I VANTAGGI DEL PENSIERO NEGATIVO

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Oggi tutti parlano ‘positivamente’ del ‘pensiero positivo’.

Siti internet, social network, psicologi, coach, counselor, e via dicendo, tutti a declamare i vantaggi del pensiero positivo, ad invitare a vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto.

Ma è effettivamente così positivo il pensiero positivo ? (scusate il gioco di parole)

Lo studioso Burkeman O.nel libro ” La legge del contrario” edito da Mondadori (2015) (che invito a leggere) è appunto di parere contrario e riporto di seguito dei brani tratti dal libro che possono servire a comprendere le sue motivazioni.

La formula generale, al di là delle differenze nell’approccio dell’argomento trattato, sembra essere questa: se ti sforzi di pensare alla positività e al successo, di concentrarti sul raggiungimento degli obiettivi, felicità e successo arriveranno da sé.
Ma il lavoro di svariati studiosi in questo ambito ci suggerisce anche un ‘alternativa più promettente ovvero un approccio alla felicità che potrebbe assumere una forma completamente diversa. Il primo passo è dare un taglio alla ricerca della positività ad ogni costo, al contrario, diversi autori della “via negativa” sostengono, in modo paradossale ma persuasivo, che accogliere deliberatamente ciò che riteniamo negativo sia una precondizione della vera felicità. L’ottimismo incondizionato non fa che acuire lo shock quando le cose vanno per il verso sbagliato: sforzandoci di nutrire esclusivamente convinzioni positive sul futuro, il pensatore positivo finisce per essere meno preparato e più vulnerabile agli (inevitabili) eventi che non riesce a classificare come auspicabili. Voler vedere sempre il bicchiere mezzo pieno richiede uno sforzo costante e faticoso. Se il nostro impegno fallisce o si dimostra insufficiente a reggere uno shock imprevisto, ricadremo in una depressione forse ancora più nera.

La capacità negativa non è sempre superiore al suo opposto. L’ottimismo è meraviglioso, gli obiettivi possono talvolta rivelarsi utili, e persino il pensiero positivo e la visualizzazione positiva hanno i loro vantaggi. Il punto è che nel rapportarci alla felicità abbiamo sviluppato l’abitudine di sopravvalutare sistematicamente la positività e la dimensione del fare, sottovalutando la negatività e la dimensione del non fare insite per esempio nell’accettazione dell’incertezza e della vulnerabilità.

La capacità negativa è l’abilità che metti in campo quando ti dedichi a un progetto – o alla tua vita – in assenza di obiettivi specifici, quando hai il coraggio di riflettere sui tuoi insuccessi, quando rinunci a neutralizzare l’insicurezza e quando lasci perdere le tecniche motivazionali per darti da fare sul serio. Certo, puoi decidere di votarti allo stoicismo (…). Oppure potrai avere un’esperienza alla Eckhart Tolle, di quelle che ti ribaltano la vita. Ma puoi anche trattare queste idee come cassette portautensili dalle quali estrarre gli attrezzi che ti servono. Ognuno di noi può diventare moderatamente stoico, un po’ più buddista o praticare il memento mori con più frequenza: a differenza di tanti metodi di self help che pretendono di essere manuali di vita onnicomprensivi, la via negativa alla felicità non è un pacchetto “tutto o niente”

Personalmente condivido e faccio mia la massima latina che afferma che “La verità sta nel mezzo”

Infine invito a riflettere su questo breve racconto che, indirettamente, la dice lunga sull’utilità dei seminari di crescita personale

Una volta Buddha si trovava in una città, ed un uomo gli si avvicinò. Gli chiese se Dio esistesse e Buddha rispose: “Ovviamente si.” L’uomo se ne andò pensieroso. Poco dopo un altro uomo si avvicinò al Buddha, e gli fece la stessa domanda. Il Buddha rispose: “No, Dio non esiste.” Anche quest’uomo se ne andò pensieroso.

Un discepolo si avvicino a Buddha e gli chiese come mai avesse dato due risposte diverse alla stessa domanda e il Buddha rispose: “Il primo era ateo, mentre il secondo era un profondo credente. Entrambi stavano cercando una conferma alle loro credenze, e speravano che io gli dessi la risposta giusta. Ma la vera risposta giusta non gliela posso dare io, devono scoprirla da soli facendo un percorso di ricerca personale che io non gli posso insegnare.”

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

PRINCIPALI PSICOFARMACI

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Dott. Roberto Cavaliere

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L’ATTACCO AL LEGAME

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L’attacco al legame è una modalità che viene messa in atto all’interno di una relazione da parte di uno dei due partner.
Se uno dei due partner presenta forti tratti di ambivalenza affettiva (come i borderline o i bipolari) oscilla costantemente fra il ‘ti amo’ ed il ‘ti odio’, fra idealizzazione e svalutazione dell’altro e della relazione. Inoltre tale partner ha una profonda paura di legarsi perchè ha paura di soffrire se la relazione dovesse finire. 
Ed ecco che periodicamente attacca il legame per non legarsi troppo, per evitare di amare, per non soffrire, sortendo gli effetti opposti a quelli prefissi. Infatti più ‘attacca’ e più si lega, più soffre, più aumenta la sua paura della separazione. Tutto questo si riverbera sull’altro partner che subisce l’attacco in maniera speculare. Diventa necessario prendere atto di tale modalità relazionale al fine di poterla superare.
Roberto Cavaliere Psicoterapeuta

 

Dott. Roberto Cavaliere

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LA PSICOTERAPIA CONTRO L’INSONNIA

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Succede di notte: a riposo, e in assenza di luce naturale, si modificano tutti i parametri vitali e le cellule del corpo si rigenerano. Intanto il cervello memorizza e «dimentica in maniera intelligente», come sintetizzano diversi studi recenti, in particolare quello della University of Wisconsin School of Medicine. In pratica, fa piazza pulita delle informazioni superflue per ricominciare il giorno dopo, fresco e “resettato” correttamente. Accade fisiologicamente, in modo spontaneo. Ma non in tutti. Non nelle file di quell’esercito di persone (12 milioni solo nel nostro Paese secondo l’Associazione Italiana Medicina del Sonno) che nel mondo soffrono di forme di insonnia. Per loro, addormentarsi o mantenere un sonno continuo e ristoratore tutte le notti è una conquista, raggiunta spesso con l’ausilio di ipnotici (farmaci che agiscono selettivamente sui recettori del sonno) o di benzodiazepine (attive su diversi neurotrasmettitori coinvolti nell’ansia e nell’insonnia). 
il fattore psiche gioca un ruolo fondamentale nei disturbi del sonno. «È noto che comuni disagi psicologici contingenti, come lo stress, possono momentaneamente peggiorare la qualità del sonno. Le preoccupazioni per la perdita del suo controllo, insieme alla paura delle conseguenze del non dormire bene, alimentano invece un circolo vizioso che contribuisce a cronicizzare l’insonnia», spiega Alessandra Devoto, psicologa accreditata dall’Associazione Italiana di Medicina del Sonno e docente a contratto dell’Università Sapienza di Roma. Senza dimenticare che esiste una correlazione tra l’insonnia e i disturbi affettivi (come la depressione maggiore e i disturbi bipolari) e quelli d’ansia. «Spesso si tratta di problemi concomitanti, che non hanno un chiaro rapporto causa-effetto. Ma, come evidenziato da alcuni studi, chi soffre di disturbi del sonno ha una probabilità 4 volte maggiore di sviluppare la depressione e il doppio di avere problemi d’ansia. Per questo, l’insonnia cronica può essere considerata anche un fattore di rischio per lo sviluppo di potenziali problemi psicologici», osserva Devoto. Non a caso, le benzodiazepine sono prescritte sia per curare l’insonnia sia i disturbi d’ansia. «Negli ultimi tempi, anche un farmaco utilizzato per la depressione stagionale, l’agomelatina, si è rivelato utile per certe forme d’insonnia, in particolare quelle caratterizzateda risvegli precoci, verso le 3, 4 del mattino», osserva Nobili.
L’agomelatina è una molecola che agisce legandosi ai recettori cerebrali della melatonina, l’ormone secreto dall’organismo a partire dalle 10 di sera, in assenza di luce, e che regola i ritmi sonno veglia. In pratica, ne rinforza l’azione. Ma anche come molecola attiva, la melatonina sta conquistando un’attenzione sempre maggiore, sia perché in alcuni soggetti migliora la qualità del sonno, sia perché, più in generale, lo regola. E non è più solo un rimedio proposto per contrastare la sindrome da jet-lag, ma anche per chi non riesce a mantenere ritmi sonno-veglia regolari (giovani che fanno abitualmente le ore piccole; lavoro notturno; età avanzata). La novità: presto la melatonina non sarà più disponibile come prodotto da banco per dosaggi superiori a 1 mg, ma solo come farmaco, previa presentazione di ricetta. E non è una cattiva notizia: «Può così contare su una maggiore sicurezza ed efficacia, perché sottoposta a un iter di sperimentazione rigoroso, come quello previsto, appunto, per l’approvazione di un farmaco», osserva Nobili. Nonostante il paniere di molecole a disposizione, già relativamente “ricco”, è errato credere che i medicinali siano la soluzione a tutti i mali d’insonnia. «Mentre i farmaci sono generalmente indicati per quelle di breve durata (qualche settimana), il trattamento psicologico è d’elezione per le insonnie croniche, che durano almeno da qualche mese. Tuttavia, i due approcci non sono necessariamente alternativi, ma possono integrarsi e lavorare in sinergia secondo le necessità», spiega Devoto.
Ma come funziona, in sostanza, la terapia psicologica per l’insonnia? Si parte dalla fase di valutazione, con colloqui, test psicologici specifici e monitoraggio del sonno con strumenti di valutazione, come l’actigrafo (un semplice orologio da indossare al polso, che rileva vari parametri del ciclo sonno-veglia e l’attività motoria durante la notte). Fatta la diagnosi, si passa al cuore del trattamento, che è breve (da tre a 10-12 sedute di tipo cognitivo-comportamentale) e integra varie tecniche per rafforzare il sonno (“controllo degli stimoli”, metodi di rilassamento, regole di “igiene del sonno”), nonché alcune strategie che correggono atteggiamenti e idee errate. «Per esempio ritenere che servano almeno 8 ore di sonno per star bene a qualsiasi età», avverte Devoto. «È una falsa credenza, che può indurre a trascorrere a letto più tempo del necessario, coricarsi prima la sera e cercare di fare sonnellini diurni di recupero. Accorgimenti che peggiorano ulteriormente la qualità del sonno, fino a rendere sempre più difficile risolvere il problema in autonomia».
Morale: dopo le prime notti insonni, meglio non temporeggiare e chiedere l’aiuto di uno specialista per correggere le cattive abitudini ed evitare che l’insonnia diventi una compagna di vita. E iniziare subito a seguire semplici regole di “igiene del sonno”: mantenere le abitudini e seguire i rituali che ci fanno sentire bene e più rilassati prima di coricarci. Meglio evitare di fissare luci artificiali dopo le 21-22 (soprattutto iPad e cellulare) perché interferiscono con la sintesi della melatonina (che dà il via all’addormentamento), come ribadito da un recente studio pubblicato su Organizational Behavior and Human Decision Processes. Attenzione anche a porsi nelle condizioni ambientali più favorevoli, regolando il termostato intorno ai 18 gradi: «Temperature più alte tendono a diminuire le fasi di sonno lento e profondo, mentre quelle molto più basse possono rendere difficoltoso addormentarsi», conclude Nobili.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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CONSIGLI PSICOLOGICI PER IL DIABETICO ED I SUOI FAMILIARI

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CONSIGLI PER IL DIABETICO

ACCETTAZIONE
Oggi che siamo immersi nel mito della perfetta efficienza fisica,la scoperta di essere diabetici può rappresentare una “ferita narcisitica” per la propria autostima sopratutto se si ritiene di essere in perfetta condizione fisica.

NORMALITA’
Fondamentale è invece capire che si puo continuare ad avere una vita normale. Anche se il diabete , specie se non adeguatamnete curato puo’ esporre complicanze e rischi di vario genere, queste possono essere tenute sotto controllo.

AUTOSUFFICIENZA.
Essere autosufficienti permette un controllo più continuo e puntuale della propria glicemia, ed aumenta l’autostima personale che viene scossa dallo scoprire di essere diabetici. E’ sempre necessario pero’ ,periodicamente, il consulto specialistico .
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CONSIGLI PER CHI ASSISTE UN FAMILIARE DIABETICO

NON CONSULTARE TROPPI MEDICI.
I consigli più adatti sono dati dai medici che conoscono da tempo il diabetico e i suoi problemi; sentire troppo spesso vari pareri rischia di danneggiare il rapporto di fiducia fra il paziente e il ‘suo’ medico.


RESPONSABILIZZARE IL DIABETICO.
La sensazione di autosufficienza parte del diabetico è importante nel ridurre la progressione o le complicanze del diabete. La responsabilità della terapia deve ricadere il più possibile sul paziente. Intervenite quindi solo quando è necessario.


NON FARLO PER RICEVERE GRATITUDINE
Se per voi è psicologicamente difficile curare un genitore o un partner, lo è ancor di più per il familiare diabetico, che ha perso in parte la sua autonomia. Comportamenti ingrati e perfino di rabbia possono essere ” normali “.


ASSISTENZA SENZA SACRIFICIO
Assistere e curare una persona, soprattutto se si tratta di un familiare, è un modo per crescere e maturare, per aggiungere significato alla propria vita. Quello che state facendo è uno scambio non un dono.


DIRE LA VERITA’.
I diabetici, anche quelli che ostentano ottimismo, ritengono in cuor loro le loro condizioni più gravi di quello che effettivamente sono. Evitate quindi di tenere segrete diagnosi e dati importanti. Spesso avere informazioni chiare, anche se serie, tranquillizza i pazienti e li aiuta a seguire le terapie.

INFORMATEVI A SUFFICIENZA.
Raccogliere informazioni sulla malattia della persona che state aiutando è importante; ma non divenite ‘pseudo-esperti’: non cercate di sapere più dei medici. Vi mancherebbe comunque la conoscenza di insieme e soprattutto il distacco necessario per comprendere le informazioni raccolte.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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PSICOTERAPIA IN TELEVISIONE – IN TREATMENT

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Il transfert di una anestesista, l’ostilità di un reduce di guerra, l’autolesionismo di una ginnasta, i problemi di una coppia e la crisi di mezza età di un affermato professionista; una seduta psicanalitica al giorno per cinque casi differenti, dal lunedì al venerdì e protagonista un attore d’eccezione, Gabriel Byrne.

Questo è In Treatment, la nuova serie targata HBO proposta da Cult in prima visione assoluta in Italia, ogni giorno dal lunedì al venerdì alle 21 a partire da stasera.

Lo psicoterapeuta Paul Weston ( Gabriel Byrne ) è in apparenza uomo realizzato ma in realtà in bilico tra questioni di etica professionale e problemi personali; Paul incontra i suoi pazienti un giorno a settimana, mentre il quinto giorno, il venerdì, è lui stesso a confrontarsi con la propria terapista, Gina Toll ( Dianne Wiest ).

Gina è stata il supervisore di Paul, ma un litigio ha interrotto bruscamente i loro rapporti; sebbene in pensione, accetta di riceverlo un giorno a settimana ma durante le sedute i vecchi rancori non tardano ad emergere.

Il pubblico segue, giorno dopo giorno e seduta dopo seduta, la terapia di ogni personaggio: il lunedì è la volta di Laura ( Melissa George ) una giovane anestesista con problemi di cuore che si è invaghita di Paul. Il martedì segue Alex ( Blair Underwody ), pilota della Marina che ha partecipato alla guerra in Iraq e che dopo un attacco di cuore ha deciso di andare in analisi, e che ha un atteggiamento diffidente e di continua sfida nei confronti di Paul e dei suoi metodi.

Il mercoledì Sophie ( Mia Wasikova ), una ginnasta adolescente che ha avuto un grave incidente ed è costretta a frequentare lo studio di Paul per provare alla sua assicurazione che non si è trattato di un inconsapevole atto autolesionista.

Il giovedì è il giorno di Jake ( Josh Charles ) e Amy ( Embeth Davidtz ) marito e moglie, lui autore di canzoni, lei donna in carriera: vanno in terapia insieme per trovare una soluzione ai loro conflitti.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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IL QUESTIONARIO DI PROUST

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Il presente questionario di Proust (detto così perche in auge ai tempi di Proust e dallo stesso compilato) non è un test psicologico. Esso serve a meglio conoscersi o a meglio conoscere l’altro.

Può essere usato all’interno della coppia come strumento per verificare la conoscenza dell’altro. In tal senso ogni membro della coppia lo compila a livello personale e poi lo compila calandosi nei panni dell’altro. Alla fine si notano le discordanze fra la propria stesura e quella che ha stilato l’altro della coppia.

Maggiore è la concordanza maggiore è la conoscenza dell’altro.

Dott. Roberto Cavaliere

1) Che cosa è la perfetta felicità?

2) Quale è la tua più grande paura?

3) Con quale personaggio storico ti identifichi di più?

4) Quale personaggio vivente ammiri di più?

5) Che cosa ti piace di meno di te?

6) Quale è la massima stravaganza della tua vita?

7) In che occasione dici bugie?

8) Che cosa ti piace di meno del tuo aspetto?

9) Quale è la persona che meno ti piace?

10) Quale è il grande amore della tua vita?

11) Quando e dove sei stato più felice?

12) Di quale virtù ti piacerebbe disporre?

13) Quali sono i tuoi punti di forza?

14) Quale è il tuo attuale stato d’animo?

15) Quale è la cosa più preziosa che possiedi?

16) Cosa è il peggio che ti possa capitare?

17) Dove vorresti vivere?

18) Quale è la tua occupazione preferita?

19) Chi è il tuo eroe vivente?

20) Chi sono i tuoi scrittori preferiti?

21) Come vorresti morire?

22) Quale è il tuo motto?

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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DISCORSO E RACCONTO TERAPEUTICO

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Di seguito riporto il discorso che Steve Jobs, Direttore Generale della Apple Computer e dei Pixar Animation Studios, tenne come “commencement address” (discorso augurale) per i neo-laureati dell’Università di Stanford il 12 giugno 2005.E’ un discorso incisivo e di grande motivazione per riuscire a guardare quello che maccade ogni giorno da un’angolazione molto diversa da quella che la quotidianità tende a proporre.Il messaggio fondamentale è di non scoraggiarsi davanti alle sofferenze e alla difficoltà, fare ciò che amiamo davvero e non accontentarci dei risultati raggiunti o di quelli che sul momento ci sembrano dei successi. Questo discorso, che è vita reale, vale più di tanti generici sermoni sulla crescita personale

Sono onorato di essere qui con voi oggi alle vostre lauree in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Anzi, per dire la verità, questa è la cosa più vicina a una laurea che mi sia mai capitata. Oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita. Tutto qui, niente di eccezionale: solo tre storie.

La prima storia è sull’unire i puntini.

Ho lasciato il Reed College dopo il primo semestre, ma poi ho continuato a frequentare in maniera ufficiosa per altri 18 mesi circa prima di lasciare veramente. Allora, perché ho mollato?E’ cominciato tutto prima che nascessi. Mia madre biologica era una giovane studentessa di college non sposata, e decise di lasciarmi in adozione. Riteneva con determinazione che avrei dovuto essere adottato da laureati, e fece in modo che tutto fosse organizzato per farmi adottare fin dalla nascita da un avvocato e sua moglie. Però quando arrivai io loro decisero all’ultimo minuto che avrebbero voluto adottare una bambina. Così quelli che poi sono diventati i miei genitori adottivi e che erano in lista d’attesa, ricevettero una chiamata nel bel mezzo della notte che gli diceva: “C’è un bambino, un maschietto, non previsto. Lo volete voi?” Loro risposero: “Certamente”. Più tardi mia madre biologica scoprì che mia madre non si era mai laureata al college e che mio padre non aveva neanche finito il liceo. Rifiutò di firmare le ultime carte per l’adozione. Poi accetto di farlo, mesi dopo, solo quando i miei genitori adottivi promisero formalmente che un giorno io sarei andato al college.

Diciassette anni dopo andai al college. Ma ingenuamente ne scelsi uno altrettanto costoso di Stanford, e tutti i risparmi dei miei genitori finirono per pagarmi l’ammissione e i corsi. Dopo sei mesi, non riuscivo a vederci nessuna vera opportunità. Non avevo idea di quello che avrei voluto fare della mia vita e non vedevo come il college potesse aiutarmi a capirlo. Eppure ero là, che spendevo tutti quei soldi che i miei genitori avevano messo da parte lavorando per tutta la loro vita. Così decisi di mollare e avere fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Era molto difficile all’epoca, ma guardandomi indietro ritengo che sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’attimo che mollai il college, potei anche smettere di seguire i corsi che non mi interessavano e cominciai invece a capitare nelle classi che trovavo più interessanti.

Non è stato tutto rose e fiori, però. Non avevo più una camera nel dormitorio, ed ero costretto a dormire sul pavimento delle camere dei miei amici. Guadagnavo soldi riportando al venditore le bottiglie di Coca cola vuote per avere i cinque centesimi di deposito e poter comprare da mangiare. Una volta la settimana, alla domenica sera, camminavo per sette miglia attraverso la città per avere finalmente un buon pasto al tempio Hare Krishna: l’unico della settimana. Ma tutto quel che ho trovato seguendo la mia curiosità e la mia intuizione è risultato essere senza prezzo, dopo. Vi faccio subito un esempio.

Il Reed College all’epoca offriva probabilmente la miglior formazione del Paese relativamente alla calligrafia. Attraverso tutto il campus ogni poster, ogni etichetta, ogni cartello era scritto a mano con calligrafie meravigliose. Dato che avevo mollato i corsi ufficiali, decisi che avrei seguito la classe di calligrafia per imparare a scrivere così. Fu lì che imparai dei caratteri serif e san serif, della differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, di che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Fu meraviglioso, in un modo che la scienza non è in grado di offrire, perché era artistico, bello, storico e io ne fui assolutamente affascinato.

Nessuna di queste cose però aveva alcuna speranza di trovare una applicazione pratica nella mia vita. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo tutto per il Mac. E’ stato il primo computer dotato di una meravigliosa capacità tipografica. Se non avessi mai lasciato il college e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o font spaziati in maniera proporzionale. E dato che Windows ha copiato il Mac, è probabile che non ci sarebbe stato nessun personal computer con quelle capacità. Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i persona computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente all’epoca in cui ero al college era impossibile unire i puntini guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro.

Di nuovo, non è possibile unire i puntini guardando avanti; potete solo unirli guardandovi all’indietro. Così, dovete aver fiducia che in qualche modo, nel futuro, i puntini si potranno unire. Dovete credere in qualcosa – il vostro ombelico, il destino, la vita, il karma, qualsiasi cosa. Questo tipo di approccio non mi ha mai lasciato a piedi e invece ha sempre fatto la differenza nella mia vita.

La mia seconda storia è a proposito dell’amore e della perdita.

Sono stato fortunato: ho trovato molto presto che cosa amo fare nella mia vita. Woz e io abbiamo fondato Apple nel garage della casa dei miei genitori quando avevo appena 20 anni. Abbiamo lavorato duramente e in 10 anni Apple è cresciuta da un’azienda con noi due e un garage in una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. L’anno prima avevamo appena realizzato la nostra migliore creazione – il Macintosh – e io avevo appena compiuto 30 anni, e in quel momento sono stato licenziato. Come si fa a venir licenziati dall’azienda che hai creato? Beh, quando Apple era cresciuta avevamo assunto qualcuno che ritenevo avesse molto talento e capacità per guidare l’azienda insieme a me, e per il primo anno le cose sono andate molto bene. Ma poi le nostre visioni del futuro hanno cominciato a divergere e alla fine abbiamo avuto uno scontro. Quando questo successe, il Consiglio di Amministrazione si schierò dalla sua parte. Quindi, a 30 anni io ero fuori. E in maniera plateale. Quello che era stato il principale scopo della mia vita adulta era andato e io ero devastato da questa cosa.

Non ho saputo davvero cosa fare per alcuni mesi. Mi sentivo come se avessi tradito la generazione di imprenditori prima di me – come se avessi lasciato cadere la fiaccola che mi era stata passata. Incontrai David Packard e Bob Noyce e tentai di scusarmi per aver rovinato tutto così malamente. Era stato un fallimento pubblico e io presi anche in considerazione l’ipotesi di scappare via dalla Silicon Valley. Ma qualcosa lentamente cominciò a crescere in me: ancora amavo quello che avevo fatto. L’evolvere degli eventi con Apple non avevano cambiato di un bit questa cosa. Ero stato respinto, ma ero sempre innamorato. E per questo decisi di ricominciare da capo.

Non me ne accorsi allora, ma il fatto di essere stato licenziato da Apple era stata la miglior cosa che mi potesse succedere. La pesantezza del successo era stata rimpiazzata dalla leggerezza di essere di nuovo un debuttante, senza più certezze su niente. Mi liberò dagli impedimenti consentendomi di entrare in uno dei periodi più creatvi della mia vita.

Durante i cinque anni successivi fondai un’azienda chiamata NeXT e poi un’altra azienda, chiamata Pixar, e mi innamorai di una donna meravigliosa che sarebbe diventata mia moglie. Pixar si è rivelata in grado di creare il primo film in animazione digitale, Toy Story, e adesso è lo studio di animazione più di successo al mondo. In un significativo susseguirsi degli eventi, Apple ha comprato NeXT, io sono ritornato ad Apple e la tecnologia sviluppata da NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E Laurene e io abbiamo una meravigliosa famiglia.

Sono sicuro che niente di tutto questo sarebbe successo se non fossi stato licenziato da Apple. E’ stata una medicina molto amara, ma ritengo che fosse necessaria per il paziente. Qualche volta la vita ti colpisce come un mattone in testa. Non perdete la fede, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha trattenuto dal mollare tutto sia stato l’amore per quello che ho fatto. Dovete trovare quel che amate. E questo vale sia per il vostro lavoro che per i vostri affetti. Il vostro lavoro riempirà una buona parte della vostra vita, e l’unico modo per essere realimente soddisfatti è fare quello che riterrete un buon lavoro. E l’unico modo per fare un buon lavoro è amare quello che fate. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare. Non accontentatevi. Con tutto il cuore, sono sicuro che capirete quando lo troverete. E, come in tutte le grandi storie, diventerà sempre migliore mano a mano che gli anni passano. Perciò, continuate a cercare sino a che non lo avrete trovato. Non vi accontentate.

La mia terza storia è a proposto della morte.

Quando avevo 17 anni lessi una citazione che suonava più o meno così: “Se vivrai ogni giorno come se fosse l’ultimo, sicuramente una volta avrai ragione”. Mi colpì molto e da allora, per gli ultimi 33 anni, mi sono guardato ogni mattina allo specchio chiedendomi: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni qualvolta la risposta è “no” per troppi giorni di fila, capisco che c’è qualcosa che deve essere cambiato.

Ricordarsi che morirò presto è il più importante strumento che io abbia mai incontrato per fare le grandi scelte della vita. Perché quasi tutte le cose – tutte le aspettative di eternità, tutto l’orgoglio, tutti i timori di essere imbarazzati o di fallire – semplicemente svaniscono di fronte all’idea della morte, lasciando solo quello che c’è di realmente importante. Ricordarsi che dobbiamo morire è il modo migliore che io conosca per evitare di cadere nella trappola di chi pensa che avete qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione per non seguire il vostro cuore.

Più o meno un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Ho fatto la scansione alle sette e mezzo del mattino e questa ha mostrato chiaramente un tumore nel mio pancreas. Non sapevo neanche che cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che si trattava di un cancro che era quasi sicuramente di tipo incurabile e che sarebbe stato meglio se avessi messo ordine nei miei affari (che è il codice dei dottori per dirti di prepararti a morire). Questo significa prepararsi a dire ai tuoi figli in pochi mesi tutto quello che pensavi avresti avuto ancora dieci anni di tempo per dirglielo. Questo significa essere sicuri che tutto sia stato organizzato in modo tale che per la tua famiglia sia il più semplice possibile. Questo significa prepararsi a dire i tuoi “addio”.

Ho vissuto con il responso di quella diagnosi tutto il giorno. La sera tardi è arrivata la biopsia, cioè il risultato dell’analisi effettuata infilando un endoscopio giù per la mia gola, attraverso lo stomaco sino agli intestini per inserire un ago nel mio pancreas e catturare poche cellule del mio tumore. Ero sotto anestesia ma mia moglie – che era là – mi ha detto che quando i medici hanno visto le cellule sotto il microscopio hanno cominciato a gridare, perché è saltato fuori che si trattava di un cancro al pancreas molto raro e curabile con un intervento chirurgico. Ho fatto l’intervento chirurgico e adesso sto bene.

Questa è stata la volta in cui sono andato più vicino alla morte e spero che sia anche la più vicina per qualche decennio. Essendoci passato attraverso posso parlarvi adesso con un po’ più di cognizione di causa di quando la morte era per me solo un concetto astratto e dirvi:

Nessuno vuole morire. Anche le persone che vogliono andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E anche che la morte è la destinazione ultima che tutti abbiamo in comune. Nessuno gli è mai sfuggito. Ed è così come deve essere, perché la Morte è con tutta probabilità la più grande invenzione della Vita. E’ l’agente di cambiamento della Vita. Spazza via il vecchio per far posto al nuovo. Adesso il nuovo siete voi, ma un giorno non troppo lontano diventerete gradualmente il vecchio e sarete spazzati via. Mi dispiace essere così drammatico ma è la pura verità.

Il vostro tempo è limitato, per cui non lo sprecate vivendo la vita di qualcun altro. Non fatevi intrappolare dai dogmi, che vuol dire vivere seguendo i risultati del pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui offuschi la vostra voce interiore. E, cosa più importante di tutte, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione. In qualche modo loro sanno che cosa volete realmente diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero un ragazzo c’era una incredibile rivista che si chiamava The Whole Earth Catalog, praticamente una delle bibbie della mia generazione. E’ stata creata da Stewart Brand non molto lontano da qui, a Menlo Park, e Stewart ci ha messo dentro tutto il suo tocco poetico. E’ stato alla fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer e del desktop publishing, quando tutto era fato con macchine da scrivere, forbici e foto polaroid. E’ stata una specie di Google in formato cartaceo tascabile, 35 anni prima che ci fosse Google: era idealistica e sconvolgente, traboccante di concetti chiari e fantastiche nozioni.

Stewart e il suo gruppo pubblicarono vari numeri di The Whole Earth Catalog e quando arrivarono alla fine del loro percorso, pubblicarono il numero finale. Era più o meno la metà degli anni Settanta e io avevo la vostra età. Nell’ultima pagina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna di prima mattina, il tipo di strada dove potreste trovarvi a fare l’autostop se siete dei tipi abbastanza avventurosi. Sotto la foto c’erano le parole: “Stay Hungry. Stay Foolish.”, siate affamati, siate folli. Era il loro messaggio di addio. Stay Hungry. Stay Foolish. Io me lo sono sempre augurato per me stesso. E adesso che vi laureate per cominciare una nuova vita, lo auguro a voi.

Non accontentatevi mai. Siate folli.

LA NARRAZIONE TERAPEUTICA

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I sistemi di credenze,per lungo tempo considerati come rappresentazione di eventi reali sono ora pensati come storie che gli esseri umani si narrano per organizzare e interpretare la loro esperienza. Dunque la” patologia” è solo una particolare struttura narrativa, e la terapia un intervento su di essa.

Michael White

INTRODUZIONE

Il lavoro che vado a presentare con coerenza e semplicità ha l’obbiettivo di far conoscere uno stralcio di “narrazione terapeutica”. Dimostrando come la realtà del Paziente, così come quella del Terapeuta si intrecciano in una” realtà narrativa”. E’ il narratore che descrive, ma come in Pirandello sono” le cose”,”le metafore” che parlano. L’interesse per una “psicologia narrativa” è emerso all’interno di un più generale orientamento “narrativo” nell’epistemologia e nelle scienze dell’uomo; per ciò che riguarda la psicologia, questo interesse è stato favorito dallo sviluppo degli studi sulle storie (nella clinica e nella psicologia ).    Non è facile dire in che cosa una storia consista, e anche in campo linguistico non si è ancora pervenuti ad una sua definizione univoca. Forse la difficoltà principale risiede nel fatto che il concetto di narrazione solleva problemi assai vasti: esso travalica i confini del pensiero e della letteratura, infatti, secondo alcuni autori, la narrazione è riferibile al mito, alla leggenda, alla fiaba, al racconto, alla novella, all’epica, alla storia, alla tragedia, al dramma, alla commedia, al mimo, alla pittura, ai mosaici, al cinema, al teatro, ai fumetti, alle notizie, alla conversazione. Indipendentemente da una suddivisione in buona e cattiva letteratura, la narrazione sembra internazionale, transtorica, transculturale: la vita stessa è narrazione in quanto storia (Bruner, 1988).     Le nostre vite sono infatti incessantemente intrecciate alle narrazioni, alle storie che raccontiamo o che ci vengono raccontate (nelle forme più diverse), a quelle che sognamo o immaginiamo o vorremmo poter narrare. Tutte vengono rielaborate nella storia della nostra vita, che noi raccontiamo a noi stessi in un lungo monologo, episodico, spesso inconsapevole, ma virtualmente ininterrotto (Brooks, 1995). Noi viviamo immersi nella narrazione ripensando e soppesando il senso delle nostre azioni passate, anticipando i risultati di quelle progettate per il futuro, e collocandoci nel punto di intersezione di varie vicende non ancora completate. L’istinto narrativo è antico in noi quanto il desiderio di conoscenza, è il modo privilegiato per attribuire significati (Smorti, 1994).     Questa definizione di narrazione è molto estesa e, anche se altri autori ne restringono la portata, serve a rendere l’idea della molteplicità delle sue manifestazioni nella vita quotidiana.     Altri autori si riferiscono alle narrazioni come alla percezione di una sequenza di eventi umani connessi in modo non casuale. Anche in questo caso disponiamo di un significato assai vasto, coincidente con la percezione della durata dell’esistere (Ricoeur, 1994).     Con questa seconda definizione possono venire poste in rilievo alcune implicazioni:

•  la prima è che la durata di una storia non consiste in una semplice successione di fatti, ma in un legame tra i fatti che hanno tra loro somiglianze e differenze, collegati da un processo trasformativo. La narrazione non è un semplice contenitore di eventi, ma ha una sua organizzazione interna (il legame tra i vari fatti raccontati);

•  la seconda risiede nel fatto che la sequenza di eventi è tale in quanto viene “percepita”; e questo dipende dal punto di vista di chi costruisce la storia o di chi la ascolta. In tal senso un semplice oggetto, come ad esempio il vecchio baule della nonna, può “raccontare” una storia per un osservatore, ad esempio il nipote, in quanto suggerisce “una sequenza di eventi connessi in modo non casuale” orientata a un risultato (una comunicazione efficace).

    Questi due elementi si riferiscono dunque a due aspetti diversi della narrazione: il primo riguarda la struttura interna mentre il secondo riguarda la relazione, la comunicazione.     In campo clinico, Erving Polster (1987) suggerisce che la vita di ogni persona può essere vista come un romanzo: la scoperta di tale analogia sarebbe di per sé terapeutica. Polster, come Hillman (1984), vede la psicoterapia come un processo estetico-artistico. Il terapeuta deve usare gli stessi criteri selettivi e costruttivi che usa uno scrittore nel produrre una storia, allo scopo di aiutare il cliente a “riscrivere” la sua biografia.     E’ in questo modo che all’interno del setting psicoterapeutico si produce una storia di cui terapeuta e cliente costituiscono i co-narratori. Molti psicoterapeuti individuano nell’attività del narrarsi il fulcro del processo terapeutico. Per questi, l’uomo costruisce e ricostruisce i propri mondi narrandoli. Si può dire che essi abbiano scoperto l’importanza fondamentale che il narrare riveste nella continua ridefinizione di un’identità. La terapia viene così vista come un racconto, come un romanzo, come un’opera d’arte.    Una volta assunto che la narrazione può costituire un veicolo di cambiamento, è lecito notare come ci siano narrazioni (modi di rappresentarsi) più efficaci di altre, che spesso non è sufficiente un semplice narrarsi per promuovere un cambiamento ( White, 1992). Attualmente l’attenzione dei ricercatori e dei clinici è tesa a comprendere in quale modo la narrazione produce dei cambiamenti, “come” le storie curano e in quali circostanze un tipo di narrazione può essere efficace. L’idea , di questo lavoro che vado a presentare; è nata dall’entusiasmo di scoprire come la metafora in “una narrazione inconsapevole e disorganizzata” (all’interno di una seduta formativa con Tecniche di Psicodramma) è da sempre un efficace espediente didattico e un valido meccanismo di cambiamento. E ,consapevolmente o no, i terapeuti usano le metafore sottoforma di fiabe ,parabole o aneddoti per aiutare i loro clienti a effettuare i cambiamenti desiderati. Le metafore sono un modo di portar fuori l’esperienza.

In una forma o nell’altra , da tempo immemorabile, gli esseri umani hanno usato le storie per trasmettere di generazione in generazione importanti informazioni letterarie culturali, sociologiche e morali. Nei Poemi di Omero i contemporanei trovano validi ammaestramenti sul modo giusto di pensare e comportarsi. Il poeta insegna (o rammenta )la maniera di trattare il pericolo o la sofferenza, la bellezza, il senso della vita ecc. Anche gli scritti di Pirandello come le fiabe spaziano dalle osservazioni sulle bizzarrie della natura umana alla meditazione sul significati dell’esistenza. Benché queste storie possono avere dei contenuti più vari, non c’è una sostanziale differenza di struttura fra l’Odissea , Alice nel paese delle meraviglie e le esperienze di Pirandello con i suoi personaggi. Tutte descrivono individui, reali o immaginari, posti di fronte a problemi per superare i quali è necessario che Ulisse Alice e Pirandello attingano alle loro risorse personali. Di solito è chiaro il parallelismo fra le loro avventure e la miriade dei problemi che tutti noi dobbiamo affrontare come esseri umani, loro simili. Alcuni potranno trovare inaccettabili le soluzioni escogitate da Ulisse per la propria persona, ma non si può negare che egli sia alle prese con situazioni che alla maggior parte di noi siano famigliari. Forse che , al momento di prendere una particolare decisione non ci siamo mai sentiti fra gli scogli di Scilla e Cariddi ? Oppure non ci siamo mai sentiti sdoppiati “ Uno , Nessuno , Centomila”? O non siamo mai stati attratti da una sirena che, come sappiamo in qualche modo, ci porterebbe alla distruzione? O non c’è nel nostro passato qualche particolare esperienza che è il nostro tallone di Achille?

Spesso queste analogie fra la narrazione , le favole e l’esperienza umana sono così strette e diffuse che le varie lingue le hanno assimilate come espressioni idiomatiche. In un modo o nell’altro ciascuno di noi viene ogni giorno alle prese con il vaso di Pandora, con serpenti tentatori che offrono mele , con Barba blù , con Belle addormentate e Principi Azzurri. Il lavoro che presento ha in comune, come parte costituente, la capacità di coinvolgere un messaggio o un ammaestramento sulla metafora della vita di ognuno di noi e sul suggerimento nel scoprire la capacità di narrare la nostra storia vissuta .

Vengono messe in atto attraverso livelli di coscienza molto ricchi e variegati.”Autobiografie più o meno coerenti, centrate su un Io che agisce in modo sociale in modo più o meno finalizzato ad uno scopo” (Bruner1986)

Hillman analista Junghiano riflette a fondo sul termine narrazione e sulla terapia come narrazione . Nel suo libro “Le storie che curano” (1983) sostiene la tesi che il romanzo terapeutico si differenzia soltanto per lo stile e per la trama utilizzata. Aggiunge che tutte le terapie potrebbero essere considerate come attività narrative che attingono alla “base poetica della mente”. ”Conoscere la profondità della mente significa conoscere le sue immagini, leggere queste immagini, ascoltare le storie con attenzione poetica che colga in un singolo atto intuitivo le due nature degli eventi psichici, quella terapeutica e quella estetica.” (1983)

La verità narrativa si confonde con la verità storica ed è la coerenza di un racconto a farcelo confondere con la realtà vissuta. La tradizione narrativa è comunque più implicita che esplicita. Come in Pirandello ( in alcuni stralci del lavoro) la relazione argomentativa è implicita con il soggetto, si deve desumere. Ogni biogarafia psicanalitica è dipendente dal contesto organizzato da un determinato interrogativo e cambia ogni volta che mutano le domande. Il lavoro analitico è considerato un lavoro di coppia : la riscrittura della verità con cui si presenta il paziente per trasformarla in una realtà psichica più complessa e variegata, che possegga le qualità della coerenza, della completezza e della sensatezza.”Il passato è una continua ricostruzione durante il processo analitico” scrive Spence (1987) e tale ricostruzione è un attento lavoro di selezione di collegamento diretto dell’analista . Viene così accettata l’impossibilità di tradurre in una rappresentazione semantica univoca la verità presentata dal paziente e si favoriscono la ricchezza dei punti di vista narrativi e la ricchezza di più versioni anche contraddittorie degli eventi.Traspare in alcuni momenti del lavoro, toni umoristici /ironici ( Pirandelliani) . Sottolineando il modo linguistico “ironico” e”umoristico”che consente in una frase di esprimere i due modi di essere che sono in contraddizione tra di loro; due livelli di discorso con una affermazione seguita subito da una seconda affermazione contrastante. Un modo di parlare complesso ma che è rispettoso della libertà individuale . Riraccontare la vita da un altro punto di vista L’umorismo non è comporre ma scomporre in modo da far emergere ciò che diversamente non sarebbe spiegabile. Gli individui di questa narrazione narrano storie per organizzare e riorganizzare la loro storia di vita. E’ interessante vedere come cambia il loro modo di porsi di fronte al mondo.

Concludo sottolineando che la riscrittura dell’esistenza e delle relazioni, l’esteriorizzazione delle emozioni in forma emotiva narratologica in un contesto terapeutico, permette di inventare un numero infinito di trame. Dove queste trame derivano dal rapporto tra le differenti storie: quella del cliente, quella del terapeuta e la terza che si sviluppa nel percorso terapeutico.

Arriva un momento della propria professione in cui si sente il desiderio di raccontare la propria esperienza di psicodrammatista, di raccontare al mondo la bellezza, la purezza , l’autenticità delle storie di vita vissute narrate in uno “spazio magico di confidenza”terapeutico.

Storie che mi hanno insegnato tanta umanità, e mi hanno fatto scoprire quanto la narrazione e la terapia sia uno strumento per fare un po’ d’ordine dentro di sé. Per capire il presente, per ritrovare emozioni perdute e sapere come si è diventati, chi dobbiamo ringraziare o dimenticare. Quando questo bisogno di narrare ci sorprende, il racconto di quel che abbiamo fatto, amato, sofferto, inizia a prendere forma. Diventa scrittura delle “storie” ma anche di sé e alimenta l’esaltante passione di voler lasciare traccia di noi a chi verrà dopo o ci sarà accanto.

Un esperienza inusuale che cura, che aiuta a dare valore a ciò che siamo perché raccontarsi può essere e è un gioco felice che ci porta al centro del nostro cuore.

Un esperienza dove si scopre che la metafora, i l mito e la fiaba sono poesia. Esse sono la penultima verità, penultima perché l’ultima non può essere tradotta in parole. Il mito e la fiaba lanciano la mente al di là del confine delle parole e delle immagini, verso ciò che possiamo conoscere, ma non dire.

Questa è la penultima verità.E’ importante vivere sperimentando il loro ed il nostro stesso mistero. Questo dona alla vita una nuova radiosità, una nuova armonia. Grazie 

Bibliografia

Brooks Peter, Trame. Intenzionalità e progetto nel discorso narrativo , Einaudi, Torino, 1995.
Bruner Jerome, La mente a più dimensioni , Laterza, Roma-Bari, 1988.
Smorti Andrea, Il pensiero narrativo , Giunti, Firenze, 1994.
Polster Erving, Ogni vita merita un romanzo , Astrolabio, Roma, 1987.
White Michael, La terapia come narrazione , Roma, Astrolabio, 1992.
Ricoeur Paul , La vita: un racconto in cerca di un narratore , in Filosofia e linguaggio , Milano, Guerini e associati, 1994.
Hillman James, Le storie che curano , Cortina, Milano, 1984.

Dott.ssa Flavia Accini

Formatrice, Psicodrammatista, esperta in tecniche di conduzione di gruppo.

Per contatti 338-4942645 email: flavia.accini@aliceposta.it

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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