PAURE INFANTILI

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Succede spesso che il bambino piccolo si svegli di notte in preda a qualche brutto sogno (che magari si riferisce a uno spettacolo televisivo appena visto) e chiami la mamma per trovare conforto e protezione. Le paure infantili sono alimentate molte volte dagli stessi adulti, dai loro racconti e dalle loro minacce di abbandono o di far venire il lupo o l’uomo nero “se fai il cattivo”. La via per aiutare il bambino a superare uno stato di ansia non e certo quella di minimizzare o, peggio ancora, di deridere i suoi timori, ma quella di creargli intorno un’atmosfera di serenità e di sicurezza.

Possiamo dividere le paure infantili nei seguenti sottogruppi: (a) stato generale di ansia, che si acutizza in modo eccessivo in certe situazioni, come quando il bambino si procura una piccola ferita, oppure viene lasciato solo nel suo lettino. Vi comprendiamo anche casi di spiccata incapacità di sopportare una separazione dalla madre; di pianto isterico nel tentativo di unirsi ad un gruppo di bambini e l’intolleranza di qualunque cambiamento di abitudini; (b) terrori notturni, sia che si tratti di paura di qualcosa di ben determinato, sia che il bambino viva uno stato confuso e indefinito di terrore; (c) fobie specifiche, ad esempio, di insetti, di cadere da un precipizio, di personaggi grotteschi come Punch e Yudy, di immagini di animali con i cappelli, delle risate degli adulti, della pioggia e dei temporali, di fare il bagno, dell’acqua che scorre via dalla vasca da bagno, di farsi lavare i capelli, dei cappelli, degli aerei, delle cose che volano, delle bambole un po’ grandi, di qualunque cosa fatta di gomma (un bambino si rifiutava di giocare vicino ad un tavolo sul quale era posata una bambola di gomma), del ragazzo che porta i giornali, delle campane della chiesa, di scendere le scale, delle nuvole, delle lezioni di storia, delle narrazioni bibliche, di prendere le medicine, delle persone alte vestite di scuro, di tutti coloro che sono affetti da qualche infermità fisica, di certi fiori, come le bocche di leone, del telefono, del vaso da notte, del sedile del WC, di una motocicletta nera, paura che la madre esca perché si teme che ella si faccia del male. Tutte queste paure possono diventare talmente gravi  da costituire un problema serio per le famiglie. Ecco alcuni esempi di queste paure infantili.

” Per sei giorni la bambina (2 anni) era stata allegra e felice, dormiva tranquillamente e profondamente come al solito; poi comincio a svegliarsi anche sei o sette volte per notte, chiamando ” mamma, mamma “; per tutto il giorno non faceva altro che correre su e giù irrequieta; ben presto la sua agitazione durante la notte peggioro e non riuscivamo più a controllare il suo pianto e le sue grida. (Tra l’altro devo aggiungere che era una bambina che normalmente non piangeva mai). L’ottavo giorno comincio a rifiutare il cibo, il decimo e l’undicesimo non volle ne mangiare, ne bere, a dispetto di tutti i tentativi. Un medico la visitò il nono giorno e disse che si trattava di un caso preoccupante; un altro, chiamato l’undicesimo giorno, la esamino più accuratamente e ci disse che la bambina non avrebbe potuto essere più sana di così, ma che si trattava di un soggetto ipersensibile e inquieto. La bambina era così deperita che il medico ordino di riportarla a casa quella stessa notte. Aveva perso due libbre (più di una libbra negli ultimi cinque giorni). Andai a prenderla e trovai al posto della mia bambina rosea, ricciuta ed allegra, una bimba pallida, silenziosa, con i capelli lisci e l’aspetto patito. Essa diede un grande sospiro di sollievo e contentezza nel vedermi, ma non sorrise per oltre mezz’ora. Poi a poco a poco si rilassò e dopo un piccolo spuntino che gradatamente riuscii a farle mangiare, si addormento profondamente per diverse ore. (Non aveva ne mangiato, ne dormito affatto per due giorni ed assai poco nei quattro precedenti). Essa migliorò rapidamente, riprese a mangiare avidamente e in due giorni era ritornata allegra come un’allodola “.

” Negli ultimi tre mesi il mio bambino (di quattro anni e mezzo) ha cominciato a svegliarsi molto spesso durante la notte o meglio nelle prime ore del mattino gridando, con voce disperata, di vedere delle ” brutte cose”. Inoltre, di frequente, quando sta per addormentarsi, diceche ” ha paura di chiudere gli occhi, perché vede delle cose “.

Sembra incapace di descriverle; sa soltanto ripetere che sono ” molto brutte” e talora aggiunge che ” mordono “. Quando affettuosamente cerchiamo di rassicurarlo che non vi e niente che possa far del male a un bambino, quando la mamma e il papa gli sono accanto, egli risponde ” Si, questo lo so, ma a quelle cose credo “.

” La mia bambina ha appena diciannove mesi, e fino ad una settimana fa aveva sempre amato molto fare il bagnetto prima di essere coricata. Poi all’improvviso, senza alcun motivo apparente, ha cominciato a rifiutare con tutte le forze di lasciarsi fare il bagno. Si irrigidisce e grida come se fosse terrorizzata. Ho provato con tutti i mezzi, vezzeggiandola, prendendola a sculaccioni, promettendole dei premi, ma non sono riuscita ad ottenere che rimanesse seduta, o almeno in piedi, nell’acqua”.

” La mia bambina di due anni e mezzo ha un enorme terrore delle donne, o meglio, di tutte le donne che non conosce molto bene. È sempre stata così fino da piccolissima, e per un certo tempo non abbiamo dato gran peso alla cosa; pensavamo che sarebbe riuscita a superare questi stati d’animo, ma adesso ci sembra che vada sempre peggiorando. Non credo che la si possa definire timida, perché. chiacchiera con tutti quanti, quando la portiamo fuori in carrozzina, pur mostrando sempre una preferenza per gli uomini. I problemi nascono, quando riceviamo visite; se si tratta di un uomo la bambina si comporta in maniera ineccepibile e se ne sta accovacciata chiacchierando amichevolmente, ma se trova nella stanza una signora che non conosce, dapprima resta in piedi e la osserva per circa un minuto, quindi scoppia in lacrime e ben presto il pianto si trasforma in una specie di attacco isterico; non c’é vezzeggiamento o ragionamento che riesca a calmarla, e siamo costretti a portarla via dalla stanza. Non e una questione di cattiveria o di brutto carattere; la bambina e assolutamente terrorizzata “.

” Vi sono cose che colpiscono il bambino (due anni e quattro mesi) cosi profondamente che ogni traccia di colorito scompare dal suo viso e tutto il suo atteggiamento diventa di paura. La prima volta che notai questo fatto fu quando egli aveva sedici mesi. Aveva visto, fissato sul retro di un’automobile, pendolante ed oscillante, un grande oggetto (circa tre metri) che doveva rappresentare un uomo di gomma – la pubblicità di una certa marca di pneumatico. D. non disse nulla, ed io mi allarmai nel vedere sbiancarsi la sua faccia (egli ha, abitualmente, un leggero colorito roseo) ed i suoi occhi spalancarsi spaventati. Ciò capito di nuovo qualche giorno dopo, quando egli trovo una rivista sulla cui copertina era rappresentato uno ” stregone ” a foschi colori. Non tentai di dare spiegazioni in nessuno dei due casi – le cose erano troppo strane e grottesche -, ma cercai di sviare semplicemente la sua attenzione verso altri interessi. Questo fatto si ripete ogni volta ch’egli vede figure di personaggi caricaturali come, per esempio, Mister York, la figura pubblicitaria del cioccolato York, o minuscole figure di nani, i soliti personaggi delle poesie per bambini”.

” Spesso conduco la bambina (quattro anni) con me quando vado a fare compere e, qualche volta, senza saperselo spiegare nulla rifiuta nel modo più assoluto di uscire dall’automobile. Se cerco di tirarla fuori per entrare in un negozio od altro edificio, strilla terrorizzata continuando a ripetere che e stanca e non le piace il rumore. Una volta insistetti, e la trascinai urlante in un negozio: lei batte i denti per un po’, poi torno vivace e contenta “.

” Quando era piccolo (quattro anni), se un biscotto si rompeva nell’offrirglielo, il bambino voleva assolutamente che lo si “aggiustasse” Si buttava per terra tirando calci e strillando disperato senza che nulla riuscisse a tranquillizzarlo “.

” Ho un figlio (sette anni) che prova terrore ed avversione per tutto ciò che è grottesco e strano e, finche non sa come una cosa funzioni, rimane impaurito. Dopo la spiegazione, tuttavia, quando rivede l’oggetto per la seconda volta, non ne rimane più scosso. La spiegazione, da sola, non sarebbe sufficiente. Il bambino non può tollerare, per esempio, di guardare ” Mickey Mouse ” e le sue strane gesta. Ieri, quando vide per la prima volta Punch e Judy, mentre i bambini più piccoli ridevano rumorosamente, lui diventava sempre più serio fino a scoppiare in lacrime dicendo: ” Li odio, li odio “. Gli ricordai che era invitato, tra qualche giorno, ad un’altra festicciola dove si sarebbero probabilmente esibiti un prestigiatore e forse un ventriloquo, e ch’egli non avrebbe potuto andarci finche non avesse imparato a controllarsi. Egli rispose tranquillamente: ” Non piangerò. Ne ho visto uno due anni fa. Ho pianto allora, ma non ho mai paura di nulla dopo la prima volta ” .

Nei suddetti casi è possibile riconoscere questi sintomi:

a- stato generale di ansia, che può acutizzarsi, quando il bambino si fa una piccola ferita oppure viene lasciato solo nel suo lettino.

Può cadere anche una incapacità di sopportazione dalla separazione con la madre o con un pianto isterico nell’unirsi ad un gruppo di bambini che gioca

b- terrori notturni, sia che si tratti di paura per qualcosa di ben definito, sia che viva uno stato di terrore non reale.

La paura è tale, non per qualcosa di reale ma per come noi percepiamo la realtà esterna.

c- fobie specifiche: di insetti, di cadere, delle risate, dei rumori forti, di fare il bagno

Adesso passiamo ad analizzare come queste paure si presentino nella scuola materna ed elementare.

Scuola dell’Infanzia

Tutti i bambini hanno paura e in maggior ma la provano in forma del tutto irrazionale, distinta, cioè, da un reale pericolo. In questa età, il piccolo soffre ancora dell’ansia da separazione e si dimostra angosciato se la madre o comunque una figura materna, lo lascia anche per un breve periodo. Nonostante i desiderio di autonomia, egli e ancora dipendente, ha bisogno di sicurezza e protezione, e desidera intraprendere le sue esplorazioni almeno Con la certezza di poter sempre ricorrere a qualcuno meno indifeso di lui. Questa, tuttavia, non e la sola paura del piccolo: egli teme, con sempre maggior insistenza di perdere l’affetto delle persone care e ciò e strettamente legato alle punizioni e ai rimproveri in cui spesso incorre. Poi, ci sono quelle “mini’ adoperate con troppa frequenza, che egli crede vere e che alimentano le sue paure: “Se non fai il bravo, l’uomo nero ti porterà via in un sacco.. il naso diventerà lungo lungo… ti venderemo agli zingari ….. non ti vorremo più bene”. A questi si aggiungono i racconti inquietanti, in cui un lupo mangia i bambini, un orco li bolle in pentola o dei piccoli rimangono orfani o si perdono in un bosco. Nella sua piccola esperienza il bimbo crede a quanto gli viene narrato e attribuisce poteri soprannaturali a uomini e animali; in tal modo, potrà generalizzare tali paure ai cani o ai cavalli cosi come ai poliziotti, al postino o a qualunque persona sconosciuta. C’ é da notare, inoltre, che alcune paure sono apprese per imitazione: molte madri, infatti, pur senza rendersene conto, trasmettono le loro ansie ai figli. Essi, cosi, temono i temporali, il fuoco, il dentista, i ladri allo stesso modo della madre e a imitazione del suo comportamento. Alle madri ansiose, poi, e da imputare una gran parte delle paure che il piccolo acquisisce: quelle sempre preoccupate e apprensive, timorose che il figlio possa farsi male, che possa cadere, che non possa riuscire a fare, che si tagli, che si punga, che si scotti, che ingoi qualche oggetto, che prenda una malattia, non solo bloccano il piccolo nella sua naturale espansione verso la vita facendone un disadattato, ma gli infonderanno timori eccessivi e un costante sentimento di pericolo imminente che si trascinerà fin nella vita adulta. Il fatto e che quante più paure un bambino accumula tante più ne accumulerà, a meno che un adulto non lo aiuti, con serenità e affetto, a demolirle di volta in volta. E bene, allora, non chiedere troppo ai bambini, punirli con criterio e adeguatamente, mostrarsi meno allarmati e ansiosi e, soprattutto, rassicurarli spesso del nostro affetto. E poi bisogna rispettare le loro paure, senza derisioni o rimproveri, ma offrendo il nostro aiuto quando e richiesto. Alcuni sintomi chiari, quali il bagnare il letto, succhiare il pollice, balbettare, essere chiuso e introverso, ci dicono tutta l’insicurezza e l’inesperienza del bambino. In tali evenienze e necessario che il piccolo si sviluppi serenamente affinché il persistere di questi stati di apprensione non incida sul suo comportamento anche futuro. Tuttavia, se si eviteranno grossolani errori, le paure infantili, che di solito aumentano sino ai tre anni, decresceranno spontaneamente col proseguire dell’età, con l’accrescersi della sicurezza e col precisarsi della realtà.

Scuola primaria

In questa età, le paure del bambino non sono certo diminuite, ma hanno spostato il loro obiettivo. Siamo ormai lontani dalle paure del neonato per ogni stimolo nuovo ed estraneo, fosse anche la nuova pettinatura della madre o della barba del padre, e anche dalle paure verso le persone non familiari, per il cane nero o per la stanza buia. Le paure infantili si evolvono col tempo e anche il bambino in età scolare ne risente, se pur diversamente. I bambini sono, ora, meno timorosi nei confronti delle malattie, delle eventuali ferite e, di conseguenza, dei medici e dei dentisti, mentre la maggior parte delle paure di questo periodo hanno relazione con la famiglia e la scuola e assumono una caratteristica particolare, rappresentata da simbolismo. E facile, cosi, che i bambini riferiscano di aver paura dei fantasmi, delle streghe, de mostri in generale, come pure di bestie feroci che possono aggredirli o ferirli anche mortalmente mente rappresentano la paura di essere puniti dai genitori; i bambini, in altre parole, temono che possa essere loro inflitto un eventuale castigo per qualche cosa che non hanno ancora fatto, ma che potrebbero fare. Consciamente, non vogliono nemmeno pensare ai genitori come giudici e giustizieri, cosicché nelle loro paure tale timore viene mascherato in modo fantastico. D’altra parte, in questo periodo dello sviluppo, sono frequenti i casi di conflitto con i genitori per vari motivi: il bambino si trova a dover combattere contro l’ambivalenza dei suoi sentimenti nei loro confronti; e avviato verso l’autonomia, ma non ha ancora raggiunto la completa indipendenza; la sua aggressività, inoltre, gli e ora ben nota. Similmente, le paure nei confronti della scuola possono sottintendere l’angoscia della separazione: uno stato emotivo, questo, che spesso si tramuta in panico e che viene vissuto in ugual misura dai genitori e dai figli.

Le madri dei bambini che soffrono di questa paura molte volte temono esse stesse che il figlio si stacchi troppo da loro e lo vedono indifeso e bisognoso di protezione in questo ambiente scolastico così freddo e minaccioso: preferirebbero, cioè, tenerselo sempre accanto. Il bambino, inconsciamente, percepisce questa sensazione della madre e fa suo questo desiderio. Accanto a queste paure inconsce e irrazionali, ve ne sono molte altre legate a esperienze reali. Il bambino, allora, ha paura del gatto perché e stato da questo graffiato; ha paura degli insetti perché un giorno un’ape lo ha punto; ha paura del fuoco perché una volta si e scottato. Molte altre paure sono dovute alle raccomandazioni insistenti dei genitori: “Non toccare le forbici”, “Attento ai cani grandi”, “Non arrampicarti sugli alberi”; esse derivano anche dalle continue lamentele circa lo stato di salute, che fanno temere al bambino la malattia del padre o della madre; oppure nascono dalla iperprotezione dei genitori e dalla conseguente perdita di fiducia in se. I bambini, insomma, oltre a temere ogni cosa, a non rischiare mai, a non intraprendere un compito nuovo, si convincono di non essere in grado di fare, di azzardare, di tentare: le paure, a questo punto, si moltiplicano, vengono accuratamente nascoste o, magari, si manifesteranno più tardi attraverso sintomi disturbanti. L’atteggiamento dei genitori, allora, può influire positivamente o negativamente sulle paure dei figli. È ovvio che, se e bene insegnare al bambino alcune conseguenze dannose dei suoi atti, e altrettanto opportuno non intimorirlo oltre misura – Alle sue paure naturali non vanno aggiunte anche le nostre, ne le nostre preoccupazioni, ne le nostre angosce; le punizioni vanno somministrate con coerenza, affinché egli non tema le conseguenze di ogni suo atto; la fiducia in se va costantemente valorizzata, cosicché il bambino si senta ” capace; non si devono pretendere prestazioni inadeguate alle sue reali capacita e, per esempio, 1’allontanamento da casa, magari per un periodo di vacanza, deve essere preventivamente preparato in vista di un suo buon adattamento. Infine, come regola generale, le paure del nostro bambino vanno rispettate e non certo adoperate come “arma” per farlo crescere o ridicolizzarlo. Spronarlo al coraggio o, a volte, tentare una spiegazione razionale può avere un effetto nullo; le sue paure passeranno certamente ma la medicina adatta alla cura e rappresentata dal nostro rispetto verso di lui, dalla pazienza, dal buon esempio e dall’opportunità che gli daremo di superare attivamente le sue paure.

E possibile individuare le occasioni in cui un bambino e più irritabile e incline all’aggressività e i fattori che favoriscono questi stati emotivi. Il fatto che vi siano visite in casa, che abbia dormito male o abbia bagnato il letto, un raffreddore, una malattia, la fame o uno stato di affaticamento accrescono il livello della frustrazione e, di conseguenza, il bambino reagisce adottando quei comportamenti (per esempio la collera e l’aggressività) che in passato sono stati coronati da successo quando si è trattato di superare un’interferenza. Supponiamo che Alice sia arrabbiata perché vuole un giocattolo della sorella collocato in alto, su una mensola. Come devono comportarsi i genitori per tener testa alla crisi di collera scatenata dal fatto che le hanno negato il giocattolo? Il modo più facile consiste nell’eliminare l’interferenza: i genitori prendono il giocattolo dalla mensola e permettono ad Alice di giocarci. La gratificazione del desiderio fa cessare facilmente l’esplosione di collera, ma non e sempre la soluzione migliore. Come e prevedibile in base ai principi dell’apprendimento, se Alice scopre che le risposte aggressive vengono ricompensate (se cioè ottiene quello che vuole), le ripeterà. In altre parole, concedere al bambino quello che vuole può intensificare le crisi di collera. Un altro modo per affrontare il problema e quello di allontanare la fonte dell’inquietudine: i genitori possono cioè nascondere il giocattolo in un armadietto, sperando che il detto “lontano dagli occhi, lontano dal cuore” funzioni. Oppure possono cercare di distogliere l’attenzione della bambina, facendo in modo che si dedichi a un’altra attività. Se trova un’altra occupazione altrettanto attraente, dimenticherà il giocattolo che non ha potuto ottenere. Un altro metodo altrettanto efficace e quello di ignorare la crisi o isolare il bambino, impedendogli per esempio di uscire dalla sua camera. Di solito insistere per convincerlo, consolarlo, ragionare con lui o sgridarlo sono mezzi efficaci solo se affiancati da altri metodi. La regola aurea per i genitori e forse quella di stabilire dei modelli che i figli possano seguire e imporre poi questi modelli in modo abbastanza coerente, tenendo presente lo stato emotivo e fisico del bambino. I genitori dovrebbero ricordare cioè che un bambino stanco o indisposto e più sensibile alle frustrazioni e, quindi, e più incline alle crisi di collera. I modelli imposti, inoltre, non dovrebbero essere accantonati soltanto perché le convenienze o l’umore dei genitori lo richiedono. Dare ad Alice il giocattolo della sorella perché stia tranquilla finche c’é in visita zia Ruth non aiuta certamente la bambina a imparare che le regole vengono imposte in modo coerente. Perché un bambino impari l’autocontrollo e necessario che i genitori stessi si autocontrollino e siano abbastanza fermi e coerenti quando si sforzano di controllare l’aggressività del figlio.

Terapia educativa

L’educazione alcune volte non fa altro che rinforzare i sentimenti di colpa nel bambino, contribuendo così all’instaurarsi di paure ed alcune volte anche di bisogni autopunitivi.

Se tutto si limita a semplici dicotomie tra ciò che si deve fare e ciò che non si deve fare, non è possibile pensare che i piccolopossano crescere indipendenti e sicuri di sè. Può essere che essi arrivino a comportarsi bene solo per paura e solo un rinforzo positivo gli porterà ad agire al meglio, ma questo comportamento sarà da considerare a rischio, in quanto appena l’equilibrio precario salterà il bambino diventato adulto, avrà perso dei parametri di riferimento e di conseguenza potrà crollare.

Vi sarà quindi da parte di questi bambini diventati grandi un bisogno di affiliazione, di corporazione, ed ecco che nell’adolescenza sarà difficile individuare il singolo ma si potrà solo riconoscere il gruppo identificandosi così in un capo.

Il clima familiare in cui cresce il bambino e come l’aria che respira: entra in lui e i suoi effetti sono decisivi, poiché diventano parte integrante del suo carattere. Questo fatto e cosi importante che fa sorgere numerosi dubbi nei genitori più sensibili: sarebbe sufficiente, pero, seguire un comportamento equilibrato sereno e armonioso per essere certi di influire positivamente sulla formazione del carattere del proprio figlio. Lo psicologo tedesco Kurt Lewin, uno dei pionieri delle ricerche sui differenti tipi di “clima” e sulla loro influenza nel corso della formazione della personalità, ha cercato di codificare quelli che, secondo lui, sono gli elementi di un buon clima educativo.

Ecco i “comandamenti” che Lewin ha formulato per i genitori modello:

  1. dare al bambino un senso di sicurezza;
  2. dargli la sensazione di essere amato e desiderato;
  3. evitare la minaccia, la paura, la punizione;
  4. insegnare al bambino l’indipendenza e fargli assumere le sue responsabilità;
  5. rimanere calmi e non adirarsi per le manifestazioni istintive del bambino;
  6. essere il più tolleranti possibile per evitare inutili conflitti;
  7. evitare di far pesare al bambino il naturale stato di inferiorità;
  8. non spingere il bambino oltre quello che gli e naturale e oltre le sue possibilità;
  9. rispettare i sentimenti del bambino anche se non corrispondono alle nostre norme;
  10. rispondere francamente alle domande che il bambino pone, ma fornendo risposte adatte alla sua età;
  11. interessarsi a quello che il bambino fa, anche se non lo giudichiamo direttamente utile;
  12. affrontare le difficoltà del bambino, senza pensare che egli sia anormale;
  13. favorire la crescita e il progresso, piuttosto che la perfezione.

Questa serie di consigli non vuole essere un’elencazione rigida adatta a ogni genitore nei confronti di ogni loro figlio. Certamente, pero, il rispetto di una personalità in formazione e la base su cui impostare una “buona” educazione; l’affetto e la consapevolezza dell’importante compito che ci si e assunti, poi, aiuteranno a trovare i mezzi più idonei per assolverlo.

Dott. Rosalia Cipollina

 

MUTISMO SELETTIVO

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Il termine Mutismo Elettivo fu coniato nel 1934 da Tramer, sostituito poi con”Mutismo Selettivo”, per descrivere un preciso aspetto di alcuni bambini che utilizzano il linguaggio esclusivamente nello stretto ambito familiare caratterizzato dall’ “incapacità” del bambino di parlare in varie situazioni sociali. Non sono muti a causa di deficit di apprendimento, di autismo, di gravi disturbi dell’età evolutiva, di disturbi comportamentali opposizionali. Wilkins ha distinto il mutismo elettivo persistente, molto raro, dal mutismo elettivo transitorio, più frequente, collegato spesso con l’ingresso nella scuola dell’infanzia e lo inquadra nell’ambito dei disturbi emotivi in bambini con personalità nevrotica o con predisposizione genetica ai disturbi legati all’ansia. Circa il 90% dei bambini con MS rispondono ai criteri diagnostici del DSM-IV della fobia sociale. Il loro linguaggio corporeo è “impacciato” quando l’attenzione è rivolta verso di loro. Molti bambini girano la testa altrove, si toccano i capelli, guardano a terra, abbassano la testa, si nascondono in un angolo, si succhino il dito, o in genere trovano qualcosa con cui giocherellare. molti assumono uno sguardo “assente” o mostrano un volto “inesprssivo” e si comportano come se ignorassero l’altro, mentre, in realtà, sono così ansiosi e impauriti che letteralmente non riescono a rispondere. La scuola è di solito il luogo più difficile in cui stare per i bambini selettivamente muti. Gli insegnanti e i pari si aspettano che tutti i bambini partecipino alle attività scolastiche e di solito l’attenzione viene rivolta proprio verso coloro che non partecipano. Questo è piuttosto ironico se si pensa che l’ultima cosa che un bambino con MS vuole è attirare l’attenzione su di sé. “Fare pressioni”, “punire”, “costringere”, “corrompere” un bambino MS per farlo parlare è assolutamente controproducente e inopportuno. Agendo cosè si fa sentire il bambino ancora più ansioso e a disagio, e lo si fa regredire ulteriormente. L’obiettivo principale della scuola dovrebbe essere quello di fare tutto il possibile per far sentire il bambino rilassato e a suo agio. L’insegnante dovrebbe lavorare con i genitori per aiutarli ad alleviare quanto più possibile l’ansia, dovrebbe inoltre cercare di conoscere il bambino in modo assolutamente discreto e con disponibilità. In questo modo, molti bambini progrediscono più facilmente. L’obiettivo NON è di far già parlare il bambino, ma di consentirgli di sentirsi rilassato e a suo agio con voi. Sorridergli, fare cenni, sedergli vicino, parlargli dolcemente. Utile è incontrare il bambino a scuola la mattina prima dell’inizio delle lezioni. Il genitore dovrebbe portarlo a scuola il prima possibile, affinchè non si senta “oppresso” quando nella classe è presente contemporaneamente un altro gruppo di bambini, lasciando che il bambino osservi mentre l’insegnante conversa con la medre indirizzando la conversazione verso il bambino quando questi senbra più a suo agio. Non bisogna aspettarsi che risponda ma far capire che fa parte della conversazione e che ogni tipo di comunicazione non-verbale va bene. E’ importante non far mai sentire al bambino come se si aspettasse che parli, ciò provoca ansia. I bambini non vogliono sentirsi come se stessero deludendo l’insegnante.E’ importante, inoltre, non mostrare “eccessivo entusiasmo”per qualunque verbalizzazione dovesse verificarsi. Molto spesso parlerà prima con un suo pari,in questo casomai dire che “sentite” la sua voce perchè si rischia di allontanare il bambino. Insegnanti, genitori, professionisti qualificati dovrebbero studiare un “piano” comune per aiutare un bambino a superare il MS fatto di piccoli passi e affrontato con pazienza e fiducia.Non esiste una cura miracolosa tuttavia un lavoro cooperativo a scuola e in altri contesti sociali permettono al bambino di emergere gradualmente dal proprio stato d’ansia e di far fronte alle varie situazioni.

LINEE-GUIDA PER LAVORARE CON BAMBINI MS IN CLASSE

  • RIDUZIONE della paura: mai forzare il bambino a parlare,ma stimolare la relazione con i suo coetanei;
  • STIMOLARE la comunicazione non-verbale:attraverso simboli, gesti, cartellini. Questo aumenta la comunicazione generale, facilita il contatto sociale con i coetanei e fa sentire il bambino più sicuro di se stesso;
  • STIMOLARE l’interazione sociale: individuare coetanei adatti con cui far giocare il bambino, far lavorare in piccoli gruppi, pianificare attività dove non siano necessarie attività verbali e che stimolino la socializzazione;
  • STIMOLARE la comunicazione verbale: attraverso un piano comportamentale strutturato, rinfozando il comportamento interattivo e comunicativo,compreso il linguaggio.

Dott.Rosalia Cipollina

ESSERE PADRE

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Che cosa significa essere Padre ?

Lascio la “parola” a questi brani tratti dal libro di Kafka, Lettera al padre

“Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te”

“(…) Questa sensazione di nullità che spesso mi domina deriva abbondantemente dalla tua influenza. Io avrei avuto bisogno di un po’ di incoraggiamento, un po’ di gentilezza, di qualcuno che mi lasciasse un po’ aperta la mia strada: invece me la sbarrasti, sicuramente con le migliori intenzioni, quelle di farmene imboccare un’altra. Ma io non ne ero capace”.

“Allora e dappertutto avrei avuto bisogno di incoraggiamento. Già ero schiacciato dalla tua nuda fisicità. Ricordo ad esempio come, frequentemente, ci spogliavamo assieme in cabina. Io magro, debole, sottile, tu forte, alto, massiccio. Già in cabina mi sentivo miserabile, e non solo di fronte a te, ma di fronte a tutto il mondo, perché tu eri per me la misura di tutte le cose”.

“Il coraggio, la risolutezza, la fiducia, la gioia per questo o per quell’altro non duravano fino in fondo se tu eri contrario o se la tua ostilità poteva essere anche soltanto percepita; e percepita poteva essere quasi per ogni cosa che facevo. Questo valeva per i pensieri come per le persone. Bastava che io nutrissi un po’ d’interesse per qualcuno – data la mia natura non accadeva tanto spesso – che tu, senza riguardo alcuno per i miei sentimenti e senza rispettare il mio giudizio, attaccavi con gli insulti, le calunnie, le umiliazioni. Dovevano pagarne le spese persone innocenti e infantili, come l’attore Jiddish Lowy. Senza conoscerlo, lo paragonasti in un modo orribile, che ho già dimenticato, ad uno scarafaggio (…)”.

Dott. Rosalia Cipollina

ENURESI NOTTURNA

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L’ enuresi notturna è un disturbo, più che una malattia, e consiste nella perdita involontaria e completa di urina durante il sonno in un’età (5-6 anni) in cui la maggior parte dei bambini ha ormai acquisito il controllo degli sfinteri. E’ un problema frequente che interessa il 10-15% dei bambini a 6 anni e che tende il più delle volte a risolversi spontaneamente (incidenza solo dell’1% negli adulti). Per enuresi notturna non si intende però la saltuaria e sporadica emissione di urine durante la notte, ma questo problema deve presentarsi con una certa frequenza (secondo alcuni autori è necessario un periodo di osservazione di almeno 2 settimane durante le quali il bimbo deve bagnare per almeno 3 volte a settimana, secondo altri l’osservazione va protratta per 3 mesi con almeno 2 notti bagnate alla settimana).
Nei bambini piccoli è normale bagnarsi la notte perché la vescica  urinaria non ha ancora raggiunto una piena maturazione sia del volume di urina che è in grado di contenere, sia dei meccanismi che permettono al bambino di controllare la fuoriuscita della pipì.

Cause
Sono diverse, tanto è vero che l’enuresi si distingue in:

Primaria: quando il bimbo non ha mai acquisito il controllo notturno. In questo caso l’enuresi si attribuisce a:
• un ritardo di maturazione della vescica urinaria in particolare viene imputata la ritardata maturazione dello sfintere vescicale, un piccolo muscolo che funziona da valvola della vescica e che impedisce alla pipì di fuoriuscire verso l’esterno. Questo controllo si acquisisce normalmente verso il quarto anno di vita.
• un insufficiente controllo ormonale: nel cervello esiste una ghiandola, l’ipofisi, che produce diversi ormoni. Uno di questi è l’ADH, che agisce facendo sì che la notte venga prodotta circa la metà della quantità di urina che viene prodotta di giorno. Ebbene si è visto che alcuni bambini enuretici hanno inizialmente bassi livelli di questo ormone, e che questi tendono a normalizzarsi in ritardo rispetto agli altri bambini.
Entrambi i meccanismi possono essere presenti e prevalere in misura variabile da bambino a bambino.

Secondaria : il bambino, dopo avere raggiunto il controllo della vescica urinaria per almeno 6 mesi, ha ripreso a fare la pipì a letto. Può dipendere da particolari situazioni emotive e stressanti (ad esempio la nascita di un fratellino, l’inserimento a scuola, tensioni familiari…).
Sintomatica : in questo caso l’enuresi compare come conseguenza di una malattia ad esempio un’infezione urinaria o in casi molto più rari diabete mellito, epilessia ecc.

Bambini più predisposti
In età pediatrica vi è una prevalenza nel sesso maschile, ma tale differenza scompare in età adulta. La caratteristica di avere un sonno molto profondo è comune ai bimbi enuretici. E’ stata inoltre dimostrata l’ereditarietà: se infatti uno dei genitori è stato enuretico da bambino, il rischio che anche il figlio ne sia affetto è aumentato.
L’enuresi diventa un problema dopo i cinque – sei anni (per la precisione 5 nella femmina e 6 nel maschio), ma l’età più giusta per prendere in considerazione un trattamento è dopo i 7 anni. Può essere opportuno ricorrere al trattamento anche di quei bambini che, pur non presentando il problema frequentemente, avvertono un significativo disagio soggettivo e compromissione delle normali attività di socializzazione.
Nella maggior parte dei casi il bambino ha problemi solo la notte, ma spesso sono presenti sintomi urinari anche di giorno: aspetta l’ultimo istante per andare a fare la pipì, bagna le mutandine, urina troppo spesso o troppo raramente, non svuota completamente la vescica, si accovaccia e stringe le gambine per trattenere la pipì ecc.

Terapie
Prima di decidere quale terapia sia più corretta per il bambino occorre considerare che l’enuresi è un fenomeno che si risolve, nella quasi totalità dei casi, spontaneamente. Gli interventi che vengono attuati sono tesi ad accelerare la maturazione del controllo della vescica e/o a ridurre il volume totale di liquidi che arrivano alla vescica urinaria durante la notte. Il fine è quello di permettere al bimbo di condurre una vita normale affinché non debba per esempio rinunciare ad occasioni quali campeggi, gite scolastiche, soggiorni in casa di amici, e di evitare che il bambino possa manifestare un disagio a livello psicologico. La terapia può essere di 2 tipi, farmacologica o comportamentale: sta al medico decidere quale sia più adatta al singolo paziente.

Tecniche comportamentali:
• sistemi di allarme: in pratica quando il bimbo va a dormire viene collegato a un piccolo apparecchio a pila. Appena inizia l’emissione incontrollata di urina si ha l’attivazione di una suoneria che sveglia il bambino che può così completare la minzione in bagno. Si ha in tal modo un apprendimento graduale della continenza notturna. Fondamentale è in questo caso naturalmente la collaborazione del bambino.
Se il bambino presenta disturbi anche di giorno occorre fare altro. In caso di frequenti sintomi diurni associati è opportuno procedere a quella che viene chiamata “rieducazione minzionale”, una specie di ginnastica per abituare la vescica a svuotarsi nei tempi e modi corretti. Analogamente si dovrà risolvere una eventuale stitichezza se associata.
• Spiegare al bambino che non appena sente il bisogno di fare pipì deve andare in bagno e, se come il più delle volte accade si rifiuta, programmare almeno 6 momenti della giornata in cui portarvelo.
• A volte è utile abituarlo a gestire il suo bisogno contando fino a 10 prima di iniziare a urinare. Questo lo aiuta a prendere coscienza della propria capacità di controllare lo stimolo.
• Invitarlo a svuotare completamente la vescica: non accontentarsi di poche quantità di urina.
• Per le femmine è importante urinare a gambe ben aperte senza mutandine o con queste ben abbassate.
• Abituare il bimbo ad effettuare ogni giorno minzioni corrette per favorire il controllo della vescica.

Guida per i genitori:

  • il bambino non va mai sgridato: è dimostrato che il rimprovero aggrava la situazione, mentre un atteggiamento comprensivo la migliora
  • nel caso che anche i genitori abbiano sofferto di enuresi, comunicarlo al bambino può avere per lui un effetto rassicurante. Infatti il sapere che anche il papà o la mamma hanno avuto lo stesso problema e lo hanno superato è per lui di conforto e aiuta la guarigione
  • svegliare la notte il bambino per farlo urinare non solo non serve a nulla ma può essere controproducente ed avere una valenza punitiva: meglio mettere un pannolino
  • sapere riconoscere gli eventuali sintomi diurni associati e riferirli al medico: attuare eventualmente con attenzione la rieducazione minzionale
  • in ogni caso abituare il bambino a bere poco la sera per non aumentare il volume di urina nella vescica
  • controllare che prima di andare a letto il bambino svuoti completamente la vescica.

Dott. Rosalia Cipollina

DEPRESSIONE INFANTILE

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La depressione intesa come sintomo si riferisce a un tono dell’umore caratterizzato da tristezza, uno stato d’animo che può pervadere di tanto in tanto la vita di un bambino, spesso per problemi contingenti, quali complicazioni scolastiche, difficoltà ad essere accettato dai coetanei, problemi nell’ambito della famiglia.
La depressione intesa invece come sindrome clinica, in età evolutiva è spesso associata ad eventi particolarmente stressanti quali:

malattia personale (allergie, asma, gravi problemi organici)

ambiente domestico disagiato (confusione, sporcizia, rumorosità)

grave malattia di un genitore o un fratello

ambiente scolastico sfavorevole (competitività, insegnanti inadeguati, compagni prepotenti)

Bisogna tenere presente che la tristezza, in età evolutiva, può esser spesso collegata a una condizione di bassa autostima, un problema che si riscontra frequentemente durante la pubertà e l’adolescenza, in associazione a difficoltà relazionali. In questi casi è improprio parlare di depressione , in quanto siamo in presenza di lievi disturbi dell’umore che sembrano insorgere per cause psicosociali.

Oltre all’umore triste, col termine “depressione” ci si riferisce ad una costellazione di comportamenti che possono includere una perdita di interessa per molte attività, cambiamenti delle abitudini alimentari, senso di stanchezza, agitazione psicomotoria, diminuita capacità di concentrazione, alterazioni del sonno, idee di suicidio. Quando questi sintomi si verificano con un’intensità maggiore di quanto ci si potrebbe aspettare nel caso di disturbo distimico, allora si può ipotizzare un quadro diagnostico corrispondente all’episodio depressivo maggiore.

Un altro disturbo depressivo meno frequente in età evolutiva è il disturbo maniaco-depressivo, detto anche disturbo bipolare. Bambini e adolescenti affetti da tale disturbo attraversano periodi di iperattività, specialmente durante la fase maniacale ed è molto probabile che mostrino comportamenti aggressivi e antisociali seguiti da gravi alterazioni dell’umore di natura ciclica.
Vari studi hanno dimostrato che bambini e adolescenti possono manifestare il sovrapporsi di sintomi di depressione, di ansia, di disturbo della condotta e di disturbo oppositivo- provocatorio.

Alcune ricerche hanno individuato una serie di sintomi che possono comparire sia nella depressione che nell’ansia. Essi sono: irritabilità, difficoltà a dormire, mancanza di concentrazione, agitazione, irrequietezza, senso di stanchezza. Dato il parziale sovrapporsi della sintomatologia non deve sorprendere l’esistenza di un’elevata correlazione tra questionari misuranti il livello di ansia e quelli misuranti il livello di depressione. Nella pratica clinica si riscontra spesso la presenza di problemi di ansia in bambini che sono stati presi in trattamento per un disturbo depressivo, così come non è raro riscontrare un umore depresso in bambini per i quali lo scopo del trattamento era un disturbo d’ansia.
Al fine di massimizzare l’efficacia del trattamento è utile considerare le somiglianze e le differenze esistenti tra queste due categorie di disturbi.
Per quanto riguarda una prima differenziazione sul piano dell’affettività è stata proposta una distinzione che prende in considerazione la positività e la negatività generale delle emozioni sperimentate.
Si è riscontrato che l’ansia è caratterizzata dalla dominanza di affettività negativa (paura, nervosismo, irritazione) malgrado siano presenti anche nei momenti di affettività positiva (eccitamento, entusiasmo, gioia). La depressione invece è caratterizzata dalla dominanza di affettività negativa (tristezza, angoscia, colpa) e da una quasi totale assenza di affettività positiva. Queste osservazioni ci fanno supporre che un bambino ansioso (ma non depresso) ,malgrado esperisca un certo ammontare di emozioni negative, conservi ancora la capacità di divertirsi e di trovare piacere in molte cose. D’altro canto, invece, un bambino che abbia contemporaneamente un problema di ansia e di depressione vivrà una condizione doppiamente sfavorevole, in quanto si troverà a vivere una gran quantità di emozioni negative senza quasi mai avere il sollievo di qualche parentesi emotiva piacevole. Sotto il peso di tale sofferenza, il bambino depresso e ansioso perderà la motivazione a impegnarsi in qualsiasi attività, peggiorando ulteriormente la propria situazione.
Altre considerazioni sulla differenziazione cognitiva dell’ansia e della depressione possono essere effettuate dal punto di vista dello stile attributivo. Si è notato, ad esempio, che nelle situazioni ansiogene i bambini depressi tendono ad effettuare attribuzioni del tipo interno (“Sono io la causa di ciò”) in misura molto maggiore rispetto ai bambini che sono semplicemente ansiosi, ma non depressi. Per facilitare un più rapido cambiamento nel tono dell’umore ed un maggior coinvolgimento nella gestione dell’ansia risulterà allora particolarmente efficace il ricorso ad attività di “verifica empirica” in cui gli assoluti attributivi possono essere messi alla prova e contestati
Gli studi condotti al fine di individuare le caratteristiche cognitive dei bambini e degli adolescenti depressi concordano nell’evidenziare la tendenza ad effettuare distorsioni nella valutazione di sé e nell’interpretazione di eventi presenti e passati. I bambini depressi tendono inoltre ad effettuare attribuzioni negative in misura molto maggiore rispetto a soggetti della stessa età che non presentano sintomi clinici. Alcuni autori hanno dimostrato che nei bambini con diagnosi di disturbo depressivo prevale la tendenza a manifestare un “locus of control” di tipo esterno. Essi cioè non si ritengono capaci di poter influenzare il verificarsi o meno di certi eventi attraverso il proprio comportamento
Concludendo, fondamentale è l’attività preventiva nei confronti della depressione infantile sia di tipo primario, cioè cogliendo i segnali di un’insorgenza della stessa, sia di tipo secondario evitando le situazioni a rischio sopraelencate.

Dott. Rosalia Cipollina

BALBUZIE INFANTILE

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La balbuzie è un disordine del ritmo della parola, nel quale il paziente sa con precisione ciò che vorrebbe dire, ma nello stesso tempo non è in grado di dirlo a causa di involontari arresti, ripetizioni o prolungamenti di un suono. Consiste in contrazioni spastiche, a carico delle funzioni, della regolarità e del ritmo della muscolatura fonorespiratoria. Essa è un disturbo del linguaggio, tale disturbo è multifattoriale, dipende dalla personalità con rilevante componente psicologica e ambientale, caratterizzato da un’alterazione del ritmo verbale e da un vissuto emotivo condizionato dall’espressione verbale. La balbuzie è sempre e dovunque un disturbo della “relazione verbale” in situazioni di comunicazione perchè un bambino non balbetta giocando e parlando da solo.

TIPOLOGIA

Una sintetica classificazione delle varie forme di balbuzie in età infantile non è così facile, anche perché non esistono al mondo due bambini che balbettano allo stesso modo. Gli studiosi hanno comunque classificato tre differenti tipi di balbuzie, facendo riferimento alla particolare configurazione del “blocco” e al suoni caratteristici che il blocco verbale manifesta nello sforzo articolatorio:

Forma Clonica: Il fenomeno è classificato clonico se comporta la ripetizione di una o più parti iniziali, interne o finali di una parola. E’ solitamente la forma più frequente con cui la balbuzie si manifesta nell’età infantile;
Forma Tonica: Il fenomeno è classificato tonico se si manifesta all’inizio della parola con difficoltà di pronuncia e, nei casi più severi, comporta un vero e proprio “blocco” nella fluenza verbale del bambino;
Forma Palilalica o Mista: un mix delle due forme precedenti caratterizzata dalla presenza di prolungamenti, tonicità e ripetizioni cloniche.

ORIGINI

La Balbuzie non è un fenomeno unico ma bensì determinato a diversi livelli da fattori sia fisiologici che psicologici, sia genetici che derivanti da variabili ambientali. Tutti queste variabili possono giocare un ruolo importante nell’insorgere della balbuzie e può risultare estremamente difficile determinare a priori quale di queste concause sia quella prevalente. Solo un approccio terapeutico di tipo multi-disciplinare permette di valutare e comprendere le variabili che possono entrare in gioco in presenza di fenomeni di balbuzie nell’età infantile.

Come disturbo della relazione e della comunicazione di origine psicologica, la balbuzie esordisce talvolta improvvisamente in età infantile nutrendosi di situazioni traumatiche o avvertite come tali (nascita di un fratellino, situazioni di anaffettivà, perdita di sicurezza, traumi, precari inserimenti), insieme a relazioni difficili e ansiogene avvertite dalla sensibilità del bambino nei primi anni di vita. Altre volte si inserisce nel linguaggio gradualmente insieme ai tentativi del bambino di pronunciare vocaboli e termini foneticamente complessi (tali esitazioni prendono il nome di disfluenze specifiche).

In genere l’intervento di una situazione reattiva (scatenante) rompe il delicato equilibrio psico-emotivo del bambino dando alla balbuzie (sintomo), caratterizzata da pause, interruzioni, prolungamenti, ripetizioni di sillabe o di singoli fonemi, la possibilità di rappresentare ai genitori uno scompenso interno, un disagio latente della personalità e della relazione (balbuzie-sindrome).

Riguardo l’età infantile possiamo affermare che il bambino sceglie (inconsciamente) tra gli innumerevoli sistemi di comunicazione di cui dispone (sistemi non-verbali) una modalità (la parola bloccata, il linguaggio esitante) che gli garantisce una “cassa di risonanza” sicura per attrarre l’attenzione dei genitori, per comunicare il suo stato interno, per “dire” all’adulto del suo disagio riguardo eventi particolari o avvertiti come ansiogeni.

Oggi le differenti argomentazioni sulle cause della disfluenza possono essere suddivise in tre gruppi principali:

Cause Organiciste: la normale fluenza viene ostacolata da un quadro logopatico instabile, da lesioni cerebro-corticali, da insufficienze dell’apparato fonatorio.
Cause Psicogenetiche: la disfluenza del linguaggio ha origine intima, nervosa e il fenomeno, fortemente intermittente, aumenta sistematicamente in situazioni intensamente emotive.
Cause Linguistiche: il normale flusso verbale viene interrotto a causa di incertezze terminologiche, sintattiche e grammaticali, costringendo il bambino a continue varianti rispetto alla elaborazione primaria del pensiero.
In alcuni casi parlare più correttamente di cause imitative, in quanto è ampiamente dimostrata la maggior predisposizione alla balbuzie dei bambini nati in realtà familiari ove vi siano soggetti affetti da tale disturbo.

Alcuni studiosi hanno presentato lavori che dimostrano in modo attendibile un coinvolgimento del sistema nervoso centrale (snc) e hanno quindi avallato la componente neuro-fisiologica della balbuzie.

Si può ritenere che tutte le teorie sopra esposte abbiano un fondamento e che non esiste una balbuzie costantemente specifica e univoca. I fenomeni spesso si sovrappongono e si intersecano nelle forme più svariate ed è per tale motivo che ogni bambino ha un suo personale modo di balbettare, ora minimamente ora più seriamente, a seconda delle circostanze ambientali o emotive.

Nessun bambino nasce con il problema della balbuzie, ma questa si manifesta solo in un secondo momento. Parlare non è cosa facile, e per un bambino lo è ancor meno. E’ assolutamente normale per un bambino di pochi anni avere qualche difficoltà nel trovare la giusta coordinazione fisica, intellettuale ed emotiva necessaria ad un linguaggio fluente. Il bambino che balbetta mostra maggiori difficoltà a controllare i processi di produzione della parola, richiedendo tempi maggiori per coordinare ed organizzare l’atto verbale.

Se è vero che verso i 3/4 anni tutti hanno dei fenomeni di disfluenza dovuti all’apprendimento del linguaggio, è altrettanto vero che, sempre in questo periodo, possono iniziare a manifestarsi fenomeni di vera balbuzie.

Tutti noi abbiamo delle disfluenze occasionali, quando siamo nervosi o emozionati.

Nonostante ciò vi è ancora nella nostra nazione chi considera colui che balbetta come un individuo anormale psichicamente ed eccessivamente emotivo. Ciò non è vero! In realtà gli studi condotti hanno dimostrato che i bambini affetti da balbuzie sono soggetti del tutto normali psichicamente, e con una grandissima sensibilità; inoltre molti terapeuti sostengono che il bambino con problemi di balbuzie ritenuto ha spesso un quoziente intellettivo nettamente superiore alla media.

Spesso i bambini manifestano nel linguaggio uno stress emotivo eccessivo, e ciò è sempre più causato dai ritmi frenetici della loro vita. E’ verso i tre/quattro anni che i bambini manifestano le prime imperfezioni nella fluenza verbale, con ripetizioni o prolungamenti di suoni. Tali imperfezioni nella parola, chiamate dis-fluenze, possono essere del tutto normali e generalmente, con il passare del tempo, tendono a scomparire naturalmente.

Purtroppo anche la vera balbuzie, o dis-fluenza anormale, è un disturbo che generalmente insorge nell’età infantile, collocandosi tipicamente nel periodo 4-6 anni.

TERAPIE

Molto si può fare, anche a livello terapeutico, per migliorare la fluenza verbale di un bambino che balbetta. L’obiettivo primario, specie su bambini dai 3 ai 7 anni, è evitare che la balbuzie diventi nel tempo troppo severa e si “cronicizzi”, adoperandosi quindi per mantenerla ad un livello “gestibile” dal bambino e da coloro che lo circondano.

Ci sono molte persone al mondo che convivono felicemente con la propria balbuzie e per molte di esse, riuscire a controllarla e a mantenere un soddisfacente grado di fluenza verbale può già essere considerato un grande successo terapeutico.

Catalogando i vari “approcci terapeutici” si possono indicare due gruppi principali di tecniche:

Tecniche Logopediche e Foniatriche
Tecniche Psicologiche
Tecniche Miste

Le tecniche Logopediche/Fonoiatriche cercano di agire direttamente sul sintomo migliorando e regolando: la coordinazione del sistema pneumo-fono-articolatorio , l’atto respiratorio, la ripetizione sillabica , la ritmica del linguaggio, l’articolazione dell’atto fonatorio e la coordinazione muscolare.

Le tecniche psicologiche hanno come obiettivo il rafforzamento dell’Io e partono dalla convinzione che sia la repressione di impulsi non coscienti a generare i problemi di controllo dei logo-spasmi. Le tecniche psicologiche si propongono di far evolvere la personalità del bambino considerando come cause principali della balbuzie l’angoscia, il carico emotivo e il senso di solitudine.

Le tecniche miste partono dal presupposto che la balbuzie non ha quasi mai un’unica causa ma è generalmente determinata da un “mix” di fattori inconsci, educativi, sociali, fonetici, motori, emotivi, sociali, culturali, ereditari, ecc. Per tale motivo occorre utilizzare un metodo terapeutico che faccia uso sia di tecniche Logopediche/Fonoiatriche che di tecniche Psicologiche, con modalità e “dosi” differenziate per ogni bambino a secondo della propria specifica patologia e della propria “storia”.

Il ruolo dei genitori quali educatori e primi terapeuti nei confronti della balbuzie infantile è fondamentale. Occorre sopratutto comprendere le difficoltà del figlio ed aumentare l’interazione con esso, ponendoci al di la del sintomo e operandoci per migliorare continuamente la nostra qualità di comunicazione. I genitori possiamo intraprendere tutta una serie di azioni e di comportamenti educativi tesi a favorire la fluenza verbale dei nostri figli. Occorre sopratutto aumentare le “abilità sociali” (social skill) dei bambini.

Non appena si sospetti che le disfluenze del proprio figlio siano più serie del normale occorre rivolgersi ad uno specialista del linguaggio, verificando però che questi abbia una specifica esperienza di studio e di lavoro sulla balbuzie.

Dott. Rosalia Cipollina

CONTRIBUTO UTILE SULL’AUTISMO

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Non sono una giornalista.

Le volte che ho impugnato la penna, o più esattamente che ho cominciato a battere, spesso con rabbia, sulla tastiera del computer, l’ho fatto per rispondere a chi, per motivi che continuo a non capire, vorrebbe convincerci che nulla può essere fatto per combattere il male oscuro che impedisce ai nostri figli di aprirsi al mondo circostante, di guardarci negli occhi, di comprendere le nostre parole e di farci ascoltare la loro dolcissima voce.
Queste persone, che spesso sono medici, o presidenti di associazioni di genitori di bambini autistici, o che comunque rappresentano dei disabili, vogliono farci credere che siamo degli illusi, che stiamo buttando via tempo energie e soldi(purtroppo tanti), in cure che non possono aiutare i nostri figli, e lo fanno con una arroganza e una presunzione tale, da mettere in fuga quei genitori che stanno ancora cercando di orientarsi dopo aver ricevuto il colpo di una diagnosi terribile, e che vorrebbero dare un futuro migliore ai loro piccoli.
Qual’è il risultato di tutto questo?
Che molti, moltissimi autistici non ricevono le cure di cui avrebbero bisogno, e perdono così l’opportunità di avere una vita migliore, se non addirittura di uscire dalla diagnosi di autismo. E che noi genitori che stiamo invece curando i nostri figli, siamo costretti a continuare a pagare di tasca nostra, i trattamenti biomedici e comportamentali che dimostrano invece di essere efficaci a trattare
questa “malattia”.
Ma è davvero una malattia quella che stiamo combattendo?
I Neuropsichiatri dicono di si, è pretendono di trattarla con gli psicofarmaci come se fosse una malattia mentale.
Non essendo però riusciti, “drogando i bambini”, a ottenere la remissione della malattia stessa, sono giunti alla conclusione che essa è incurabile. Inutile dire che questa versione è quella accettata dal Sistema Sanitario Italiano. Essa fornisce una comoda scusa per continuare a lasciare le famiglie dei soggetti autistici sole con i loro problemi.
Gli scienziati del D.A.N., e gli altri che come loro lavorano per trovare ogni giorno nuove cure, hanno verificato che alla base di tutto c’è un gravissimo stato di intossicazione, che ha reso il sistema immunitario dei soggetti autistici incapace di reagire in maniera adeguata, e che ha danneggiato in maniera grave molti processi metabolici col risultato che i processi mentali risultano anch’essi compromessi. Tutto ha avuto inizio grazie all’utilizzo di un conservante a base di mercurio utilizzato nei vaccini destinati all’infanzia, il Thimerosal. Esso si è insinuato all’interno dei tessuti grassi dell’organismo, e in particolare nel cervello dove i suoi effetti risultano purtroppo disastrosi ed evidenti. Basta infatti confrontare i sintomi autistici con quelli tipici dell’intossicazione da mercurio, per vedere che essi coincidono in maniera impressionante. Questo metallo, che ricordo è la seconda sostanza piu tossica del pianeta, ha inoltre la capacità di bloccare la naturale capacita dell’organismo di eliminare gli altri metalli pesanti, e ne favorisce quindi l’accumulo nell’organismo accentuando ulteriormente l’effetto neurotossico generale. A complicare il tutto ci si mettono anche i virus, anche loro hanno avuto ed hanno un ruolo importante nell’insorgenza della sindrome autistica. L’idea geniale di fare dei micidiali cocktail mescolando e inoculando insieme ceppi diversi di virus, rappresenta un ulteriore e grave insulto al sistema immunitario del bambino. La cosiddetta trivalente è uno di questi, ma ancora non basta; per ignoranza e pressapochismo, insieme ad essa possono anche venire somministrati altri vaccini, ognuno con la sua micidiale dose di Thimerosal. Roberto, il mio bambino che ora ha quattro anni, ha ricevuto addiritura sette diversi ceppi di virus in un’unica somministrazione, sarà un caso che è diventato autistico?
Sembrerebbe una situazione senza uscita, ma per fortuna non è così; i problemi metabolici possono essere corretti normalizzando carenze ed eccessi. Per farlo in maniera adeguata (visto che gli scompensi sono spesso molto diversi da bambino a bambino) bisogna sapere esattamente cosa bisogna correggere. Dopo aver eseguito numerose analisi, molte delle quali (neanche a dirlo) non sono disponibili in Italia (dobbiamo rivolgerci a nostre spese a laboratori Americani opportunamente attrezzati) si riesce ad avere un quadro della situazione. Si passa quindi alla dieta priva di glutine e caseina, e alla difficile cura della Candida Albicans, troppo spesso sottovalutata da moltissimi medici, e presente invece nell’intestino dei nostri piccoli in una forma devastante capace di insinuarsi in profondità nelle pareti intestinali fino a realizzare delle minuscole perforazioni. L’intestino diventa quindi permeabile, e questa situazione è causa di intolleranze alimentari, e di perdita di importanti nutrienti che non vengono assimilati in quantità sufficiente. Viene inoltre aperta la strada alle particelle indigerite di alcuni alimenti, che in questo modo riescono a entrare nel circolo sanguigno dove diventano tossiche. Il tutto insieme alla presenza di alcuni virus contribuisce a mantenere un grave stato di infiammazione intestinale che è causa di atroci sofferenze per i nostri piccoli. La perdita dei nutrienti viene contrastata grazie alla supplementazione di Vitamine , enzimi, minerali, probiotici e quant’ altro serve a normalizzare la situazione metabolica e immunitaria e a riparare le pareti intestinali. In seguito quando la situazione lo permette si ricorre alla chelazione per rimuovere i metalli tossici.
Ma chi paga per tutto questo? Come sempre noi genitori che ci vediamo anche costretti a farci spedire dall’estero i supplenti perchè non sono disponibili in Italia.
Queste cure non sono riconosciute dal sistema sanitario nazionale, perchè a detta di alcuni suoi autorevoli esponenti non sarebberero scientificamente validate in doppio cieco.
Ma cosa prevede questo sistema cosi scientifico di validazione?
Che a un gruppo venga fatto seguire un trattamento pressoche identico(identiche somministrazioni delle sostanze in esame), e che ad un gruppo di controllo venga invece somministrato un placebo. Dal confronto dei diversi risultati si arriva alla validazione o meno del trattamento. Ma come abbiamo già detto in precedenza l’obiettivo che si prefigge il D.A.N. e la normalizzazione di alterazione metaboliche, che variano, analisi alla mano, notevolmente da bambino a bambino, e che prevede quindi trattamenti personalizzati che non possono non tenere conto delle diverse necessità individuali.
Quello che aiuta un bambino può essere addirittura dannoso se somministrato ad un altro, quali risultati ci sarebbero se venisse meno la personalizzazione come prevede invece la metodica di validazione in doppio cieco?
La realtà è che i nostri bambini opportunamente trattati migliorano, e ricominciano faticosamente ad aprirsi al mondo circostante, a guardarci, e a sorridere. Qualcuno di loro ricomincia a parlare come faceva prima che l’autismo lo rapisse e può cosi raccontarci quanto fosse terribile la sofferenza fisica che accompagnava il suo stato, ma la maggior parte di loro ha bisogno di essere ulteriormente aiutato. Le fasi evolutive che avrebbero dovuto essere raggiunte non si sono verificate, e il perdurare dell’intossicazione ha danneggiato alcune aree del loro cervello, che devono essere opportunamente stimolate per ritornare a funzionare correttamente. E a questo scopo che servono le terapie comportamentali come l’A.B.A. e la logopedia specializzata nel trattamento dell’autismo. Esse risultano indispensabili per riparare, e per far muovere più velocemente quell’ orologio che si era fermato, per insegnare ai nostri figli a giocare, e per fargli conoscere e capire quel mondo che per tanto tempo gli è stato negato.
C’è bisogno di dedicare a questi trattamenti moltissimo tempo dedizione e pazienza, e continuare in ogni momento della giornata a lavorare con i nostri nostri bambini. L’A.B.A. prevede per essere realmente efficace un trattamento di circa quaranta ore settimanali, è una metodica scientificamente validata, ma ancora una volta le famiglie si ritrovano da sole a doverne sostenere tutti gli oneri.
Nei vari centri distribuiti sul territorio, ad eccezione di pochi progetti sperimentali, tale terapia non viene resa disponibile a causa dell’alto costo che essa comporta per le istituzioni.
E’ per denunciare questo continuo stato di abbandono in cui versano le famiglie dei soggetti autistici e per ottenere gratuitamente le cure Biomediche e Comportamentali a cui essi hanno diritto che è nata l’associazione Onlus Area Genitoricontroautismo, di essa parte attiva e integrante i genitori del portale www.genitoricontroautismo.org a cui circa 3000 famiglie fanno riferimento e che da anni si batte per fare arrivare a tutti i genitori il messaggio che l’autismo è trattabile.
Diversi bambini hanno già perso la diagnosi di autismo, moltissimi altri la perderanno, e questa è, e sarà la migliore riposta a quanti si ostinano a mantenere posizioni assurde e dannose.

Quello che vogliamo è che la parola “autismo”, diventi solo un obsoleto termine medico, su qualche polveroso testo di medicina. Moltissimo può essere fatto per prevenire e per curare, ma perchè questo si realizzi abbiamo bisogno di essere ascoltati dalle istituzioni, e abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti per riuscire in questo difficile compito.

Atturi Loretta

LINEE GENERALI PER UNA VACCINAZIONE SICURA E CONSAPEVOLE
Autism Research Institute – San Diego

Area – GCA (genitori contro autismo), un’associazione di genitori impegnata nella diffusione di informazioni per la prevenzione e cura dell’Autismo, intende sottoporre all’attenzione dei Pediatri Italiani questa lettera aperta scritta da Bernard Rimland, Ph.D., Direttore dell’Autism Research Institute (ARI) di San Diego Fondatore dell’Autism Society of America, società che coordina circa 400 medici e scienziati e collabora con cinque Università nella lotta e nella ricerca contro l’autismo.

Di Bernard Rimland, Ph.D:

Siamo nel mezzo di un’ enorme epidemia mondiale di autismo: 1 caso su 166.

Nel 1995 scrissi un articolo per l’ Autism Research Review nel quale usai, credo, per la prima volta il termine “epidemia di autismo”. Richiamavo l’attenzione su vari indicatori che suggerivano che le proporzioni dell’autismo stavano aumentando in misura allarmante e mi lasciavano ritenere che stavamo cominciando ad osservare un’epidemia di autismo. Fui immediatamente attaccato dalle autorità mediche, che erano invece certe che non ci sarebbe stata alcuna epidemia. Quando un giornalista chiese ad un professore di Psichiatria di una delle più famose università di Medicina americane che cosa pensasse dell’idea di Rimland che c’era una epidemia d’autismo, il professore rispose dicendo “Stupidaggini! L’autismo è un disturbo genetico e quindi non può esserci alcuna epidemia di autismo”.
Altri attaccarono l’idea di epidemia dicendo che l’aumento non era reale, ma solo dovuto a una maggiore consapevolezza diagnostica sull’autismo.
E’ ora perfettamente chiaro, riconosciuto dalle stesse autorità e istituzioni che prima la negavano, il fatto che l’epidemia di autismo è molto reale e molto molto grave.
Cominciai a studiare l’autismo nel 1958, quando mia moglie ed io diagnosticammo nostro figlio che allora aveva 2 anni come autistico. A quei tempi l’autismo era estremamente raro, contando forse solo uno o due casi ogni 10.000 nati vivi. Il nostro pediatra, che lavorava nel campo da 35 anni, non aveva mai sentito di un bambino come il nostro. Nel 1989, dopo aver esaminato tutte le evidenze disponibili, raggiunsi la conclusione che l’autismo era aumentato fino a raggiungere la proporzione di
circa 4.5 casi ogni 10.000 nati vivi.
Le statistiche più recenti, fornite dall’ U.S. Centers for Disease Control e dall’ American Academy of Pediatrics – istituzioni che avevano negato la realà’ dell’epidema – rivelano una rapporto di 60 casi di autismo ogni 10.000 nati. Un bambino ogni 166 – un enorme incremento nella diffusione!
Nel mio articolo del 1995, quando per primo proposi l’idea dell’epidemia di autismo, menzionai tre possibili cause per l’epidemia. Sono passati dieci anni da quando scrissi il mio articolo originario sull’epidemia e continuo a credere che i fattori causali potrebbero essere: incremento nell’uso degli antibiotici, vaccinazioni e inquinamento ambientale. Oggi, comunque, metterei le vaccinazioni in cima a questo elenco.
Nel 1995 non sapevo che la maggior parte dei vaccini contenessero mercurio, sebbene sapessi che l’avvelenamento da mercurio produce nei bambini gli stessi sintomi dell’autismo.
Moltissime ricerche e studi si sono avviate dal 1995, e ciò che è cambiato è che i tre fattori da me menzionati sono molto più strettamente collegati di quanto avevamo supposto dieci anni fa.
Per esempio, c’è una forte interazione tra antibiotici e vaccinazioni: i bambini a cui sono stati dati antibiotici nel periodo delle vaccinazioni sono stati colpiti 10 volte di più dal conservante al mercurio nei vaccini rispetto a quelli cui non sono stati somministrati antibiotici. Certo è che gli antibiotici amplificano enormemente la tossicità del mercurio che è usato come conservante nei vaccini. Allo stesso modo, il mercurio è la maggiore fonte di contaminazione degli alimenti. Per esempio, molti pesci che sono importanti nella dieta di tante persone nel mondo, sono ora pesantemente contaminate con il mercurio.
Sappiamo che ci sono enormi differenze genetiche tra le persone, essendo alcune capaci di tollerare 10.000 volte più mercurio di altre, apparentemente senza effetti dannosi. Sappiamo che i maschi sono quattro volte più sensibili delle femmine al mercurio, cosa che può spiegare il perchè troviamo quattro volte più autistici tra i ragazzi rispetto alle ragazze.
Così, abbiamo una epidemia di autismo mondiale in atto, abbiamo alcune idee su ciò che causa l’autismo, ma che cosa facciamo in termini di prevenzione?
La maggior parte dei medici dell’Autism Research Institute non sono contro le vaccinazioni, che considerano una delle maggiori conquiste della medicina moderna che ha portato al completo sradicamento di alcune gravi malattie infettive, salvando un infinito numero di vite.
Crediamo però che i vaccini dovrebbero essere più sicuri e suggeriamo attenzione nella loro somministrazione con le seguenti linee guida generali:

LINEE GUIDA PER GENITORI E MEDICI PER VACCINARE IN SICUREZZA

1. Utilizzare solo vaccini senza Thimerosal;

2. L’unico modo per sapere con certezza se un vaccino è senza Thimerosal o mercurio è leggere attentamente il bugiardino, la scatola e la fiala: è certo che i vaccini contenenti mercurio vengano ancora prodotti o distribuiti!! Dovete essere sicuri al 100%! Nota: ho sentito dire moltissime volte che genitori, professionisti ed altri hanno indicato che il Thimerosal è stato rimosso dai vaccini dal 1999. Per piacere accertatevi di leggere con i vostri occhi le informazioni riportate sul bugiardino, sulla scatola e sulla fiala! Produttori diversi metteranno le informazioni in POSTI DIVERSI.

3. Evitare tutti i vaccini combinati se non necessario;

4. Distanziare le vaccinazioni – non somministrare vaccinazioni multiple nello stesso giorno. (Questo vale anche per le singole dosi contenenti molteplici virus! Dividete le somministrazioni!);

5. Separare le 3 componenti del vaccino MMR: iniziare con il morbillo tra i 12-15 mesi, parotite a 18-21 mesi, rosolia a 24-27 mesi;

6. Utilizzare vaccini contenuti in fiale monodose piuttosto che quelli contenuti il fiale multidose, che contengono dosaggi meno uniformi;

7. Non vaccinare i bambini appena nati. Quando arriva il momento delle vaccinazioni, stabilite un programma di vaccinazione più lento, nel rispetto delle politiche di sanità pubblica;

8. Evitare di vaccinare ancora dopo una precedente reazione negativa;

9. MAI vaccinare bambini ammalati o bambini appena guariti da un’infezione;

10. Utilizzare il virus della polio inattivato (la puntura e non la somministrazione orale);

11. Non somministrare vaccini contenenti virus vivi in bambini immunosoppressi;

12. Non somministrare vaccini in caso di allergia a questi componenti:
• Lievito – Epatite B;
• Uova – MMR ;
• Neomicina – MMR o Varicella;

13. Evitare il vaccino della varicella fino a 10-12 anni e se il bambino non si mostra immune alla Varicella;

14. Verificare l’immunizzazione prima di eseguire i richiami (molte persone diventano immuni dopo una sola dose. Si continuano a somministrare dosi multiple CHE POTREBBERO NON ESSERE NECESSARIE. Verificare gli anticorpi mediante le analisi del sangue per il controllo dell’immunizzazione);

15. Somministrare vitamina C, 150 – 300 mg due volte al giorno secondo l’età, per tre giorni prima e tre giorni dopo la vaccinazione;

16. Somministrare vitamina A (1250 – 5000 I.U. a seconda dell’età. La fonte migliore è il Cod Liver Oil) per tre giorni prima e tre giorni dopo la vaccinazione.

http://www.genitoricontroautismo.org

Questa lettera è un appello a quelli tra voi che possono sfruttare il potere dei media per fare del bene, per dire la verità e migliorare la vita di tanti bambini ammalati di Autismo. Questi bambini hanno bisogno di voi!

L’AUTISMO E’ TRATTABILE

L’Autismo è una disabilità dello sviluppo che in genere comporta ritardo e danni nelle abilità sociali, nel linguaggio e nel comportamento; è uno “spectrum disorder”, cosa che significa che colpisce le persone in modo differente. Alcuni bambini possono parlare, altri invece hanno un linguaggio scarso o del tutto assente. Casi meno gravi sono diagnosticati come Disturbo Generalizzato dello Sviluppo (PDD) o come Sindrome di Asperger.

Lasciati senza cure, molti bambini con autismo non sviluppano abilità sociali e possono non imparare a parlare o a comportarsi in modo appropriato. Oggi, per la prima volta nella storia, ci sono bambini autistici curati con successo – che giocano, parlano, studiano – che vivono in mezzo a noi e godono delle loro vite. Questi bambini normalizzati, che non portano più la spaventosa etichetta di “autistico”, devono la loro liberazione dall’autismo a modalità di trattamento che erano, e ancora sono, purtroppo sconosciute alla maggioranza dei medici italiani anche se il nuovo approccio curativo sta rapidamente convincendo studiosi e ricercatori.

Alcuni trattamenti portano a eccezionali miglioramenti in molti bambini, e la nostra associazione AREA-Genitoricontroautismo, intende dedicare tutti i suoi sforzi a fare in modo che essi diventino un diritto per tutti, anche di quei bambini, e sono un numero esorbitante, che non possono permetterseli per motivi economici.

Quello che intendiamo pubblicizzare è che L’AUTISMO E’ TRATTABILE.

Questo è anche il nome della campagna promossa quest’anno dal DAN! (defeat autims now!), un movimento di medici e ricercatori internazionale nato negli USA circa 10 anni fa. Due volte l’anno questi medici e ricercatori, provenienti da tutto il mondo, si riuniscono in congresso per portare tutte le ultime conoscenze e novità, per far si che la ricerca non continui per compartimenti stagno, e per portare a conoscenza di tutti le varie problematiche inerenti l’autismo: dall’immunologo al gastroenterologo, all’allergologo, all’esperto in avvelenamento da metalli pesanti ecc.

I bambini con autismo in Italia PURTROPPO non possono godere di questi trattamenti medici, perché l’autismo in Italia è relegato nelle mani dei neuropsichiatri, che sono quelli che si occupano della diagnosi, ma che, avendo studiato decine di anni fa su libri vecchi di altre decine di anni vedono l’autismo solo come un problema PSCHIATRICO e affrontano il disturbo come un disturbo mentale e non medico, curando i nostri bambini esclusivamente con terapia farmacologica (psicofarmaci) senza invece andare ad indagare sulle loro problematiche biochimiche.

Questa visione rende l’autismo e i disordini dello Spettro una condizione senza speranza.

Il fatto che la maggior parte dei bambini (se non tutti) ha manifestato i primi sintomi dopo le vaccinazioni è visto come una coincidenza.

Il fatto che la maggioranza dei bambini (se non tutti) soffre di straordinarie patologie metaboliche, intestinali, immunologiche e allergiche è visto, di nuovo, come una coincidenza.

Recenti sviluppi della ricerca mostrano chiaramente che con interventi biomedici e terapie comportamentali precoci e aggressive (in termini di numero di ore) i bambini possono fare enormi progressi esprimendo tutto il loro potenziale.

E’ cambiata proprio la concezione dell’autismo: quella che era prima vista come una condizione senza speranza è ora vista da un folto gruppo di ricercatori come un complesso scompenso, come un malfunzionamento del sistema metabolico dei nostri bambini, ed è da questo scompenso che nascono i loro problemi comportamentali e di apprendimento.

Trattando ogni sintomo, ogni errore del sistema metabolico che possiamo trovare con opportuni test nel nostro bambino, ricostituendo il sistema immunitario, ripristinando un corretto metabolismo dei metalli, è possibile un cambio graduale e un miglioramento delle condizioni di salute e del comportamento.

Noi genitori italiani abbiamo il diritto di curare i nostri bambini e di investigare i loro problemi fisici, abbiamo il diritto di far eseguire loro le necessarie analisi senza doverci recare negli USA con spese elevatissime e stress per la famiglia intera, abbiamo il diritto di vedere migliorare i nostri bambini.

Chiediamo che finalmente anche in Italia ci sia data la possibilità di curare questi bambini che, se non trattati, sono destinati a peggiorare e diventare adulti con gravissimo handicap, mentre se trattati possono arrivare ad avere delle vite autonome, felici e soddisfacenti. Se voleste discutere questi temi ulteriormente, saremo contenti di ricevere una vostra visita al nostro portale http://www.genitoricontroautismo.org, saremo contenti di ricevere le vostre email e di raccontarvi le nostre storie personali.

Una generazione di bambini e le loro famiglie hanno bisogno di voi. Cercate la verita’, aiutate i nostri bambini.

Associazione Onlus

AREA-Genitoricontroautismo

Atturi Loretta

Dott. Rosalia Cipollina

AUTISMO INFANTILE

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L’autismo infantile fa parte del gruppo dei Disturbi Generalizzati dello Sviluppo (D.G.S.), sindromi caratterizzate da compromissione grave di più aree dello sviluppo infantile, insieme alla Sindrome di Asperger, alla Sindrome di Rett ecc.

E’ molto più frequente nei maschi (rapporto 5:1) con un’età di insorgenza prevalentemente intorno ai tre anni e può essere preceduta da un periodo di apparente normalità di sviluppo.

Nel disturbo autistico sono particolarmente compromesse:

l’area del linguaggio e della comunicazione in generale e l’area dell’interazione sociale, ma sono presenti sintomi appartenenti ad altre aree, che si manifestano in misura variabile a seconda del livello di sviluppo e dell’età del soggetto.

A livello linguistico vi può essere assenza totale di linguaggio oppure questo può essere usato in modo anomalo (per esempio il bambino non usa il pronome Io, ma parla di se stesso in terza persona singolare). Possono essere presenti verbalizzazioni incongrue, giochi di parole ripetitivi e stereotipati, ripetizione ecolalica delle parole degli altri.

Nell’area della comunicazione comportamentale i primi sintomi di allarme sono rappresentati da un rapporto evitante di sguardo, una gestualità non finalizzata al rapporto con l’altro, l’apparente indifferenza per le richieste dell’ambiente (sembrano bambini sordi), l’assenza di un gioco simbolico, il disinteresse per le persone accompagnato ad uno spiccato interesse per meccanismi, specie se in movimento.

Gli interessi e le attività sono limitate, focalizzate in maniera ossessiva su pochi oggetti o parti di oggetti o su pochi argomenti di cui vengono trattati solo aspetti classificativi. Anche il gioco è povero e ripetitivo, senza rappresentazioni simboliche né gioco imitativo ed i bambini mostrano un elevato livello di angoscia se vengono distolti dalla loro ritualità ossessiva.

A livello motorio possono mostrare anomalie o bizzarrie (camminare sulle punte dei piedi, sfarfallamento delle mani, posture corporee bizzarre). Spesso hanno un comportamento motorio ipercinetico, ma afinalistico.

Il livello intellettivo può essere modicamente compromesso, ma più spesso il profilo cognitivo è caratterizzato da una disarmonia, con profonde disabilità in alcuni settori e performance eccezionali in altri (per es. può presentare memoria prodigiosa per i numeri, ma non saper leggere).

Altri sintomi associati possono essere:

un alta soglia per il dolore con fenomeni autolesivi,

ipersensibilità ai suoni,

aggressività improvvisa per minime frustrazioni,

anomalie dell’alimentazione,

disturbi del sonno,

mancata percezione dei pericoli.

CAUSE
Per quanto riguarda le cause eziopatogenetiche l’Autismo infantile rappresenta ancora un’incognita.Esistono forme primarie in cui non si riesce a evidenziare alcuna anomalia ed esistono forme secondarie ad altre affezioni.

Si tratta comunque di una malattia a genesi multifattoriale a cui concorrono cause:

neurologiche (malformazioni, sclerosi tuberosa, encefaliti ecc.),

psichiche (psicosi in fase iniziale),

metaboliche (fenilchetonuria),

genetiche (sindrome dell’X-fragile, anomalie del cromosoma 22 ecc.),

sensoriali (sordità)

mediche generali (intolleranze alimentari).

CURE

Trattandosi di una eziologia multifattoriale, l’indagine diagnostica è particolarmente complessa e deve necessariamente essere fatta in un Centro di alta specializzazione e con la consulenza integrata di vari specialisti.
Anche il trattamento richiede interventi multipli integrati sia a livello familiare sia a livello individuale, di tipo psicologico, riabilitativo e farmacologico.

TEORIE PSICOLOGICHE

Le teorie sull’origine dell’autismo infantile sono molteplici, le più importanti sono frutto delle ricerche di quegli studiosi che hanno dedicato molti sforzi per la comprensione del problema. Margaret Mahler dedico i suoi sforzi alla comprensione dello sviluppo dei bambini entro i primi due anni di vita durante il quale molta importanza rivestono comportamenti motori i quali dovrebbero avere un’elevata qualità empatica. La Mahl pone una differenziazione tra nascita “biologica” e nascita “psicologica”. Inizialmente il bambino è un essere biologico(fase dell’autismo normale) e l’investimento libidico è strettamente viscerale. In seguito si ha una fase “simbiotica”, fino a circa due anni e mezzo, in cui è presente una una fusione allucinatoria di tipo onnipotente con la rappresentazione con la madre. Al termine di questo stadio si ha una fase di “separazione-individuazione che porta alla costruzione dell’identità individuale. Un cattivo funzionamento di questi stadi può indurre un blocco o una regressione a stadi precedenti. Se il bambino si fissa o regredisce allo stadio autistico, svilupperà la psicosi di tipo autistico mentre se ciò avviene allo stadio simbiotico, si verificherà una psicosi simbiotica. Nella simdrome autistica il bambino non percepisce la madre come tale ma tende ad identificare il proprio sé corporeo con gli oggetti inanimati dell’ambiente. Anche lo sviluppo linguistico risulta compromesso, essi lottano con qualsiasi richiesta di contatto umano e sociale. Tutte le psicosi infantili, secondo la Mahler, avrebbero dunque un origine in comune cioè un errore nello sviluppo dell’identità individuale,entro i primi due anni di vita.Ifattori principali sono due: 1)un bambino costituzionalmente vulnerabile con una predisposizione allo sviluppo di una psicosi; 2) una madre non in grado di reagire adeguatamente ai comportamenti del bambino. questo darebbe vita ad un circolo vizioso che comprometterebbe lo sviluppo dello stadio di separazione-individuazione.

Una delle teorie più affascinanti sull’autismo è quella di Bruno Bettelheim, uno dei maggiori psicoanalisti infantili, descritta nell’opera “La fortezza vuota”. Prendendo spunto dai comportamenti schizofrenici dei prigionieri traumatizzati dalla realtà esterna , per i bambini autistici è la realtà interna a creare traumi. I bambini non sono in grado di comprendere la differenza tra la realtà interna ed esterna, vivendo l’esperienza interiore come una rappresentazione reale del mondo. L’isolamento rispetto al mondo esterno e la rassegnazione rispetto agli eventi costituirebbero vie di fuga da una realtà altrimenti insopportabile. Secondo Bettelheim ciò sarebbe determinato dall’interpretazione da parte del bambino dell’attitudine negativa con la quale gli si accostano le figure più significative del suo ambiente (1967). Il bambino proverebbe una sorta di forte rabbia che provocherebbe un’interpretazione negativa della reltà. Il neonato, cioè, interpretando negativamente i sentimenti e le azioni della madre, si distaccherebbe da lei progressivamente, provocando anche un distacco della madre da lui. Si genera così un’angoscia sconvolgente per il bambino che si trasforma presto in panico provocando l’interruzione del contatto con la realtà. Per arrivare a questo punto é necessario che il bambino percepisca la fonte dell’angoscia come immodificabile. Non esclude comunque che possano esistere altri fattori che facilitano l’insorgenza dell’autismo come alcune lesioni organiche. Oltre a cercare le cause scatenanti della patologie, Bettelheim dedicò molta parte della sua vita ad educare questi bambini; alla base del rapporto educativo c’era l’empatia cioè la condivisione delle emozioni.

Secondo alcune recenti ricerche condotte da vari studiosi l’autismo sarebbe una coseguenza derivata dal mancato sviluppo della “teoria della mente”. Ognuno di noi è in grado di relazionarsi in maniera adeguata,conoscendo una persona possiamo intuire come agirà, se ne osserviame le azioni possiamo capire quali sono i suoi desideri. La teoria della mente ci aiuterebbe a capire il meccanismo psicologico delle persone alla base di una sana vita di relazione. Gli autistici quindi avrebbero un deficit specifico che riguarderebbe la comprensione della mente nelle altre persone.

Dott. Rosalia Cipollina

AMORE MATERNO

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Di seguito riporto un brano, significativo di che cosa vuol dire “Amore Materno”, tratto dal libro “L’arte di amare” di Erich Fromm. Lascio a voi le riflessioni sul brano stesso.

 

“L’amore materno …è un’affermazione incondizionata della vita del bambino e dei suoi bisogni. Ma è necessario fare un’importante aggiunta a questa definizione. L’affermazione della vita del bambino ha due aspetti; uno è rappresentato dalle cure necessarie alla preservazione della vita e alla crescita del bambino. L’altro aspetto va oltre la pura e semplice conservazione: è l’attitudine che instilla nel bambino un amore per la vita, che gli dà questa sensazione: è bello essere vivi, è bello stare su questa terra! Questi due aspetti dell’amore materno sono espressi in modo molto semplice nella storia biblica della creazione. Dio crea il mondo e l’uomo. Ciò corrisponde alla semplice affermazione della esistenza. Ma Dio va oltre. Ogni giorno dopo che la natura, o l’uomo, sono stati creati, Dio dice: “È bello.” L’amore materno, in questo secondo giardino fa sentire al bambino che è bello essere nato; instilla nel bambino l’amore per la vita e non solo il desiderio di restare vivo. La stessa idea può essere applicata ad un altro simbolismo biblico. La terra promessa (terra è sempre simbolo di madre) è descritta come “traboccante di latte e di miele”. Il latte è il simbolo del primo aspetto dell’amore, quello per le cure e l’affermazione; il miele simboleggia la dolcezza della vita, l’amore per essa, e la felicità di sentirsi vivi. La maggior parte delle madri è capace di dare “latte”, ma solo una minoranza di dare anche “miele”. Per poter dare latte una madre non deve soltanto essere una “brava mamma”, ma una donna felice, e non tutte ci riescono. L’amore della madre per la vita è contagioso, così come lo è la sua ansietà; ambedue gli stati d’animo hanno un effetto profondo sulla personalità del bambino; si distinguono subito tra i bambini – e gli adulti – coloro che ricevono soltanto “latte” e coloro che ricevono “latte e miele”.

In contrasto con l’amore fraterno e con l’amore erotico, che sono amori sullo stesso piano, i rapporti della madre col bambino sono, per la loro stessa natura, su un piano diverso, in cui uno ha bisogno di aiuto, e l’altro lo dà. È per questo carattere altruistico che l’amore materno è stato considerato la più alta forma d’amore e il più sacro dei vincoli affettivi. Tuttavia la vera conquista dell’amore materno non sta solo nell’amore della madre per il neonato, ma nel suo amore per la creatura che cresce. In realtà, la grande maggioranza delle madri sono madri amorose finché il bambino è piccolo e completamente legato a loro. Quasi tutte le donne desiderano avere figli, sono felici coi loro piccoli e sono premurose con loro. E questo ad onta del fatto che non ” ottengono ” niente in cambio, tranne un sorriso o l’espressione soddisfatta nel viso del bambino. Sembra che questa forma d’amore sia radicata sia negli animali che nella razza umana. Ma, qualunque sia il peso di questo fattore istintivo, nell’amore materno hanno molta importanza alcuni fattori psicologici. Uno di questi è l’elemento narcisistico. Finché il neonato continua a far parte della madre, il suo amore e il suo attaccamento possono essere una soddisfazione al suo narcisismo. Un altro elemento può essere costituito dal bisogno di possesso della madre. Il bambino, essendo debole e completamente soggetto alla sua volontà, è un oggetto naturale di soddisfazione per una donna autoritaria e tirannica.…Ma il bambino deve crescere. Deve emergere dal grembo materno; diventare un essere completamente indipendente. La vera essenza dell’amore materno è di curare la crescita del bambino, e ciò significa volere che il bambino si separi da lei. Qui sta la differenza con l’amore erotico. Nell’amore erotico, due persone distinte diventano una sola. Nell’amore materno, due persone che erano una sola, si scindono. La madre deve non solo tollerare, ma desiderare e sopportare la separazione del figlio. 16 solo a questo stadio che l’amore materno diventa un compito così difficile da richiedere altruismo, capacità di dare tutto senza chiedere niente e di non desiderare niente altro che la felicità dell’essere amato. È anche a questo stadio che molte madri falliscono nel loro compito. La narcisista, l’autoritaria, la tirannica può riuscire ad essere una madre “amorosa ” finché il bambino è piccolo. Solo la donna veramente ” amante “, colei che é più felice di dare che di ricevere, può essere una madre amorosa durante il processo di separazione del bambino.L’amore materno per il bambino che cresce, amore fine a se stesso, è forse la forma d’amore più difficile a raggiungersi, ed è anche la più ingannevole, a causa della facilità con cui una madre ama la propria creatura. Ma proprio a causa di questa difficoltà, una donna può essere una madre veramente amorosa solo se può amare; se è capace di amare H proprio marito, altri bambini, il prossimo, tutti gli essere umani. La donna che è incapace di amare in questo modo, può essere una madre affettuosa finché il bambino è piccolo, ma non può essere una madre amorosa. La condizione per esserlo è la volontà di affrontare la separazione, e, anche dopo la separazione, la capacità di continuare a amare.”

Sempre tratto dallo stesso libro questo brano sulla concezione dell’ “altruismo materno”

“La natura dell’altruismo si manifesta in modo particolare nell’effetto che la madre ” altruista ” ha sui propri figli. È convinta che il suo altruismo insegnerà ai figli a provare che cosa significhi essere amati, e ad apprendere, a loro volta, che cosa significhi amare. L’effetto del suo altruismo, tuttavia, non corrisponde mai alle sue aspettative. I bambini non mostrano la felicità delle persone convinte di essere amate; sono tesi, timorosi del giudizio materno, e ansiosi di appagare le sue speranze. Di solito, sono colpiti dall’ostilità repressa della madre verso la vita, ostilità che essi sentono oscuramente, restandone spesso influenzati. Nell’insieme, l’effetto della madre “altruista” non è troppo diverso da quello della madre egoista anzi, spesso è peggiore, perché l’altruismo della madre impedisce ai figli di criticarla. Si sentono nell’obbligo di non deluderla; imparano, sotto la maschera della virtù, il disprezzo per la vita. Chiunque abbia possibilità di studiare l’effetto di una madre dotata di genuino amore per se stessa, può vedere che non c’è niente di più utile che dare a un bambino l’esperienza di ciò che è amore, gioia, felicità, che solo può ricevere il bambino amato da una madre che ama se stessa.”

Dott. Rosalia Cipollina

L’OSSESSIONE PER IL CORPO E’ PRESENTE DA BAMBINA

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Secondo una ricerca condotta da GirlGuiding UK, una ragazza su tre dai sette ai 10 anni si sente giudicata in base al proprio aspetto fisico e sente il bisogno di dover apparire perfetta.
Lo studio annuale promosso dall’organizzazione benefica inglese rivela solo il 61% delle intervistate tra i 7 e i 21 anni si dichiara felice del proprio corpo e di come appare. Nel 2011, erano di più: il 73%. Più di un terzo delle ragazze nella fascia d’età presa in analisi concorda che le donne vengono valutate più per l’apparenza che per le loro capacità e competenze, e il 36% dichiara di essere spinta a considerare il loro aspetto come la caratteristica più importante. Loro, di questo non sono affatto felici: sempre secondo lo studio, le giovani intervistate hanno risposto che la loro vita migliorerebbe di molto se le persone smettessero di giudicare le donne in base all’aspetto fisico.
Non stiamo parlando di adulte, ma di bambine – perché di questo si tratta – dai sette ai 10 anni, che vanno ancora alle scuole elementari, e dovrebbero pensare a giocare, ai compiti e al loro sport preferito. Crescere con l’ossessione dell’apparenza e dell’accettazione altrui, non solo toglie alle ragazzine la serenità di cui hanno bisogno, ma è anche estremamente dannoso per le conseguenze: può portare a problemi di depressione, insicurezza, ansia e disturbi alimentari. Perché lo stress di essere sempre in ordine e apprezzate è strettamente correlato al non sentirsi abbastanza per tutto il resto. Sono brillante, competente nel mio lavoro, responsabile, socievole. Ma non abbastanza bella, abbastanza longilinea, abbastanza formosa, abbastanza glamour. Mai. Il messaggio dannoso è che le donne, fin da piccole, debbano sempre dimostrare di essere di più. Rispetto agli uomini, anche. Il problema riguarda entrambi i sessi, certo, ma non in termini paragonabili.
Le immagini delle pubblicità, dei film e dei social network bombardano quotidianamente i più piccoli con standard irreali. Ideali che andrebbero ridimensionati e disincentivati in famiglia – per esempio evitando alle bambine concorsi di bellezza o simili e lasciandole fare le bambine appunto – e a scuola, educando alla non-discriminazione in base alle differenze e alle apparenze. GirlGuiding dopo la ricerca ha iniziato a farlo e ha lanciato una sfida per il mese di ottobre: invita tutti a complimentarsi con le ragazze dicendole quanto siano grandiose senza fare alcun riferimento al loro aspetto fisico.

Dottoressa Rosalia Cipollina

(Psicologa e Psicoterapeuta specializzata in Psicologia Scolastica e dell’età evolutiva)

riceve in studio a Roma, Napoli e Salerno ed effettua consulenze telefoniche e via Skype a pagamento per chi è impossibilitato a recarsi in studio.
Per prenotare una consulenza scrivere a cipollinar@iltuopsicologo.it o chiamare il 320 3744077