se i bambini vivono con il riconoscimento,
imparano che è bene avere un obiettivo.

Se i bambini vivono con la condivisione,
imparano ad essere generosi.

Se i bambini vivono con l’onestà,
imparano ad essere sinceri.

Se i bambini vivono con la correttezza,
imparano cos’è la giustizia.

Se i bambini vivono con la gentilezza e la considerazione,
imparano il rispetto.

Se i bambini vivono con la sicurezza,
imparano ad avere fiducia in sé stessi e nel prossimo.

Se i bambini vivono con la benevolenza,
imparano che il mondo è un bel posto in cui vivere.

 

DOROTHY LAW NOLTE, I bambini imparano ciò che vivono (The Torrance Herald, 1954).

 

Dottor Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

LA SINDROME DI TIRESIA: L’ORACOLO INTERIORE

Condividi

Tiresia è una figura della mitologia greca, celebre indovino, ed i miti su di lui sono molti.

Uno dei più diffusi racconta che, passeggiando sul monte Cillene, vide due serpenti che copulavano, ne uccise la femmina perché quella scena lo infastidì. Nello stesso momento Tiresia fu tramutato da uomo a donna. Visse in questa condizione per sette anni provando tutti i piaceri che una donna potesse provare. Passato questo periodo venne a trovarsi di fronte alla stessa scena dei serpenti. Questa volta uccise il serpente maschio e nello stesso istante ritornò uomo.
Un giorno Zeus ed Era si trovarono divisi da una controversia: chi potesse provare in amore più piacere: l’uomo o la donna. Non riuscendo a giungere a una conclusione, poiché Zeus sosteneva che fosse la donna mentre Era sosteneva che fosse l’uomo, decisero di chiamare in causa Tiresia, considerato l’unico che avrebbe potuto risolvere la disputa essendo stato sia uomo sia donna. Interpellato dagli dei, rispose che il piacere sessuale si compone di dieci parti: l’uomo ne prova solo una e la donna nove, quindi una donna prova un piacere nove volte più grande di quello di un uomo. La dea Era, infuriata perché l’indovino aveva svelato un tale segreto, lo fece diventare cieco, ma Zeus, per ricompensarlo del danno subito, gli diede la facoltà di prevedere il futuro.

Chi è affetto da Sindrome di Tiresia, come il celebre indovino, “vede” ciò che accadrà nel futuro , ma è “cieco” a ciò che accade nel presente. E’ come se avesse un “oracolo interiore” a cui presta ascolto.

Questo oracolo interiore diventa una sorte di “profezia che si autoavvera” dove la persona si autoconvince di un esito futuro della sua vita e tenderà ad interpretare ed a muoversi, più o meno inconsapevolmente, in tal senso. In questo modo sarà “cieco” a tutto quello che nel presente non va in direzione della previsione futura.

Solitamente le profezie future, che le persone effettuano, sono negative e pessimistiche (come quelle di Tiresia) e diventano quindi limitanti per esiti positivi.

Ad esempio una persona che è convinta che lo attende, in futuro, un tracollo economico o professionale, non vedrà i segnali presenti che sconfermano tale visione, ma avrà un’attenzione selettiva solo a ciò che gli conferma la sua previsione e potrà anche arrivare, inconsapevolmente, a mettere in atto condotte che lo faranno fallire economicamente o professionalmente.

Un altro esempio è in campo scolastico, attraverso l’effetto Pigmalione, noto anche come effetto Rosenthal, il cui assunto di base è il seguente: se gli insegnati credono che un alunno sia meno dotato lo tratteranno, anche inconsapevolmente, in modo diverso dagli altri; l’alunno interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui l’alunno tenderà a divenire nel tempo proprio come l’insegnante lo aveva immaginato.

Attenti, quindi, ad espressione proprie ed altrui quali: “So già come andra finire” , “L’unico esito possibile è questo” ed altre ancora.

Non siate Tiresia di voi stessi, stando attenti ai vostri oracoli interiori e/o alle profezie che si autoavverano.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private in studio, telefoniche e/o via Skype:

tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

 

CYBERBULLISMO O BULLISMO ONLINE

Condividi

Più di mille parole parla questo video che invito a visinare ed a riflettere

LA LETTERA CHE IL TUO GIOVANE FIGLIO VORREBBE SCRIVERTI

Condividi

Caro Genitore,
Questa è la lettera che vorrei poterti scrivere.
Di questa battaglia che stiamo combattendo, adesso. Ne ho bisogno. Io ho bisogno di questa lotta. Non te lo posso dire perché non conosco le parole per farlo e in ogni caso non avrebbe senso quello che direi. Ma, sappi, che ho
bisogno di questa battaglia, disperatamente. Ho bisogno di odiarti, proprio ora e ho bisogno che tu sopravviva a tutto questo. Ho bisogno che tu sopravviva al mio odiare te, e al tuo odiare me. Ho bisogno di combattere con te, anche se persino io lo detesto. Non importa neanche quale sia il motivo di questo continuo battagliare: l’ora del coprifuoco, i compiti, il bucato, la mia stanza disordinata, le uscite, il rimanere a casa, l’andare via di casa, rimanere a vivere in questa famiglia, il mio ragazzo, la mia ragazza, sul non avere amici, o sull’avere brutte compagnie. Non è importante. Ho bisogno di litigare con te su queste cose e ho bisogno che tu lo faccia con me.
Ho disperatamente bisogno che tu mantenga l’altro capo della corda.
Che tu lo stringa forte mentre io strattono l’altro capo, mentre cerco di trovare dei punti di appiglio per vivere questo mondo nuovo.
Prima io sapevo chi ero, chi fossi tu, chi fossimo noi, ma adesso non lo so più. In questo momento sono alla ricerca dei miei confini e a volte riesco a trovarli solo quando faccio questo tiro alla fune con te. Quando spingo tutto quello che conoscevo fino al limite. E’ proprio in quel momento che sento di esistere, e per un minuto riesco a respirare. E lo so che ti manca quel dolcissimo bambino che sono stato. Lo so, perché quel bambino manca anche a me e questa nostalgia è quello che rende tutto così doloroso adesso.
Io ho bisogno di lottare e ho bisogno di vedere che i miei sentimenti, per quanto brutti o esagerati siano, non distruggeranno né me e né te.

Ho bisogno che tu ami anche il peggio di me, anche quando sembra che io non ti ami. In questo momento ho bisogno che tu ami sia me sia te, per conto di tutti e due. Lo so che fa schifo essere trattati male, ma ho bisogno che tu lo tolleri, e che ti faccia aiutare da altri adulti a farlo. Perché io non posso farlo in questo momento. Se vuoi stare insieme ai tuoi amici adulti e fare un “gruppo di mutuo-aiuto-per-sopravvivere- al-tuo-adolescente”, fai pure.
Parla pure di me alle mie spalle, non mi importa.
Solo non rinunciare a me, non arrenderti a questo conflitto: ne ho bisogno.
Questa è la battaglia che mi insegnerà a capire che le mie ombre non sono più grandi della mia luce. Questa è la battaglia che mi insegnerà a capire che i sentimenti negativi non significano la fine di una relazione.
Questa è la battaglia che mi insegnerà a capire come ascoltare me stesso, anche quando questo potrebbe deludere gli altri.
Questa battaglia finirà. Come ogni tempesta, si placherà. E io dimenticherò, e tu dimenticherai. E poi tornerà di nuovo. E allora io avrò bisogno che tu stringa la corda ancora. Avrò bisogno di questo ancora per anni.
Lo so che non c’è nulla di bello o soddisfacente per te in questa situazione, come so che probabilmente non ti ringrazierò mai per questo, e nemmeno ti riconoscerò questo duro lavoro, anzi, con tutta probabilità ti criticherò ferocemente.
Sembrerà che qualunque cosa tu faccia non sia mai abbastanza.
Eppure, mi affido completamente alla tua capacità di restare in questo scontro.
Non importa quanto io discuta, non importa quanto io mi lamenti. Non importa quanto io mi chiuda nel mio silenzio.
Per favore, tieni stretto l’altro capo della fune. Sappi che stai facendo il lavoro più importante che qualcuno possa mai fare per me in questo momento.

Con amore, il tuo giovane figlio

‘scritta dalla psicologa americana Gretchen L. Schmelzer.’
Dipinto su tela di Antonio Pirozzi – Anno realizzazione: 2015 – Raffigura il delicatissimo momento di passaggio dall’età infantile a quella adulta ed i sentimenti di cambiamento e paura che questa rappresenta.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

L’INFLUENZA PSICOLOGICA DELLE EMOTICON

Condividi

Le emoji e le emoticon fanno ormai parte integrante del nostro modo di comunicare. C’è chi le usa in ogni messaggio che manda, e c’è invece chi le usa molto raramente, ma a tutti noi capita di utilizzare quelle simpatiche “faccine” per rafforzare il senso di un messaggio, o anche solo per esprimere un’emozione (divertimento, stanchezza, tristezza e così via). Più del 90% della popolazione on-line utilizza le emoticon, ed i ricercatori si chiedono ora che cosa può rivelare sul comportamento umano questa particolare tendenza. Le emoticon possono forse fornire approfondimenti sulla personalità dell’utente, o anche informazioni che potrebbero interessare discipline come linguistica e marketing?

A rispondere alla domanda è un lavoro pubblicato su Trends in Cognitive Sciences, secondo cui emoji ed emoticon possono effettivamente rappresentare degli strumenti per valutare come ci rapportiamo gli uni agli altri nella nostra era digitale.

Le emoticon, secondo gli esperti, possono rappresentare uno strumento per compensare l’assenza di linguaggio non verbale tipica delle interazioni attraverso email ed sms, linguaggio che invece emerge nelle conversazioni “faccia a faccia”, o anche nelle video-chiamate.

Gli esperti ritengono dunque importante capire come la comunicazione tramite emoji ed emoticon possa fornire indizi in merito alle interazioni on line. Le persone possono giudicarci basandosi anche sulle “faccine” che utilizziamo, e non sempre questi giudizi sono infatti accurati. Tali giudizi possono variare a seconda di dove o con chi si utilizzano quegli emoji, come ad esempio sul posto di lavoro o tra i membri della famiglia.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

RIMEDI CONTRO IL BULLISMO

Condividi

TEST SUL BULLISMO

Di seguito c’è un test per scoprire se sei “vittima” di un “bullo”. Rispondi V se è vero ed F se è falso.

  • 1 Si diverte a tormentarti ? V F
  • 2 Gli piace prenderti in giro o deriderti i? V F
  • 3 Considera divertente vederti sbagliare o farti male ? V F
  • 4 Sottrae o danneggia oggetti che ti appartenengono ? V F
  • 5 Si arrabbia spesso con te ? V F
  • 6 Ti accusa per le cose che gli vanno male ? V F
  • 7 E’ vendicativo nei tuoi confronti se gli ha fatto qualcosa di spiacevole? V F
  • 8 Quando gioca o fa una partita con te vuole essere sempre il vincitore? V F
  • 9 Ricorre a minacce o ricatti per ottenere quello che vuole ? V F

Se hai risposto Vero ad almeno 3 delle domande è molto probabile che tu sia vittima di un bullo, e le indicazioni seguenti potranno esserti utili.

Ecco che cosa devi fare se qualcuno fà il bullo nei tuoi confronti:

  • Cerca di farti vedere calmo e tranquillo, senza arrabbiarti o aver paura, anche se lo sei.
  • Cerca di evitare cose che non desideri fare
  • Non pensare a quello che ti dice, anzi, pensa bene di te
  • Cerca di capire quando è preferibile andare via, evitando il bullo
  • Se non puoi evitarlo, di fronte alla sua violenza verbale, usa l’ironia (ti grida “Sei grasso come un maiale”. Replica “Ti sbagli, assomiglio più ad una Balena”)
  • Se ti senti un po’ solo cerca di farti nuovi amici, con loro sarà diverso
  • Racconta a qualcuno di cui ti fidi quello che sta succedendo (un insegnante, un amico più grande di te, i tuoi genitori).
  • Non avere paura di dirgli quello che succede, non è colpa tua! Parlare con chi ti può aiutare è il modo migliore per risolvere la situazione
  • Non pensare che dicendolo a qualcuno andrai incontro a problemi peggiori, se chiedi aiuto allora non sei più da solo e potete pensare insieme a come risolvere questo problema
  • Spiega chiaramente che la situazione ti crea dei problemi e che per te è importante che venga fatto qualcosa.
  • Continua a parlare di quello che accade finché non otterrai qualche cambiamento.
  • Non accettare che qualcuno sia aggressivo con te! Non è facile fermarlo ma neanche impossibile.

TESTIMONIANZA

serena Età: 23 Ho 23 anni. Sono stata vittima del bullismo quando frequentavo le scuole medie. Adesso credo di aver superato tutto ma di quelperiodo conservo un triste ricordo. Gli anni della spensieratezza purtroppo ioli ho vissuti nella tristezza totale, nell’insicurezza, nell’angoscia. E proprio quegli anni hanno poi condizionato a lungo quelli successivi. Fino a qualche anno prima che io iniziassi le medie non avevo alcun problema coi miei coetanei. Andavo bene a scuola, mi rispettavano. Tutte le mie difficoltà ho iniziato ad averle quando, con la pubertà, ho iniziato ad avere i brufoletti, quando ho messo l’apparecchietto ai denti. Ero molto semplice, non mi truccavo (come invece vedo fare adesso da alcune bambine delle medie) i capelli legati, non tenevo alla mia immagine, ad apparire, perchè… insomma…ero solo una bambina e io mi sentivo tale. Però purtroppo, tutte queste caratteristiche, brufoli, apparecchietto… mi rendevano brutta e quello fu il pretesto che un ragazzino iniziò ad usare per prendermi in giro. Inizialmente, anche se ci rimanevo male, non davo eccessivamente peso. Cercavo di non prendermela. Facevo finta di stare al gioco. Ma poi quel ragazzino iniziò ad essere imitato da un secondo ragazzino, poi da un terzo… e così via.. finchè dopo poco tempo tutta la classe non iniziò ad insultarmi con nomignoli. Quello che più preferivano era scrofa ma ce n’erano anche di altri. Passavo tutta la giornata, per tutti i giorni dell’anno scolastico ad essere presa in giro in questo modo. Mi facevano le canzoncine utilizzando questo aggettivo, scritte alla lavagna, durante la lezione mi lanciavano palline di carta e io di fronte a tutto ciò mi sentivo impotente. Non riuscivo a difendermi. Non ero in grado di farlo. Erano troppe le persone da cui dovevo difendermi. Ho passato 3 annidella mia vita di inferno. Tre anni della mia vita in cui io non ho vissuto affatto. Tre anni in cui io ero sempre triste. Da quando mi alzavo fino aquando non andavo a letto la sera. La mattina mi alzavo già di cattivo umore perchè sapevo cosa mi aspettava… 5 ore di derisione! All’uscita da scuola ero triste per quello che avevo subito. A casa non dicevo niente. Non ne ho mai parlato perchè mi vergognavo a raccontare quello che passavo. E aspettavo la sera, quando tutti erano andati a letto, per piangere da sola e dare sfogo alla mia rabbia. Il giorno dopo si ripeteva la stessa routine. E così per tre anni. A casa mi vedevano sempre cupa, triste, nervosa… mai un sorriso. Mi alzavo da letto che non dicevo neanche buongiorno, ero sempre di cattivo umore. I miei mi rimproverano per il brutto carattere che avevo ma non capivano che alla base c’era una situazione di disagio. Per cui se a scuola ero triste per tutto ciò che subivo, a casa ero altrettanto triste perchè dovevo sentire tutte le critiche da parte della mia famiglia sul mio carattere. Avevo paura di uscire da casa con i miei genitori perchè temevo di poter incontrare i miei coetanei e quindi temevo che mi potessero prendere in giro anche davanti a loro. L’unica volta che mi sono messa a piangere in pubblico fu quando, durante un torneo di pallavolo, tutti i ragazzini presenti (quasi tutta la scuola) invecedi fare il tifo per me dicendo il mio nome, lo faceva coi nomignoli che avevano inventato. Quella fu l’unica volta in cui mi arresi, l’unica volta in cui mostrai a tutti la mia debolezza. Abbandonai la partita e me ne andai piangendo nello spogliatoio. Finite le medie alle superiori le cose cambiarono. Quando la sera prima di addormentarmi piangevo da sola, tra me e me ripetevo sempre una nota frase di Jim Morrison che all’epoca si scriveva sui diari e cioè: “non può piovere per sempre”. Avevo un modo di pensare positivo, per cui mi dicevo che quello era solo un periodo e che prima o poi tutto sarebbe finito. E così è stato. I coetanei del mio paese non li ho mai più frequentati. Finita la fase dell’adolescenza sono diventata una bella ragazza. E adesso a distanza di 10 anni da quegli episodi ne parlo in maniera anonima per la prima volta. Fino a qualche anno fa, anche se nell’anonimato, penso che non ne avrei parlato comunque. Dare un consiglio sinceramente mi riesce difficile. Anche se dico che le vittime devono denunciare ai genitori o agli insegnanti io stessa sono consapevole di quanto sia difficile fare ciò. Io stessa dopo 10 anni ho ancora difficoltà a parlarne. Per cui mi verrebbe di rivolgermi maggiormente agli insegnanti i quali dovrebbero far sì che episodi del genere non passino in modo indifferente davanti ai loro occhi ( come è accaduto per me). Ma nello stesso tempo mi rendo conto anche che gli stessi insegnanti in realtà sono impotenti. Cosa possono fare gli insegnanti se nel momento in cui rimproverano un bambino, il giorno dopo vanno i genitori a difendere la “piccola peste”? (o forse sarebbe più opportuno dire la piccola belva?) che interesse o che gusto avrebbe un insegnante a rimproverare un bambino? Se lo fa è perchè evidentemente lo merita, avrà risposto male o avrà fatto qualcos’altro. La causa di questo fenomeno quindi potrebbero essere i genitori? genitori poco attenti o poco presenti nell’educazione dei loro figli? potrebbe essere… ma non si possono neanche accusare questi. purtroppo nella nostra società per poter “andare avanti”, per poter pagare il mutuo, sia papà che mamma sono costretti a lavorare, sottraendo così tempo all’educazione dei figli. Conclusione: la causa del fenomeno risiede in tutta la società. Non basta che i pedagogisti si rivolgano ai genitori o agli insegnanti, ma è tutta la società che non va. A partire dalle decisioni politiche prese da chi ci governa che obbligano le famiglie a lavorare sempre di più per poter arrivare a fine mese. Sottraendo del tempo per i figli..e così via.Scusate se mi sono dilungata. Sono solo pensieri…

Dott. ssa Rosalia Cipollina