SCUOLA SUPERIORE: ATTENTI A NON SBAGLIARE

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(estratto dell’articolo omonimo, redatto con la consulenza della dott. Rosalia Cipollina, pubblicato sul n.28/2008 della rivista “Viversani & Belli”)

 

Scuola superiore: come fare la scelta giusta

E’ tempo di iscrizioni alla scuola superiore o di confermare la prescrizione già effettuata ma, prima di fare la scelta definitiva, è importante riflettere un’ultima volta su quali siano le proprie aspirazioni, sul programma che ci si troverà ad affrontare e sui reali sbocchi consentiti dal corso di studi prescelto. Questo perché, stando alle statistiche, i ragazzi italiani abbandonano molto presto la scuola e molti lo fanno prima di aver conseguito un titolo di studio superiore, così quasi la metà degli italiani ha solo la licenza media ed un’obiettiva difficoltà a trovare lavoro. Le cause dell’abbandono possono essere molteplici, ma, sopratutto una scelta degli studi superiori poco oculata favorisce il verificarsi di tale fenomeno.

Sceglier bene per evitare l’abbandono.

Il quadro dell’istruzione fotografato dall’Istat per «100 statistiche per il Paese – Indicatori per conoscere e valutare» è davvero preoccupante e secondo la ricerca, la fuga dai banchi interessa soprattutto il meridione. In Sicilia e Campania rispettivamente 15 e 14 studenti su cento non completano nemmeno il percorso dell’obbligo, mentre l’anno scorso poco più del 75% dei giovani tra i 20 e i 24 anni ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore . Sono, infatti, i primi ingressi nel sistema scolastico e gli anni di passaggio da un ordine all’altro che costituiscono una soglia critica nel percorso scolastico.

Gli esiti di una scelta sbagliata. In primo luogo, l’interruzione degli studi può essere il risultato dell’impossibilità di proseguire, a causa dei ripetuti fallimenti sul piano del rendimento, di un rifiuto nei confronti di una realtà frustrante (come avere brutti voti all’interno di una classe modello) o di una situazione di disagio psicologico maturato nel contesto scolastico (come il bullismo). In altre situazioni, invece, l’abbandono è il triste epilogo di una scelta scolastica fatta dalla famiglia e non condivisa dal ragazzo. Di solito, in questo caso, lo scarso interesse dello studente è evidente dal suo atteggiamento: lamenta un senso di noia, di scontentezza, a volte circoscritto alla scuola, ma più spesso generalizzato e al quale l’adolescente non sa dare un significato. In questi casi non si verifica immediatamente un vero e proprio abbandono della scuola, ma un abbassamento del rendimento accompagnato da scarsa fiducia nelle proprie capacità.

Fare la scelta giusta

A questo punto dell’anno molti ragazzi hanno già fatto la loro scelta, oppure sono in procinto id confermare la presceiscrizione, ma non è troppo tardi per capire se questa è stata fatta con oculatezza. Ecco cosa valutare per impedire che un indirizzo di studi sbagliato convoli nell’abbandono.

Una scelta personale. In generale, è normale che la famiglia, come pure gli insegnanti della scuola media, consiglino il ragazzo su quale possa essere il percorso più affine alle sue aspirazioni, ma è importante che la scelta definitiva sia stata fatta dal giovane stesso e non da altri al suo posto.

Ma non è facile per un ragazzo di 14 anni operare a tale età una scelta che impatterà sul suo futuro professionale, oltre a non sapere ancora bene che cosa si desidera veramente per sé stessi.. Di fronte a tale difficoltà di scegliere molti finiscono col chiedere consiglio ai genitori. Ed in seguito a questa richiesta di consiglio si nasconde una delega alla scelta in cui l’indicazione fornita dal genitore viene fatta propria, pur non desiderandola del tutto o in parte. Gli stessi genitori nel fornire un consiglio potrebbero essere influenzati, inconsapevolmente, dalle proprie aspettative mancate o da desideri, più o meno consci, sul futuro dei propri figli. Ad esempio un genitore che avrebbe voluto fare gli studi classici al posto di quelli tecnici o scientifici, potrebbe “riscattare” la scelta mancata attribuendola come scelta al proprio figlio. O il genitore che da grande avrebbe voluto fare tutt’altro come professione , il medico al posto dell’avvocato ad esempio, potrebbe strutturare per il proprio figlio un percorso di studi finalizzato a realizzare la professione mancata.

In questi casi serve la maturità dei genitori che non devono lasciarsi nè influenzare dalle proprie aspettative mancate, né tentare di sostituirsi al ragazzo. L’ideale sarebbe aiutarlo a capire le sue inclinazioni e i suoi interessi. Inoltre i genitori nel consigliare si trovano di fronte ad un bivio: ‘scuola utile’ per il futuro lavorativo o ‘scuola interessante’per il ragazzo ?. Nello scegliere bisogna tener conto che il mercato del lavoro cambia velocemente, ciò che è utile oggi potrebbe non esserlo domani, ma se il ragazzo studia senza interesse potrebbe interrompere precocemente gli studi e non sarebbe felice. E’ bene dunque che la famiglia ragioni tenendo sempre come punto di riferimento la personalità del ragazzo, le sue attitudini ed i suoi interessi. Riassumendo: Scelta o consiglio come processo e non come contenuto

Allo stesso modo, bisogna scoraggiare l’adolescente che scelga la scuola da frequentare basandosi unicamente su quello che hanno fatto i suoi amici o ex-compagni di classe. Di solito, questo accade ai giovani più insicuri ed in questo caso, è necessario infondere maggiore fiducia al ragazzo, aiutandolo a focalizzare i suoi punti di forza ed i talenti che lo distinguono e che possono essere valorizzati solo scegliendo un iter scolastico mirato.

Le prime responsabilità. Perché il ragazzo si assuma pienamente la responsabilità del percorso che sta per intraprendere, è fondamentale coinvolgerlo anche nella parte preliminare (dall’iscrizione al corso di studi, fino all’acquisto dei primi libri). In genere, un adolescente alle prese con un’avventura piacevole e motivato verso la propria scelta, è entusiasta di occuparsi personalmente di queste formalità.

Un colloquio preliminare. Anche dopo aver fatto la pre-iscrizione è importante che il giovane faccia un sopralluogo della scuola che ha scelto, fissi un incontro con il preside o con una persona che sia preposta all’accoglienza e si faccia spiegare esattamente quali discipline saranno affrontate non solo al primo anno, ma nell’arco di tutto l’iter che porta al diploma. Spesso, infatti, gli adolescenti si fanno un’idea molto generica dei vari indirizzi di studio, viziata dalle esperienze di fratelli maggiori o di amici o, addirittura, facendo riferimento alla tipologia. Così credono che fare lo scientifico significhi essere molto bravi in matematica, mentre scelgono gli istituti artistici solo se amano la pittura. Trovarsi di fronte a discipline sconosciute o prese alla leggera è uno dei fattori che porta a “lasciare” nell’arco del tempo.

C’è tempo per cambiare. Anche se l’anno scolastico è iniziato ed i libri sono stati acquistati, non bisogna escludere l’opportunità di cambiare scuola. Se fin dai primi giorni, il ragazzo manifesta insoddisfazione verso il nuovo corso di studi, è importante chiedergli di valutare questa ipotesi anche se un leggero smarrimento o una forte tensione possono essere considerate normali per un adolescente alle prese con una nuova esperienza.

Dott. Rosalia Cipollina

CRESCONO BENE I FIGLI DI MEZZO ?

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(estratto dell’articolo omonimo, redatto con la consulenza della dott. Rosalia Cipollina, pubblicato sul n.16/2008 della rivista “Viversani & Belli”)

 

Delicata la situazione dei figli di mezzo, con ad esempio il secondogenito (di tre), tenderà a sentirsi non importante, sottovalutato o messo da parte. Naturalmente, tutto dipende da come genitori hanno saputo relazionarsi coi figli e come questi hanno reagito alla situazione. Al di là della posizione in famiglia, il ruolo del genitore è fondamentale, proprio per evitare che questa, non condizioni la sua vita da adulto.

Se il primo è il figlio dalle numerose aspettative e all’ultimo viene chiesto di ricoprire il ruolo del “cucciolo di casa”, i figli di mezzo sono spesso le figure “intermedie” tra i due fratelli. Ma questa posizione ha anche i suoi punti di forza. Ecco quali sono.

Se i primogeniti sono più tradizionalisti, ambiziosi e hanno uno spiccato senso della responsabilità, i secondi sono spesso più socievoli, creativi e rilassati. Si tratta di una condizione che favorisce, da grandi, scelte più libere e consapevoli, non troppo condizionate dalle aspettative di mamma e papa. Sono in parte “esenti” dal “mandato transgenerazionale” di cui sono investiti i primogeniti.

Se si è in tre, il secondogenito ricopre un doppio ruolo: è un fratello minore per il primogenito e un fratello maggiore per il terzogenito. Questa condizione favorisce le doti di diplomazia e mediazione che sono attribuite, di solito, ai figli di mezzo.

Forti delle esperienze del fratello maggiore ma non vessati dalla attenzioni che i genitori riservano sull’ultimo, i secondogeniti hanno la possibilità di fare subito le loro esperienze, vivendo meno l’ansia che è toccata agli altri due. Gli stessi genitori tendono ad offrire loro maggiore autonomia forti dell’esperienza cha hanno accumulato col primogenito, rendendosi conto che il futuro di un figlio dipende più da lui stesso che dai genitori.

Il figlio di mezzo può trovarsi tra due fuochi: poco considerato dal primo di cui è spesso geloso per la posizione che occupa; in competizione col terzo, il più piccolo, che ritiene investito di maggiori attenzioni da parte dei genitori.

Ma allo stesso tempo il figlio di mezzo può essere anche solidale col primo e col terzo: può manifestare comportamenti regressivi per essere più vicino ed identificarsi col più piccolo o al fine di essere maggiormente vicino al primogenito tende ad identificarsi con quest’ultimo assumendo atteggiamenti da più grande.

Talvolta avviene anche una competizione fra il figlio di mezzo ed il primogenito per la conquista della responsabilità o della preferenza del più piccolo. Ad esempio, quando nasce un maschietto dopo due bambine, c’è la gara a chi deve fare da mamma nei confronti del più piccolo.

Non dimentichiamo che il figlio che è di mezzo, prima di esserlo è stato per un periodo più o meno lungo, secondo ed ultimo. Sarà anche la durata ed il vissuto individuale di questo periodo ad influenzare la nuova “collocazione” familiare, unitamente anche al sesso dell’ultimo arrivato.

Come crescere un figlio di mezzo

Ma perché la ricerca di autonomia non si trasformi una crescita solitaria, ecco a cosa devono stare attenti i genitori nell’educazione del terzo figlio.

Il rapporto con il primo. Anche se il fratello maggiore è abbastanza grande per badare al secondogenito, non si dovrebbe mai lasciare che il ragazzo prenda il posto del genitore nella guida del secondo figlio, perché il più piccolo non si senta trascurato ed il grande non si trovi di fronte ad una responsabilità più grande di lui.

Evitare i paragoni. Si è già detto che il primogenito è quello al quale i genitori “chiedono di più”, così che spesso diventa il figlio più responsabile, ma il fratello maggiore non deve diventare l’esempio da seguire anche per gli altri. In particolare, con il secondogenito, è importante partire dal discorso opposto, cioè valorizzando le sue differenze rispetto agli altri, le potenzialità ed il suo carattere.

Se era l’ultimo. Se il secondo è sempre stato “l’ultimo” coccolato e vezzeggiato e poi è arrivato un fratellino molto più piccolo, è naturale che si verifichi un periodo di smarrimento o anche di capricci. In questo caso, anche se il bambino è già grande va ascoltato e rassicurato, cercando di non dare troppo peso alle sue marachelle. Potrebbe essere utile affidare, inizialmente, di tanto in tanto, l’ultimo nato ai nonni o ad altri familiari, al fine di continuare a far sentire il figlio di mezzo di nuovo l’ultimo arrivato.

Dott. Rosalia Cipollina

ANCHE LE PUPE DIVENTANO BULLE – IL BULLISMO FEMMINILE

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(estratto dell’articolo omonimo, redatto con la consulenza della dott. Rosalia Cipollina, pubblicato sul n.8/2008 della rivista “Viversani & Belli”)

 

UN FENOMENO POCO EVIDENTE Questo tipo di bullismo non è mai troppo evidente, per questo è stato paragonato a una forma di mobbing. Infatti, questo atteggiamento crea le condizioni perché la vittima non possa dimostrare nulla di ciò che è accaduto.Se la ragazza offesa trova il coraggio di chiedere spiegazioni, si trova di fronte a clamorose smentite e spesso finisce per essere accusata a sua volta( per esempio di narcisismo o di soffrire di manie di persecuzioni). Così, in preda alla frustrazione, spesso la vittima arriva addirittura a sentirsi in colpa.

SI SCAGLIANO CONTRO LE TIMIDE La vittima della bulla, in genere, è una coetanea, quasi sempre una compagna di classe, incapace di reagire, di ribellarsi o anche solo di denunciare l’accaduto. Ne mirino delle bulle finiscono più spesso le ragazze timide, con un sano rapporto familiare o molto diligenti. La vittima può essre spinta ad annientare la propria autostima, un problema che trascina con sé anche altri disturbi, come quello deò comportamento alimentare e gli attacchi di panico. In altri casi, nella ragazza oppressa scatta un processo di autodenigrazione, accompagnato dalla bramosia di entrare a far parte del gruppo di bulle

NON E’ VERO CHE……

  • Appartengono al ceto basso : molti casi di bullismo hanno come protagoniste ragazze “bene”, con genitori istruiti o con una posizione sociale. Spesso, spesso proprio gli impegni e l’intensa attività lavorativa di mamma e papà, creano lacune nell’educazione.
  • Hanno vissuto dei traumi: anche se è facile dare la colpa dell’aggressività alla separazione dei genitori o, peggio, alla perdita di uno dei due, le bulle sono per lo più ragazze con una famiglia “normale”, che non hanno vissuto esperienze dolorose tra le pareti domestiche.
  • Sono figlie uniche: solo in pochissimi casi le bulle sono figlie uniche. Anzi, proprio le bambine che hanno conosciuto la prepotenza di un fratello o di una sorella maggiore cercano poi una rivalsa all’esterno compiendo le stesse azioni che hanno subito.
  • Hanno un look aggressivo: uno stile sfacciato può corrispondere a un carattere forte e sicuro così come può, invece, celare una profonda insicurezza. Le bulle, però, si nascondono anche dietro un impeccabile look da collegiale.

CONSIGLI PER I GENITORI

  • Dare il buon esempio: spesso le radici del bullismo affondano nell’educazione ricevuta in famiglia. E’ facile, infatti, che un atteggiamento aggressivo si sviluppi dove è mancato affetto in tenera età o se i rapporti in casa sono sempre stati gestiti con aggressività (magari tra fratelli e sorelle). Ha molto peso anche il modo in cui i genitori hanno gestito il potere in casa. L’uso di punizioni fisiche, accompagnato dalla mancanza di dialogo, porta i figli a usare lo stesso metodo per farsi rispettare all’esterno.
  • Controllare le amicizie: non basta conoscere il carattere della propria figlia, perché anche le compagnie influiscono sul comportamento. All’interno del gruppo c’è un indebolimento del controllo personale e si riduce la responsabilità individuale:cosi, in presenza di ragazze aggressive, lo diventa anche chi di solito non lo è. Per questo motivo è meglio sapere qual è il gruppo che una figlia adolescente frequenta e com’è il suo comportamento a scuola, dove più spesso il bullismo si manifesta.
  • Non essere troppo permissivi: chi ottiene tutto con troppa facilità e ricatta i genitori se non ha ciò che vuole può impostare su queste basi anche altre relazioni e cercare un’altra “vittima” tra le coetanee per imporle di fare quello che le aggrada.
  • Non idealizzare la propria figlia: spesso i genitori non vogliono vedere la realtà e, anche di fronte alle segnalazioni degli insegnanti, ritengono che la figlia sia accusata a torto. Anche se la ragazza non manifesta aggressività in altri ambiti o ha ottimi voti a scuola, idealizzare è molto rischioso: meglio prestare subito attenzione ai campanelli d’allarme.
  • Incanalare la sua aggressività: se una bambina comincia a mostrare atteggiamenti aggressivi, è bene orientarla verso attività che le permettano di sfogarsi rispettando le regole. Gli sport che insegnano la disciplina sono un valido aiuto.

 

Dott.Rosalia Cipollina

CHI CRESCE I BAMBINI ITALIANI

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Brano tratto dall’intervista alla dott.ssa Rosalia Cipollina ed inserito nell’articolo di copertina “Chi cresce i bambini Italiani” pubblicato su “Il venerdì di Repubblica” del 5 ottobre 2007

Rosalia Cipollina, psicologa dell’età evolutiva e maestra elementare, cita Erich Fromm: “La terra promessa traboccante di latte e miele è la madre. La baby-sitter oggi dà il latte, ma la madre deve provvedere al miele: affetto, carezze, dolcezza, tempo libero, ma senza perdere autorevolezza. E’ importante che in questo ménage à trois si stabiliscano i ruoli e ci sia rispetto delle diverse funzioni. Una volta scelta una persona responsabile, capace e paziente, la madre costretta a delegare non deve rovinare tutto con gelosie e sensi di colpa: una donna soddisfatta e sicura non crea difficoltà nel bambino e nelle relazioni famigliari. Deve dare alla tata un copione da rispettare, ma coinvolgerla anche nelle scelte e nel contesto della vita famigliare. E’ normale che la baby-sitter riesca a catturare piccoli momenti della crescita quotidiana del bambino ai quali la madre non può assistere, ma la madre provi a rubare un po’ del suo mestiere e di quei tesori nascosti che creano empatia tra il bambino e la sua tata”.

Dott.Rosalia Cipollina

IL DRAMMA DEL GAMBERO – IL PASSAGGIO DELL’ADOLESCENZA

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La psicanalista francese Françoise Dolto definisce “Il dramma del gambero” il dramma vissuto dall’adolescente che sperimenta una seconda nascita in questa fase della sua vita. Al pari del bambino che per nascere deve abbandonare la placenta in cui ha trovato protezione, allo stesso modo nel passaggio dall’infanzia all’adolescenza , si deve abbandonare il guscio protettivo familiare al fine di creare una propria identità.

La Dolto evidenza la condizione drammatica tipica dell’adolescente prendendo a prestito la metafora del gambero.

Quando i gamberi abbandonano il vecchio guscio per costruirsene uno nuovo sono costretti per un certo periodo a rimanere senza protezione. Tale cambiamento avviene in un momento in cui sono esposti a grandi pericoli soprattutto a causa del “congro” che è un crostaceo che si nutre proprio di gamberi ed è sempre pronto a colpire.

In maniera identica l’adolescente quando abbandona la protezione familiare si espone a grandi pericoli perché deve ancora costruirsi la sua nuova identità, il suo nuovo guscio. Il ‘nemico congro’ può assumere vari aspetti per l’adolescente :

  • il bambino che non vuole crescere,
  • il bambino che non accetta i cambiamenti fisiologici repentini del proprio corpo,
  • l’atteggiamento del genitore che vorrebbe trattenerlo di nuovo a se, anch’egli spaventati da quei cambiamenti.

Di fronte alla necessità di cambiare per far emergere la propria identità , sorgono dunque spinte contrastanti, paure , dubbi, minacce. L’adolescenza è un periodo della vita ricca di contrasti e contraddizioni, la cui caratteristica centrale è proprio l’insicurezza. Tuttavia l’adolescenza è anche un periodo ricco di forze, di promesse di vita:è uno sbocciare. L’adolescenza è un periodo difficile , ma se i genitori e i figli hanno e si danno fiducia, metaforicamente, il guscio si completa e si ultima la costruzione dell’ indentità adulta.

Dott.ssa Rosalia Cipollina

IL DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO NEL BAMBINO

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I sintomi ossessivi e compulsivi del bambino sono molto simili a quelli dell’adulto e cambiano nel tempo allo stesso modo dell’adulto . solitamente il bambino viene accompagnato dallo specialista per la sindrome di Gilles de La Tourette alla quale si può associare il disturbo ossessivo-compulsivo.

Bisogna prestare attenzione ai seguenti sintomi quali indizi del doc nel bambino:

•  lavaggi eccessivi delle mani

•  abiti indossati una sola volta e poi messi a lavare

•  sedute prolungate in bagno

•  uso eccessivo della carta igienica

•  richieste di rassicurazioni eccessive

•  collezioni non comuni d’oggetti che niente hanno a che vedere con le collezioni che effettuano solitamente i bambini

•  uso frequente di promemoria

•  rifiuto d’indossare certi abiti

•  verifiche interminabili (preparazione della cartella, accendere e spegnere luci, ecc…)

•  difficoltà ad uscire fuori casa

•  rito della buonanotte lungo e non normale per l’età

•  eccessiva lentezza nelle proprie azioni

La presenza di uno o più dei suddetti sintomi non significa necessariamente la presenza di un doc nel bambino ma, se prolungati nel tempo, richiedono un approfondimento specialistico.

Dott.ssa Rosalia Cipollina

PROBLEMATICHE PAGELLE ONLINE

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Non entro nel merito delle possibile difficoltà “tecnologiche” dovute alle pagelle su internet a causa di una ancora non completa alfabetizzazione informatica delle famiglie italiane, ma mi soffermo su un altro tipo di problematiche

Innanzitutto  problematiche di tipo comunicativo e relazionale scuola-famiglia. Attualmente la comunicazione e la relazione fra scuola e famiglia è sicuramente deficitaria, lacunosa per non dire spesso problematica. Se la pagella online può contribuire a migliorare tale comunicazione e relazione considerandola solo come un momento di presa d’atto “burocratica e virtuale” seguita da una immediata e successiva presa d’atto relazionale e reale fra scuola e famiglia ben venga. Se invece rischia di diventare una “informazione veloce” per essere aggiornati sull’andamento scolastico, comodo per genitori sempre più ultraimpegnati, rischia di essere un ulteriore fattore di scollamento fra scuola e famiglia.

L’altra problematica è relativa alla comunicazione e relazione fra studente e famiglia. Un possibile rischio della pagella online potrebbe venire dalla migliore padronanza del web e delle tecnologie informatiche da parte degli studenti. Quest’ultimi di fronte a risultati scolastici insoddisfacenti, non potendo differire più la visione della pagella a momenti migliori, potrebbero essere tentati dalla possibile “manomissione” delle pagelle online.  Ed invece la pagella online, al pari di quella tradizionale,  deve diventare momento in cui si chieda allo studente  di cercare di capire che cosa gli sia successo, al di là della risposta ovvia di accusare i professori. Si dovrebbe chiedere allo studente  di scavare più in profondità, di cercare davvero di capire cercando dentro di se, intorno a se, nella sua testa, nel suo cuore,nel suo corpo di cercare ovunque. E di cercare di tirare fuori le proprie risorse per capovolgere la pagella alla successiva valutazione.

Concludendo, un eventuale riforma del sistema delle pagelle deve essere inserito in un contesto più ampio d’interscambio scuola-famiglia, differenziato anche in base al grado d’istruzione (primaria, secondaria).

Dott.ssa Rosalia Cipollina

PROBLEMI EMOTIVI DELL’ALUNNO

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Tratto da “Diario di scuola” di Daniel Pennac edito da Feltrinelli

…..vi fosse una correlazione tra una classe e un’orchestra.

“Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che suona la stessa sinfonia. E se hai ereditato il piccolo triangolo che sa fare solo tin tin, o lo scacciapensieri che fa soltanto bloing bloing, la cosa importante è che lo facciano al momento giusto, il meglio possibile, che diventino un ottimo triangolo, un impeccabile scacciapensieri, e che siano fieri della qualità che il loro contributo conferisce all’insieme. Siccome il piacere dell’armonia li fa progredire tutti, alla fine anche il piccolo triangolo conoscerà la musica, forse non in maniera brillante come il primo violino, ma conoscerà la stessa musica.

Il problema è che vogliono farci credere che nel mondo contino solo i primi violini. E alcuni colleghi si credono dei Karajan che non sopportano di dover dirigere la banda del paese. Sognano tutti la Filarmonica di Berlino, è comprensibile….”

Ai prof. Mancano dei corsi di ignoranza!………la vostra primaria qualità dovrebbe essere la capacità di immaginare la condizione di colui che ignora tutto ciò che voi sapete. Sogno un esame di abilitazione in cui si chieda al candidato di ricordare un insuccesso scolastico e di cercare di capire che cosa gli sia successo quell’anno. Accuserebbe il professore, è un trucco che conosco…….Si dovrebbe chiedere al candidato di scavare più in profondità, di cercare davvero di capire perché quell’anno si è arenato. Di cercare dentro di se, intorno a se, nella sua testa, nel suo cuore,nel suo corpo, nei suoi neuroni, nei suoi ormoni, di cercare ovunque. E di ricordarsi anche come se l’è cavata! I mezzi che ha usato!le famose risorse!

…bisognerebbe chiedere agli aspiranti professori i motivi per i quali si sono dedicati a questa materia piuttosto che a un’altra…….. insomma è necessario che coloro che pretendono di insegnare abbiano una visione chiara del loro percorso scolastico. Che riprovino un poco la loro condizione di ignoranza se vogliono avere una minima possibilità di tirarcene fuori.

La qualità dell’esistenza di ogni bambino è influenzata dal modo in cui egli apprende, fin dai primi anni, ad affrontare le proprie emozioni: se in lui prevalgono reazioni emotive distruttive, queste finiranno per caratterizzare la sua vita scolastica determinando relazioni insoddisfacenti con i compagni e con gli insegnanti.

Risulta abbastanza evidente il fatto che determinate emozioni hanno un’influenza rilevante sull’apprendimento e sulla motivazione scolastica. Quanto più mettiamo il bambino in grado di vivere emozioni positive in ambito scolastico, tanto più lo aiuteremo ad imparare. Molti bambini all’inizio della scuola Primaria si accostano all’apprendimento con un notevole entusiasmo che però va smorzandosi col passare del tempo. Eppure gli insegnanti potrebbero fare molto per facilitare l’esperienza di emozioni positive nel contesto scolastico. Se lo studio viene associato a stati d’animo piacevoli, sarà stimolata la capacità di partecipazione attiva dell’alunno al processo di apprendimento.E’ importante tenere presente che un’eccessiva tensione emotiva interferisce negativamente sull’efficacia di molte prestazioni. Ciò significa che se il bambino è troppo teso e coinvolto, il suo rendimento diminuirà in qualsiasi attività, non solo in quelle strettamente scolastiche, ma anche in attività sportive, artistiche o di altro tipo. Quindi, se è bene che vi sia un certo coinvolgimento, è altrettanto utile evitare un eccessivo stress.Le emozioni, inoltre, interferiscono con le attività mentali. Certi meccanismi cognitivi quali la capacità di concentrazione, la capacità mnestica e l’attenzione, sono influenzate negativamente da un’eccessiva tensione emotiva. Diventa quindi difficile focalizzare bene la propria mente su ciò che si deve apprendere quando si è troppo agitati o turbati.Le emozioni influenzano anche i rapporti interpersonali. Bambini che ad esempio manifestano un livello eccessivo di aggressività riceveranno spesso risposte altrettanto aggressive, oppure tenderanno a essere evitati, rifiutati, allontanati. Se invece è presente un’eccessiva timidezza nei rapporti interpersonali, il bambino avrà difficoltà ad inserirsi nel gruppo e potrebbe trovarsi socialmente isolato.E’ inoltre da considerare il fatto che le emozioni dominanti finiscono per determinare il clima psicologico della classe. Se qualche insegnante ha avuto l’infelice esperienza di trovarsi in una stessa classe quattro o cinque bambini con un elevato livello di iperattività, con un’accentuata aggressività e con la tendenza a disturbare i compagni, probabilmente sarà arrivato alla fine dell’anno scolastico alquanto esausto. Questo per il fatto che determinate emozioni negative, se si manifestano con elevata frequenza ed intensità, possono creare un clima di classe piuttosto negativo che logora gli insegnanti e rende difficile il processo di apprendimento. Rimane infine da tener presente che le emozioni più frequenti diventano modalità di risposta abituali. Quindi se abbiamo bambini che spesso provano ansia di fronte a interrogazioni o compiti in classe, è molto probabile che tale ansia, in assenza di un intervento specifico, si consolidi anche negli anni successivi. Lo stesso vale anche per altre emozioni quali, ad esempio, l’ostilità o la tristezza che se non vengono affrontate adeguatamente finiranno per diventare parte stabile del repertorio emozionale del bambino. Importante è il ruolo dell’insegnante che è in grado di avere l’autorevolezza per trasmettere all’alunno un adeguato repertorio comportamentale utile alla crescita personale. Categorie dei disturbi emotivi
Quando consideriamo i disturbi emotivi e comportamentali dell’età evolutiva può essere utile differenziarli in due ampie categorie.
Una prima categoria riguarda i disturbi emotivi esteriorizzati. Come il termine può far supporre si tratta di disturbi nei quali il disagio del bambino si manifesta soprattutto verso l’esterno. Essi si caratterizzano come tendenza ad esigere che i propri bisogni personali vengano immediatamente soddisfatti e che abbiano la precedenza sui bisogni degli altri.
E’ inoltre frequente il ricorso all’aggressività per conseguire i propri scopi, oppositività, tendenza alla trasgressione di norme sociali e a volte anche legali. Tipico disturbo esteriorizzato è il disturbo della condotta. L’altra categoria è costituita dai disturbi interiorizzati, caratterizzati da una sofferenza che viene vissuta interiormente e che spesso passa inosservata ad un’osservazione superficiale. Tipici disturbi interiorizzati sono l’ansia e la depressione.E’ interessante notare che per quanto concerne le segnalazioni che gli insegnanti,con il consenso dei genitori, rivolgono ai servizi specialistici per alunni in difficoltà, esse riguardano maggiormente disturbi di tipo esteriorizzato. E` molto raro che un insegnante segnali ad uno psicologo o ad un neuropsichiatra infantile bambini che hanno problemi di ansia o problemi depressivi, in quanto si tratta di soggetti che di solito non disturbano e non creano problemi nella classe. Si tratta di alunni che tendono a isolarsi, a chiudersi in se stessi, e che rimangono passivi e sottomessi nei confronti degli altri. In effetti un deficit nelle abilità relazionali è una costante di molti disturbi emotivi. Se il bambino è ansioso, ma ancor più se è depresso, manifesterà una certa inadeguatezza nel modo in cui si rapporta con i propri coetanei.Si è potuto constatare che la maggior parte dei disturbi emotivi sono influenzati da alcune modalità distorte con cui il bambino o l’adolescente rappresenta mentalmente se stesso e il proprio mondo. Si tratta della tendenza ad ingigantire gli aspetti negativi della realtà, ricorrendo a modalità di pensiero rigide e assolutistiche, ad esempio con un’eccessiva frequenza di termini quali sempre, mai, nessuno; oppure considerazioni del tipo “non me ne va mai bene una”, “tutti ce l’hanno con me”, “nessuno mi vuole bene”, “non ne faccio mai una buona”. La tendenza a categorizzare in modo estremo influisce negativamente sull’umore e quando si consolida, diventando il modo abituale di considerare se stessi e il proprio mondo, può condurre a disturbi emozionali quali ansia e depressione.
I più recenti contributi nell’ambito della psicologia hanno evidenziato che i meccanismi psichici che governano le reazioni emotive sono da identificare come meccanismi cognitivi, cioè modalità di pensiero, rappresentazioni mentali.
Ed è proprio aiutando il bambino a correggere gli errori presenti nel suo modo di rappresentarsi la realtà che possiamo metterlo in grado di superare emozioni spiacevoli.
In pratica, per toccare il cuore del bambino dobbiamo passare per la sua mente, aiutandolo a cambiare gli elementi disfunzionali del suo dialogo interno.
Dentro la nostra mente parliamo in continuazione a noi stessi, sia che ne siamo consapevoli, sia che non ne siamo consapevoli. Quando non ne siamo consapevoli non è che questi meccanismi siano inconsci, ma semplicemente non siamo abituati ad ascoltare la nostra mente.
Si è visto che se un bambino viene allenato fin da piccolo con apposite procedure, può essere in grado di ascoltare se stesso e di essere cosciente di quali sono i contenuti mentali che influenzano il suo stato emotivo. Per questo, la maggior parte dei programmi di prevenzione messi a punto in questi ultimi dieci anni, prendono in considerazione il rapporto esistente tra pensiero ed emozione. E’ possibile favorire il benessere emotivo del bambino insegnandoli, quanto prima possibile, a pensare in modo corretto.

Dott.Rosalia Cipollina

ABBANDONO E DISPERSIONE SCOLASTICA

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Stando alle statistiche i ragazzi italiani abbandonano molto presto la scuola e molti lo fanno prima di aver conseguito un titolo di studio superiore, così quasi la metà degli italiani ha solo la licenza media ed un’obiettiva difficoltà a trovare lavoro. Le cause dell’abbandono possono essere molteplici, e sopratutto una scelta degli studi superiori poco oculata favorisce il verificarsi di tale fenomeno . Ecco, allora, come prevenire l’abbandono.

Cosa significa dispersione scolastica . La dispersione è un fenomeno complesso che comprende in sé aspetti diversi e che investe l’intero contesto scolastico-formativo . Il termine dispersione scolastica ci sottolinea l’intrecciasi di due problemi: quello che riguarda il soggetto che si disperde e quello relativo al sistema che produce dispersione. Per comprendere il significato del termine bisogna risalirne all’etimologia: dispersione deriva da “dispergere”il cui significato è spargere le cose qua e la, dilapidare, ma è sentito come derivato di “disperdere”il cui significato è dividere , separare, dissipare. Entrambi nell’uso intransitivo significa sbandarsi, disperdersi, svanire ed evocano quindi la dissipazione dell’ intelligenza, delle risorse, delle potenzialità. Può essere definita dispersione scolastica quell’insieme di processi attraverso i quali si verificano ritardi, rallentamenti o abbandoni in uno specifico iter o circuito scolastico, ma, spesso questa definizione si utilizza anche quando ci si trova di fronte a soggetti che non abbiano sviluppato completamente le loro capacità cognitive ed intellettive e che, per svariate cause,hanno vissuto l’insuccesso scolastico.

Il quadro dell’abbandono. In ambito europeo, la Conferenza di Lisbona ha individuato nella riduzione della dispersione uno dei cinque benchmarck che i Paesi membri dovranno raggiungere nel campo dell’istruzione entro il 2010 Il quadro dell’istruzione fotografato dall’Istat per «100 statistiche per il Paese – Indicatori per conoscere e valutare» è davvero preoccupante e secondo la ricerca, la fuga dai banchi interessa soprattutto il meridione. In Sicilia e Campania rispettivamente 15 e 14 studenti su cento non completano nemmeno il percorso dell’obbligo, mentre l’anno scorso poco più del 75% dei giovani tra i 20 e i 24 anni ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore . Un tasso inferiore a quello della media comunitaria (77,8%), mentre tra i Paesi più diligenti spiccano Slovenia (5,2%), Repubblica Ceca (5,5%) e Polonia (5,6%). Nonostante ciò, un piccolo miglioramento nel nostro Paese c’è stato: nell’arco degli ultimi quattro anni, tra il 2004 e il 2007, in Italia l’incidenza di abbandoni precoci è scesa di 2,8 punti percentuali al Mezzogiorno e di 3,6 punti al Centro-Nord. Significativi sono dei dati rilevati dall’indagine del Ministero della pubblica Istruzione, presso le scuole statali e non statali riferiti all’A.S. 2006/07 che fanno emergere nella secondaria di secondo grado come l’abbandono interessi prevalentemente il primo anno di corso; sono infatti, i primi ingressi nel sistema scolastico e gli anni di passaggio da un ordine all’altro che costituiscono una soglia critica nel percorso scolastico Alla base dell’analisi sulle cause della dispersione e sul suo dimensionamento, l’accento viene posto sulla questione dell’intreccio tra variabili soggettive e variabili macro-sociali. Le esperienze di indagini condotte a livello locale hanno individuato nel grado di sviluppo socio-economico il fattore discriminante per il manifestarsi del fenomeno nelle diverse aree del Paese. La discriminazione non è tra regioni del Nord e del Sud ma tra le diverse aree di una stessa regione o tra i vari territori di una metropoli. Inoltre, mentre prima la dispersione era diffusa soprattutto nelle aree caratterizzate da situazioni di disagio economico-sociale(Mezzogiorno), il fenomeno si è diffuso anche nelle aree con sistemi economico-produttivi più forti: il basso grado di sviluppo socio-economico rappresenta una delle cause che nel sud produce l’abbandono del sistema formativo; la forte domanda di lavoro rappresenta al nord un’interessante attrattiva per numerosi ragazzi con scarso rendimento a scuola.

La dispersione scolastica si pone allora come indicatore della qualità del sistema formativo e pone l’accento sul valore del ruolo e della funzione della scuola, della famiglia e delle altre istituzioni e impone la ricerca di risposte e interventi adeguati e mirati, in un quadro di integrazione tra tutti i soggetti coinvolti.

Le cause dell’abbandono

La dispersione scolastica è un fenomeno complesso, non riconducibile a interpretazioni univoche di causa-effetto, ma va analizzato secondo un modello sistemico. E’ necessaria una visione integrata dei vari fattori che si correlano e interagiscono dove il focus resta sempre il successo o l’insuccesso scolastico. Variabili che concorrono e favoriscono lo sviluppo della dispersione scolastica sono:

•  Condizione socio-culturale della famiglia;

•  Irregolarità della carriera scolastica(causata da una assenza di individuazione di diagnosi di disturbo specifico dell’apprendimento come la dislessia, disgrafia, disortografia, discalculia);

•  Dinamiche soggettive dello studente( emarginazione, demotivazione, bassa autostima)

•  Difficoltà relazionali all’interno del gruppo(fenomeno del bullismo)

Una scelta imposta, fatta superficialmente o poco affine alla personalità dello studente: queste possono essere le cause dell’insuccesso scolastico che si trasformano i n disagio scolastico infine in abbandono, ma non vanno dimenticate quelle legate alla crisi adolescenziale. Ecco, allora, i principali fattori che spingono ad accantonare i libri.

Sentirsi inadeguati. In primo luogo, l’interruzione degli studi può essere il risultato dell’impossibilità di proseguire, a causa dei ripetuti fallimenti sul piano del rendimento o di un rifiuto nei confronti di una realtà frustrante (come avere brutti voti all’interno di una classe modello). Questa situazione fa scaturire un normale disagio che si può esprimere con sentimenti di rabbia nei confronti della scuola, vista come la causa dell’insuccesso, o ancora, può sfociare in depressione, senso di inadeguatezza, di incapacità, di scarsa autostima.

Una scelta imposta. In altre situazioni poi, l’abbandono è il triste epilogo di una scelta scolastica fatta dalla famiglia e non condivisa dal ragazzo. Di solito, in questo caso, lo scarso interesse dello studente è evidente dal suo atteggiamento: lamenta un senso di noia, di scontentezza, a volte circoscritto alla scuola, ma più spesso generalizzato e al quale l’adolescente non sa dare un significato. In questi casi non si verifica immediatamente un vero e proprio abbandono della scuola, ma un abbassamento del rendimento accompagnato da scarsa fiducia nelle proprie capacità.

Altre volte l’atteggiamento di disinteressamento verso le discipline scolastiche è una reazione e nello stesso tempo un messaggio del ragazzo, che si è visto imporre dai genitori un percorso scolastico senza tener conto delle suoi interessi e attitudini,che spera così di essere ascoltato e compreso e, quindi di cambiare il percorso scolastico intrapreso.

Troppi cambiamenti. Non va dimenticato, poi, che ogni cambiamento , accompagnato da un fase di destrutturazione e una di ristrutturazione,e un momento di crescita, il passaggio alla scuola superiore è, più in generale, un periodo di profondi cambiamenti che possono portare il ragazzo ad avere numerosi altri interessi, allontanandolo così dagli impegni scolastici. Se gli impegni di studio passando in secondo piano, quindi, non sempre la colpa è di un indirizzo sbagliato o di uno scarso interesse, ma di una serie di novità che caratterizzano la fase evolutiva (i primi amori, la trasformazione del proprio corpo, nuove amicizie ecc…) e che possono ripercuotersi sulla vita scolastica. Così accade che difficoltà anche minime, semplici segnali di malessere, insofferenza, malumori potrebbero essere amplificati nel contesto scolastico, spingendo lo studente/adolescente all’estrema soluzione dell’abbandono.

Se è colpa della scuola. Obiettivo dell’istituzione scolastica è prevenire il disagio e promuovere il successo scolastico aiutando gli studenti a prepararsi al futuro. Come già detto il passaggio da un grado di studi all’altro rappresenta un momento difficile di crescita verso l’autonomia per l’alunno e proprio per questo la scuola si attiva realizzando progetti di accoglienza e di continuità. I primi per l’accoglienza degli alunni che per la prima volta si accingono ad intraprendere un nuovo percorso di studi; i secondi prevedono momenti di scambi culturali e di incontri per favorire un passaggio poco traumatico da un grado di studi all’altro. Ma spesso Anche l’Istituzione scolastica può essere una causa dell’abbandono dell’istruzione. Spesso infatti, le difficoltà burocratiche, il continuo avvicendarsi di insegnanti, la mancanza di comunicazione tra la scuola e la famiglia possono minare l’equilibrio scolastico degli studenti, soprattutto se questo è già un pò barcollante.

Fare la scelta giusta

A questo punto dell’anno molti ragazzi hanno già fatto la loro scelta ma non è troppo tardi per capire se questa è stata fatta con oculatezza. Ecco cosa valutare per impedire che un indirizzo di studi sbagliato convoli nell’abbandono.

Una scelta personale. In generale, è normale che la famiglia, come pure gli insegnanti della scuola media, consiglino il ragazzo su quale possa essere il percorso più affine alle sue aspirazioni, ma è importante che la scelta definitiva sia stata fatta dal giovane stesso e non da altri al suo posto. Allo stesso modo, bisogna scoraggiare l’adolescente che scelga la scuola da frequentare basandosi unicamente su quello che hanno fatto i suoi amici o ex-compagni di classe. Di solito, questo accade ai giovani più insicuri ed in questo caso, è necessario infondere maggiore fiducia al ragazzo, aiutandolo a focalizzare i suoi punti di forza ed i talenti che lo distinguono e che possono essere valorizzati solo scegliendo un iter scolastico mirato.

Le prime responsabilità. Perché il ragazzo si assuma pienamente la responsabilità del percorso che sta per intraprendere, è fondamentale coinvolgerlo anche nella parte preliminare (dall’iscrizione al corso di studi, fino all’acquisto dei primi libri). In genere, un adolescente alle prese con un’avventura piacevole e motivato verso la propria scelta, è entusiasta di occuparsi personalmente di queste formalità.

Un colloquio preliminare. Anche dopo aver fatto la pre-iscrizione è importante che il giovane faccia un sopralluogo della scuola che ha scelto, fissi un incontro con il preside o con una persona che sia preposta all’accoglienza e si faccia spiegare esattamente quali discipline saranno affrontate non solo al primo anno, ma nell’arco di tutto l’iter che porta al diploma. Spesso, infatti, gli adolescenti si fanno un’idea molto generica dei vari indirizzi di studio, viziata dalle esperienze di fratelli maggiori o di amici o, addirittura, facendo riferimento alla tipologia. Così credono che fare lo scientifico significhi essere molto bravi in matematica, mentre scelgono gli istituti artistici solo se amano la pittura. Trovarsi di fronte a discipline sconosciute o prese alla leggera è uno dei fattori che porta a “lasciare” nell’arco del tempo.

C’è tempo per cambiare. Anche se l’anno scolastico è iniziato ed i libri sono stati acquistati, non bisogna escludere l’opportunità di cambiare scuola. Se fin dai primi giorni, il ragazzo manifesta insoddisfazione verso il nuovo corso di studi, è importante chiedergli di valutare questa ipotesi anche se un leggero smarrimento o una forte tensione possono essere considerate normali per un adolescente alle prese con una nuova esperienza.

Dal punto di vista più strettamente psicologico ed individuale la dispersione scolastica può essere, considerata il sintomo di una più ampio e complesso disagio personale . Sotto questa ottica l’abbandono scolastico come soluzione al proprio disagio individuale non risolve il disagio stesso e il malessere che ne deriva, ma può condurre verso un allontanamento sempre più profondo dalla scuola e dalle risorse che essa pur con i suoi limiti attuali, può offrire per una crescita personale. Un esempio di disagio individuale che può procurare abbandono scolastico è il fenomeno del bullismo. Quanti ragazzi di fronte ad episodi di bullismo, nel contesto scolastico, ma anche fuori da esso, sono tentati, tentano e abbandonano la scuola ?

Il rischio è che si instauri un circolo vizioso, nel quale il tentativo di soluzione messo in atto dal ragazzo non solo non risolve il problema ma tende a stabilizzarlo o aggravarlo. Contesto che pur attivandosi con le migliori intenzioni, nel tentativo di riavvicinare i ragazzi alla scuola, mette in atto tutta una serie di strategie sia a livello familiare che a livello dell’istituzione scolastica (premi, punizioni, prediche, rimproveri, opere di persuasione, sostegni nello studio, cambio di scuola, ecc.) che spesso non riescono nel loro intento. In funzione delle situazioni problematiche che si verificano nel contesto scolastico sarebbe opportuno prevedere la presenza della figura dello psicologo ,sia in una funzione preventiva che d’intervento mirato sul disagio in atto.

L’obiettivo dell’intervento psicologico, è quello di individuare delle modalità di comunicazione e di comportamento in grado di “disperdere” il circolo vizioso che si viene a creare tra il disagio individuale ed i tentativi di soluzione inefficaci come l’abbandono scolastico.

Dott.ssa Rosalia Cipollina

ANSIA, FOBIA O PAURA DELLA SCUOLA

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La paura o l’ansia di andare a scuola riguarda un numero sempre maggiore di bambini in età scolare.

Essa si manifesta con pianti, tremori, mal di pancia e di testa, crisi di panico prima di varcare l’ingresso della classe, ma talvolta si manifesta già a casa prima di partire per andare a scuola. Spesso viene considerata un capriccio, una sorta di ribellione, una crisi evolutiva. Invece nasconde un disagio più profondo che colpisce bambini e ragazzi, dalle prime classi fino al liceo, e nei confronti di una istituzione scolastica, generalmente, accogliente e comprensiva.

La fobia della scuola viene descritta per la prima volta nel 1941 dalla psichiatra americana Adélaïde Johnson, e per lungo tempo se ne rintracciata la causa nelle relazioni di dipendenza irrisolte tra madre e figlio, ed ancora oggi quest’ultima rimane la tesi prevalente. A cui però, oggi, vanno aggiunte altre possibili cause: l’ansia da separazione, paura di episodi di bullismo , timore degli insegnanti, timore di avere brutti voti, timore di non essere all’altezza delle aspettative dei genitori .

Il fenomeno è stato sempre presente in tutte le epoche ma oggi è più visibile Prima si andava a scuola a sei anni, magari i bambini non frequentavano neanche l’asilo e molti, come anche le mamme, vivevano male il distacco. Oggi parecchie cose sono cambiate, le madri vanno a lavorare e i bambini arrivano davanti alla scuola e dicono ciao senza problemi. Per questo i casi di fobia della scuola appaiono più evidenti. Bisogna però fare attenzione che non si stia enfatizzando una nuova malattia rendendo patologico un atteggiamento che è normale o comunque risolvibile

Secondo gli esperti riguarda circa il 2 per cento dei bambini della scuola dell’obbligo. La fobia della scuola raggiunge dei picchi nei momenti chiave del percorso scolastico: tra i 5 e i 7 anni, all’inizio della scuola primaria, tra i 10 e gli 11 anni, all’inizio delle medie, e a partire dai 14 anni.

Dott. Rosalia Cipollina