ERICH FROMM

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Se dovessi scegliere un motto da appendere dentro il mio studio, scriverei..: VENIRE QUI NON BASTA !….

Come si fa a conoscere il mondo…a vivere e reagire…se non si conosce lo strumento che serve all’azione ed alla decisione ?

L’analista dovrebbe avere una visione obiettiva delle cose…

La conoscenza non basta…Se una sta per annegare, la conoscenza della legge di gravità non lo aiuterà certo a non andare a fondo…

SOLO UNA FONDAMENTALE TRASFORMAZIONE DEL SISTEMA PERSONALITA’ PRODURRA’ UNA DURATURA TRASFORMAZIONE DEL PENSARE … SENTIRE … AGIRE

Spesso la menzogna non è cosciente…MA NOI SIAMO RESPONSABILI SIA DEL NOSTRO CONSAPEVOLE CHE DEL NOSTRO INCONSAPEVOLE…

La vita di ogni singolo individuo deve diventare un’opera d’arte…

Non avviene nulla finché non si ha il coraggio di buttarsi…

Si comincia a crescere solo quando si diventa liberi…(da sé ed i propri genitori)…

Finché si cerca ancora di dimostrare ai genitori (o ad altri) che hanno torto…si dipende ancora da essi (dal loro giudizio)…

Il mondo va osservato e da un punto di vista oggettivo realistico (utilizzo) e da un punto di vista soggettivo (sentendolo) … la mancanza dell’una o dell’altra capacità ci rende anormali…

La chance di affermarsi come essere umano può anche essere minima, ma implica sempre una alternativa … e non una predeterminazione…

La libertà non è qualcosa da possedere … ma piuttosto un segno della personalità : essere più o meno liberi di resistere a pressioni esterne … di fare ciò che vogliamo … di essere noi stessi…

I falsi incoraggiamenti sono dannosi se non fatali …: se incoraggio una persona, minimizzando il suo problema, le impedisco di mobilitare l’energia di riserva per l’emergenza … VAL SEMPRE LA PENA DI ESSERE SINCERI E INCORAGGIARE A FARE PIUTTOSTO CHE A SPERARE…

La sessualità è di breve durata e non è in grado di mantenere un’unione…

Spesso l’ingenuità camuffa l’indifferenza…

METTERSI IN UNA SITUAZIONE FALSA PROCURA DELUSIONI E ACCRESCE IL CINISMO…

Ogni autentico passo di crescita è un atto rivoluzionario…

Esistono finte ribellioni ai genitori, per poter poi rassegnarsi dicendo che ribellarsi è inutile…

Chi crede di non aver bisogno delle idee degli altri si crede in realtà un genio…

Non si può essere liberi, autodeterminarsi e scoprire la centralità del proprio essere, se non si sa pensare criticamente…solo pensando criticamente gli esseri umani possono affrontare la realtà…e quindi vivere adeguatamente la propria vita…

Il pensiero critico è al servizio della vita…serve a rimuovere gli impedimenti che ci paralizzano…

Se si parla riflettendo davvero sul significato delle parole, esse acquistano vita…

MENTRE CREDE DI ESSERE SVEGLIA LA MAGGIOR PARTE DI NOI E’ COME ASSOPITA (E’ PIU’ INCONSAPEVOLE CHE CONSAPEVOLE)…

PER ACCEDERE ALL’INCONSAPEVOLE OCCERRE SOLO UN CERTO INTERESSE E UN CERTO CORAGGIO…ACCETTARE QUESTA ESPERIENZA…

La maggior parte delle persone sente il proprio corpo solo quando prova dolore…e spesso non percepisce neppure quello…

La differenza da una persona interiormente contratta (repressa) ed una interiormente rilassata (libera) è rilevabile nell’atteggiamento corporeo…

La concentrazione è la premessa di una buona realizzazione…nell’essere un buon carpentiere, un buon medico, un buon cuoco…o semplicemente per essere vivi…Concentrarsi nel qui e ora aiuta in tutto…anche a godere nell’atto sessuale…

Il narcisismo collettivo è il narcisismo dei poveri di spirito…

IL NARCISISMO E’ L’IDEALIZZAZIONE E LA VENERAZIONE DI SE’….L’AMORE DI SE’ E’ UN’ALTRA COSA…

UN’ANALISI SI CONCLUDE POSITIVAMENTE SE E’ L’INIZIO DI UN’AUTOANALISI PRATICATA OGNI GIORNO E PER IL RESTO DELLA VITA…SE SI PRENDE LA VITA SUL SERIO…

Selezione a cura di:

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

RIFLESSIONI DI C.G.JUNG

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[…nell’uomo l’anima, cioè l’Anima, l’atteggiamento interiore, viene rappresentata nell’inconscio da determinate persone, che posseggono le qualità corrispondenti. Un’immagine siffatta si chiama «immagine dell’anima». C.G. Jung, Opere VI; in J. Hillman, Anima]

L’uomo non può impunemente sbarazzarsi di se stesso a favore di una personalità artificiale. Il semplice tentarlo, in tutti i casi usuali, scatena inconsce reazioni, fisime, affetti, angosce, ossessioni, debolezze, vizi e così via. L’ “uomo forte” nella vita sociale è spesso, nella vita privata un bambino di fronte alle proprie situazioni sentimentali, la sua disciplina pubblica (che egli esige particolarmente dagli altri) fallisce penosamente in privato. La sua giocondità professionale ha, a casa, un volto malinconico; la sua “incontaminata” morale pubblica ha un curioso aspetto dietro la maschera… C. G. Jung, L’io e l’inconscio

Segui quella volontà e quella via che l’esperienza conferma come tua, cioè la vera espressione della tua individualità. Poiché nessuno può divenir consapevole di quella che è la sua individualità se non rimanendo strettamente e responsabilmente in rapporto con coloro che gli sono vicini; tentando di trovare sé stesso egli non tenta affatto a ritirarsi in un egoistico deserto. Egli può scoprire sé stesso soltanto essendo profondamente e incondizionatamente connesso con gli altri.

«Che effetto fa su di me questo segno?» La domanda faustiana può provocare una risposta illuminante. Quanto più la risposta si presenta con un carattere di immediatezza e di naturalezza, tanto più è valida, perché immediatezza e naturalezza garantiscono una totalità approssimativa della reazione. [La funzione trascendente]

Sublimazione vuol dire che, invece di fare la cosa che in realtà vorreste fare, vi mettete a studiare pianoforte. Una bella cosa, vedete! Oppure, invece di dare sfogo alle vostre tremende passioni, andate alla scuola domenicale. Allora si dice che avete sublimato (che cosa, poi?). Si tratta naturalmente, di un atto di volizione. Non voglio affatto metterla in ridicolo, solo che a volte ha un che di umoristico. La vita, a dispetto delle sofferenze, possiede talvolta un lato estremamente umoristico; perciò le persone che compiono prodigi di autocontrollo ogni tanto fanno un’impressione un po’ comica. Sarebbe un male se non fosse così, perché la vita perderebbe in divertimento. Dunque, perfino la sublimazione, che è una cosa molto utile ed eroica, a volte sembra un po’ buffa. [in «Jung parla»]

Il terreno da cui tra nutrimento l’anima è la vita naturale. Chi non la segue rimane disseccato e campato in aria. Perciò molti uomini inaridiscono con l’età: si volgono indietro, con una segreta paura della morte nel cuore. Si sottraggono, almeno psicologicamente, al processo vitale; simili alla mitica statua di sale si rivolgono ancora vivacemente ai ricordi della giovinezza, ma perdono ogni vivente contatto col presente. Nella seconda metà dell’esistenza rimane vivo soltanto chi, con la vita, vuole morire. Perché ciò che accade nell’ora segreta del mezzogiorno della vita è l’inversione della parabola, è la nascita della morte.

L’inconscio collettivo è una parte della psiche che si può distinguere in negativo dall’inconscio personale per il fatto che non deve, come questo, la sua esistenza all’esperienza personale e non è perciò un’acquisizione personale. […] l’inconscio personale consiste soprattutto in “complessi”; il contenuto dell’inconscio collettivo, invece, è formato essenzialmente da “archetipi”. Il concetto di archetipo, che è un indispensabile correlato dell’idea di inconscio collettivo, indica l’esistenza nella psiche di forme determinate che sembrano essere presenti sempre e dovunque. La ricerca mitologica la chiama “motivi”; nella psicologia dei primitivi esse corrispondono al concetto di raprésentations colletives di Lévy-Bruhl; nel campo della religione comparata sono state definite da Hubert e Mauss “categorie dell’immaginazione

AFORISMI

  «Dove l’amore impera, non c’è desiderio di potere, e dove il potere predomina, manca l’amore. L’uno è l’ombra dell’altro.»

“Il sogno è il teatro dove il sognatore è allo stesso tempo sia la scena, l’attore, il suggeritore, il direttore di scena, il manager, l’autore, il pubblico e il critico”.

“In quello che viene significativamente chiamato “silenzio di tomba” ci sentiamo a disagio. Perché? Forse ci sono i fantasmi? Non credo.

Ciò che davvero temiamo è quello che potrebbe provenire dalla nostra interiorità, e cioè tutto quello da cui cerchiamo di tenerci lontani con il rumore”.

Conoscere le nostre paure è il miglior metodo per occuparsi delle paure degli altri.

Di regola, le grandi decisioni della vita umana hanno a che fare più con gli istinti e altri misteriosi fattori inconsci che con la volontà cosciente, le buone intenzioni, la ragionevolezza.

Il vero capo è sempre guidato

La parola credere è una cosa difficile per me. Io non credo. Devo avere una ragione per certe ipotesi. Anche se conosco una cosa non è detto che debba crederci.

Il cervello è visto come un’appendice dei genitali.

La solitudine è per me una fonte di guarigione che rende la mia vita degna di essere vissuta. Il parlare è spesso un tormento per me e ho bisogno di molti giorni di silenzio per ricoverarmi dalla futilità delle parole

Mostratemi un uomo sano di mente e lo curerò per voi.

Questa intera creazione è essenzialmente soggettiva, e il sogno è il teatro dove il sognatore è allo stesso tempo sia la scena, l’attore, il suggeritore, il direttore di scena, il manager, l’autore, il pubblico e il critico.

Se c’è un qualche cosa che vogliamo cambiare nel bambino, prima dovremmo esaminarlo bene e vedere se non è un qualche cosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi

Io sono semplicemente convinto che qualche parte del Se’ o dell’Anima dell’uomo non sia soggetta alle leggi dello spazio e del tempo.

La mia vita è la storia di un’ autorealizzazione dell’inconscio.

Quanto più l’uomo è sottoposto a norma collettiva, tanto maggiore è la sua immoralità individuale.

La mia vita è la storia di un’autorealizzazione dell’inconscio. (da Ricordi, sogni, riflessioni )

La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima. (da Ricordi, sogni, riflessioni )

Le forze eruttate dalla psiche collettiva portano confusione e cecità mentale. (da La psicologia dell’inconscio , Newton Compton)

L’inconscio è, in primo luogo e prima di ogni altra cosa, il mondo del passato, riattivato dalla limitatezza dell’atteggiamento cosciente. (da La psicologia dell’inconscio , Newton Compton)

Secondo me il primo dovere dello psicologo scientifico sta nel mantenersi aderente ai fatti vitali della psiche, nell’osservare con esattezza questi fatti, aprendosi in tal modo a quelle esperienze più profonde delle quali non ha assolutamente conoscenza. (da La psicologia dell’inconscio , Newton Compton)

JUNG ED I SOGNI

“… la vera e propria interpretazione del sogno, è di regola un compito arduo. Essa presuppone penetrazione psicologica, capacità di combinare insieme cose diverse, intuizione, conoscenza del mondo e degli uomini e soprattutto conoscenze specifiche che implicano tanto nozioni assai estese quanto una certa “intelligence du coeur”. (…) Bisogna respingere l’interpretazione stereotipa di motivi onirici; gli unici giustificati sono significati specifici, deducibili attraverso accurati rilevamenti contestuali. Anche chi possiede una grande esperienza in questo settore è pur sempre costretto a riconoscere la propria ignoranza dinanzi ad ogni sogno e, rinunciando a tutte le opinioni preconcette, a predisporsi a un qualcosa di completamente inatteso.(…)

Non tutti i sogni hanno la stessa importanza. Già i primitivi distinguono tra piccoli e grandi sogni. Noi diremmo piuttosto sogni insignificanti e sogni significanti. (…) Ho analizzato molti sogni di questo tipo e vi ho rintracciato spesso una particolarità che li distingue da altri sogni. Infatti in questi sogni affiorano immagini simboliche che incontriamo anche nella storia dello spirito umano. E’ degno di nota il fatto che colui che sogna può perfettamente ignorare l’esistenza di simili paralleli. (…) Essi contengono cosiddetti motivi mitologici o mitologemi, che io ho definito col termine di archetipi . Si intendono con tale termine forme specifiche e nessi figurativi rintracciabili in forma analoga non soltanto in tutti i tempi e in tutti i paesi, ma anche nelle fantasie, nelle visioni, nelle idee illusorie e nei sogni individuali. La loro frequente presenza in casi individuali, come la loro ubiquità etnica, dimostra che la psiche umana è soltanto in parte unica e soggettiva o personale: per l’altra parte invece è collettiva e oggettiva.Noi parliamo quindi da un lato di un inconscio personale, dall’altro di un inconscio collettivo , il quale rappresenta in certo modo uno strato più profondo rispetto all’inconscio personale, più prossimo alla coscienza.

Selezione a cura di:

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

PIRANDELLO

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Nulla s’inventa, è vero, che non abbia una qualche radice, più o meno profonda, nella realtà; e anche le cose più strane possono essere vere, anzi nessuna fantasia arriva a concepire certe follie, certe inverosimili avventure che si scatenano e scoppiano nel seno tumultuoso della vita; ma pure, come e quanto appare diversa dalle invenzioni che noi possiamo trarne la realtà viva e spirante! Di quante cose sostanziali, minutissime, inimmaginabili ha bisogno la nostra invenzione per ridiventare quella stessa realtà da cui fu tratta, di quante fila che la riallaccino nel complicatissimo intrico della vita, fila che noi abbiamo recise per farla diventare una cosa a sé!

Ma il guaio è che voi, caro, non saprete mai, né io vi potrò mai comunicare come si traduca in me quello che mi dite. Non avete parlato turco, no. Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, e riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci; non ci siamo intesi affatto.

Se vuoi su noi uomini, nascendo, è toccato un triste privilegio: quello di sentirci vivere, con la bella illusione che ne risulta: di prendere cioè come realtà fuori di noi questo nostro interno sentimento della vita, mutabile e vario, secondo i tempi, i casi e la fortuna.

E questo sentimento della vita … era come un lanternino che ciascuno di noi porta in sé accesso; un lanternino che ci fa vedere sperduti sulla terra, e ci fa vedere il male e il bene; un lanternino che proietta tutt’intorno a noi un cerchio più o meno ampio di luce, di là dal quale è ombra nera, l’ombra paurosa che non esisterebbe se in lanternino non fosse accesso in noi ma che noi dobbiamo purtroppo credere vera, fintanto ch’essa si mantiene vivo in noi.

C’è chi comprende e chi non comprende, caro signore. Sta molto peggio chi comprende, perché alla fine si ritrova senza energia e senza volontà. Chi comprende, infatti dice: «Io non devo fare far questo, non devo far quest’altro, per non commettere questa o quella bestialità». Benissimo! Ma a un certo punto s’accorge che la vita è tutta una bestialità, e allora dica un po’ lei che cosa significa il non averne commessa nessuna: significa per lo meno non aver vissuto, caro signore.

Selezione a cura di:

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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BRANI DI PESSOA

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Per capire mi sono distrutto.Capire è dimenticare di amare.Non conosco niente di più falso e al contempo più significativo di quel detto di Leonardo da Vinci secondo il quale non si può amare o odiare una cosa se non dopo averla capita

Non condivido, non ho mai condiviso, credo che non potrò mai condividere quel concetto bastardo secondo il quale siamo, in quanto anime, conseguenze di una cosa materiale chiamata cervello la quale esiste, per nascita, all’interno di un’altra cosa materiale che si chiama cranio. Non posso essere un materialista (così credo, si definisce questa posizione), perché non posso stabilire un rapporto nitido (un rapporto visivo, direi) fra una massa visibile di materia grigia, o di qualsiasi altro colore, e questa cosa – l’io che da dietro il mio sguardo vede i cieli e li pensa, e immagina cieli che non esistono. Ma anche se cadessi nell’abisso di supporre che una cosa possa essere un’altra cosa solo perché entrambe si trovano nello stesso luogo (come una parete e la mia ombra su di essa), o di supporre che il fatto che l’anima dipenda dal cervello è più importante il fatto che io dipenda, per il mio tragitto, dal veicolo che mi trasporta, nonostante questo sarei convinto che fra quello che in noi è il vero spirito e quello che in noi è spirito del corpo esiste un rapporto di convivenza in cui possono sorgere discussioni. E la discussione che sorge comunemente è quella in cui la persona più volgare disturba la persona meno volgare.

Non subordinarsi a niente, né a un uomo né a un amore né a un’idea; avere quell’indipendenza distante che consiste nel diffidare della verità e, ammesso che esista, dell’utilità della sua conoscenza. (…) Appartenere: ecco la banalità. Fede, ideale, donna o professione: ecco la prigione e le catene. Essere è essere libero. (…) No: niente legami, neppure con noi stessi! Liberi da noi stessi e dagli altri, contemplativi privi di estasi, pensatori privi di conclusioni, vivremo, liberi da Dio, il piccolo intervallo che le distrazioni dei carnefici concedono alla nostra estasi da cortile.

Non amiamo mai nessuno. Amiamo solamente l’idea che ci facciamo di qualcuno. E’ un nostro concetto (insomma, noi stessi) che amiamo. Questo discorso vale per tutta la gamma dell’amore. Nell’amore sessuale cerchiamo il nostro piacere ottenuto attraverso un corpo estraneo. Nell’amore che non è quello sessuale cerchiamo un nostro piacere ottenuto attraverso un’idea nostra. (…) Perfino l’arte, nella quale si realizza la conoscenza di noi stessi, è una forma di ignoranza. Due persone dicono reciprocamente “ti amo”, o lo pensano, e ciascuno vuol dire una cosa diversa, una vita diversa, perfino forse un colore diverso o un aroma diverso, nella somma astratta di impressioni che costituisce l’attività dell’anima. Oggi sono lucido come se non esistessi. Il mio pensiero è evidente come uno scheletro, senza gli stracci carnali dell’illusione di esprimere. E queste considerazioni non sono nate da niente: o almeno da nessuna cosa per lo meno che sieda nella platea della mia coscienza. (…) Vivere è non pensare.

(…) La felicità è fuori dalla felicità. Non c’è felicità se non con consapevolezza. Ma la consapevolezza della felicità è infelice, perché sapersi felice è sapere che si sta attraversando la felicità e che si dovrà subito lasciarla. Sapere è uccidere, nella felicità come in tutto.

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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PAULO COELHO

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Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo una lettera. A un certo punto le domandò: “Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me.” La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote: “E’ vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia ,più importante delle parole è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu,quando sarai cresciuto.” Incuriosito, il bimbo guardò la matita,senza trovarvi alcunché di speciale. “Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!””Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede 5 qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza, sarai sempre una persona in pace col mondo.

Prima qualità: puoi fare grandi cose ,ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi.’Dio’: ecco come chiamiamo questa mano!Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.”

“Seconda qualità: di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. E’ un’azione che provoca una certa sofferenza nella matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perchè devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.”

“Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia”

“Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro di te.”

“Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza,impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.”

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In ogni istante della nostra vita abbiamo un piede nella favola e l’altro nell’abisso.

L’amore è sempre nuovo. Non importa che amiamo una, due, dieci volte nella vita: ci troviamo sempre davanti a una situazione che non conosciamo. L’amore può condurci all’inferno o in paradiso, comunque ci porta sempre in qualche luogo.
E’ necessario accettarlo, perchè esso è ciò che alimenta la nostra esistenza. Se non lo accettiamo, moriremo di fame
pur vedendo i rami dell’albero della vita carichi di frutti: non avremo il coraggio di tendere la mano e di coglierli. E’ necessario ricercare l’amore là dove si trova, anche se ciò potrebbe significare ore, giorni,
ettimane di delusione e di tristezza.
Perchè, nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro, e ci salva…

Che cos’è un maestro? Ebbene, voglio dirtelo io: non è un tizio che insegna qualcosa, bensì colui che ispira l’allievo a dare il meglio di sè, per scoprire ciò che egli stesso ha appreso da tempo

Io voglio essere sempre una persona in grado di vedere le facce che non vengono mostrate, che silenziosamente svolgono il compito assegnato loro nella vita. Io voglio essere capace di questo, perchè le cose più importanti dell’esistenza, quelle che ci plasmano, non mostrano mai il loro volto.

So che l’amore è come le dighe: se lasci una breccia dove possa infiltrarsi un filo d’acqua, a poco a poco questo fa saltare le barriere. E arriva un momento in cui nessuno riesce più a controllare la forza delle barriere.
Se le barriere crollano, l’amore si impossessa di tutto.
E non importa più cio’ che è possibile o impossibile, non importa se possiamo continuare ad avere la persona amata accanto a noi:
amare significa perdere il controllo.

Mentre passeggiava in un campo, un uomo vide uno spaventapasseri. Sarai stanco di startene qui, in questo campo solitario, senza nulla da fare – commentò.Lo spaventapasseri gli rispose: Il piacere di allontanare il pericolo è molto grande, e io non mi stanco mai di farlo. Sì, anch’io ho agito in questa maniera, con buoni risultati convenne l’uomo. Ma vivono spaventando le cose solo quelli che sono pieni di paglia dentro rispose lo spaventapasseri.L’uomo impiegò alcuni anni per capire la risposta: chi possiede carne e sangue nel proprio corpo deve accettare alcune cose che non si aspettava. Ma chi non ha niente dentro, passa la vita allontanando tutto ciò che si avvicina e neppure le benedizioni di Dio riescono ad avvicinarsi.

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Perchè, allora, devo ascoltare il mio cuore?Perchè non riuscirai mai a farlo stare zitto. E per quanto tu finga di non ascoltare ciò che dice, sarà sempre nel tuo petto e continuerà a ripetere quello che pensa della vita e del mondo. Anche se è traditore? Il tradimento è il colpo che non ti aspetti. E se tu saprai conoscere bene il tuo cuore, esso non te lo darà mai. Perchè conoscerai i tuoi sogni e i tuoi desideri, e saprai fronteggiarli. Nessuno riesce a sfuggire al proprio cuore. Quindi è meglio ascoltare ciò che dice. Perchè non si abbatta mai quel colpo che non ti aspetti.

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…Ho liberato una mano, ho preso un bicchiere e l’ho spostato sul bordo del tavolo. “Cadrà” ha detto lui. “Esatto. Voglio che tu lo faccia cadere.” “Rompere un bicchiere?” Sì, rompere un bicchiere. Un gesto in apparenza semplice, ma che implica terrori che non giungeremo mai a comprendere appieno. Che cosa c’è di sbagliato nel rompere un bicchiere di poco valore, quando tutti noi, senza volerlo, abbiamo già fatto la stessa cosa nella vita? “Rompere un bicchiere? ” ha ripetuto. “Per quale motivo?” “Posso spiegartelo, ” ho risposto “ma, in verità, è solo così, per romperlo.” “Per te?” “No, è chiaro”. Lui guardava il bicchiere sul bordo del tavolo, preoccupato che cadesse.

“È un rito di passaggio, come dici tu stesso” avrei voluto spiegargli. “È la cosa proibita. Non si rompono i bicchieri di proposito. In un ristorante, o nelle nostre case, ci preoccupiamo che i bicchieri non finiscano sul bordo del tavolo. Il nostro universo esige attenzione, affinché i bicchieri non cadano per terrà.”

“Eppure,” pensavo ancora, “quando li rompiamo senza volerlo, ci accorgiamo che non è poi tanto grave. Il cameriere ci dice: “Non ha importanza”, ed io non ho mai visto includere un bicchiere rotto nel conto di un ristorante. Rompere bicchieri fa parte del caso della vita e non provoca alcun danno reale: né a noi né al ristorante né al prossimo”.

Ho dato uno scossone al tavolo. Il bicchiere ha ondeggiato, ma non è caduto. “Attenta!” ha detto lui, d’istinto. “Rompi quel bicchiere” ho insistito io.

“Rompi quel bicchiere,” pensavo, “perché è un gesto simbolico. Cerca di capire che io, dentro di me, ho rotto cose ben più importanti di un bicchiere e ne sono felice. Pensa alla lotta che divampa dentro di te e rompi questo bicchiere. Perché i nostri genitori ci hanno insegnato a fare attenzione con i bicchieri e con i corpi. Rompi questo bicchiere, per favore, e liberaci da questi maledetti preconcetti, dalla mania che sia necessario spiegare tutto e fare solo quello che gli altri approvano.”

“Rompi questo bicchiere” gli ho ripetuto. Mi ha fissato negli occhi. Poi, lentamente, ha fatto scivolare la mano sul piano del tavolo, fino a toccare il bicchiere. Con un movimento rapido, lo ha spinto giù. Il rumore del vetro infranto ha richiamato l’attenzione di tutti. Invece di mascherare il gesto chiedendo scusa, lui mi ha guardato sorridendo e io ho ricambiato il gesto. “Non ha importanza” ha esclamato il ragazzo che serviva ai tavoli. Ma lui non lo ascoltava. Si è alzato e, mettendomi le mani tra i capelli, mi ha baciato.

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“C’era una volta un uccellino, con ali perfette e piume lucenti, colorate e meravigliose… un animale creato per volare in libertà nel cielo e rallegrare chiunque lo vedesse. Un giorno, una donna vide questo uccellino e se ne innamorò. Stupefatta, si fermò a osservarne il volo con il cuore che batteva all’impazzata, gli occhi brillanti di emozione. Lo invitò a volare vicino a lei, e insieme vagarono attraverso i cieli e le terre in perfetta armonia. Lei ammirava, venerava, celebrava quell’uccelllino. Ma poi pensò: “E se volesse conoscere le montagne lontane?” Ebbe paura. Paura di non provare mai più quel sentimento con altri uccellini. E provò anche invidia: invidia per la sua capacità di volare. Si sentiva sola. E allora si disse: “Preparerò una trappola. La prossima volta che arriverà, non potrà più andare via!” L’uccellino, parimenti innamorato, tornò il giorno seguente, cadde nella trappola e fu imprigionato. Lei trascorreva ore a guardarlo, tutti i giorni. Era l’oggetto della sua passione e lo mostrava alle amiche, che dicevano: “Ma tu hai davvero tutto”. Poi cominciò a verificarsi una strana trasformazione: visto che possedeva l’uccellino, e non aveva più bisogno di conquistarlo, lentamente perse interesse per lui. E l’uccellino, non potendo volare ed esprimere il senso della propria vita, a poco a poco deperì, la lucentezza delle sue piume svanì e divenne brutto. La donna non gli prestava più attenzione, se non per nutrirlo e pulirgli la gabbia. Un giorno, l’uccellino morì. Lei ne fu profondamente rattristata e iniziò a pensare sempre a lui. Tuttavia non si ricordava della gabbia, rammentava soltanto il giorno in cui lo aveva visto per la prima volta, mentre volava felice fra le nuvole. Se avesse osservato se stessa, avrebbe scoperto che ciò che l’aveva colpita in quell’uccellino era la libertà, l’energia delle sue ali in movimento, e non il suo corpo fisico. Senza l’uccellino, la sua vita perse di significato, e la Morte andò a bussarle alla porta. “Perchè sei venuta?” le domandò lei. “Per farti volare di nuovo insieme a lui nel cielo”, rispose la Morte. “Se lo avessi lasciato partire e tornare, lo avresti amato e ammirato anche di più. Ora, invece, hai bisogno di me per poterlo rincontrare.”

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Il guerriero della luce è colui che è capace di comprendere il miracolo della vita, lottare fino alla fine x qualcosa in cui crede, e di sentire allora la poesia che vivere trasmette.Ogni guerriero della luce ha ferito qualcuno che amava.Perciò è un guerriero della luce: xchè ha passato queste esperienze, e non ha perduto la speranza d’essere migliore.Le sue decisioni sono prese con coraggio, distacco e talvolta, con un po’ di follia.. Egli sa che senza ispirazione ed esperienza non c’è addestramento che dia risultato.Nella difficoltà non imbroglia mai, ma sa distrarre l’avversario.Egli approfitta di ogni opportunità x imparare… gli uomini sono sempre un ottimo specchio.”

Talvolta il guerriero della luce lotta contro chi ama.L’uomo che tutela i propri amici non è mai vittima delle tempeste dell’esistenza; ha le forze per superare le difficoltà e andare avanti.Eppure, tante volte, si sente sfidato da coloro ai quali cerca di insegnare l’arte della spada. I suoi discepoli lo provocano a un combattimento. E il guerriero mostra le sue capacità: con pochi colpi fa rotolare a terra le lance degli allievi, e l’armonia ritorna nel luogo in cui si riuniscono.

“Perchè farlo, se sei tanto superiore?” domanda un viaggiatore. “Perchè quando mi sfidano, in realtà vogliono parlare com me, e in questo modo io mantengo vivo il dialogo,” risponde il guerriero. Un guerriero della luce non dimentica mai la gratitudine. Durante la lotta è stato aiutato dagli angeli. Le forze celestiali hanno messo ogni cosa al proprio posto, permettendo a lui di dare il meglio di sé.

I compagni commentano: “Com’è fortunato!” E talvolta il guerriero ottiene assai più di quanto le sue capacità consentano.Perciò, quando il sole tramonta, si inginocchia e ringrazia il Manto Protettore che lo circonda. La sua gratitudine, però, non è limitata al mondo spirituale: egli non dimentica mai gli amici, perché il loro sangue si è mescolato con il suo sul campo di battaglia.

Un guerriero non ha bisogno che qualcuno gli rammenti l’aiuto degli altri: se ne ricorda da solo, e divide con loro la ricompensa.Tutte le strade del mondo conducono al cuore del guerriero: egli s’immerge senza esitazioni nel fiume di passioni che scorre sempre attraverso la vita. Il guerriero sa che è libero di scegliere ciò che desidera: le sue decisionisono prese con coraggio, distacco e, talvolta, con una certa dose di follia.

Accetta le proprie passioni, e le vive intensamente. Sa che non è necessario rinunciare all’entusiasmo delle conquiste: esse fanno parte della vita, e ne gioisce con tutti coloro che ne partecipano. Ma non perde mai di vista le cose durature, e i solidi legami creati attraverso il tempo. Un guerriero sa distinguere ciò che è transitorio da quello che è definitivo

“Andiamo sulla montagna dove risiede Dio,” disse un cavaliere a un suo amico. “Voglio provare che tutto ciò che Egli sa fare è chiederci di fare qualcosa, mentre non fa nulla per alleggerirci dalle responsabilità.” “Bene, andrò là per dimostrare la mia fede,” disse l’altro. Arrivarono alla cima della montagna la notte – e udirono una voce dall’oscurità: “Caricate sui vostri cavalli delle pietre.” “Vedi?!” disse il primo cavaliere. “Dopo una scalata del genere, vuole farci portare un carico ancora più pesante. Non obbedirò !” Il secondo fece come gli era stato ordinato. Come raggiunse i piedi della montagna, era l’alba, e i primi raggi del sole splendevano sulle pietre che il pio cavaliere aveva portato: erano diamanti puri. Dice il maestro: “Le decisioni di Dio sono misteriose; ma sono sempre in nostro favore.”

C’è una leggenda australiana che narra di uno sciamano e delle sue tre sorelle. Un giorno incontrarono il più famoso guerriero dell’epoca. “Voglio sposare una di queste splendide ragazze,” disse il guerriero. “Se una delle tre si sposa, le altre due soffriranno,” disse lo sciamano. “Sto cercando una tribù che permetta ai loro uomini di avere tre mogli.” Per anni, viaggiarono per l’intera Australia senza trovare tale tribù. “Almeno una di noi tre sarebbe potuta essere felice,” disse una delle tre sorelle quando divennero vecchie, e stanche di camminare. “Ho sbagliato,” disse lo sciamano. “Ma ora è troppo tardi.” E trasformò le tre figlie in blocchi di pietra, cosicché tutti coloro che passavano di là avrebbero capito che la felicità di una persona non significa la tristezza di un’altra.

Un amico portò Hassan di fronte alla porta di una moschea, dove un cieco stava chiedendo elemosina. ”Quest’uomo è la persona più saggia del nostro paese,” disse l’amico. “Da quanto tempo non vedi?” chiese Hassan all’uomo. “Dalla nascita,” rispose l’uomo. “E come hai potuto diventare così saggio?” “Dal momento che non ho accettato la mia cecità, ho provato a diventare un astronomo,” rispose l’uomo. “Ma, visto che non riuscivo a vedere il cielo, mi sforzavo di immaginare le stelle, il sole e le galassie. E, più mi avvicinavo al creato di Dio, più mi avvicinavo alla Sua saggezza.”

Il monastero sulla sponda del fiume Piedra è circondato da una splendida vegetazione – è una vera oasi all’interno dei campi sterili di quella parte della Spagna. Là, il piccolo fiume diventa una magnifica corrente, e si divide in dozzine di cascate. L’errante sta camminando nei dintorni, ascoltando la musica dell’acqua. Improvvisamente, una grotta – dietro una cascata – cattura la sua attenzione. Studia le rocce, consumate dal tempo, e guarda attentamente le amabili forme create pazientemente dalla natura. E trova un verso di R. Tagore scritto su una placca: “Non è stato un martello a rendere le rocce così perfette, ma l’acqua – con la sua dolcezza, la sua danza e il suo suono.” Dove la forza può solo distruggere, la gentilezza può scolpire.

Noi andiamo in giro per il mondo alla ricerca dei nostri sogni e dei nostri ideali. Spesso rendiamo inaccessibile ciò che è alla nostra portata. Quando ci accorgiamo dell’errore, abbiamo la sensazione di aver sprecato il nostro tempo, cercando nelle lontananze ciò che era vicino a noi. Ci malediciamo per aver fatto un tale errore, per la nostra ricerca senza motivo e per i problemi che abbiamo causato. Dice il maestro: “Sebbene il tesoro possa essere sepolto nella tua casa, lo troverai solo se parti alla ricerca di esso. Se Pietro non avesse sentito la sofferenza del rifiuto, non sarebbe stato scelto come capo della Chiesa. Se il figliol prodigo non avesse abbandonato ogni cosa, non avrebbe ricevuto una festa in suo onore da parte di suo padre. Ci sono certe cose nelle nostre vite che portano un sigillo che dice: ‘Apprezzerai il mio valore solo dopo avermi perso…e riguadagnato.’ Non è una buona scelta provare ad accorciare il cammino.”.

Le cose che ho imparato nella vita
(Paulo Coelho)

Ecco alcune delle cose che ho imparato nella vita:
Che non importa quando sia buona una persona, ogni tanto ti ferirà. E per questo, bisognerà che tu la perdoni.
Che ci vogliono anni per costruire la fiducia e solo pochi secondi per distruggerla.
Che non dobbiamo cambiare amici, se comprendiamo che gli amici cambiano.
Che le circostanze e l’ambiente hanno influenza su di noi, ma noi siamo responsabili di noi stessi.
Che, o sarai tu a controllare i tuoi atti, o essi controlleranno te.
Ho imparato che gli eroi sono persone che hanno fatto ciò che era necessario fare, affrontandone le conseguenze.
Che la pazienza richiede molta pratica.
Che ci sono persone che ci amano, ma che semplicemente non sanno come dimostrarlo.
Che a volte, la persona che tu pensi ti sferrerà il colpo mortale quando cadrai, è invece una di quelle poche che ti aiuteranno a rialzarti.
Che solo perchè qualcuno non ti ama come tu vorresti, non significa che non ti ami con tutto se stesso.
Che non si deve mai dire ad un bambino che i sogni sono sciocchezze: sarebbe una tragedia se lo credesse.
Che non sempre è sufficiente essere perdonato da qualcuno. Nella maggior parte dei casi sei tu a dover perdonare te stesso.
Che non importa in quanti pezzi il tuo cuore si è spezzato; il mondo non si ferma, aspettando che tu lo ripari.
Quando la porta della felicità si chiude, un’altra si apre, ma tante volte, guardiamo così a lungo a quella chiusa, che non vediamo quella che è stata aperta per noi.
La miglior specie d’amico è quel tipo con cui puoi stare seduto in un portico e camminarci insieme, senza dire una parola, e quando vai via senti come se fosse stata la miglior conversazione mai avuta.
E’ vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi.
Ci vuole solo un minuto per offendere qualcuno, un’ora per piacergli, e un giorno per amarlo, ma ci vuole una vita per dimenticarlo.
Non cercare le apparenze, possono ingannare. Non cercare la salute, anche quella può affievolirsi.
Cerca qualcuno che ti faccia sorridere perché ci vuole un sorriso per far sembrare brillante una giornataccia.
Trova quello che fà sorridere il tuo cuore.
Ci sono momenti nella vita in cui qualcuno ti manca così tanto che vorresti proprio tirarlo fuori dai tuoi sogni per abbracciarlo davvero!
Sogna ciò che ti và, vai dove vuoi, sii ciò che vuoi essere, perché hai solo una vita e una possibilità di fare le cose che vuoi fare.
Puoi avere abbastanza felicità da renderti dolce, difficoltà a sufficienza da renderti forte, dolore abbastanza da renderti umano, speranza sufficiente a renderti felice.
Mettiti sempre nei panni degli altri. Se ti senti stretto, probabilmente anche loro si sentono così.
Le più felici delle persone, non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa; soltanto traggono il meglio da ogni cosa che capita sul loro cammino.
La felicità? Ingannevole per quelli che piangono, quelli che fanno male, quelli che hanno provato, solo così possono apprezzare l’importanza delle persone che hanno toccato le loro vite.
Il miglior futuro? Basato sul passato dimenticato, non puoi andare bene nella vita prima di lasciare andare i tuoi fallimenti passati e i tuoi dolori.
Quando sei nato, stavi piangendo e tutti intorno a te sorridevano. Vivi la tua vita in modo che quando morirai, tu sia l’unico che sorride e ognuno intorno a te piange.

Selezione a cura di:

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it


 

KAHLIL GIBRAN

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Sull’amicizia
E un adolescente disse: Parlaci dell’Amicizia. E lui rispose dicendo:
Il vostro amico è il vostro bisogno saziato.
E’ il campo che seminate con amore e mietete con riconoscenza.
E’ la vostra mensa e il vostro focolare.
Poiché, affamati, vi rifugiate in lui e lo ricercate per la vostra pace.

Quando l’amico vi confida il suo pensiero, non negategli la vostra approvazione, né abbiate paura di contraddirlo.
E quando tace, il vostro cuore non smetta di ascoltare il suo cuore:
Nell’amicizia ogni pensiero, ogni desiderio, ogni attesa nasce in silenzio e viene condiviso con inesprimibile gioia.
Quando vi separate dall’amico non rattristatevi:
La sua assenza può chiarirvi ciò che in lui più amate, come allo scalatore la montagna è più chiara della pianura.
E non vi sia nell’amicizia altro scopo che l’approfondimento dello spirito.
Poiché l’amore che non cerca in tutti i modi lo schiudersi del proprio mistero non è amore, ma una rete lanciata in avanti e che afferra solo ciò che è vano.

E il meglio di voi sia per l’amico vostro.
Se lui dovrà conoscere il riflusso della vostra marea, fate che ne conosca anche la piena.
Quale amico è il vostro, per cercarlo nelle ore di morte?
Cercatelo sempre nelle ore di vita.
Poiché lui può colmare ogni vostro bisogno, ma non il vostro vuoto.
E condividete i piaceri sorridendo nella dolcezza dell’amicizia.
Poiché nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora.

Sull’amore
Allora Almitra disse: parlaci dell’Amore.
E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse:
Quando l’amore vi chiama, seguitelo.
Anche se le sue vie sono dure e scoscese.
e quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui.
Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire.
E quando vi parla, abbiate fede in lui,
Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino.

Poiché l’amore come vi incorona così vi crocefigge. E come vi fa fiorire così vi reciderà.
Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole,
Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra.
Come covoni di grano vi accoglie in sé.
Vi batte finché non sarete spogli.
Vi staccia per liberarvi dai gusci.
Vi macina per farvi neve.
Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli.
E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio.

Tutto questo compie in voi l’amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita.
Ma se per paura cercherete nell’amore unicamente la pace e il piacere,
Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall’aia dell’amore,
Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.

L’amore non da nulla fuorché sé stesso e non attinge che da se stesso.
L’amore non possiede né vorrebbe essere posseduto;
Poiché l’amore basta all’amore.

Quando amate non dovreste dire:” Ho Dio nel cuore “, ma piuttosto, ” Io sono nel cuore di Dio “.
E non crediate di guidare l’amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida.

L’amore non vuole che compiersi.
Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi:
Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte.
Conoscere la pena di troppa tenerezza.
Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d’amore,
E sanguinare condiscendenti e gioiosi.
Destarsi all’alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d’amore;
Riposare nell’ora del meriggio e meditare sull’estasi d’amore;
Grati, rincasare la sera;
E addormentarsi con una preghiera in cuore per l’amato e un canto di lode sulle labbra.

Sul matrimonio
Allora Almitra di nuovo parlò e disse: Che cos’è il Matrimonio, maestro ?
E lui rispose dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.
Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l’un l’altro le coppe, ma non bevete da un’unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.
Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini;
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

Sulla libertà
Allora un eremita, che visitava la città una volta l’anno, si fece avanti e disse: Parlaci del Piacere.
E lui rispose dicendo:
Il piacere è un canto di libertà,
Ma non è libertà.
E’ la fioritura dei vostri desideri,
Ma non il loro frutto.
E’ un abisso che esorta alla scesa,
Ma non è profondo né alto.
E’ un uccello in gabbia che si alza in volo,
Ma non è lo spazio conquistato.
Sì, francamente, il piacere è un canto di libertà.
E io vorrei che lo intonaste in tutta pienezza, ma temo che a cantarlo perdereste il cuore.

Sul piacere

Alcuni giovani tra voi ricercano il piacere come se fosse tutto, e vengono giudicati e biasimati.
Non vorrei né giudicarli né biasimarli. Vorrei che cercassero.
E troveranno non solo il piacere,
Poiché il piacere ha sette fratelli, e il minore è più bello dello stesso piacere.
Non avete udito di quell’uomo che, scavando la terra in cerca di radici, scoprì un tesoro?

E alcuni anziani tra voi ricordano con rimpianto i piaceri, come errori compiuti nell’ebbrezza.
Ma il rimpianto è l’oscurità della mente, e non il suo castigo.
Essi dovrebbero ricordare i loro piaceri riconoscenti come per il raccolto di un’estate.
Ma se il rimpianto li conforta, si confortino pure.
E tra voi vi sono quelli non così giovani per cercare, né così vecchi per ricordare.
E nella paura di cercare e ricordare, essi fuggono ogni piacer temendo di umiliare e offendere l’anima.
Ma proprio in questo è il loro piacere.
E in tal modo scoprono tesori, sebbene scavino radici con mano tremante.
Ma ditemi, chi può offendere lo spirito?
L’usignolo offende il silenzio della notte, o la lucciola le stelle?
E la vostra fiamma o il vostro fumo mortificano il vento?
Pensate forse di poter turbare lo spirito come con un bastone uno stagno tranquillo?

Spesso, negandovi al piacere, non fate altro che respingere il desiderio nei recessi del vostro essere.
Chissà che non vi attenda domani ciò che oggi avete negato.
Anche il vostro corpo conosce la sua ricchezza e il suo legittimo bisogno, e non permette inganno.
Il corpo è l’arpa della vostra anima,
E sta a voi trarne musica armoniosa o confusi suoni.

E ora domandatevi in cuore: “Come potremo distinguere il buono dal cattivo nel piacere?”.
Andate nei vostri campi e giardini, e imparerete che il piacere dell’ape è raccogliere il nettare del fiore,
E che il piacere del fiore è conceder all’ape il suo nettare.
Poiché il fiore per l’ape è una fonte di vita,
E l’ape per il fiore è una messaggera d’amore.
E per l’ape e per il fiore donarsi e ricevere piacere è a un tempo necessita ed estasi.

Popolo di Orfalese, nel piacere siate come le api e come i fiori.

Sulla libertà
E un oratore disse: Parlaci della Libertà.
E lui rispose: Alle porte della città e presso il focolare vi ho veduto, prostrati, adorare la vostra libertà,
Così come gli schiavi si umiliano in lodi davanti al tiranno che li uccide.
Sì, al bosco sacro e all’ombra della rocca ho visto che per il più libero di voi la libertà non era che schiavitù e oppressione.
E in me il cuore ha sanguinato, poiché sarete liberi solo quando lo stesso desiderio di ricercare la libertà sarà una pratica per voi e finirete di chiamarla un fine e un compimento.
In verità sarete liberi quando i vostri giorni non saranno privi di pena e le vostre notti di angoscia e di esigenze.
Quando di queste cose sarà circonfusa la vostra vita, allora vi leverete al di sopra di esse nudi e senza vincoli.

Ma come potrete elevarvi oltre i giorni e le notti se non spezzando le catene che all’alba della vostra conoscenza hanno imprigionato l’ora del meriggio?
Quella che voi chiamate libertà è la più resistente di queste catene, benché i suoi anelli vi abbaglino scintillando al sole.

E cos’è mai se non parte di voi stessi ciò che vorreste respingere per essere liberi?
L’ingiusta legge che vorreste abolire è la stessa che la vostra mano vi ha scritto sulla fronte.
Non potete cancellarla bruciando i libri di diritto né lavando la fronte dei vostri giudici, neppure riversandovi sopra le onde del mare.

Se è un despota colui che volete detronizzare, badate prima che il trono eretto dentro di voi sia già stato distrutto.
Poiché come può un tiranno governare uomini liberi e fieri, se non per una tirannia e un difetto della loro stessa libertà e del loro orgoglio ?
E se volete allontanare un affanno, ricordate che questo affanno non vi è stato imposto, ma voi l’avete scelto.
E se volete dissipare un timore, cercatelo in voi e non nella mano di chi questo timore v’incute.
In verità, ciò che anelate e temete, che vi ripugna e vi blandisce, ciò che perseguite e ciò che vorreste sfuggire, ognuna di queste cose muove nel vostro essere in un costante e incompiuto abbraccio.
Come luci e ombre unite in una stretta, ogni cosa si agita in voi.
e quando un’ombra svanisce, la luce che indugia diventa ombra per un’altra luce.
E così quando la vostra libertà getta le catene diventa essa stessa la catena di una libertà più grande.

Sul tempo
E un astronomo disse: Maestro Parlaci del Tempo.
E lui rispose:
Vorreste misurare il tempo, l’incommensurabile e l’immenso.
Vorreste regolare il vostro comportamento e dirigere il corso del vostro spirito secondo le ore e le stagioni.
Del tempo vorreste fare un fiume per sostate presso la sua riva e vederlo fluire.

Ma l’eterno che è in voi sa che la vita è senza tempo
E sa che l’oggi non è che il ricordo di ieri, e il domani il sogno di oggi.
E ciò che in voi è canto e contemplazione dimora quieto entro i confini di quel primo attimo in cui le stelle furono disseminate nello spazio.
Chi di voi non sente che la sua forza d’amore è sconfinata?
E chi non sente che questo autentico amore, benché sconfinato, è racchiuso nel centro del proprio essere, e non passa da pensiero d’amore a pensiero d’amore, né da atto d’amore ad atto d’amore?
E non è forse il tempo, così come l’amore, indiviso e immoto?

Ma se col pensiero volete misurare il tempo in stagioni, fate che ogni stagione racchiuda tutte le altre,
E che il presente abbracci il passato con il ricordo, e il futuro con l’attesa.

Sul dolore
E una donna disse: Parlaci del Dolore.
E lui disse:
Il dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la vostra conoscenza.
Come il nocciolo del frutto deve spezzarsi affinché il suo cuore possa esporsi al sole, così voi dovete conoscere il dolore.
E se riusciste a custodire in cuore la meraviglia per i prodigi quotidiani della vita, il dolore non vi meraviglierebbe meno della gioia;
Accogliereste le stagioni del vostro cuore come avreste sempre accolto le stagioni che passano sui campi.
E veglieresti sereni durante gli inverni del vostro dolore.
Gran parte del vostro dolore è scelto da voi stessi.
E’ la pozione amara con la quale il medico che è in voi guarisce il vostro male.
Quindi confidate in lui e bevete il suo rimedio in serenità e in silenzio.
Poiché la sua mano, benché pesante e rude, è retta dalla tenera mano dell’Invisibile,
E la coppa che vi porge, nonostante bruci le vostre labbra, è stata fatta con la creta che il Vasaio ha bagnato di lacrime sacre.

Sulla morte
Allora Almitra parlò dicendo: Ora vorremmo chiederti della Morte.
E lui disse:
Voi vorreste conoscere il segreto della morte.
ma come potrete scoprirlo se non cercandolo nel cuore della vita?
Il gufo, i cui occhi notturni sono ciechi al giorno, non può svelare il mistero della luce.
Se davvero volete conoscere lo spirito della morte, spalancate il vostro cuore al corpo della vita.
poiché la vita e la morte sono una cosa sola, come una sola cosa sono il fiume e il mare.

Nella profondità dei vostri desideri e speranze, sta la vostra muta conoscenza di ciò che è oltre la vita;
E come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera.
confidate nei sogni, poiché in essi si cela la porta dell’eternità.
La vostra paura della morte non è che il tremito del pastore davanti al re che posa la mano su di lui in segno di onore.
In questo suo fremere, il pastore non è forse pieno di gioia poiché porterà l’impronta regale?
E tuttavia non è forse maggiormente assillato dal suo tremito?

Che cos’è morire, se non stare nudi nel vento e disciogliersi al sole?
E che cos’è emettere l’estremo respiro se non liberarlo dal suo incessante fluire, così che possa risorgere e spaziare libero alla ricerca di Dio?
Solo se berrete al fiume del silenzio, potrete davvero cantare.
E quando avrete raggiunto la vetta del monte, allora incomincerete a salire.
E quando la terra esigerà il vostro corpo, allora danzerete realmente.

Sui figli
E una donna che reggeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli.
E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono figli e figlie della sete che la vita ha di sé stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete donare loro amore ma non i vostri pensieri:
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime:
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farvi simili a voi:
La vita procede e non s’attarda sul passato.
Voi site gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono scoccate in avanti.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere;
Poiché come ama il volo della freccia così ama la fermezza dell’arco.

———————————

Mi dice la mia casa: Non abbandonarmi, il tuo passato è qui. Mi dice la mia strada: Vieni, seguimi, sono il tuo futuro. E io dico alla mia casa e alla mia strada: Non ho passato, non ho futuro.Se resto qui, c’è un andare nel mio restarese vado là c’è un restare nel mio andare. Solo l’amore e la morte cambiano ogni cosa.

C’è fra voi chi cerca la compagnia delle persone loquaci per timore della solitudine. Il silenzio della solitudine svela infatti ai loro occhi la loro nuda essenza, cosa dalla quale rifuggono.
E vi sono quelli che parlano, e senza consapevolezza né preveggenza rivelano una verità che sono i primi a non capire.
E vi sono coloro che hanno la verità dentro di sé, ma non la esprimono a parole.

Dove cercherai la bellezza e come la troverai se non sarà lei stessa la tua via e la tua guida?
Non è l’immagine che vuoi vedere nè la canzone che vuoi udire ma piuttosto un’immagine che vedi anche ad occhi chiusi
ed una canzone che odi anche se ti ripari l’orecchio.
La bellezza è la vita quando la vita svela il suo volto sacro ma sei tu la vita, e sei tu il velo.
La bellezza è l’eternità che si guarda allo specchio ma sei  tu l’eternità sei tu lo specchio.

Il tuo dolore è lo spezzarsi del guscio che racchiude la tua capacità di comprendere e se potessi mantenere il cuore sospeso in costante stupore ai quotidiani miracoli della tua vita il dolore non ti sembrerebbe meno meraviglioso della gioia; e accetteresti le stagioni del tuo cuore come hai sempre accettato le stagioni che passano sui tuoi campi.

Interrogo la tristezza e scopro che non ha il dono della parola; eppure…se potesse sono convinto che pronuncerebbe una parola più dolce della gioia.

L’amore, come un corso d’acqua, deve essere in continuo movimento, ed è proprio per quello che tu fai con me. Ma che cosa accade alla maggioranza delle coppie? Credono che le acque del fiume scorrano per sempre, e non se ne preoccupano più. Poi arriva l’inverno, e le acque gelano. Solo allora comprendono che niente, in questa vita, è assolutamente garantito.

Un libro deve procurare le ferite, deve allargarle. Un libro deve essere pericoloso.

Tu presti fede a quel che senti dire ma dovresti credere a quanto non vien detto: il silenzio dell’uomo si accosta alla verità più della sua parola.

Io non conosco verità assolute, ma sono umile di fronte alla mia ignoranza: in ciò é il mio onore e la mia ricompensa.

Selezione a cura di:

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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FREUD

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In questa sezione  accennerò ad alcuni principi della psicanalisi freudiana oltre ad indicare una vasta serie di aforismi e pensieri di S.Freud . Ciò al fine di meglio comprendere il contributo che il padre della psicanalisi ha reso alla psicologia, contributo che nonostante sia passato un secolo, rimane per molti aspetti ancora valido ed attuale.

LA VITA

Sigmund Freud nacque il 6 maggio 1856, da una modesta famiglia israelitica, a Freiberg (Moravia). A Vienna dove la famiglia si era trasferita quattro anni dopo la sua nascita, si iscrisse dapprima alla facoltà di Scienze, dedicandosi con alcuni successi alla ricerca pura e, successivamente, a causa di problemi economici, a Medicina. Nel 1881 si laureò. Quattro anni dopo ebbe la libera docenza in neuropatologia ed una borsa di studio; ne approfittò per andare a Parigi, alla Salpêtrière, da Charcot, il più grande neurologo europeo di quei tempi. Per la cura degli isterici Charcot si serviva dell’ipnoterapia ed in quegli anni l’interesse di Freud per l’ipnosi divenne vivissimo.
Dell’ipnosi per la terapia dei casi isterici si serviva anche a Vienna il dottor Joseph Breuer. A partire dal 1887 Freud iniziò a collaborare con lui. Da questa collaborazione, che durò sino al 1895, Freud ricavò alcune acquisizioni che resteranno essenziali per la terapia dell’isteria e di altre nevrosi. I risultati di questo lavoro comune furono pubblicati nell’opera Studi dell’isteria apparsa nel 1895. Motivi teorici e pratici e in massima parte una sostanziale diversità di interessi provocarono il graduale allontanamento di Freud da Breuer, allontanamento che si compì, come abbiamo già accennato, poco dopo la pubblicazioni degli Studi.
A partire dal 1895 Freud iniziò la propria autoanalisi che si concluse nel 1900. Freud che aveva conseguito la libera docenza nel 1885 ottiene la carica di professore straordinario all’università di Vienna nel 1902 e, in seguito, nel 1920, di professore ordinano. Tali riconoscimenti erano dovuti al suo prestigio di neuropatologo, infatti in quegli anni la psicoanalisi era ancora fraintesa o ritenuta scandalosa ed oggetto di accuse e di polemiche, tuttavia aveva iniziato, sia pure lentamente, a diffondersi.
Nel 1902 si costituì un primo gruppo di Vienna, con segretario Otto Rank, nel quale si ebbero, già le prime ripicche per questioni di priorità. Nel 1907 si strinsero i primi rapporti con il Bürghölzli, la clinica psichiatrica di Zurigo, e cioè con Bleuler ed i suoi assistenti Eitington e Jung, che dovevano ben presto dar luogo alla pubblicazione d’una rivista di studi comuni, lo Jahrbuch fuer Psychologie und Psychopathologie. Questa collaborazione consentì una maggiore diffusione della psicoanalisi, grazie alla istituzione di una associazione privata ed all’insegnamento che pubblicamente se ne faceva da una clinica di così grande risonanza.
In quegli anni Freud aveva pubblicato alcuni importanti lavori: Psicopatologia della vita quotidiana (1901), Tre saggi sulla sessualità (1905), Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio 1905).
Nel congresso di Norimberga, tenutosi nel 1910, fu fondata una Associazione ufficiale degli psicoanalisti a capo della quale venne eletto Jung. Negli anni seguenti si tennero altri congressi, a Weimar (nel 1911) e a Monaco (nel 1913), e questi contribuirono a far uscire definitivamente la psicoanalisi dalla sua preistoria.
Nel febbraio del 1923 Freud avvertì i primi sintomi di un male che si rivelò un cancro alla mascella. Egli conservò, tuttavia, la sua straordinaria vitalità; continuò il lavoro di analista e di scrittore; volle rimanere sempre consapevole e presente a se stesso, rifiutando ogni pietoso inganno; nonostante i dolori, non prendeva calmanti, per non ottundere la propria usuale chiarezza intellettiva. Aveva continuamente accanto, in un rapporto sempre più stretto, la figlia Anna, cui era legato, dice Jones, da “una reciproca, profonda, silenziosa comprensione e simpatia”. Anna era la sua compagna, la segretaria, l’assistente, la collaboratrice.
Nel 1933 i nazisti prendono il potere in Germania; nonostante i cattivi presagi di un’aggressione all’Austria e le ripetute esortazioni degli amici, Freud non acconsente a lasciare Vienna. Vi si deciderà solo cinque anni più tardi, di fronte all’Anschluss. Nel 1938, dunque, si trasferisce con la famiglia a Londra, dove muore l’anno seguente il 23 settembre.

LE OPERE

S. Freud ha prodotto un’enorme volume di opere, ma in questa sede mi limito ad indicare le principali che sono: Studi sull’isteria (1895); L’interpretazione dei sogni (1900); Psicopatologia della vita quotidiana (1901); Tre saggi sulla sessualità (1905); Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio (1905); Il caso di Dora (1905); Delirio e sogni nella Gradiva di Jensen (1907); Il caso del piccolo Hans (1909); Il caso dell’uomo dei topi (1909); Sulla psicoanalisi. Cinque conferenze (1910); Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci (1910); Totem e tabù (1913); Storia del movimento psicoanalitico (1914); Il caso dell’uomo dei lupi (1918); Al di là del principio del piacere (1920); Psicologia collettiva e analisi dell’io (1921).
A partire dal 1968, a cura di Cesare Musatti, presso l’editore Boringhieri di Torino è iniziata la stampa in traduzione italiana delle Opere di Freud.
Dalla Newton Compton nel 1992 sono state pubblicate le opere e gli scritti minori di Freud in due ampi volumi: Opere 1886-1905 e Opere 1905-1921.

1. La rimozione

Sigmund Freud (1856-1939), dopo la laurea in medicina – conseguita a Vienna nel 1881 -, studia per un breve periodo anatomia cerebrale. Successivamente si dedica allo studio delle malattie nervose, prima con Charcor a Parigi e poi con Bernheim a Nancy. Tornato a Vienna, Freud nel 1895 pubblica insieme o Josef Breuer gli Studi sull’isterismo, dove si sostiene che il soggetto isterico, in stato ipnotico, riesce a tornare all’origine del trauma, illumina quei punti oscuri che durante la sua vita hanno generato la malattia e che sono nascosti nel profondo; è così che egli afferra la causa del male e che, in una sorta di catarsi, si libera del male. Esattamente da questi studi ha inizio la psicoanalisi.
L’ipnotismo svela delle forze e fa intravedere un mondo nel quale Freud immette le sue sonde intellettuali. “quale poteva essere la ragione – si chiede Freud – per la quale i pazienti avevano dimenticato tanti fatti della loro vita interiore ed esteriore e potevano invece ricordarli, quando si applicava loro la tecnica sopra descritta?” L’osservazione dei malati trattati dava una risposta a siffatto interrogativo: “Tutte le cose dimenticate avevano avuto, per un qualche motivo, un carattere penoso per il soggetto, in quanto erano state considerate temibili, dolorose, vergognose per le aspirazioni della sua personalità”. E “per rendere di nuovo cosciente ciò che era stato dimenticato, era necessario vincere nel paziente una resistenza mediante una continua opera di esortazione e di incoraggiamento”. Più tardi, Freud si accorgerà che tale resistenza dovrà essere vinta diversamente (attraverso la tecnica della “associazione libera”), ma intanto era sorta la teoria della rimozione. In ogni essere umano operano tendenze, forze o pulsioni che spesso entrano in conflitto.
La nevrosi si ha quando l’Io cosciente blocca l’impulso e ad esso nega l’accesso “alla coscienza e alla scarica diretta”: una resistenza “rimuove” l’impulso nella parte “inconscia” della psiche.

2. L’inconscio

Con la scoperta delle rimozioni patogene e di altri fenomeni di cui si parlerà fra poco, “la psicoanalisi (…) si vede costretta (…) a prendere sul serio il concetto dell’inconscio”. È l’inconscio che parla e si manifesta nella nevrosi. Ma c’è di più, giacché, per Freud, l’inconscio è lo “psichico” stesso e la sua realtà essenziale. In questo modo Freud rovesciava l’ormai inveterata e venerabile concezione che identificava “cosciente” e “psichico”. Ma sia la precedente pratica ipnotica, sia gli studi sull’isterismo, sia la successiva scoperta della rimozione, sia le indagini che Freud veniva compiendo sulla genesi dei disturbi psichici e delle altre manifestazioni “non ragionevoli” della vita delle persone lo convinsero sempre di più della realtà corposa e determinante dell’inconscio. È l’inconscio che sta dietro le nostre libere fantasie; è esso che genera le nostre dimenticanze, che cancella dalla nostra coscienza nomi, persone, eventi. Come mai volevamo dire una cosa e ce ne esce un’altra? Come mai intendevamo scrivere una parola e ne scriviamo un’altra ? Dove troviamo la causa di questi atti mancati, cioè dei nostri lapsus? Non sorgono forse essi “dalla contrapposizione di due diverse intenzioni”, di cui una, quella inconscia appunto, è “più forte di noi”? È in Psicopatologia della vita quotidiana (1901) e successivamente con Il motto di spirito e i suoi rapporti con l’inconscio (1905) che Freud offre analisi brillanti (spesso, però, considerate dai critici molto discutibili) di un fascio di fenomeni (lapsus, sbadataggini, associazioni immediate di idee, errori di stampa, smarrimento o rottura di oggetti, motti di spirito, amnesie, ecc.) mai presi sul serio dalla “scienza esatta”, e dietro ai quali Freud mostra l’azione indefessa di contenuti che la rimozione ha respinto dalla coscienza e occultato nell’inconscio senza però essere riuscita a renderli inattivi.

3. L’interpretazione dei sogni

Già nella Interpretazione dei sogni (1899) Freud aveva mostrato – in maniera estremamente brillante e suggestiva – l’azione dei contenuti rimossi nell’inconscio. L’antichità classica aveva visto nei sogni delle profezie, la scienza dei tempi di Freud li aveva abbandonati alle superstizioni. Ma Freud li ha voluti portare all’interno della scienza: “Sembrava assolutamente impossibile che qualcuno, il quale avesse compiuto seri lavori scientifici, potesse rivelarsi poi un “interprete di sogni”. Non tenendo però conto di una tale condanna del sogno; considerandolo invece come un sintomo nevrotico incompreso, alla stessa guisa di un’idea delirante o ossessiva; prescindendo dal suo contenuto apparente e, infine, facendo oggetto della libera associazione ciascuno dei suoi diversi elementi, si giunge ad un risultato del tutto diverso”. Il risultato fu che nel sogno c’è un contenuto manifesto” (quello che si ricorda e si racconta quando ci si sveglia) e un “contenuto latente” (quel senso del sogno che l’individuo non sa riconoscere: “ma, dove va la testa!”). Ebbene, proprio questo contenuto latente “contiene il vero significato del sogno stesso, mentre il contenuto manifesto non è altro che una maschera, una facciata (…)”. Lo psicoanalista è anche, e spesso soprattutto, un “interprete dei sogni; deve rifare il cammino verso il contenuto latente del sogno, contenuto “sempre pieno di significato” a partire dal contenuto manifesto spesso del tutto insensato. La tecnica analitica, per mezzo di libere associazioni, “permette di individuare ciò che è nascosto”. E nelle radici nascoste dei sogni noi troviamo impulsi rimossi che il sogno, data la diminuita vigilanza esercitata dall’io cosciente durante il sonno, cerca di soddisfare: “Il sogno (…) costituisce la realizzazione di un desiderio”, di un desiderio che la coscienza reputa magari vergognoso e che “è proclive a ripudiare con stupore o con indignazione”. Tuttavia, non c’è da credere che l’azione rimovente dell’io cessi del tutto durante il sonno: “una parte di essa rimane attiva, come censura onirica, e proibisce al desiderio incosciente di manifestarsi nella forma che gli è propria”. A motivo della severità della censura onirica, “i contenuti onirici latenti devono (…) sottoporsi a modifiche e ad attenuazioni, che rendono irriconoscibile il significato proibito del sogno”. Così si spiegano quelle deformazioni oniriche, alle quali i sogni devono le loro tipiche caratteristiche di strambezza. In conclusione: “il sogno è la realizzazione (maschera) di un desiderio (rimosso)”. E da quanto detto comprendiamo perché, ad avviso di Freud, “l’interpretazione dei sogni è (…) la via regale per la conoscenza dell’inconscio, la base più sicura delle nostre ricerche (…). e quando mi si chiede – dice Freud – come si possa diventare psicoanalista, io rispondo: attraverso lo studio dei propri sogni”.

4. La libido

A questo punto una domanda diventa inevitabile: per quali ragioni certe pulsioni vengono respinte, come mai certi ricordi sono a disposizione della coscienza, mentre altri possono essere, almeno in apparenza, sottratti ad essa e rimossi nell’inconscio? La ragione di ciò – risponde Freud – è da trovare nel fatto che si tratta di pulsioni e di desideri in palese contrasto con i valori e le esigenze etiche proclamate e ritenute valide dall’individuo cosciente. Per cui, quando c’è incompatibilità tra l’io cosciente (i suoi valori, i suoi ideali, i suoi punti di riferimento, ecc.) e certe pulsioni e certi desideri, allora entra in azione una sorta di “repressione” che strappa queste cose “vergognose” e “indicibili” alla coscienza e le trascina nell’inconscio, da dove uno continua la censura cerca di non farli riaffiorare alla vita cosciente.
E rimozione e censura entrano in azione, per il fatto che “debbono” agire su desideri e ricordi di natura principalmente e ampiamente sessuale e quindi su cose vergognose, da non dire e cancellare. Freud riconduce la vita dell’uomo ad una originaria libido, cioè ad una energia connessa principalmente al desiderio sessuale: “analoga alla fame in generale, la libido designa la forza con la quale si manifesta l’istinto sessuale, come la fame designa la forza con la quale si manifesta l’istinto di assorbimento del nutrimento”. Ma mentre desideri come la fame o la sete non sono “peccaminosi” e non vengono rimossi, le pulsioni sessuali vengono rimosse, per poi riapparire nei sogni e nelle nevrosi. “La prima scoperta alla quale ci conduce la psicoanalisi è che, regolarmente, i sintomi morbosi sono legati alla vita amorosa del malato; questa scoperta (…) ci obbliga a considerare i disturbi della vita sessuale come una delle cause più importante della malattia.” I malati non si accorgono di questo, ma ciò accade perché “essi portano un pesante mantello di menzogne per coprirsi, come se ci fosse cattivo tempo nel mondo della sessualità”. Sessualità repressa che esplode in malattia o ritorna in parecchi sogni. È analizzando questi sogni che Freud scopre la sessualità infantile. Sono i sogni degli adulti che, infatti, rimandano di frequente a desideri inesauditi, desideri inappagati della vita sessuale infantile.

5. Il complesso d’edipo

Lo studio della sessualità infantile porta Freud ad uno dei punti centrali della sua teoria, all’idea cioè di complesso di Edipo. Scrive Freud: “Il bimbo concentra sulla persona della madre i suoi desideri sessuali e concepisce impulsi ostili contro il padre, considerato come un rivale. Questa è anche, “mutatis mutandis”, l’attitudine della bambina. I sentimenti che si formano durante questi rapporti non sono solo positivi, cioè affabili e pieni di tenerezza, ma anche negativi, cioè ostili. Si forma un “complesso” (vale a dire un insieme di idee e di ricordi legati a sentimenti molto intensi) che è certamente condannato ad una rapida rimozione. “Ma – fa presente Freud – nel mondo dell’inconscio esso esercita ancora una attività importante e duratura. Possiamo, supporre che esso costituisca, con le sue implicazioni, il complesso centrale di ogni nevrosi, e noi ci aspettiamo di trovarlo non meno attivo negli altri compi della vita psichica.” Nella tragedia greca, Edipo, Figlio del re di Tebe, uccide suo padre e prende in moglie la propria madre. Questo mito, dice Freud, “è una manifestazione poco modificata del desiderio infantile contro il quale si alza più tardi, per scacciarlo, la barriera dell’incesto”. E in fondo al dramma di Amleto, di Shakespeare, “si ritrova la stessa idea di un complesso incestuoso, ma meglio mascherato”. Nell’impossibilità di soddisfare il suo desiderio, il bimbo si assoggetta a quel competitore, il genitore di cui è geloso, e costui diviene il suo padrone interiore. E con l’interiorizzazione di un censore interno la crisi edipica passa, ma intanto si è instaurato il Super-Ego, e con esso la morale.

6. La terapia psicanalitica

“Le teorie della resistenza e della rimozione nell’inconscio, del significato eziologico della vita sessuale e della importanza delle esperienze infantili sono – ad avviso dello stesso Freud – i principali elementi dell’edifîcio teorico della psicoanalisi.” Per quanto poi riguarda la tecnica terapeutica, Freud si convinse, in forza delle esperienze che venivano ad accumularsi nel corso della sua esperienza, che la tecnica maggiormente adeguata fosse quella della associazione libera delle idee: l’analista fa sdraiare il paziente su di un divano, in un ambiente dove non ci sia una luce troppo intensa, in modo da porre il paziente in una situazione di rilassamento; l’analista si pone dietro al paziente e lo invita “a manifestare tutto quello che giunge al suo pensiero, quando egli rinunci a guidare il pensiero intenzionalmente”. Questa tecnica non esercita costrizioni sul malato ed è una via efficace per giungere alla scoperta della resistenza: “la scoperta della resistenza è il primo passo verso un suo superamento”. Ovviamente, perché l’analisi proceda nel giusto senso, occorre che l’analista abbia sviluppato “un’arte dell’interpretazione, il cui fruttuoso impiego, per aver successo, richiede tatto ed esperienza”. L’analista non costringe il paziente, lo guida, lo invita a lasciare via libera alle idee che gli vengono in mente, suggerisce talvolta la parola, cercando di vedere quali altre idee e sentimenti essa susciti nel paziente. E tutto viene registrato e scritto dall’analista: non solo quello che il paziente dice, ma anche le sue esitazioni, e soprattutto le sue resistenze.
L’analista lavora, dunque, sulle libere associazioni del paziente. Ma anche sui suoi sogni, che egli interpreta al pari dei lapsus, delle dimenticanze, dei ritardi, delle associazioni immediate, insomma di tutto ciò che costituisce la “patologia della vita quotidiana”. È attraverso queste tracce e per questi sentieri che l’analista intende riportare il paziente al suo inconscio, a quegli ingorghi che hanno causato la malattia e che pongono il soggetto in stato talvolta di insopportabile sofferenza. Solo scoprendo la causa della malattia, si possono sciogliere i nodi; solo sapendo cosa è avvenuto ci si può liberare dalla sofferenza. È “la trasformazione dell’inconscio in conscio” la via della guarigione, anche se talvolta può capitare che il medico “prende le difese della malattia da lui combattuta”. Sono questi i casi “nei quali il medico stesso deve ammettere che lo sfociare di un conflitto nella nevrosi rappresenta la soluzione più innocua e socialmente più tollerabile”.

7. L’Ego, l’Es ed il super-Ego

Da tutto quanto si è finora detto, risulta ormai facile estrarre la teoria dell’apparato psichico proposta da Freud. L’apparato psichico è composto dall’Es (o Id), dall’Ego e dal Super-Ego. L’Es (in tedesco “Es” è il pronome neutro dimostrativo ed equivale all'”Id” latino; Freud prese questo termine da Georg Groddeck) è l’insieme degli impulsi inconsci della libido; è la sorgente di un’energia biologico-sessuale; è l’inconscio amorale ed egoistico. L’Ego è la facciata” dell’Es; è il rappresentante conscio dell’Es; la punta consapevole di quell’iceberg che è appunto l’Es. Il Super-Ego si forma verso il quinto anno di età e differenzia (per grado e non per natura) l’uomo dall’animale; è la sede della coscienza morale e del senso di colpa. Il Super-Ego nasce come interiorizzazione dell’autorità familiare e si sviluppa successivamente come interiorizzazione di altre autorità, come interiorizzazione di ideali, di valori, modi di comportamento proposti dalla società attraverso la sostituzione dell’autorità dei genitori con quella di “educatori, insegnanti e modelli ideali”. Il Super-Ego “paterno” diventa un Super-Ego “sociale”. L’Ego, dunque, si trova a commerciare tra l’Es e il Super-Ego, tra le pulsioni dell’Es, aggressive ed egoiste – che tendono ad una soddisfazione irrefrenabile e totale – e le proibizioni del Super-Ego che impone tutte le restrizioni e le limitazioni della morale e della “civiltà”. In altri termini, l’individuo è sotto la spinta originaria di una energia biologico-sessuale. Ma queste forze istintive sono regolate da due principi: quello del piacere e quello di realtà. Per il principio del piacere, la libido tende a trovare un soddisfacimento immediato e totale. Su questa strada, però, essa trova quel censore che è il principio di realtà che costringe le pulsioni egoistiche, aggressive ed autodistruttive ad incanalarsi per altre vie, le vie della produzione artistica, della scienza, e così via: le vie della civiltà. Tuttavia, davanti alle repressioni del principio di realtà, l’istinto non desiste e non si dà affatto per vinto e cerca altri sbocchi per il suo soddisfacimento. E allora, se non riesce a “sublimarsi” in opere d’arte, risultati scientifici, realizzazioni tecnologiche, educative o umanitarie, e se, d’altra parte, gli ostacoli che incontra sono massicci e impermeabili a qualsiasi deviazione sostitutiva, la spinta dell’istinto si trasforma in volontà di distruzione e di autodistruzione.

AFORISMI E PENSIERI

“Psiche” è un vocabolo greco che significa “anima”. Perciò per “psichico” s’intende “trattamento dell’anima”; si potrebbe quindi pensare che voglia dire trattamento dei fenomeni patologici della vita dell’anima. Ma il significato dell’espressione è diverso. Trattamento psichico vuol dire invece trattamento a partire dall’anima, trattamento di disturbi psichici o somatici, con mezzi che agiscono in primo luogo e direttamente sulla psiche umana.
Questo mezzo è costituito anzitutto dalla parola, e le parole sono anche strumento fondamentale del trattamento psichico. Certo, difficilmente il profano potrà comprendere come le “sole” parole del medico possano rimuovere disturbi patologici somatici e psichici. Penserà che gli si chieda di credere nella magia. E non ha tutto il torto; le parole dei nostri discorsi di tutti i giorni sono solo magia attenuata.

Per un processo di valutazione ingiusto ma facilmente comprensibile si arrivò al punto che i medici si interessarono solo del corpo, lasciando senz’altro che fossero i filosofi, che essi disprezzavano, ad occuparsi del lato psichico.

Nell’animale come nell’uomo, il rapporto tra corpo ed anima è un rapporto di reciproco completamento.

Solo con lo studio del patologico si arriva a comprendere il normale.

Da sempre si conoscevano molte cose sull’influsso della psiche sul corpo, ma solo ora queste acquistavano il giusto rilievo. La cosiddetta “espressione dei moti d’animo” costituisce l’esempio più comune di azione della psiche sul corpo, e si può osservare regolarmente e in tutti. La tensione ed il rilassamento dei muscoli facciali, l’adattamento degli occhi, l’afflusso del sangue alla pelle, la sollecitazione impressa all apparato vocale, la disposizione delle membra, specie delle mani, rivelano quasi tutti gli stati psichici di un uomo.

In genere i profani tengono in poco conto i dolori provocati dall’immaginazione, al contrario di quanto fanno per quelli provocati da ferita, malattia o infezione. Ma ciò è palesemente ingiusto; qualunque sia la loro causa, sia pure l’immaginazione, non per questo i dolori sono meno veri e meno intensi.

Così come si provocano o si esagerano i dolori dando loro importanza nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l’attenzione.

È lecito pensare che la volontà di guarire o il desiderio di morire non siano irrilevanti per l’esito di casi gravi ed incerti di malattia.

L’attesa speranzosa e fiduciosa, costituisce una forza attiva che dobbiamo senz’altro tenere in considerazione in tutti i nostri tentativi di terapia e guarigione.

Non c’è alcun bisogno di tirare in ballo altre forze che non siano psichiche per spiegare le guarigioni miracolose.

In tutti i tempi ci sono cure alla moda, medici alla moda, soprattutto nell’alta società nella quale il desiderio di superarsi vicendevolmente e di imitare i membri più in vista costituiscono potentissime forze motrici psichiche. Gli effetti terapeutici ottenuti con queste cure alla moda non rientrano nel loro effettivo potere, e usati dal medico alla moda che, ad esempio, si è fatto una certa fama soccorrendo un personaggio in vista, gli stessi strumenti sortiscono effetti molto maggiori che nel caso di altri medici. Così, accanto a taumaturghi divini, esistono taumaturghi umani; ma questi uomini, resi famosi dalla moda e dall’imitazione, si consumano rapidamente, cosa che corrisponde al genere di forze che agiscono in loro favore.

I medici hanno praticato il trattamento psichico in tutti i tempi, e nell’antichità ancora più di oggi. Intendendo per trattamento psichico il tentativo di provocare nel paziente gli stati e le condizioni psichiche più favorevoli alla guarigione, possiamo dire che, storicamente, questo è il tipo più antico di trattamento medico.

Le parole costituiscono il mezzo più efficace per l’innuenza esercitata da una persona sull’altra; le parole costituiscono un valido strumento per indurre modificazioni psichiche in colui al quale si dirigono e, perciò, l’affermazione per cui la magia della parola è in grado di sopprimere fenomeni patologici, anzitutto quelli basati su condizioni psichiche, non ha più un significato enigmatico.

La suggestione porta all’eliminazione dei fenomeni patologici, ma solo transitoriamente.

I ricordi che sono divenuti fattori determinanti dei fenomeni isterici, persistono a lungo con stupefacente freschezza e con tutta la loro coloritura affettiva.

Il materiale psichico patologico sembra essere proprietà di un’intelligenza non necessariamente inferiore a quella dell’Ego normale.

Grazie alle ricchissime connessioni causali, ogni idea patogena di cui non ci si è ancora sbarazzati, agisce quale motivazione di tutti i prodotti della nevrosi ed è solo con l’ultima parola dell’analisi che scompare l’intero quadro clinico, così come avviene dei ricordi rievocati individualmente.

Io vedo solo le cime della catena di pensieri che si sprofonda nell’inconscio (il contrario di quanto si ha nei nostri processi psichici normali).

Spesso dentro di me ho paragonato la psicoterapia catartica all’intervento chirurgico. Ho descritto le mie cure come operazioni psicoterapeutiche e ho messo in rilievo la loro analogia con l’apertura di una cavità piena di pus, il raschiamento di una zona necrotica, ecc. Un’analogia di questo genere trova giustificazione non tanto nella rimozione di ciò che è patologico quanto nello stabilire condizioni che abbiano maggiori probabilità di incanalare il corso del processo verso la guarigione.

Spero che un giorno si farà strada l’idea che anche i neuropatologi possono, quando raccolgono l’anamnesi delle principali nevrosi, trovarsi di fronte a pregiudizi etiologici analoghi.

Non vedo alcuna ragione per cercare di nascondere le lacune e i punti deboli della mia teoria. Secondo me, il punto principale della questione delle fobie è questo: le fobie non compaiono affatto se la vita sessuale è normale, cioè se non sussiste quella specifica condizione che è rappresentata da un perturbamento della vita sessuale, nel senso di una deviazione dallo psichico nel somatico. Per quanto vi possano essere molti altri punti oscuri nel meccanismo delle fobie, la mia teoria non potrà essere rigettata prima che mi si dimostri che vi sono fobie in casi in cui la vita sessuale è normale o, a fianco, vi sia un disturbo di natura non specifica.

Alla base di tutti i casi di isteria vi sono uno o più casi di esperienze sessuali precoci, che risalgono ai primissimi anni dell’infanzia e che, pure, possono essere rievocate grazie al lavoro psicoanalitico, nonostante i decenni che sono trascorsi. Io penso che questa sia una scoperta importante, il ritrovamento di un caput Nili della neuropatologia.

I sintomi isterici sono i derivati di ricordi che operano a livello inconscio.

Non è vero che le domande poste [ai] pazienti e la conoscenza dei loro affari sessuali diano al medico un pericoloso potere su di essi. Nei tempi andati accadeva che la stessa obiezione fosse sollevata contro l’uso degli anestetici, i quali privano il paziente della coscienza e dell’esercizio della volontà lasciando decidere al dottore se e quando egli li riacquisterà. Eppure oggi gli anestetici sono diventati indispensabili perché sono, più di ogni altra cosa, di valido aiuto al medico nella sua opera, che, tra i numerosi altri gravi obblighi, vede anche quello della responsabilità del loro impiego.

Un medico può sempre far del danno se è incapace o senza scrupoli, e questo è ugualmente vero sia ove si tratti di dover indagare sulla vita sessuale del paziente sia ove si tratti di altre cose. Naturalmente, se qualcuno, dopo uno scrupoloso esame di coscienza, sente di non possedere il tatto, la serietà e la discrezione necessaria a esaminare dei pazienti nevrotici, e se si rende conto che rivelazioni di carattere sessuale potrebbero provocare in lui eccitazioni lascive più che interesse scientifico, allora farà bene a evitare l’argomento dell’etiologia delle nevrosi. Anzi, ci sembra giusto pretendere che egli si astenga dal prendere in cura pazienti affetti da malattie nervose.

Moltissime donne che trovano abbastanza gravoso il dovere di vivere nascondendo le proprie sensazioni sessuali, si sentono sollevate quando si rendono conto che il medico, trattando simili argomenti, mira soltanto alla loro guarigione, ed esse gli sono grate perché per una volta è stato loro consentito di assumere un atteggiamento normale riguardo alla sessualità.

In materia di sessualità oggi noi, uno per uno, siamo, malati o sani, nient’altro che degli ipocriti. Sarebbe un bene per tutti noi se, come risultato di tale onestà generale, venisse raggiunto un certo grado di tolleranza nelle cose sessuali.

In ogni caso di nevrosi c’è una etiologia sessuale; ma nella nevrastenia è una etiologia di tipo presente, mentre nelle psiconevrosi i fattori sono di natura infantile.

L’angoscia è sempre libido distolta dal suo [normale] impiego..

L’ereditarietà è inaccessibile all’influenza del medico. Ognuno nasce con le proprie tendenze ereditarie alle malattie, e noi non possiamo fare niente per cambiarle.

La nevrastenia (in entrambe le forme) è una di quelle affezioni che ognuno può facilmente acquistare senza aver alcuna tara ereditaria.

Lo stato della nostra civiltà è anch’esso qualcosa che non può essere modificato dall’individuo. Per di più questo fattore, essendo comune a tutti i membri della stessa società, non può mai spiegare il fatto della selettività nell’incidenza della malattia. Il medico non nevrastenico è esposto alla stessa influenza di una civiltà presumibilmente nociva alla quale è esposto il paziente che egli deve trattare.

Nessuno può mai diventar nevrotico attraverso il lavoro o l’eccitamento soltanto. Il lavoro intellettuale è anzi una protezione contro la possibilità di ammalarsi di nevrastenia; sono proprio i lavoratori intellettuali più assidui a restare esenti dalla nevrastenia, e ciò che i nevrastenici lamentano come “superlavoro che li fa ammalare” di regola non merita affatto di essere chiamato “lavoro intellettuale” né per qualità né per quantità. I medici dovranno abituarsi a spiegare a un impiegato che si è “affaticato” dietro una scrivania o a una casalinga per la quale le attività domestiche sono divenute troppo pesanti, che essi si sono ammalati non perché abbiano cercato di compiere doveri che in verità possono essere facilmente eseguiti da un cervello civilizzato, ma perché in tutto questo tempo hanno pericolosamente trascurato e danneggiato la propria vita sessuale.

L’attuale trattamento della nevrastenia – così come viene applicato negli stabilimenti idroterapici – si propone di migliorare le condizioni nervose per mezzo di due fattori: proteggendo il paziente e rinvigorendolo. Secondo la mia esperienza, è quanto mai opportuno che i direttori medici di tali stabilimenti si rendano ben conto che trattano non con vittime della civiltà o dell’ereditarietà, ma – sit venia verbo – con persone minorate nella sessualità.

Oggi non possediamo alcun metodo di prevenzione del concepimento che sia tale da soddisfare ogni legittima esigenza – cioè, che sia certo e comodo, che non diminuisca la sensazione del piacere durante il coito e che non ferisca la sensibilità della donna. Questo pone ai medici un compito pratico alla cui soluzione potranno dedicare le loro energie non senza soddisfazione. Chiunque colmi questa lacuna della tecnica medica preserverà la gioia di vivere e conserverà la salute di innumerevoli persone, sebbene, per la verità, darà anche l’avvio a un mutamento drastico delle nostre condizioni sociali.

Nella mia esperienza ho visto che i bambini sono capaci di ogni attività sessuale psichica e molti anche di attività sessuali somatiche.

Le psiconevrosi, come genere di malattia, non sono affatto malattie lievi. Una volta insorto l’isterismo, nessuno può predire quando finirà. Noi in gran misura ci consoliamo con la vana profezia che “un giorno improvvisamente sparirà”. La guarigione molto spesso risulta essere semplicemente un accordo sulla tolleranza reciproca tra la parte malata dei paziente e la parte sana; è il risultato di un sintomo di una fobia.

Tra di noi è diffuso un detto relativo ai gioielli falsi che non sono d’oro, ma forse sono stati qualche volta accanto a qualcosa d’oro.
Questa stessa similitudine vale per certe esperienze nell’infanzia che sono rimaste nella memoria non perché fossero d’oro, ma perché vicine all’oro.

La convinzione spontanea della persona che si è appena svegliata è che i suoi sogni, anche se non sono venuti essi stessi da un altro mondo, lo hanno comunque trasportato in un altro mondo.

Tutto il materiale che costituisce il contenuto di un sogno è in qualche modo derivato dall’esperienza, cioè è stato riprodotto o ricordato nel sonno: questo almeno può essere considerato un fatto indiscusso.

Una delle fonti dalle quali i sogni traggono il loro materiale per la riproduzione, materiale che in parte non è né ricordato né usato nell’attività mentale della vita da svegli; è l’esperienza infantile.

I sogni in genere sono privi di intelligibilità e ordine. Le composizioni che costituiscono i sogni sono prive di quelle qualità che renderebbero possibile ricordarli e vengono dimenticate perché in genere si scompongono un momento dopo.

I sogni cedono il posto alle impressioni di un nuovo giorno come lo splendore delle stelle cede alla luce del sole.

Chiunque, conducendo ricerche scientifiche, presti attenzione ai sogni per un determinato periodo di tempo, sognerà più del solito, il che vuol dire che ricorda i sogni con più facilità e frequenza.

Lo studio scientifico dei sogni parte dalla supposizione che essi sono il prodotto della nostra attività mentale. Ciononostante il sogno finito ci colpisce come qualcosa di estraneo. Siamo così poco portati a riconoscere la nostra responsabilità, che diciamo altrettanto facilmente mir hat getraumt [“ho avuto un sogno”] che ich habe getraumt [“ho fatto un sogno”].

I sogni […] pensano prevalentemente con immagini visive, ma non esclusivamente; essi infatti fanno uso anche di immagini auditive e, in misura minore, delle impressioni degli altri sensi. Molte cose si manifestano nei sogni (proprio come fanno nella vita da svegli) semplicemente come pensieri o idee, probabilmente cioè in forma di residui di rappresentazioni verbali. Tuttavia, ciò che è veramente caratteristico nel contenuto dei sogni, sono quegli elementi che si comportano come immagini, cioè più simili a percezioni che a rappresentazioni della memoria. Tralasciando tutte le argomentazioni, così note agli psichiatri, sulla natura delle allucinazioni, concorderemo con tutte le opinioni autorevoli sull’argomento nell’affermare che i sogni allucinano, che sostituiscono le allucinazioni ai pensieri.

Da lungo tempo è stata richiamata l’attenzione sull’affinità intima tra sogni e malattie mentali, che si rivela nell’ampia concordanza delle loro manifestazioni. Maury dice che il primo a rilevarla fu Cabanis e dopo di lui Lélut, J. Moreau e, in particolare, il filosofo Maine de Biran. Senza dubbio il confronto risale a tempi ancora più lontani; Radestock inizia il capitolo nel quale ne tratta con delle citazioni che stabiliscono un’analogia tra i sogni e la pazzia. Kant dice in un punto: “Il pazzo è un sognatore sveglio”. Krauss dichiara che “la pazzia è un sogno sognato mentre i sensi sono svegli”. Schopenhauer chiama i sogni una breve follia e la follia un lungo sogno. Hagen descrive il delirio come vita onirica prodotta non dal sonno ma da malattia. Wundt scrive: “Noi stessi, in realtà, possiamo sperimentare nei sogni quasi tutti quei fenomeni che si verificano nei manicomi”.

L’indiscutibile analogia tra i sogni e la follia, così come si estende ai dettagli in particolare, è uno dei più potenti sostegni della teoria medica della vita onirica, che considera il sognare come un inutile processo disturbatore e come l’espressione di un’attività ridotta dalla mente. Tuttavia non ci si deve aspettare che troveremo la definitiva spiegazione dei sogni partendo dai disturbi psichici; infatti è generalmente riconosciuto l’insoddisfacente stato della nostra conoscenza riguardo all’origine di questi ultimi. È abbastanza probabile, al contrario, che un cambiamento di atteggiamento riguardo ai sogni influenzerà nello stesso tempo le nostre opinioni sul meccanismo interno dei disordini mentali, e che lavoreremo per la spiegazione delle psicosi mentre stiamo cercando di chiarire il mistero dei sogni.

L’avversione ad imparare qualcosa di nuovo […] è caratteristica degli uomini di scienza. Con parole ironiche Anatole France dice: “Les savants ne sont pas curieux” [“I saggi non sono curiosi”].

Ciò che Schiller descrive come un allentamento della sorveglianza alle porte della ragione, cioè l’atteggiamento di autosservazione priva di critica, non è affatto difficile. La maggior parte dei miei pazienti lo realizza dopo le prime istruzioni. Io stesso posso farlo perfettamente aiutandomi con lo scrivere le idee come mi vengono in mente. La quantità di energia psichica con la quale è possibile ridurre l’attività critica e aumentare l’intensità dell’autosservazione varia considerevolmente secondo l’argomento sul quale uno cerca di fissare l’attenzione.

I sogni non devono essere paragonati ai suoni discordanti che provengono da uno strumento musicale percosso da un tocco estraneo invece che dalla mano del musicista, non sono privi di significato, non sono assurdi; non implicano che una parte delle nostre rappresentazioni sia addormentata, mentre un’altra parte comincia a svegliarsi. Al contrario, sono fenomeni psichici pienamente validi e cioè soddisfazioni di desideri; essi possono essere inseriti nella catena degli atti mentali comprensibili della veglia; essi vengono elaborati da un’attività mentale estremamente complicata.

Spesso i sogni si rivelano, senza alcuna maschera, come appagamenti di desideri; cosicché ci si può meravigliare che il linguaggio dei sogni non sia stato già compreso da lungo tempo. Per esempio, c’è un sogno che io posso produrre in me quando voglio, per così dire sperimentalmente. Se la sera mangio sardine, olive o qualsiasi altro cibo molto salato, durante la notte mi viene sete e mi sveglio. Ma il mio risveglio è preceduto da un sogno che ha sempre lo stesso contenuto cioè che sto bevendo. Sogno che sto già bevendo a grandi sorsi dell’acqua, che ha quel sapore delizioso delle bevande fredde per chi è arso dalla sete.

I sogni dei bambini sono spesso mere soddisfazioni di desideri e in questo caso sono ben poco interessanti in confronto ai sogni degli adulti. Essi non sollevano problemi da risolvere, ma d’altra parte hanno una grandissima importanza al fine di dimostrare che i sogni, nella loro essenza, rappresentano l’adempimento dei desideri.

Quando, nel corso di un lavoro scientifico, ci si trova di fronte ad problema difficile da risolvere, è spesso un buon sistema quello di aggiungere all’originale un secondo problema, proprio come è più facile schiacciare due noci insieme piuttosto che separatamente.

È vero che ci sono dei sogni […] che sono palesi appagamenti di desideri. Ma nei casi in cui non si può riconoscere la soddisfazione del desiderio, dove questo è mascherato, ci deve essere stato un atteggiamento di difesa contro di esso: e proprio per questa difesa il desiderio non si è potuto esprimere se non in una forma distorta.

Possiamo […] presumere che, nel singolo individuo, i sogni ricevano una forma dall’azione di due forze psichiche (che possiamo anche chiamare correnti o sistemi), una delle quali costruisce il desiderio espresso dal sogno, mentre l’altra esercita una censura su di esso provocando, di conseguenza, una deformazione della sua espressione.

L’identificazione è un fattore molto importante nel meccanismo dei sintomi isterici: riesce a far esprimere ai pazienti nei loro sintomi non solo le loro esperienze personali, ma anche quelle di un gran numero di altre persone, a farli soffrire in un certo senso per tutta una folla di gente e a recitare tutte le parti di una commedia da soli.

L’identificazione viene più frequentemente usata nell’isteria per esprimere un comune elemento sessuale. L’isterica si identifica nei suoi sintomi di preferenza, anche se non esclusivamente, con le persone con le quali ha avuto rapporti sessuali o con quelle che hanno avuto rapporti sessuali con le stesse persone con le quali ne ha avuti lei.

C’è una componente masochista nella costituzione sessuale di molte persone, che deriva dalla trasformazione nel suo contrario della componente aggressiva, sadica. Quelli che provano piacere, non nel dolore fisico inflitto loro, ma nell’umiliazione e tortura mentale, si possono chiamare “masochisti mentali”. Si comprende subito che questo tipo di persone può fare sogni contrari a desideri e sogni spiacevoli, che tuttavia sono realizzazioni di desideri perché soddisfano le loro tendenze masochiste.

Tutti abbiamo dei desideri che preferiremmo non svelare ad altre persone e desideri che non ammettiamo nemmeno di fronte a noi stessi.

I sogni di angoscia sono sogni di contenuto sessuale, in cui la libido è stata trasformata in angoscia.

I sogni possono scegliere il loro materiale da qualunque parte della vita del sognatore, purché ci sia un’associazione di pensieri che leghi l’esperienza del giorno del sogno (le impressioni “recenti”) con quelle più lontane.

I nostri pensieri nei sogni sono dominati dallo stesso materiale che ci tiene impegnati durante il giorno, e ci preoccupiamo di sognare solo quelle cose che ci hanno dato ragione di riflettere durante il giorno.

Il regno del motto di spirito non conosce frontiere.

Se nel corso di un solo giorno abbiamo due o più esperienze adatte a provocare un sogno, questo farà riferimento ad un tutto unico; esso è costretto a farne un’unità.

Non ci sono sogni “innocenti”. Queste sono le mie opinioni nel senso più rigoroso e più assoluto, se lasciamo da parte i sogni dei bambini e forse le brevi reazioni oniriche a sensazioni provate durante la notte. A parte questo, ciò che sogniamo o si riconosce in modo manifesto come psichicamente significativo, o è deformato e non può essere giustificato finché il sogno non è stato interpretato, dopo di che ancora una volta risulta essere significativo.

I sogni non riguardano mai delle sciocchezze; non permettiamo infatti che il nostro sonno venga turbato da inezie.

I sogni apparentemente innocenti si rivelano essere l’opposto quando si prende la cura di interpretarli. Si potrebbe dire che sono lupi in veste d’agnelli.

Ogni sogno è legato alle esperienze recenti nel suo contenuto manifesto, mentre si ricollega alle esperienze più lontane nel suo contenuto latente.

I sogni spesso sembrano avere più di un significato. Essi, come hanno mostrato i nostri esempi, includono parecchie soddisfazioni di desideri, l’una accanto all’altra; inoltre, una successione di significati o di soddisfazioni di desideri può essere sovrapposta ad un’altra, dove quella più profonda è la soddisfazione di un desiderio della prima infanzia. E qui ci si dovrebbe chiedere di nuovo se non sia più esatto asserire ciò che avviene “sempre”, piuttosto che “spesso”.

Il fatto che i significati dei sogni siano disposti in strati sovrapposti costituisce uno dei più delicati ma anche dei più interessanti problemi dell’interpretazione dei sogni. Chiunque dimentichi questa possibilità andrà facilmente fuori strada e arriverà a fare delle affermazioni insostenibili sulla natura dei sogni.

In genere non siamo in grado di interpretare i sogni di un’altra persona, a meno che essa non sia preparata a comunicare i pensieri inconsci che si celano dietro al suo contenuto.

In genere ogni persona ha la facoltà di costruire il suo mondo onirico secondo le proprie caratteristiche individuali, rendendolo così incomprensibile agli altri. Appare evidente, comunque, che in contraddizione con questo, ci sono certi sogni simili per tutti e che si presume abbiano lo stesso significato per tutti. Un interesse particolare è collegato a questi sogni tipici, poiché essi presumibilmente sorgono dalle stesse fonti in ogni caso e quindi sembrano particolarmente qualificati a chiarire le fonti del sogno.

Solo nell’infanzia ci facciamo vedere seminudi da membri della famiglia e da estranei, governanti, cameriere, ospiti, e solo allora non ci vergogniamo della nostra nudità. Possiamo ora osservare che lo spogliarsi ha un effetto quasi inebriante su molti bambini, anche quando sono più grandi, invece di far loro provare vergogna. Ridono e saltano da tutte le parti e si colpiscono, mentre la madre o chiunque sia presente li rimprovera, dicendo: “Vergognati, questo non si fa!”. I bambini spesso manifestano il desiderio di esibirsi.

Il paradiso stesso non è altro che una fantasia collettiva dell’infanzia dell’individuo. Ecco perché l’umanità era nuda in paradiso e non c’era vergogna, finché arrivò il momento in cui si risvegliò la vergogna e l’angoscia, seguì la cacciata e cominciò la vita sessuale e il compito della civiltà. Ma noi possiamo riconquistare questo paradiso ogni notte nei nostri sogni.

Nella psicoanalisi si impara ad interpretare la contiguità temporale come connessione oggettiva. Due pensieri che si susseguono immediatamente senza un nesso apparente, compongono in realtà un’unità che deve essere scoperta; allo stesso modo, se scrivo una “a” e una “b” di seguito, devono essere pronunciate come un’unica sillaba “ab”. Lo stesso vale per i sogni.

I desideri che il sogno soddisfa non sono sempre desideri attuali. Possono anche essere desideri del passato che sono stati abbandonati, ricoperti da altri, rimossi, e ai quali dobbiamo attribuire una specie di continuazione di esistenza solo a causa del loro rivivere in un sogno. Essi sono morti nel senso che diamo noi alla parola, ma solo nel senso delle ombre dell’Odissea, che si risvegliavano ad una certa forma di vita appena bevevano del sangue.

Se qualcuno sogna, con tutte le espressioni di dolore, che il padre o la madre o un fratello o una sorella muoiono, non impiegherei mai il sogno come prova che egli desidera la morte di quella persona in quel momento. La teoria dei sogni non richiede tanto; le basta la deduzione che questa morte è stata desiderata una volta o l’altra durante l’infanzia del sognatore.

Molte persone […] che amano i fratelli e le sorelle e che si sentirebbero desolate per la loro morte, nutrono contro di essi desideri cattivi nell’inconscio da moltissimo tempo; e questi desideri possono essere realizzati dai sogni.

I sentimenti ostili tra fratelli e sorelle devono essere molto più frequenti nell’infanzia di quanto possa osservare l’occhio cieco dell’adulto.

I sogni di morte dei genitori si applicano con maggiore frequenza al genitore dello stesso sesso del sognatore: cioè, gli uomini sognano soprattutto la morte del padre, le donne quella della madre. Non posso pretendere che ciò sia universalmente vero, ma lo è nella maggioranza dei casi, in modo così evidente da richiedere una spiegazione basata su un elemento che abbia validità generale. Grosso modo, è come se si provasse nei primi anni una preferenza sessuale: come se i ragazzi considerassero i padri e le ragazze le madri dei rivali in amore, la cui eliminazione non potrebbe non avvantaggiarli.

Il medico ha spesso occasione di notare che il dolore del figlio per la perdita del padre non riesce a soffocare la soddisfazione per aver infine conseguito la sua libertà.

Le occasioni di conflitto tra la figlia e la madre sorgono quando la figlia comincia a crescere e a desiderare la libertà sessuale, mentre si trova sotto la tutela della madre; e per la madre, d’altra parte, la crescita della figlia è l’avvertimento che è venuta per lei l’ora di abbandonare le sue pretese di soddisfazioni sessuali.

Il desiderio della morte dei genitori risale alla primissima infanzia. Nel caso di psiconevrotici soggetti all’analisi, questa supposizione trova conferma con certezza assoluta.

I genitori dimostrano in genere una parzialità sessuale: una predilezione naturale fa in genere in modo che l’uomo tenda a viziare le figliolette, mentre la madre prende la parte dei maschietti; ciò anche se entrambi, quando il loro giudizio non è turbato dalla magia del sesso controllano severamente l’educazione dei loro figli. Il bambino è ben consapevole di questa parzialità e si ribella contro quello dei genitori che ad essa si oppone. L’essere amato da un adulto non solo porta al bambino la soddisfazione di una particolare esigenza ma anche la certezza che si cederà alla sua volontà in tutto il resto. Così egli seguirà il suo istinto sessuale e nello stesso tempo rafforzerà la preferenza mostrata dai genitori, se la sua scelta coincide con la loro.

I genitori hanno la parte più importante nella vita psichica di tutti i bambini che diventeranno psiconevrotici. L’amore per un genitore e l’odio per l’altro sono le componenti essenziali del gruppo di impulsi psichici che si forma in quel periodo e che è tanto importante per la determinazione dei sintomi della successiva nevrosi.

I sogni sono brevi, miseri e laconici in confronto all’estensione e abbondanza dei pensieri del sogno. Un sogno scritto riempirà forse mezza pagina, l’analisi che ricerca i pensieri latenti può prendere uno spazio sei, otto o dieci volte maggiore. Questo rapporto varia a seconda dei sogni, ma la mia esperienza mi fa credere che la direzione non cambia mai.

La formazione dei sogni [è] basata su un processo di condensazione.

I sogni prendono in considerazione in generale la connessione che indubbiamente esiste tra tutte le parti dei pensieri del sogno, fondendo tutto il materiale in un’unica situazione o fatto. Essi riproducono la connessione logica mediante la simultaneità del tempo. E qui agiscono come il pittore che in un quadro della Scuola di Atene o del Parnaso rappresenta in un unico gruppo tutti i filosofi o tutti i poeti. È vero che in realtà non si sono mai riuniti tutti in un’unica sala o su una cima di montagna, ma certamente formano un gruppo concettualmente.

L’altemativa “o-o” non può essere espressa nei sogni in alcun modo. […] Se, nel raccontare un sogno, il narratore si sente portato a servirsi di un “o-o”, – per esempio, “era un giardino o un salotto” -, nei pensieri del sogno non c’era un’alternativa ma un “e”, una semplice aggiunta. Un “o-o” si usa soprattutto per descrivere un elemento del sogno che abbia un carattere vago, che comunque può essere risolto. In questi casi la regola per l’interpretazione è: considera di
uguale valore le due apparenti alternative e collegale con un “e”.

So per esperienza, alla quale non ho trovato eccezioni, che ogni sogno tratta del sognatore stesso. I sogni sono completamente egoistici. Ogni volta che il mio Io non appare nel contenuto del sogno, ma c’è solo qualche sconosciuto, posso ritenere con sicurezza che il mio Io si cela mediante l’identificazione con questa persona; posso inserire il mio Io nel contesto. Altre volte, quando il mio Io appare nel sogno, la circostanza in cui appare può farmi capire che c’è qualche altra persona nascosta dietro di me per identificazione. In tal caso il sogno dovrebbe ammonirmi di trasferire su me stesso, durante l’interpretazione, l’elemento comune nascosto, che si riferisce a quella persona. Ci sono dei sogni in cui il mio Io appare insieme ad altre persone, che, quando si risolve l’identificazione, risultano essere di nuovo il mio Io. Grazie a queste identificazioni dovrei quindi essere in grado di portare il mio lo a contatto con determinate idee la cui accettazione è stata proibita dalla censura. Quindi il mio lo può essere rappresentato in un sogno parecchie volte, ora direttamente, ora mediante la identificazione con persone estranee.

Molto spesso l’inversione viene impiegata proprio nei sogni che sorgono da impulsi omosessuali repressi.

I commenti su un sogno, o le osservazioni apparentemente ingenue, spesso servono a mascherare una parte di quanto si è sognato nella maniera più sottile; ma in realtà la tradiscono.

In qualsiasi lingua i termini concreti, a causa della storia del loro sviluppo, sono più ricchi di associazione dei termini concettuali.

Le parole, poiché sono i centri di collegamento di numerose idee, possono considerarsi come predestinate all’ambiguità; e le nevrosi (per esempio, le ossessioni e le fobie), non meno dei sogni, si servono spudoratamente dei vantaggi offerti dalle parole a scopo di condensazione e mascheramento.

Nell’interpretazione di qualsiasi elemento del sogno in genere è dubbio: a. se esso vada preso in senso positivo o negativo (come relazione antitetica); b. se debba essere interpretato storicamente (come un ricordo); c. o simbolicamente, o d. se la sua interpretazione debba dipendere dall’espressione verbale.

La presenza dei simboli nei sogni non solo per alcuni versi facilita la loro interpretazione, ma la rende per altri versi più difficile.

Nessun altro istinto è stato soggetto fin dall’infanzia a tanta repressione, quanto l’istinto sessuale con le sue numerose componenti. […] Nessun altro istinto lascia tanti desideri inconsci e così forti, pronti a produrre sogni nello stato di sonno. Nell’interpretare i sogni non dovremmo mai dimenticare l’importanza dei complessi sessuali, evitando naturalmente l’esagerazione di attribuire ad essi importanza esclusiva.

Possiamo affermare che molti sogni, se attentamente interpretati, sono bisessuali, in quanto ammettono senza dubbio una sovrainterpretazione in cui si realizzano gli impulsi omosessuali del sognatore, gli impulsi, cioè, che sono contrari alle sue normali attività sessuali. Tuttavia sostenere, come fanno Stekel e Adler, che tutti i sogni devono essere interpretati bisessualmente mi sembra una generalizzazione nello stesso tempo indimostrabile e poco probabile che non mi sento di appoggiare. In particolare poi non posso ignorare il fatto evidente che ci sono numerosi sogni che soddisfano esigenze diverse da quelle erotiche, nel senso più ampio della parola: sogni di fame e di sete, sogni di comodità, ecc.

Quando io insisto con i miei pazienti sulla frequenza dei sogni edipici, in cui il sognatore ha un rapporto sessuale con la propria madre, essi rispondono spesso: “Non ricordo di aver mai fatto un sogno simile”. Subito dopo, tuttavia, verrà fuori un ricordo di qualche altro sogno poco chiaro e indifferente, che il paziente ha fatto ripetutamente. L’analisi mostra allora che questo è effettivamente un sogno con lo stesso contenuto, ancora una volta un sogno edipico. Posso affermare con certezza che i sogni mascherati di rapporti sessuali con la madre del sognatore sono molto più frequenti di quelli manifesti.

L’evoluzione del linguaggio ha facilitato molto le cose ai sogni. La lingua ha infatti a sua disposizione moltissime parole che in origine avevano un significato figurato e concreto, ma oggi sono usate in senso sbiadito e astratto. Tutto quanto i sogni devono fare è dare a queste parole il loro pieno significato primitivo o retrocedere ad una fase precedente del loro sviluppo.

Le impressioni del secondo anno di vita, e a volte anche del primo, lasciano un’impronta durevole sulla vita emotiva di coloro che in seguito si ammaleranno, e […] queste impressioni, anche se deformate e in molti modi esagerate dalla memoria, possono costituire la prima e la più profonda base dei sintomi isterici. I pazienti, cui spiego queste cose al momento giusto, usano parodiare questa conoscenza appena acquisita dichiarando di essere pronti a cercare ricordi che risalgono al tempo in cui non erano ancora in vita.

Il distacco degli affetti dal materiale rappresentativo che li ha generati è la cosa più sorprendente che possa loro accadere durante la formazione dei sogni; ma non è né l’unica né la più essenziale alterazione che essi subiscono nel loro cammino dai pensieri del sogno al sogno manifesto. Se confrontiamo gli affetti dei pensieri del sogno con quelli del sogno, una cosa diventa subito evidente. Ogni volta che c’è un affetto in un sogno, esso si trova anche nei pensieri del sogno. Ma non viceversa. Un sogno è generalmente più povero di affetto del materiale psichico dalla cui elaborazione proviene. Quando ho ricostruito i pensieri del sogno, generalmente scopro che in essi i più intensi impulsi psichici lottano per farsi sentire e lottano in genere contro altri che sono in acuto contrasto con essi. Se poi ritorno al sogno esso appare spesso sbiadito e privo di tonalità emotiva di notevole intensità. Il lavoro onirico ha ridotto a un livello di indifferenza non solo il contenuto ma spesso anche il tono emotivo dei miei pensieri. Si potrebbe dire che il lavoro onirico determina una repressione di affetti.

L’inibizione di affetto […] deve essere considerata la seconda conseguenza della censura dei sogni, come la deformazione del sogno ne è la conseguenza prima.

Come le rappresentazioni di cose possono apparire nei sogni trasformate nei loro opposti, così anche gli affetti collegati ai pensieri del sogno; e sembra probabile che questa inversione di affetti sia prodotta in genere dalla censura del sogno. Nella vita sociale, ci serviamo ugualmente della repressione e dell’inversione degli affetti, principalmente a scopo di dissimulazione.

Solo i rimproveri in cui c’è qualcosa di vero feriscono; solo quelli ci turbano.

La mia vita emotiva ha sempre richiesto un amico intimo e un nemico odiato. Sono sempre riuscito a procurarmene di nuovi ed è anzi successo spesso che la situazione ideale dell’infanzia si sia riprodotta così completamente da riunire nella stessa persona l’amico e il nemico, naturalmente non nello stesso momento o con continue oscillazioni, come deve essere successo nella mia prima infanzia.

Non si può negare che interpretare e raccontare i propri sogni richieda un alto grado di autodisciplina. Si è costretti ad emergere come l’unico mascalzone tra una folla di persone nobili con le quali si divide la vita.

Ci siamo trovati di fronte all’interrogativo, se la mente impieghi tutte le sue facoltà senza riserve per la formazione dei sogni o solo una parte di esse funzionalmente limitata. Le nostre indagini ci inducono a rifiutare interamente la forma in cui è stata posta questa domanda, poiché date le circostanze essa risulta inadeguata. Ma se dovessimo rispondere alla domanda nei termini in cui è stata posta, saremmo costretti a rispondere in senso affermativo ad entrambe le alternative, anche se apparentemente si escludono a vicenda.

L’affermazione fatta in questi termini perentori (“Tutto ciò che interrompe il progresso del lavoro onirico è una resistenza”) è facilmente aperta ai malintesi. Naturalmente si deve prendere solo come una regola tecnica, come un avvertimento agli analisti. Non si può confutare che nel corso dell’analisi si possono verificare diversi eventi non imputabili alle intenzioni del paziente. Il padre può morire senza che egli lo abbia assassinato, o può scoppiare una guerra che interrompe l’analisi. Ma al di là dell’evidente esagerazione, l’affermazione sostiene qualcosa di nuovo e di vero. Anche se l’evento che causa l’interazione è reale e indipendente dal paziente, dipende spesso da lui l’entità dell’interazione che provoca; e la resistenza si rivela inequivocabilmente nella prontezza con !a quale accetta un fatto di questo genere e nell’abuso che ne fa.

È indubbio che dimentichiamo sempre di più i sogni con il passare del tempo, dopo il risveglio; spesso li dimentichiamo nonostante i più faticosi sforzi per ricordarli. Ma sono dell’opinione che l’entità di questo oblio sia in genere sopravvalutata; e c’è anche una sopravvalutazione della limitazione della nostra conoscenza del sogno a causa delle lacune. Spesso è possibile mediante l’analisi ritrovare tutto quanto è stato perso dimenticando il contenuto del sogno; o almeno, in numerosi casi si può ricostruire da un frammento non il sogno, che in ogni caso non è importante, ma l’insieme dei pensieri del sogno. Ciò richiede una certa attenzione e autodisciplina nel compiere l’analisi; questo è tutto, ma dimostra che non manca un fine ostile (di resistenza) attivo nel dimenticare i sogni.

L’oblio dei sogni dipende molto di più dalla resistenza che dalla concezione, messa in rilievo dagli altri autori, che lo stato della veglia e quello del sonno siano estranei l’uno all’altro.

Nessuno si deve aspettare che l’interpretazione dei suoi sogni gli cada in grembo come la manna dal cielo. […] Deve ricordarsi del consiglio di Claude Bernard ai ricercatori di un laboratorio fisiologico: “travailler comme une bete”, lavorare, cioè, con l’ostinazione di una bestia e con noncuranza per il risultato. Seguendo questo consiglio, il compito non sarà più così difficile.

Alla domanda se tutti i sogni possano essere interpretati, bisogna rispondere negativamente. Non si deve dimenticare che nell’interpretazione del sogno siamo ostacolati dalle forze psichiche responsabili della sua deformazione. È quindi questione di forza relativa, se, nell’interpretazione del sogno, il nostro interesse intellettuale, la nostra capacità di autodisciplina, le nostre conoscenze psicologiche e la nostra pratica riescono a dominare le resistenze interne. E’ sempre possibile arrivare fino a un certo punto: in ogni caso fino a convincerci che il sogno è una struttura con un significato, e in genere anche fino ad avere un’idea sul suo significato.

Spesso c’è una parte anche nel sogno interpretato più a fondo che dev’essere lasciata oscura; ciò avviene perché ci rendiamo conto durante il lavoro di interpretazione che a quel punto c’è un nodo di pensieri del sogno che non può essere districato e che inoltre non aggiunge nulla alla nostra conoscenza del contenuto del sogno. Questo è l’ombelico del sogno, il punto dove si immerge nell’ignoto. I pensieri del sogno, ai quali ci conduce l’interpretazione, non possono, per la natura delle cose, avere dei punti d’arrivo determinati; sono costretti a ramificarsi in tutte le direzioni nell’intricata rete del mondo del pensiero. E il desiderio del sogno emerge in qualche punto in cui questa rete è particolarmente fitta, come un fungo dal suo micelio.

I deliri sono il prodotto della censura che non si preoccupa più di celare la sua attività: invece di collaborare nel produrre una nuova versione che sia ineccepibile, distrugge apertamente ciò che disapprova, così che ciò che rimane diventa piuttosto incoerente. Questa censura agisce esattamente come la censura dei giornali alla frontiera russa, che lascia andare tra le mani dei suoi lettori, che deve proteggere, i giornali stranieri, solo dopo aver cancellato i passaggi pericolosi.

I desideri inconsci sono sempre attivi. Ma, nonostante questo, sembra che non siano abbastanza forti da rendersi percettibili durante il giorno.

Posso dire che è di esperienza quotidiana il fatto che il rapporto sessuale tra adulti sembri spaventoso ai bambini che lo osservano e che provochi angoscia in essi. Ho spiegato questa angoscia deducendo che stiamo trattando di una eccitazione sessuale che la loro intelligenza non è in grado di affrontare, e che inoltre essi indubbiamente rifiutano poiché implica i loro genitori; e quindi si trasforma in angoscia.

La nostra teoria dei sogni considera i desideri che risalgono all’infanzia come la forza motrice indispensabile per la formazione dei sogni.

Il punto non è che i sogni creano la fantasia, ma piuttosto che l’attività inconscia della fantasia contribuisce notevolmente alla formazione dei pensieri del sogno.

Le elaborazioni di pensiero più complicate sono possibili senza la partecipazione della coscienza.

Il sogno non è un fenomeno patologico; non presuppone un disturbo dell’equilibrio psichico; non lascia dietro di sé una perdita di efficienza.

L’interpretazione dei sogni è la strada maestra verso la conoscenza delle attività inconsce della mente.

I sogni non sono gli unici fenomeni che ci permettano di trovare nella psicologia una base per la psicopatologia.

Il medico e il filosofo si incontrano solo se entrambi riconoscono che l’espressione “processi psichici inconsci” è “l’espressione giusta e adatta di un fatto assodato con certezza”. Il medico può solo scrollare le spalle, se si sente dire che “la coscienza è la caratteristica indispensabile di ciò che è psichico”, e forse, se nutre ancora abbastanza rispetto per le espressioni dei filosofi, penserà che non si sono occupati della stessa cosa e non hanno lavorato per la stessa scienza. Poiché anche una sola osservazione comprensiva della vita psichica di un nevrotico o un’unica analisi di un sogno devono lasciargli l’irremovibile convinzione che i più complicati e razionali processi del pensiero, cui certamente non si può negare il nome di processi psichici, possono manifestarsi senza eccitare la coscienza del soggetto.

È necessario abbandonare la sopravvalutazione della qualità di essere coscienti per potersi formare una visione esatta dell’origine di ciò che è psichico.

Si deve ritenere che l’inconscio sia la base generale della vita psichica. L’inconscio è la sfera più larga, che comprende all’interno la più piccola del conscio. Qualsiasi cosa cosciente ha uno stadio preliminare inconscio; mentre ciò che è inconscio può restare a quello stadio e tuttavia reclamare il valore pieno di processo psichico. L’inconscio è la vera realtà psichica; nella sua intima essenza ci è sconosciuto quanto la realtà del mondo esterno, e la coscienza ce lo presenta in modo così incompleto come i nostri organi sensori ci comunicano il mondo esterno.

Siamo probabilmente portati a sopravvalutare notevolmente il carattere cosciente della produzione intellettuale e artistica. I racconti fatti da alcuni degli uomini più produttivi, quali Goethe e Helmholtz, ci mostrano piuttosto che ciò che è essenziale e nuovo nelle loro creazioni è venuto loro senza premeditazione e quasi come un insieme già pronto. Non c’è nulla di strano se in altri casi, dove si richiedeva una concentrazione di tutte le facoltà intellettuali, anche l’attività cosciente abbia dato il suo contributo. Ma l’attività cosciente abusa troppo del suo privilegio per cui, ogni volta che ha un ruolo, nasconde ai nostri occhi tutte le altre attività.

I molteplici problemi della coscienza si possono afferrare solo mediante un’analisi dei processi di pensiero nell’isteria.

Credo che l’imperatore romano che fece uccidere uno dei suoi uomini perché aveva sognato di assassinare l’imperatore, avesse torto. Avrebbe dovuto cominciare con il cercare di scoprire il significato del sogno; molto probabilmente il suo significato era diverso da quello che sembrava. E anche se un sogno con un contenuto diverso contenesse un atto di lesa maestà come significato, non sarebbe forse giusto ricordare il detto di Platone, che l’uomo virtuoso si accontenta di sognare ciò che un uomo malvagio fa realmente? Credo che la cosa migliore sia lasciar liberi i sogni.

Nell’epoca che possiamo chiamare prescientifica gli uomini non avevano difficoltà nel trovare una spiegazione ai sogni. Quando al risveglio ricordavano un sogno, lo consideravano una manifestazione favorevole od ostile di potenze superiori, demoniache e divine. Allorché cominciarono a diffondersi le dottrine naturalistiche, tutta questa ingegnosa mitologia si mutò in psicologia, ed oggi solo un’esigua minoranza delle persone istruite dubita che i sogni siano un prodotto della mente del sognatore.

Un giorno ho scoperto con grande stupore che la concezione dei sogni più vicina alla verità non era quella medica, bensì quella popolare, per quanto fosse ancora per metà implicata nella superstizione.

Le fobie e le ossessioni sono estranee alla coscienza normale come lo sono i sogni per la coscienza vigile, e la loro origine è ignota alla coscienza come quella dei sogni.

Abbiamo tutte le ragioni per aspettarci che una spiegazione dei processi psichici dei bambini, nei quali essi, forse, sono notevolmente semplificati, risulti una premessa indispensabile per le ricerche sulla psicologia dell’adulto.

Nel caso degli adulti, chiunque abbia esperienza nell’analizzarne i sogni scoprirà con stupore che anche quelli che all’apparenza sono di una chiarezza trasparente, raramente sono semplici come nei bambini e che al di là della realizzazione di desiderio può essere celato qualche altro significato.

Solo raramente ricorrono nei sogni delle riproduzioni fedeli e dirette di scene reali.

Numerosi fenomeni della vita quotidiana di persone sane, come dimenticanze, lapsus, movimenti goffi ed una particolare classe di errori, sono determinati da un meccanismo psichico analogo a quello dei sogni e degli altri anelli della serie.

Il futuro che ci mostra il sogno non è quello che accadrà, ma quello che vorremmo accadesse. La mente popolare si comporta qui come fa generalmente: crede in ciò che desidera.

I sogni ricadono in tre categorie, a seconda del loro atteggiamento nei confronti dell’appagamento di desiderio. La prima categoria è costituita da quei sogni che rappresentano apertamente un desiderio non rimosso: si tratta dei sogni di tipo infantile che diventano sempre più rari tra gli adulti. In secondo luogo ci sono i sogni che esprimono un desiderio rimosso con un travestimento: questi indubbiamente costituiscono la stragrande maggioranza dei nostri sogni e possono essere compresi solo con l’analisi. Infine ci sono i sogni che rappresentano un desiderio rimosso, senza mascherarlo o con una maschera insufficiente. Questi ultimi sogni sono sempre accomunati dall’angoscia, che li interrompe. In tal caso l’angoscia sostituisce la deformazione onirica, e nei casi della seconda categoria l’angoscia si evita solo grazie al lavoro onirico. Non è difficile dimostrare che il contenuto rappresentativo che produce l’angoscia era una volta un desiderio, che poi è stato rimosso.

La nostra ipotesi è che nell’apparato psichico ci siano due agenti di creazione del pensiero, di cui il secondo gode il privilegio di fare accedere liberamente alla coscienza i suoi prodotti, mentre l’attività del primo è in sé inconscia e può raggiungere la coscienza solo attraverso il secondo.

Qualunque desiderio o bisogno ha l’effetto di inibire Il sonno.

È indiscutibile che i bambini credano alle immagini oniriche, poiché queste sono rivestite dell’apparenza psichica di percezioni, ed essi non hanno ancora acquisito la facoltà di distinguere le allucinazioni o le fantasie dalla realtà.

Dopo avere studiato la sessualità infantile, che è spesso così riservata nelle sue manifestazioni ed è sempre trascurata e incompresa, possiamo dire che quasi tutti gli individui civilizzati conservano sotto qualche aspetto le forme infantili di vita sessuale. Possiamo quindi comprendere perché i desideri sessuali infantili rimossi costituiscano impulsi più frequenti e potenti per la formazione dei sogni.

La maggior parte dei simboli del sogno serve a rappresentare persone, parti del corpo e attività di interesse erotico; in particolare, i genitali sono rappresentati da numerosi simboli spesso sorprendenti, e la più grande varietà di oggetti serve ad indicarli simbolicamente. Armi appuntite, oggetti lunghi e rigidi, come tronchi e bastoni, rappresentano l’organo genitale maschile; mentre armadi, scatole, carrozze e forni rappresentano l’utero.

In linea generale, possiamo distinguere due tipi fondamentali di dimenticanze di nomi: un nome può essere dimenticato sia perché direttamente collegato a qualcosa di sgradevole, sia per il suo nesso con altre parole le quali, a loro volta, richiamino qualcosa di sgradevole. Dunque, i nomi possono essere perturbati nella riproduzione sia per motivi loro, sia per relazioni associative più o meno prossime.

Tutti noi sogniamo prevalentemente in immagini visive. Nei ricordi d’infanzia ritroviamo, in un certo senso, questa stessa regressione: essi si presentano sempre in caratteri plasticamente visivi, e ciò anche nei soggetti i cui ricordi successivi non hanno questa caratteristica. Così, i ricordi visivi si accostano al tipo dei ricordi infantili.

I lapsus si verificano spesso in periodo di guerra, fenomeno, del resto, facilmente spiegabile.

L’affinità tra un lapsus ed un gioco di parole può essere molto forte.

Dobbiamo osservare che spessissimo gli aristocratici deformano i nomi dei loro medici, dal che si può dedurre che, in fondo, nonostante la cortesia che ostentano nei loro riguardi, in qualche modo li disprezzano.

Il lapsus non ha alcun bisogno di essere facilitato dalla rassomiglianza fonetica e […] può essere provocato da rapporti inconsci di natura esclusivamente psichica.

La sostituzione di ciò che si vorrebbe dire con il suo contrario è determinata dalla autocritica, da un’intima opposizione contro le parole che ci si propone di pronunciare. Ci si accorge allora con meraviglia che il tenore di un’affermazione, di una assicurazione, di una protesta, contraddice nettamente all’intenzione verbale e che il lapsus mette a nudo l’assenza di una sincerità profonda.

L’ilarità e lo scherno che i lapsus linguae provocano in circostanze importanti sono una conferma contro l’opinione generalmente ammessa per cui questi lapsus sarebbero errori puri e semplici, senza altro significato psicologico.

La perturbazione del linguaggio sta ad indicare un conflitto interiore. Io escludo che qualcuno possa commettere un lapsus nel corso di una udienza davanti a Sua Maestà, durante un’ardente dichiarazione d’amore o davanti ai giurati, mentre si è impegnati a difendere il proprio onore, il proprio nome, insomma in tutti quei casi in cui si partecipa totalmente a ciò che si dice.

Un modo di scrivere chiaro e piano dimostra che l’autore è d’accordo con se stesso, mentre frasi contorte ed artificiose ci si presentano, senza tema di errore, come espressione di idee complicate, poco chiare, esposte senza convinzione, come appesantite dall’autocritica dell’autore.

Dimenticare di apporre la propria firma è un caso intermedio tra il lapsus calami e la dimenticanza. Un assegno non firmato equivale ad un assegno dimenticato.

A chi tendesse a sopravvalutare lo stato attuale delle nostre conoscenze della vita psichica basterebbe ricordare la funzione della memoria per costringerlo alla modestia.

Nessuna teoria psicologica è stata ancora in grado di fornire una spiegazione generale del fenomeno fondamentale della memoria e della dimenticanza; e perfino l’analisi completa dei dati dell’osservazione è appena iniziata.

L’abilità inconscia con la quale motivi reconditi, ma importanti, ci fanno perdere degli oggetti, è paragonabile soltanto alla “sicurezza sonnambolica”.

Esaminando attentamente i casi di impossibilità a ritrovare oggetti smarriti, si è costretti ad ammettere che non può esservi altra causa che un’intenzione inconscia.

La tendenza a dimenticare ciò che è penoso o riprovevole mi sembra generale, anche se la facoltà di dimenticare è più o meno sviluppata secondo gli individui. Nella pratica medica ci imbattiamo in più di un caso in cui i sintomi sono negati e probabilmente non sono altro che dimenticanze.

Il principio architettonico dell’apparato psichico è la sovrapposizione, la stratificazione di più istanze differenti.

Riguardo alle tradizioni e alle leggende di un popolo si ammette generalmente che, per capirle a fondo, bisogna tener conto […] del desiderio di far sparire dal ricordo del popolo ogni fatto che possa ferire il suo sentimento nazionale. Forse, in seguito, uno studio più approfondito permetterà di stabilire una perfetta analogia fra il modo in cui si formano le tradizioni popolari, da una parte, ed i ricordi infantili del singolo individuo, dall’altra.

Nell’autobiografia di Darwin, si trova il seguente passo, che rispecchia sia la sua precisione scientifica sia la sua perspicacia psicologica: “Per molti anni ho seguito una regola aurea: ogni volta che mi capitava di leggere o comunque di venire a conoscenza di un fatto o di un’osservazione o di una nuova idea, contraria ai risultati generali ottenuti da me li annotavo fedelmente ed immediatamente, perché so per esperienza che idee e fatti del genere si scordano più facilmente di quelli che ci sono favorevoli”.

Nessuno dimentica di eseguire azioni che reputa importanti, senza esporsi al sospetto di disturbo mentale.

Le donne, che hanno un’intuizione più profonda dei processi psichici inconsci, sono generalmente portate a ritenersi offese se non le si riconosce per la strada, cioè se non le si saluta. Non pensano mai per prima cosa che la colpa possa essere della miopia o della disattenzione della persona incontrata. Sostengono che non sarebbe avvenuto se vi fosse stato dell’interesse.

Anche negli uomini considerati onestissimi, si scoprono facilmente i segni di un dubbio comportamento nei riguardi del denaro e della proprietà. L’avidità primitiva del lattante che cerca d’impadronirsi di tutti gli oggetti (per metterseli in bocca) non scompare del tutto, in linea generale, sotto l’influenza della cultura e dell’educazione.

In materia di soldi la memoria degli uomini è particolarmente tendenziosa. Ho potuto constatarlo su me stesso: dimenticare frequentemente di non aver ancora pagato quel che si deve è un genere di errore molto tenace. Nei casi in cui non ci sono in ballo interessi considerevoli, per esempio il gioco delle carte, l’amore per il guadagno può mostrarsi liberamente. Allora anche gli uomini più onesti commettono facilmente errori di calcolo, errori di memoria, e senza neppure rendersene conto, sono coinvolti in piccole truffe. In questa libertà si rivela il carattere psichicamente tonificante del gioco. È esatta l’affermazione del proverbio il quale dice che il carattere degli uomini si rivela nel gioco, purché non s’intenda il carattere manifesto. Anche gli errori di calcolo di camerieri di bar o di ristoranti possono spiegarsi alla stessa maniera. Tra i commercianti si può notare un certo ritardo nel pagare i conti: non è una prova di cattiva volontà, poiché questo ritardo non gioverà al guadagno, ma solo l’espressione della resistenza psicologica a staccarsi dal denaro. Brill osserva a questo proposito con perspicacia: “Dimentichiamo più facilmente lettere che contengono fatture che non quelle che contengono assegni”. Il fatto le donne abbiano una particolare avversione a pagare il medico, è dovuto a motivi molto profondi e non ancora chiariti. Di solito lasciano a casa il portamonete, per cui non possono pagare subito la visita, tornate a casa dimenticano di spedire la somma dovuta (ciò avviene meno di frequente) come se volessero ottenere gratis ciò che hanno ricevuto “per i loro begli occhi”; esse, per così dire, pagano lasciandosi guardare.

Ciò che costituisce il carattere essenziale del lavoro scientifico non è la natura dei fatti trattati, ma il rigore metodico che presiede alla constatazione di quei fatti e la ricerca d’una sintesi più vasta possibile.

Un proverbio dimostra che il buon senso popolare sa bene che nelle dimenticanze di propositi non c’è nulla di accidentale. “Ciò che uno ha dimenticato di fare una volta, lo dimenticherà molte altre volte.”

Quante volte ho sentito dire: “Non mi assumo questo incarico, perché me ne dimenticherei certamente”. Questa predizione non contiene assolutamente niente di mistico. Chi parlava in questo modo intuiva solo vagamente che non voleva assumersi l’incarico, ma non voleva confessarlo.

Più che in qualsiasi altro settore, quello dell’attività sessuale ci fornisce prove sicure del carattere intenzionale dei nostri atti casuali. Ciò perché, in questo campo, il limite che negli atti può ancora esistere fra intenzionalità e accidentalità è nullo.

Succede spesso per strada che due persone che camminano in senso inverso nel tentativo di evitarsi e di cedersi la strada, perdono qualche secondo a spostarsi di qualche passo a destra o a sinistra, ma entrambi nello stesso senso fino a fermarsi l’uno di fronte all’altro. Si crea una situazione spiacevole ed imbarazzante, in cui generalmente si vede l’effetto di una goffaggine accidentale. Invece è possibile provare che in molti casi questa goffaggine nasconde intenzioni sessuali e riproduce un atteggiamento maleducato e provocatorio dell’età giovanile.

Ho potuto capire, dalle analisi dei nevrotici, che la cosiddetta spontaneità dei giovani e dei ragazzi è una maschera che essi usano per esprimere o fare senza vergogna parecchie cose sconvenienti.

Qualsiasi cambiamento del modo abituale di vestirsi, qualsiasi negligenza, per esempio un bottone abbottonato male, una parte del corpo lasciata distrattamente scoperta, significa sempre qualcosa che il proprietario degli abiti non vuol dire direttamente e di cui il più delle volte non ha alcun sospetto.

Gli atti sintomatici, di una incredibile varietà sia negli individui sani che nei nevrotici, meritano il nostro interessamento per più di un motivo. Essi forniscono al medico delle preziose indicazioni che gli permettono d’orientarsi nel cumulo di circostanze nuove o ancora poco note e rivelano all’osservatore profano tutto ciò che desidera sapere e qualche volta anche di più di quel che vorrebbe. Chi sa servirsi di queste indicazioni deve, all’occorrenza, procedere come faceva il re Salomone che, secondo la leggenda, comprendeva il linguaggio degli animali.

Non ci si procura sempre degli amici fra coloro ai quali si rivela il significato dei loro atti sintomatici.

Osservando la gente mentre è a tavola si ha occasione di notare chiari atti sintomatici interessanti ed istruttivi.

Nella maggior parte dei casi, la perdita di un oggetto è un atto sintomatico, cioè nasconde un’intenzione inconscia da parte di colui che ha subito la perdita. Spesso la perdita di un oggetto sta a dimostrare il poco valore che gli si attribuisce, l’avversione per esso o per la persona dalla quale proviene; o, ancora, la tendenza a perdere un oggetto è determinata da una associazione di idee simboliche che riversano l’avversione per un oggetto su di un altro. La perdita di oggetti preziosi esprime i più vari sentimenti; può costituire la rappresentazione simbolica di una idea rifiutata, perciò un avvertimento che si preferirebbe non sentire e quindi (in primo luogo) deve essere considerata come un sacrificio ad oscure potenze che presiedono al nostro destino ed il cui culto esiste tuttora fra noi.

Chi dimentica dal medico un oggetto che aveva con sé, come occhiali, guanti, borsetta ecc., significa che non riesce a star lontano e che vuol tornare al più presto. Infatti Jones osserva: “Si può all’incirca misurare il successo con cui un medico pratica la psicoterapia, ad esempio, da quanti ombrelli, fazzoletti, borsette e così via colleziona in un mese”.

Anche le determinazioni più sottili del modo di esprimersi parlando o scrivendo meriterebbero più particolare attenzione. In genere si crede di avere la libera scelta delle parole da cui i pensieri sono rivestiti o dalle immagini che li mascherano. Una più attenta osservazione rivela che su questa scelta convergono altre considerazioni e che dalla forma del pensiero traspare un più profondo significato spesso non voluto. Immagini ed espressioni usate con preferenza da una persona non sono per lo più irrilevanti agli effetti di un giudizio su di essa; altre risultano allusioni a un tema momentaneamente messo da parte, ma che ha colpito profondamente chi parla.

Si è meravigliati nel constatare che negli uomini il desiderio di verità è molto più forte di quanto non si creda. Può essere una conseguenza delle mie ricerche psicoanalitiche il fatto che io sono diventato pressoché incapace di mentire.

Uno dei tratti salienti e più noti del comportamento dei paranoici è che essi attribuiscono un’importanza enorme ai particolari più insignificanti del comportamento altrui, quelli che generalmente sfuggono alle persone normali. Essi interpretano a modo loro questi dettagli e ne traggono le conclusioni più impensate.

Mentre l’uomo normale ammette l’esistenza di una categoria di atti accidentali che non hanno bisogno di motivazione, categoria nella quale egli inserisce una parte delle proprie manifestazioni psichi che ed atti mancati, il paranoico esclude ogni elemento casuale nelle manifestazioni psichiche altrui. Tutto ciò che egli osserva negli altri è perciò suscettibile di interpretazione.

Aveva […] relativamente ragione l’antico Romano, che rinunciava ad un progetto importante perché il volo degli uccelli era sfavorevole; agiva in modo conforme alle sue premesse. E se rinunciava al suo progetto perché aveva inciampato sulla soglia della sua porta, si dimostrava superiore a noi increduli, si rivelava miglior psicologo di noi. Il fatto d’inciampare denotava l’esistenza di un dubbio, di un’opposizione interiore a questo progetto, la cui forza poteva annullare quella della sua intenzione al momento della sua realizzazione. In effetti si può essere sicuri del successo completo solo quando tutte le energie psichiche tendono al fine desiderato.

Devo confessare di appartenere a quella categoria di persone indegne davanti alle quali gli spiriti sospendono la loro attività ed alle quali sfugge il soprasensibile, e non mi è mai capitato nulla che potesse far nascere in me la fede nei miracoli. Come tutti gli uomini, ho avuto dei presentimenti e mi sono successe delle disgrazie, ma non c’è mai stata coincidenza, cioè i presentimenti non sono stati seguiti dalle disgrazie né le disgrazie sono state precedute da presentimenti.

C’è molta gente che crede ai sogni profetici, perché a volte il futuro si realizza come il desiderio lo ha costruito nel sogno. In questo non c’è nulla di strano, tanto più che la credulità del sognatore trascura volentieri le considerevoli differenze che esistono tra il sogno e la sua realizzazione.

Un sogno che il giorno immediatamente successivo sembra refrattario all’analisi, rivela il suo contenuto misterioso una settimana o un mese dopo, quando un cambiamento reale, avvenuto nel frattempo, ha attenuato la forza dei fatti psichici in lotta fra loro.

A mio parere, studiando i disturbi più gravi potremo illuminare anche ciò che rimane oscuro nella spiegazione dei disturbi più leggeri.

Più la motivazione di un atto mancato è innocente, meno l’idea espressa con questo atto è scandalosa e inaccessibile alla coscienza, tanto più sarà facile risolvere il fenomeno prestandogli la sufficiente attenzione; i lapsus più insignificanti sono avvertiti immediatamente e corretti spontaneamente. Nel caso in cui gli atti mancati siano propriamente determinati da tendenze rimosse, è necessaria un’analisi approfondita, che a volte incontra grandi difficoltà ed in certi casi può anche fallire.

Talune malattie, le psiconevrosi in particolare, sono di gran lunga più accessibili all’influsso psichico che a qualsiasi altra forma di terapia. Non è una affermazione moderna bensì un vecchio detto dei medici, che queste malattie non sono curate dal farmaco, ma dal medico, cioè a dire dalla personalità del medico, in quanto questi esercita un influsso psichico per mezzo di essa.

Il metodo analitico in psicoterapia è un metodo che penetra più a fondo e porta più lontano, l’unico mediante il quale si possano realizzare nei pazienti le trasformazioni più ampie. Lasciando per un momento da parte le considerazioni terapeutiche, posso anche dire che questo metodo è il più interessante, l’unico tra tutti che ci informi sull’origine e sui rapporti reciproci dei fenomeni patologici. Soltanto esso, grazie alla possibilità che ci offre di penetrare nella malattia mentale, sarebbe in grado di condurci oltre i suoi stessi limiti e di indicarci la via verso altre forme di influenza terapeutica.

Non è tanto facile suonare lo strumento della mente.

Vi sono diverse caratteristiche del metodo analitico che non gli consentono di essere una forma ideale di terapia. Tuto cito, iucunde: ricerche ed esperimenti non depongono per la rapidità dei risultati.

Il trattamento psicoanalitico è molto esigente sia col malato che col medico. Dal paziente esige sincerità assoluta, già un sacrificio in sé; richiede molto tempo, per cui è anche costoso; porta via molto tempo anche al medico e la tecnica che questi deve apprendere e praticare è assai difficoltosa.

Il trattamento psicoanalitico in linea generale può essere concepito come una rieducazione a superare le resistenze interne.

Un certo grado di feticismo è abitualmente presente nell’amore normale, specialmente in quei suoi periodi nei quali lo scopo sessuale normale non sembra raggiungibile o la sua realizzazione non sembra vicina.

Il piacere di guardare (scopofilia) diventa una perversione: a. se è esclusivamente limitato agli organi genitali; b. se oltrepassa il senso di disgusto (come nel caso dei voyeurs, coloro che stanno ad osservare le funzioni di defecazione); c. se, invece di costituire una funzione preparatoria del normale scopo sessuale, lo sostituisce.

La sessualità di molti esseri umani di sesso maschile contiene un elemento di aggressività – un desiderio di dominare, che la biologia sembra mettere in relazione con la necessità di superare la resistenza dell’oggetto sessuale con mezzi differenti dalla seduzione. Così il sadismo non sarebbe altro che una componente aggressiva dell’istinto sessuale divenuta indipendente ed esasperata e che, spostandosi, ha usurpato la posizione di guida.

Il masochismo, come forma di perversione, sembra essere più lontano dallo scopo sessuale normale di quanto non lo sia il suo contrario. Ci si può chiedere se esso rappresenti un fenomeno primario o se, al contrario, non risulti ogni volta da una trasformazione del sadismo.
Si può notare spesso che il masochismo non è altro che un prolungamento del sadismo rivolto sul soggetto stesso, il quale, in questo modo, prende il posto dell’oggetto sessuale.

Il sadismo ed il masochismo occupano una posizione speciale tra le perversioni, perché il contrasto tra attività e passività che li caratterizza è tra gli elementi fondamentali della vita sessuale.

La storia della civiltà umana mostra, al di fuori d’ogni dubbio, che esiste un intimo rapporto tra la crudeltà e l’istinto sessuale.

Un sadico è sempre al tempo stesso un masochista, per quanto l’aspetto attivo o quello passivo della perversione possa essere in lui più decisamente sviluppato, al punto da rappresentare la sua attività sessuale predominante.

Si può dire che non ci sia nessun individuo sano che non aggiunga al normale scopo sessuale qualche elemento che si possa chiamare perverso; e la universalità di questo fatto basta per sé sola a farci comprendere quanto sia inappropriato l’uso della parola perversione come termine riprovativo.

Nella sfera della vita sessuale noi abbiamo visto ergersi una caratteristica e, in verità, insolubile difficoltà non appena si cerchi di tracciare una linea netta di distinzione tra le pure variazioni che rientrano nei limiti della fisiologia ed i sintomi patologici.

Se una perversione, invece di manifestarsi puramente a lato dello scopo e dell’oggetto sessuali normali, e solo quando le circostanze sono loro sfavorevoli e sono favorevoli per essa, tende a sostituirli completamente e prende il loro posto in tutte le circostanze – se, in breve, una perversione ha le caratteristiche della esclusività e della fissazione – allora, in generale, noi siamo giustificati a considerarla come un sintomo patologico.

Ciò che vi è di più alto e di più basso nella sfera della sessualità sono sempre intimamente legati fra loro: “dal cielo attraverso la terra, fino all’inferno”.

L’istinto sessuale deve lottare contro alcune forze psichiche che si comportano come resistenze, e fra le quali le più importanti sono il pudore ed il disgusto. Possiamo dunque supporre che queste forze servono a contenere l’istinto nei limiti che si considerano normali; e se esse si sviluppano neil’individuo prima che l’istinto sessuale abbia raggiunto la sua massima potenza, non c’è dubbio che esse determineranno il corso del suo sviluppo.

Le nevrosi sono, per così dire, il negativo delle perversioni.

Una inconscia tendenza alla inversione non è mai assente, ed è di particolare interesse per chiarire i casi di isterismo nell’uomo.

Si deve considerare non solo che i nevrotici in sé costituiscono una classe numerosissima, ma anche che una catena ininterrotta corre tra le nevrosi in tutte le loro manifestazioni e la normalità. Dopo tutto, direbbe a ragione Moebius, siamo un po’ tutti degli isterici.

Il nostro studio del succhiamento del pollice o suzione sensuale, ci ha già fatto conoscere tre caratteristiche essenziali di una manifestazione sessuale infantile. All’origine esso si appoggia ad una delle funzioni somatiche vitali, non ha ancora alcun oggetto sessuale ed è pertanto autoerotico; e il suo scopo sessuale è dominato da una zona erogena. Si deve anticipare che queste caratteristiche si troveranno egualmente valide per la maggior parte delle altre attività degli istinti sessuali infantili.

La psicologia è ancora tanto al buio sul problema del piacere e del dispiacere che va raccomandata la massima cautela nel formulare ipotesi. Non è da escludere che più tardi si possano scoprire delle ragioni a sostegno dell’idea che la sensazione piacevole possiede in realtà una qualità specifica.

Il ritenere che tutti gli esseri umani abbiano lo stesso genere (maschile) di genitali è la prima delle numerose, sorprendenti e importanti teorie sessuali dei bambini. Serve ben poco al bambino che la scienza della biologia giustifichi il suo pregiudizio e sia costretta a riconoscere nella clitoride femminile l’autentico sostituto del pene.

Una delle radici dell’istinto sadico sembrerebbe affondare nell’incoraggiamento all’eccitazione sessuale da parte dell’attività muscolare. In molte persone la connessione infantile tra il gioco violento e l’eccitazione sessuale rappresenta uno dei determinanti della successiva direzione assunta dall’istinto sessuale.

È un fatto inequivocabile che la concentrazione dell’attenzione su un compito intellettuale e lo sforzo intellettuale producono in generale una eccitazione sessuale concomitante in molti giovani ed anche negli adulti. Indubbiamente questa è la sola base che giustifica ciò che per altri aspetti è assai discutibile: attribuire i disturbi nervosi all'”affaticamento” intellettuale.

Come è noto, l’educazione moderna impegna molto i bambini nei giochi al fine di distoglierli dall’attività sessuale. Sarebbe più corretto dire che in questi giovani essa sostituisce il godimento sessuale col piacere del movimento, facendo regredire l’attività sessuale a uno dei suoi componenti autoerotici.

Il rapporto con chiunque si prende cura di lui offre al bambino un inesauribile fonte di eccitazione e di soddisfazione sessuale che scaturisce dalle zone erogene. Ciò è particolarmente vero giacché la persona a cui è affidato, che peraltro è generalmente la madre, lo considera con sentimenti derivati dalla propria vita sessuale: lo carezza, lo bacia, lo culla e lo tratta insomma come surrogato di un oggetto sessuale completo. Probabilmente una madre sarebbe inorridita se si rendesse conto che tutte le sue manifestazioni d’affetto destano l’istinto sessuale del bambino preparandone la successiva intensità.

L’eccessivo affetto dei genitori è nocivo, perché causa una precoce maturità sessuale ed anche perché, viziandolo, si rende il bambino incapace in futuro di fare temporaneamente a meno dell’amore o di accontentarsi di averne in misura minore.

Una delle indicazioni più chiare che il bambino diventerà in seguito nevrotico è data dalla sua insaziabile domanda di affetto da parte dei genitori.

Gli stessi bambini sin da tenera età si comportano come se la loro dipendenza dalle persone che si curano di loro contenesse qualcosa di sessuale. Da principio nei bambini l’angoscia non è altro che un’espressione del fatto che stanno sentendo la mancanza della persona amata. E per tale ragione hanno paura di ogni estraneo. Hanno paura del buio perché nel buio non possono vedere la persona che amano; e la loro paura si attenua se nel buio possono tenere la mano di tale persona.

La società si deve difendere contro il pericolo che gli interessi di cui ha bisogno per stabilire le unità sociali superiori possano essere inghiottiti dalla famiglia; e per questo motivo, nel caso di ogni individuo, e in particolare negli adolescenti maschi, cerca con ogni mezzo possibile di allentare i legami con la famiglia, legame che nell’infanzia è l’unico che conti.

La gelosia nell’innamorato non è mai priva di una radice infantile, o almeno di un rafforzamento infantile.

Se tra i genitori avvengono liti o se il matrimonio è infelice, per i bambini sarà preparato il terreno per la più grave predisposizione ai disturbi dello sviluppo sessuale o alle malattie nevrotiche.

La frequenza dell’inversione tra l’aristocrazia di oggi è meglio spiegata se si pensa all’impiego dei servitori, come pure al fatto che le madri si prendono minor cura personale dei figli.

Tutti i fattori che danneggiano lo sviluppo sessuale presentano i loro effetti determinando una regressione, ossia un ritorno a fasi anteriori dello sviluppo.

Spesso la precocità sessuale corre parallela allo sviluppo intellettuale precoce.

Il corso preso dalla vita sessuale di un bambino ha poca importanza per la vita futura dove il livello sociale o culturale è relativamente basso, ma ne ha molta dove questo livello è relativamente alto.

Una buona parte delle deviazioni dalla vita sessuale normale, che più tardi si potranno osservare tanto nei nevrotici quanto nei pervertiti, viene pertanto fissata sin dall’inizio dalle impressioni dell’infanzia, periodo questo considerato privo di sessualità. Le cause vanno divise tra una costituzione arrendevole, la precocità, la caratteristica dell’aumentata persistenza delle prime impressioni e lo stimolo accidentale dell’istinto sessuale da parte di influenze estranee.

Si sa troppo poco dei processi biologici che costituiscono il fondamento della sessualità per poter costruire, con le nostre informazioni frammentarie, una teoria atta a capire sia le condizioni patologiche che quelle normali.

Esiste un’intima connessione tra tutte le manifestazioni del pensiero, la quale garantisce che una nuova cognizione psicologica, anche se acquisita in un campo molto remoto, potrà avere un imprevedibile valore anche in altri campi.

Fra la gente di campagna o nelle osterie di infima specie, si può notare che l’oscenità non nasce prima dell’entrata della cameriera o della moglie dell’oste. Soltanto in livelli sociali più alti avviene il contrario, e la presenza di una donna fa cessare il discorso osceno.

L’attività repressiva della civiltà fa sì che le possibilità di godimento primarie, che ora sono state ripudiate dalla censura che è in noi, vadano perdute.

Il motto di spirito rappresenta una ribellione all’autorità, una liberazione dalla sua pressione. Il fascino della caricatura deriva dallo stesso fattore: si ride di essa anche se non è ben riuscita semplicemente perché consideriamo un merito la ribellione contro le autorità.

L’uomo è “un instancabile ricercatore di piacere” – non so dove ho incontrato questa felice espressione – e gli pesa ogni rinuncia ad un piacere che ha conosciuto precedentemente.

Un cambiamento nello stato d’animo è la cosa più preziosa che l’alcool procuri alla razza umana, e proprio in ragione di ciò questo “veleno” non è ugualmente indispensabile a ciascuno. Uno stato d’animo allegro, sia prodotto per via endogena sia con l’ausilio d’un tossico, riduce le forze inibitorie, fra queste la critica, e rende ancora una volta accessibili le fonti del piacere che erano gravate dal peso della repressione. È estremamente istruttivo osservare come il livello delle arguzie sprofondi man mano che l’alcool cresce. Per cui gli alcoolici sostituiscono i motti di spirito, proprio come i motti di spirito debbono cercare di sostituire gli alcoolici.

Sotto l’effetto dell’alcool l’adulto ritorna un bambino, che prova il piacere di pensare liberamente come vuole senza dover fare attenzione alla costrizione della logica.

Come ha detto Dugas, noi ridiamo, per così dire, par ricochet [di rimbalzo]. Il riso è fra le espressioni più contagiose degli stati psichici. Quando faccio ridere un’altra persona raccontandole un mio motto di spirito, in definitiva sto facendo uso di lei per suscitare il riso in me stesso; e si può infatti osservare che una persona che ha iniziato a raccontare un motto di spirito con la faccia seria dopo si associa al riso dell’altra persona con un riso moderato.

L’inconscio è qualcosa che noi realmente non conosciamo, ma di cui siamo obbligati a prendere atto perché spinti da deduzioni irrefutabili.

Nessuno vuole conoscere il suo inconscio e […] il sistema più comodo è quello di negare del tutto la possibilità della sua esistenza.

Un motto di spirito ha la principale caratteristica di essere un’idea che ci si presenta “involontariamente”: un momento prima non sappiamo ancora quale motto di spirito stiamo per creare, e tutto ciò di cui esso ha bisogno è di essere rivestito di parole. Piuttosto, abbiamo un’indefinibile sensazione che può essere paragonata più che altro ad una “assenza”, un improvviso rilassamento della tensione intellettuale, e poi all’improvviso ecco il motto di spirito – di regola bell’e pronto in parole.

L’elemento infantile è la fonte dell’inconscio, ed i processi del pensiero inconscio non sono null’altro che quelli – e soltanto quelli – prodotti nella prima fanciullezza.

Un sogno è un prodotto psichico completamente asociale; non ha nulla da comunicare a qualcun altro, nasce all’interno del soggetto come un compromesso tra le forze psichiche che lottano in lui, resta inintelligibile per il soggetto stesso ed è, per questa ragione, completamente privo di interesse per gli altri. Non soltanto non ha bisogno di tenere in gran conto la chiarezza, ma deve realmente evitare di essere capito, poiché altrimenti sarebbe distrutto; può esistere soltanto in forma simulata. Perciò può far uso liberamente del meccanismo che domina i processi mentali dell’inconscio fino al limite di una distorsione che non può essere mantenuta in piedi più a lungo. Un motto di spirito, d’altro canto, è la più sociale di tutte le funzioni psichiche che mirano a un certo piacere.

Il genere umano non si è accontentato di godere della comicità quando l’ha incontrata nel corso della propria esperienza; ha anche cercato di provocarla intenzionalmente, e possiamo apprendere di più sulla natura della comicità se studiamo i mezzi che servono per rendere comiche le cose.

I bambini non hanno il senso del comico.

Se è vero che le cause dei disturbi isterici sono da ricercare nell’intimo della vita psicosessuale dei pazienti e che i sintomi isterici sono l’espressione dei loro desideri più segreti e rimossi, allora la completa chiarificazione di un caso di isteria implica la rivelazione di questo materiale intimo, il tradimento di questi segreti.

Di fronte alla incompletezza dei risultati delle mie analisi, non ho avuto scelta: ho dovuto seguire l’esempio di quei ricercatori la cui massima soddisfazione consiste nel riportare alla luce del sole le inestimabili – anche se ormai mutili – vestigia delle antiche civiltà: così ogni volta ho cercato di recuperare ciò che era stato seppellito, servendomi dei modelli più convincenti che ho potuto ricavare dalle altre analisi, e, da buon archeologo, non ho mai trascurato di indicare con precisione in ogni singolo caso in che punto dell’opera le strutture non sono più quelle originali, e cominciano invece i miei restauri.

Se un paziente, nel corso della narrazione della propria vita, mostra delle incertezze, una regola empirica ci insegna a non considerarle interamente espressione del suo giudizio: se infatti egli oscilla tra due versioni, dovremo propendere a considerare la prima corretta, e la seconda, invece, prodotto del processo di rimozione.

L’aforisma degli antichi padri cristiani: inter urinas et faeces nascimur si riallaccia alla vita sessuale e non può esserne distaccato a dispetto di ogni tentativo di dargli un significato idealizzato.

I motivi della malattia spesso cominciano ad agire fin dall’infanzia: una bambina desiderosa d’amore non si accontenta di dividere l’affetto dei genitori con le sorelle e i fratelli, e ha scoperto di essere il solo oggetto del loro affetto quando stimola la loro preoccupazione per la sua salute. Con la malattia, scopre un metodo per adescare e sollecitare l’amore dei suoi genitori, e se ne servirà ogni volta che avrà a propria disposizione materiale psichico sufficiente alla simulazione di un disturbo. Quando una bambina come questa sarà divenuta donna, potrà trovare tutte le esigenze già appartenenti alla sua infanzia contrariate, mettiamo, da un matrimonio sbagliato, con un uomo che la voglia tenere soggiogata, che sfrutti senza pietà le sue capacità lavorative e non le dia né affetto né denaro. In un caso come questo, la malattia sarà per lei un ottimo sistema per mantenere le sue posizioni: le procurerà le attenzioni di cui ha bisogno; costringerà il marito a fare dei sacrifici economici per lei e a mostrarsi interessato
alle sue condizioni, cosa che non aveva mai fatto quando stava bene; lo costringerà perfino a trattarla bene quando sarà guarita, pena ricaduta.

La vita sessuale di ciascuno di noi giunge ad un livello assai limitato – in una direzione o in un’altra – al di là degli angusti confini imposti dallo standard della normalità; le perversioni non sono né bestiali, né degenerate nel senso immediato del termine: sono uno sviluppo particolare dei germi contenuti nella indifferenziata disposizione sessuale del bambino che, o perché rimossi, o perché incanalati verso mete più elevate, non-sessuali – attraverso un processo di sublimazione – sono destinati a fornire energia psichica per un gran numero di successi della nostra vita intellettuale; quando perciò uno di questi germi è diventato una perversione oscena e inconfondibile, sarebbe più corretto dire che è rimasto tale, in quanto presenta un certo grado di sviluppo inibito.

Un corso d’acqua che ad un certo punto incontra un ostacolo che gli sbarra il percorso abituale rifluisce in vecchi canali che sembravano destinati a restare asciutti: e così le forze motivazionali che guidano la formazione del sintomo isterico attingono la loro energia non solo dalla sessualità normale rimossa, ma anche dall’attività pervertita dell’inconscio.
Le meno repellenti delle cosiddette perversioni sessuali sono molto diffuse a livello di massa, come sanno tutti, eccetto i medici che scrivono sull’argomento (e forse dovrei dire che lo sanno anche loro, ma al momento di prendere la penna in mano mettono la massima attenzione nel dimenticarsene).

Il “no” di un paziente, dopo che per la prima volta si è presentato alla sua percezione cosciente il contenuto di un pensiero rimosso, non è altro che una conferma dell’esistenza della rimozione e della sua saldezza; agisce, insomma, come una spia della forza che la rimozione esercita. Se questo “no”, invece di essere considerato come l’espressione di un giudizio imparziale (del quale, tra l’altro, il paziente è incapace), viene ignorato e il lavoro continua, appare presto chiaro che il “no” iniziale significa in realtà l’atteso “sì”.

Un sogno con un’origine normale sta, per così dire, su due gambe, una delle quali poggia sulla causa principale, quella che lo suscita al presente, e l’altra su certi eventi particolarmente significativi dell’infanzia.

Chi ha occhi ed orecchie può facilmente convincersi che nessun mortale può tenere un segreto: se le sue labbra tacciono, egli chiacchiera con la punta delle dita; il tradimento dei suoi segreti defluisce da tutti i suoi pori. Ecco perché lo si può rendere complice dello scopo di rendere consci i più occulti recessi della sua mente.

La soddisfazione sessuale è senza dubbio il miglior soporifico, e quasi sempre l’insonnia è dovuta alla mancanza di soddisfazione.

A dispetto di ogni interesse teoretico e di ogni sforzo di assistenza come medico, sono convinto che ci devono essere dei limiti al campo entro il quale ci si può servire dell’influenza psicologica, e considero di questi limiti la volontà e la comprensione stessa del paziente.

Mi sono accostato allo studio dei fenomeni rivelati dall’osservazione delle psiconevrosi senza essere impegnato con alcun particolare sistema psicologico, e […] ho continuamente modificato le mie opinioni finché non mi sono sembrate adeguate a rendermi conto dell’insieme dei fatti che avevo osservato. Non mi vanto di avere evitato la speculazione: il materiale per le mie ipotesi è stato raccolto attraverso la più ampia e rigorosa serie di osservazioni. La risolutezza del mio atteggiamento sul problema dell’inconscio è forse ciò che potrebbe urtare maggiormente, perché io considero idee inconsce, pensieri inconsci, impulsi inconsci come dati psicologici non meno validi e incontestabili dei loro equivalenti consci: ma quanto a questo sono certo che chiunque si dedichi all’indagine dello stesso tipo di fenomeni applicando i miei stessi metodi, si troverà costretto ad assumere la stessa posizione, per quante rimostranze possano fare i filosofi.

La sessualità non si limita ad intervenire, come un deus ex machina, in una singola occasione, o ad un certo punto del processo che caratterizza l’isteria, ma [···] procura invece l’energia motrice di ogni sintomo distinto, di ogni distinta manifestazione del sintomo: i sintomi del disturbo non sono altro che l’attività sessuale del paziente. Un caso solo non basta a provare la validità generale di un teorema: ma io posso soltanto ripetere ancora – e lo faccio perché non mi è mai capitato di riscontrare diversamente – che la sessualità è la chiave del problema delle psiconevrosi e delle nevrosi in generale: chi disprezza la chiave, non aprirà mai la porta. Aspetto ancora nuovi risultati dalle ricerche, che possano contraddire questo teorema, o anche soltanto limitarne il campo di applicazione; ciò che ho udito fino ad oggi contro di esso è sempre stato espressione di disaccordi o antipatie personali, alle quali è sufficiente rispondere con le parole di Charcot: “Ça n’empêche pas d’exister“.

Delineerò un’analogia tra il criminale e l’isterico. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a un segreto, a un qualcosa di nascosto. Ma perché ciò non appaia paradossale, devo immediatamente indicarne la differenza. Nel caso del criminale, abbiamo un segreto che egli conosce e nasconde a voi, mentre nel caso dell’isterico abbiamo un segreto che non conosce neppure lui, che è nascosto, cioè, anche a lui stesso. Come è possibile ciò? Orbene noi sappiamo da laboriose ricerche, che tutte queste malattie sono la conseguenza del fatto che il paziente è riuscito a rimuovere certe idee e certi ricordi molto carichi di affetto, insieme con i desideri che sorgono da quelli, in modo che non giocano alcun ruolo nel suo pensare – ossia non entrano nella coscienza – e quindi gli restano sconosciuti. Ma da questo materiale psichico rimosso (questi “complessi”) sono generati i sintomi somatici e psichici che tormentano il paziente proprio come quando si ha la coscienza sporca. Sotto questo aspetto soltanto, quindi, la differenza tra il criminale e l’isterico è fondamentale.
Il compito del terapista, comunque, è identico a quello del magistrato inquirente. Noi dobbiamo scoprire il materiale psichico nascosto; e per farlo abbiamo inventato un certo numero di congegni di investigazione.

Nella psicoanalisi il paziente aiuta con i suoi sforzi consci a combattere la propria resistenza, perché spera di guadagnare qualcosa dall’indagine, ossia la guarigione.

Avviene, talora, che un bambino accusato di aver commesso una mancanza, respinga decisamente l’addebito, ma nello stesso tempo pianga come un peccatore colto in fallo. Penserete forse che il bambino mente quando proclama la propria innocenza; ma ciò non è necessario. Può darsi infatti che egli non abbia commesso Il crimine particolare di cui lo si accusa, ma che ne abbia commesso uno di cui non si sa nulla, e di cui non lo si sta accusando. Egli quindi è assolutamente sincero quando nega di essere colpevole dell’un misfatto, mentre nello stesso tempo tradisce il senso di colpa che prova per l’altro. Sotto questo aspetto – come pure sotto molti altri – l’adulto nevrotico si comporta esattamente come il bambino.

Quando uno scrittore crea i caratteri secondo il suo sogno di fantasia, egli segue l’esperienza quotidiana per cui i pensieri ed i sentimenti della gente continuano nel sogno, e non ha altro scopo che quello di raffigurare gli stati d’animo dei suoi eroi attraverso i loro sogni. I poeti sono dei preziosi alleati e la loro testimonianza deve essere altamente stimata, poiché essi sono in grado di conoscere una gran quantità di cose tra il cielo e la terra, di cui la nostra scienza neppure sospetta. Nella loro conoscenza della mente sono molto più avanti di noi gente comune, poiché attingono da fonti che non sono ancora state aperte alla scienza.

C’è molto meno libertà ed arbitrarietà nella vita psichica di quanto siamo propensi a credere, forse non ce n’è affatto. Ciò che chiamiamo caso nel mondo esterno può, come è noto, risolversi in leggi; così anche ciò che chiamiamo arbitrarietà nella mente si basa su leggi che solo ora cominciamo oscuramente a sospettare.

La matematica gode della massima reputazione come distrazione dalla sessualità. Questo fu proprio il consiglio che Jean-Jacques Rousseau dovette sentire da una signora che non era soddisfatta di lui: “Lascia le donne e studia la matematica!”.

Tutto ciò che è rimosso è inconscio, ma non possiamo sostenere che tutto ciò che è inconscio sia rimosso.

La caratteristica di qualcosa che è rimosso consiste proprio nel fatto che nonostante la sua intensità non riesce ad entrare nella coscienza.

Nessuna forza psichica è importante se non possiede la caratteristica di destare sentimenti.

C’è un granello di verità che si nasconde in ogni delirio.

Ogni trattamento psicoanalitico è un tentativo di liberare l’amore rimosso che ha trovato un misero sfogo nel compromesso di un sintomo.

Il dottore è stato uno sconosciuto e deve cercare di tornare ad essere uno sconosciuto dopo la guarigione; egli si trova spesso in imbarazzo quando deve consigliare i pazienti che ha guarito sul modo di usare nella vita reale la riacquistata capacità di amare.

Il senso di colpa dei nevrotici ossessivi trova una corrispondenza nelle proteste delle persone devote che si sentono nel loro intimo miserabili peccatori, e le pie pratiche (preghiere, invocazioni, ecc.) che tali persone fanno precedere ad ogni azione quotidiana, e più ancora ogni impresa fuori dell’usato, e che sembrano possedere il valore di provvedimenti difensivi o protettivi.

La formazione di una religione sembra poggiare sulla repressione e sulla rinuncia a certi impulsi istintuali. Questi, però, non sono soltanto componenti della pulsione sessuale, come nelle nevrosi: si tratta di pulsioni egoistiche, socialmente dannose, che pure, di solito, non sono esenti da elementi sessuali. In fin dei conti, un senso di colpa conseguente a una continua tentazione, e un’aspettativa angosciosa sotto la forma di timore della punizione divina ci erano noti nel campo religioso ben prima che in quello delle nevrosi.

Se la curiosità del bambino troverà adeguata soddisfazione a ciascun livello di apprendimento, non diventerà mai eccessiva. Dunque, il fanciullo dovrebbe ricevere una istruzione sui fatti specifici della sessualità umana, con un cenno al suo significato sociale, al termine delle scuole elementari, prima di cominciare le medie, vale a dire prima del compimento del decimo anno di età. Il periodo più adatto per l’istruzione del fanciullo sugli obblighi morali connessi alla soddisfazione materiale dell’istinto, è il tempo della cresima, quando ormai egli ha raggiunto una piena comprensione di tutti i fatti fisici. Secondo il mio modo di vedere, l’unico metodo che tiene conto dello sviluppo del fanciullo, e quindi riesce a evitare eventuali pericoli, è rappresentato da un’istruzione sulla vita sessuale condotta secondo queste direttive, cioè che proceda gradualmente senza alcuna vera interruzione, e la cui iniziativa sia presa dalla scuola.

Il gioco è l’occupazione più intensa e prediletta del bambino. Non possiamo dire che ogni bambino giocando si comporta come un poeta, nel momento in cui si crea un mondo proprio, o piuttosto mentre riordina in un nuovo modo di suo gradimento le cose del suo mondo?

L’opposto del gioco non è ciò che è serio, ma ciò che è reale.

Il poeta si comporta come il bambino che gioca. Egli crea un mondo di fantasia che prende molto sul serio – in cui, cioè, investe una grande carica emotiva – e lo separa nettamente dalla realtà.

Crescendo gli uomini smettono […] di giocare e sembra che rinuncino al piacere che ottenevano dal gioco. Ma chi conosce la psiche umana sa che nulla è più difficile per un uomo della rinuncia ad un piacere già provato una volta. In realtà, non possiamo mai rinunciare a qualcosa, possiamo solo sostituire una cosa ad un’altra.

È più difficile osservare le fantasie degli adulti che i giochi dei bambini. È vero che il bambino gioca da solo o forma un sistema psichico chiuso con gli altri bambini ai fini del gioco; ma anche se non gioca di fronte agli adulti tuttavia non nasconde loro il suo gioco. L’adulto invece si vergogna delle sue fantasie e le nasconde alle altre persone.

Il gioco del bambino è determinato dai desideri, anzi da un unico desiderio (che contribuisce alla sua educazione), il desiderio di essere grande e adulto.

Le persone felici non fantasticano mai; lo fanno solo gli insoddisfatti. Le forze motrici delle fantasie sono desideri insoddisfatti, ed ogni singola fantasia è la realizzazione di un desiderio, una correzione della realtà insoddisfacente. Questi desideri provocatori variano a seconda del sesso, del carattere e delle circostanze della persona che crea la fantasia, ma ricadono naturalmente in due gruppi principali: o sono desideri ambiziosi, che servono ad elevare la personalità del soggetto, o sono desideri erotici. Nelle giovani donne predominano quasi esclusivamente i desideri erotici, poiché la loro ambizione è in genere assorbita dalle correnti erotiche. Negli uomini giovani affiorano abbastanza chiaramente desideri egoistici ed ambiziosi parallelamente a quelli erotici.

Le fantasie sono gli immediati predecessori psichici dei sintomi penosi lamentati dai nostri pazienti.

Le connessioni fra il complesso di interesse per il denaro e quello della defecazione, che sembrano completamente dissimili, appaiono essere le più estese di tutte.

L’influenza nociva della civiltà si riduce principalmente alla dannosa repressione della vita sessuale degli individui o di classi civili attraverso la moralità sessuale “civile” prevalente.

Si possono distinguere tre stadi di civiltà se si pone mente a questa evoluzione della pulsione sessuale; il primo in cui la pulsione sessuale può essere esercitata liberamente senza considerare gli scopi della riproduzione; il secondo, in cui tutta la pulsione sessuale è repressa ad eccezione di quella che serve agli scopi della riproduzione; e il terzo in cui soltanto la riproduzione legittima è concessa come scopo sessuale. Questo terzo stadio è riflesso nella moralità sessuale “civile” d’oggigiorno.

La costituzione delle persone invertite – gli omosessuali –
è, in verità, spesso distinta da una particolare attitudine della loro pulsione sessuale alla sublimazione culturale.

Tutti quelli che desiderano avere una mente più elevata di quanto a loro costituzione permetta cadono vittime della nevrosi; sarebbero stati più sani se fosse stato loro possibile essere meno buoni.

Il numero delle nature forti, che apertamente si oppongono alle richieste della civiltà crescerà enormemente, e così pure il numero dei più deboli, i quali di fronte al conflitto tra la pressione degli influssi civili e la resistenza della loro costituzione, precipiteranno nelle malattie nervose.

Il compito di dominare una pulsione così potente come quella sessuale con mezzi diversi da quello della soddisfazione è cosa che può richiedere tutte le forze dell’uomo. Dominarlo con la sublimazione, sviando le forze sessuali istintive dal loro scopo sessuale per indirizzarle verso mete civili più elevate, è possibile solo a una minoranza di individui ed anche allora solo in modo intermittente, e meno facilmente durante il periodo della giovinezza ardente e vigorosa. La maggior parte invece diventa nevrotica o danneggiata in un modo o nell’altro.

Più una persona è disposta alla nevrosi, meno può tollerare l’astinenza.

Chiunque sia in grado di penetrare le cause determinanti delle malattie nervose si convincerà presto che il loro aumento nella nostra società deriva dall’intensificazione delle restrizioni sessuali.

Soddisfacenti rapporti sessuali nella vita matrimoniale possono aversi soltanto per pochi anni; e da questo periodo dobbiamo sottrarre naturalmente gli intervalli di astensione resi necessari dalla salute della moglie. Dopo questi tre, quattro, cinque anni, il matrimonio può considerarsi un fallimento per quel che riguarda la soddisfazione dei bisogni sessuali. Perché tutti gli espedienti fin qui inventati per impedire la concezione diminuiscono il godimento sessuale, feriscono la suscettibilità di ambedue i partners e possono perfino causare delle malattie. La paura delle conseguenze del rapporto sessuale porta anzitutto alla fine l’affetto fisico della coppia sposata; e inoltre, come risultato più remoto, pone termine anche di solito alla comprensione spirituale che legava i due, e che avrebbe dovuto sostituire l’amore appassionato dell’inizio quando questo si fosse esaurito. La disillusione spirituale e la privazione corporale a cui la maggior parte dei matrimoni sono così destinati, riporta entrambi i partners allo stato in cui erano prima del matrimonio, solo che adesso sono più poveri, avendo perduto un’illusione, e devono ancora una volta far ricorso alla loro forza per dominare e volgere ad altro la pulsione sessuale.

Le donne quando hanno subito le disillusioni del matrimonio, si ammalano di gravi nevrosi le quali oscurano permanentemente la loro vita. Nelle condizioni di civiltà odierne, il matrimonio ha da tempo cessato di essere una panacea per i disturbi nervosi delle donne, e se noi medici consigliamo ancora il matrimonio in tali casi, noi siamo tuttavia consapevoli che, al contrario, una ragazza deve godere di ottima salute se dovrà sopportarlo, e consigliamo vivamente i pazienti di non sposare una ragazza che abbia avuto disturbi prima del matrimonio. La cura delle malattie nervose che sorgono dal matrimonio sarebbe piuttosto l’infedeltà coniugale. Ma più rigidamente una donna è stata educata e più austeramente si è sottomessa alle richieste della civiltà, più ha paura di imboccare questa via di uscita; e nel conflitto tra i suoi desideri e il suo senso del dovere, cerca ancora una volta rifugio nella nevrosi. Niente protegge la sua virtù meglio di una malattia. Così lo stato matrimoniale, offerto come consolazione in gioventù alla pulsione sessuale della persona civile, si dimostra inadeguato persino alle richieste del periodo coperto da esso.

Il ritardo dello sviluppo dell’attività sessuale a cui la nostra educazione e la nostra civiltà tendono, al principio non è certamente dannoso. Si è visto che è una necessità quando si consideri l’età tarda in cui i giovani delle classi istruite raggiungono l’indipendenza e sono capaci di guadagnarsi la vita. (Questo mi ricorda, incidentalmente, l’intima interconnessione che corre tra tutte le istituzioni della nostra civiltà e la difficoltà di alterarne una qualsiasi parte senza considerare il tutto.) Ma non si possono non muovere obiezioni all’astinenza di un giovane prolungata parecchio dopo i vent’anni; ed essa arreca altri danni anche quando non porta alla nevrosi.

Difficilmente si può concepire un artista astinente; ma non è certo una rarità un giovane savant astinente. Quest’ultimo, col dominio di sé può liberare le forze per i suoi studi; mentre il primo probabilmente trova le sue realizzazioni artistiche potentemente stimolate dall’esperienza sessuale.

In generale non ho avuto l’impressione che l’astinenza sessuale aiuti a creare uomini d’azione energici e fiduciosi in sé, o pensatori originali o emancipatori e riformatori audaci. Molto più spesso produce dei deboli ben educati che in seguito si perdono nella gran massa delle persone che tende a seguire, malvolentieri, gli indirizzi dati dagli individui forti.

L’astinenza completa nel giovane spesso non è la migliore preparazione al matrimonio. Le donne sentono questo, e tra i loro corteggiatori preferiscono coloro che hanno già dato prova della loro virilità con altre donne.

Le donne che concepiscono senza piacere mostrano in seguito poca volontà di affrontare i dolori dei parti frequenti. In questo modo la preparazione al matrimonio frustra gli scopi del matrimonio stesso. Quando poi il ritardo nello sviluppo della moglie è superato e la sua capacità di amare si sveglia al culmine della sua vita di donna, i rapporti col marito sono stati già da gran tempo compromessi, e, come ricompensa per la sua precedente docilità, a lei resta la scelta tra il desiderio inappagato, l’infedeltà o la nevrosi.

Il comportamento sessuale di un essere umano spesso imposta il modello per tutti gli altri modi di affrontare la vita. Se un uomo mostra energia nel conquistare l’oggetto del suo amore, siamo fiduciosi che egli perseguirà gli altri scopi con energia altrettanto ferma; ma se, per una qualsiasi ragione, egli si trattiene dal soddisfare le sue forti pulsioni sessuali, allora il suo comportamento sarà conciliante e rassegnato più che vigoroso anche negli altri campi della vita.

Non credo che la “deficienza mentale fisiologica” delle donne si possa spiegare con la contrapposizione biologica tra lavoro intellettuale e attività sessuale, come asserisce Moebius in un’opera su cui si è ampiamente disputato. Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale.

Molte persone che si vantano di riuscire a vivere nell’astinenza, in verità vi sono riuscite soltanto con l’aiuto della masturbazione e con soddisfazioni similari legate alle attività sessuali autoerotiche della prima infanzia.

Ogni uomo la cui libido, come risultato di pratiche sessuali masturbatorie o perverse, si sia abituata alle situazioni e alle condizioni di soddisfazione anormali, sviluppa nel matrimonio minore potenza.
Anche le donne che sono riuscite a preservare la verginità con l’aiuto di misure analoghe, si mostrano nel matrimonio meno sensibili al rapporto normale. Un matrimonio cominciato con una ridotta capacità di amare da entrambe le parti soccombe al processo di dissoluzione anche più rapidamente degli altri. A causa della minore potenza dell’uomo, la donna non è soddisfatta e resta insensibile anche nei casi in cui la disposizione alla frigidità derivata dall’educazione avrebbe potuto essere superata con un’esperienza sessuale soddisfacente.

Una moglie nevrotica insoddisfatta dei marito, è, come madre, tenerissima e preoccupatissima verso il suo bambino sul quale trasferisce il suo bisogno d’amore; e sveglia in lui la precocità sessuale.

In una comunità una restrizione all’attività sessuale è accompagnata abbastanza generalmente da un aumento della preoccupazione per la vita e della paura della morte che interferiscono con la capacità di godere dell’individuo, ed eliminano la sua prontezza ad affrontare la morte per un qualsiasi fine.

La sopravvalutazione da parte del bambino dei propri genitori sopravvive anche nei sogni degli adulti normali.

Una nevrosi, come del resto un sogno, non dice mai assurdità.

Quando non riusciamo a capire una cosa, cerchiamo sempre una soluzione di comodo, magnifico sistema per rendere più facile un’impresa.

Ogni processo di conoscenza è come un mosaico e ciascun gradino successivo lascia sempre dietro di sé qualcosa di irrisolto.

Non condivido l’opinione, attualmente diffusa, che le affermazioni dei bambini siano sempre cervellotiche e inattendibili. Nella vita psichica non c’è posto per l’arbitrarietà. L’inattendibilità delle dichiarazioni dei bambini è dovuta al predominio dell’immaginazione, così come quella degli adulti dipende dal pregiudizio. Del resto, neppure i bambini mentono senza ragione e, in linea di massima, il loro amore per la verità è maggiore che negli adulti.

Nel corso dell’analisi il medico dà al malato (ora in maggiore, ora in minor grado) delle rappresentazioni coscienti anticipate, grazie alle quali egli riuscirà ad affermare e comprendere il significato dei materiali inconsci. Taluni pazienti hanno maggior bisogno di questa assistenza, altri meno; nessuno, però, può farne del tutto senza. Può anche essere che disturbi nervosi di grado leggero siano superati dal paziente senza aiuti esterni, ma questo non potrà mai accadere con una nevrosi, elemento estraneo all’Io che si impone ad esso con la violenza. Per vincerla si rende necessario l’intervento di un’altra persona, così che una nevrosi è curabile entro i limiti in cui tale intervento è possibile.

Nei soggetti che, più tardi, diverranno omosessuali, osserviamo, durante l’infanzia, quella stessa preponderanza della regione genitale (e del pene in particolar modo) che si osserva anche nei normali.
Anzi il destino dell’omosessuale è proprio segnato dall’elevato apprezzamento che ha per l’organo maschile. Nella fanciullezza egli sceglie le donne quale oggetto sessuale, in quanto presume che anch’esse possiedano quella che, per lui, è una parte indispensabile del corpo. Allorché si convince che le donne lo hanno ingannato sotto questo aspetto, non può più accettarle come oggetto sessuale. Chiunque lo attragga al rapporto sessuale non può essere sprovvisto di pene, per cui, se le circostanze sono favorevoli, fisserà la sua libido sulla “donna col pene”, vale a dire su un giovane uomo dall’aspetto femminile.

La vita emotiva di un uomo si compone di coppie di opposti. Infatti, se così non fosse, forse le rimozioni e le nevrosi non esisterebbero. Nell’adulto i contrasti affettivi non sono mai coscienti contemporaneamente, tranne che nell’impeto della passione.
Abitualmente gli opposti continuano a reprimersi a vicenda alternativamente, finché uno dei due non riesce a nascondere definitivamente l’altro. Invece nei bambini possono coesistere pacificamente l’uno a fianco dell’altro per molto tempo.

Il medico si trova un passo avanti al malato. I due si inseguono lungo il medesimo sentiero, finché non si incontreranno alla meta prefissata.

L’analista si trova nella condizione, strana per un medico, di dover venire in aiuto della malattia richiamando su di essa l’attenzione che le è dovuta. Però solo chi travisa interamente la natura dell’analisi potrà ritenere che essa possa, per una simile ragione, risultare nociva. Costoro si soffermano troppo su questa fase, trascurando il fatto che non si può impiccare il ladro se prima non lo si è catturato, mentre occorre una certa fatica per afferrare saldamente le strutture patologiche il cui annientamento costituisce appunto lo scopo della terapia.

Quando l’analisi è ancora in via di sviluppo non è possibile farsi un’idea precisa della struttura e dell’andamento della nevrosi.

Nell’educazione dei figli il nostro scopo principale è quello di essere lasciati in pace e di non dover combattere con difficoltà. In poche parole, vogliamo tirar su un bambino modello e ci curiamo ben poco di vedere se questo genere di sviluppo sia anche giovevole al fanciullo.

Vi sono sempre molti individui che passano dalla classe delle persone sane a quella dei nevrotici, mentre molto meno numerosi sono coloro che compiono il percorso in senso inverso.

Fino ad oggi l’educazione ha avuto il compito esclusivo di controllare o, sarebbe meglio dire, di rimuovere gli istinti. I risultati non sono stati affatto remunerativi e nei casi in cui il procedimento abbia avuto successo si è ottenuto un vantaggio solo per quei pochissimi individui ai quali non era stato richiesto di rimuovere gli istinti. Nessuno, poi, si è dato la pena di vedere con che mezzi e a qual prezzo è stata realizzata la rimozione degli istinti sconvenienti. Supponiamo ora di modificare i nostri compiti e di cercare di mettere in grado i bambini di diventare membri produttivi e civili in seno alla società, ma esercitando il minimo di coercizione ai danni della loro attività. In tal caso, le conoscenze acquisite tramite la psicoanalisi sull’origine dei complessi patogeni e sull’essenza delle malattie nervose, potranno a buon diritto pretendere di essere riconosciute dagli educatori quali validissime guide al modo di trattare i fanciulli.

La genuina tecnica della psicoanalisi impone che il medico soffochi la propria curiosità e lasci al paziente assoluta libertà di scegliere l’ordine secondo il quale gli argomenti si dovranno succedere durante la cura.

Tutto ciò che è cosciente va soggetto a un processo di erosione, mentre ciò che è inconscio è relativamente immutabile.

È ben noto che le idee ossessive sono in apparenza, come i sogni, prive di motivo e di significato. Il primo problema è come dar loro un senso e una collocazione nella vita mentale del soggetto, sì da renderle comprensibili e addirittura naturali.

Nella nevrosi ossessiva vi sono due tipi di conoscenza per cui è ragionevole sostenere sia che il paziente “conosce” i suoi traumi, sia che non li “conosce”. Infatti, li conosce perché non li ha dimenticati e non li conosce perché non è consapevole del loro significato. Lo stesso avviene molte volte anche nella vita ordinaria. I camerieri, che servivano Schopenhauer nel suo solito ristorante, in un certo senso lo “conoscevano” in un periodo in cui egli, salvo che per questo fatto, non era noto né a Francoforte né fuori. Essi però non lo “conoscevano” nel senso in cui si intenderebbe oggi dicendo di “conoscere” Schopenhauer.

Durante i progressi dell’analisi non solo il paziente si fa coraggio, ma anche la sua malattia, la quale diventa abbastanza ardita da parlare più chiara di prima. Uscendo di metafora, succede che il paziente, che fino ad ora torceva terrorizzato lo sguardo dalle proprie produzioni patologiche, comincia ad osservarle e ottiene una rappresentazione di esse più chiara e ricca di particolari.

Sarebbe una cosa quanto mai auspicabile che filosofi e psicologi, che architettano brillanti teorie sull’Inconscio basate su una conoscenza per sentito dire o sulle proprie opinioni personali, accettassero prima le convincenti impressioni che possono ottenersi da uno studio diretto dei fenomeni del pensiero ossessivo. Potremmo quasi arrivare a pretenderlo se l’impresa non fosse tanto più faticosa dei metodi di lavoro cui sono abituati.

La predilezione dei nevrotici ossessivi per l’incertezza e il dubbio li porta a rivolgere i propri pensieri di preferenza verso quegli argomenti sui quali tutta l’umanità è incerta e sui quali la nostra conoscenza e i nostri giudizi lasciano di necessità scoperto il fianco al dubbio. Gli argomenti principali di questo tipo sono la paternità, la durata della vita, dopo la morte, e la memoria, nella quale ultima siamo tutti abituati a credere, pur non avendo la più piccola garanzia della sua attendibilità.

Secondo quanto dice Lichtenberg “un astronomo sa se la luna è o no abitata, con la stessa certezza con cui sa chi era suo padre, ma non con la stessa certezza con cui sa chi era sua madre”. Un gran passo in avanti nella civiltà è stato fatto quando gli uomini decisero di porre le illazioni allo stesso livello della testimonianza dei loro sensi passando dal matriarcato al patriarcato. Le figurazioni preistoriche che presentano un essere umano più piccolo seduto sulla testa di uno più grande sono rappresentazioni della discendenza patrilineare.

Un uomo che dubita del proprio amore, può, anzi deve, dubitare di ogni più piccola cosa.

Non è sempre facile dire la verità, specialmente quando si deve essere brevi.

Avere pregiudizi spesso si dimostra cosa molto utile.

L’interpretazione dei sogni è la “via regia” per l’interpretazione dell’inconscio, il terreno più solido della psicoanalisi e un campo in cui ogni operatore deve raggiungere certe convinzioni e formarsi una preparazione. E se mi si chiedesse come si fa a diventare psicoanalisti, risponderei: con lo studio dei propri sogni.

Non è difficile ravvisare nei nostri avversari lo stesso affievolimento del giudizio, prodotto dall’emotività, che possiamo quotidianamente osservare nei nostri pazienti.

Generalmente gli uomini non sono sinceri quando si tratta di argomenti sessuali.
Essi non rivelano volentieri la loro sessualità, ma indossano un pesante cappotto (vera fabbrica di menzogne) per nasconderla, come se nel mondo del sesso facesse sempre brutto tempo.

L’individuo si ammala allorché, a causa di ostacoli esterni o per mancanza interiore di adattamento, gli viene negato il soddisfacimento dei bisogni erotici nel mondo reale.
Vediamo che egli si rifugia allora nella malattia, in modo da trovarsi un soddisfacimento sostitutivo di quanto gli è stato negato.

L’uomo energico, l’uomo di successo, è colui che riesce, a forza di lavoro, a trasformare in realtà le sue fantasie di desiderio.

La nevrosi è oggi dunque quel che era in altri tempi il convento, in cui solevano trovare rifugio tutti i delusi della vita e tutti coloro che si sentivano troppo deboli per affrontarla.

I nevrotici si ammalano degli stessi complessi contro cui lottiamo noi sani.

La psicoanalisi […] può avanzare le stesse pretese della chirurgia; solo l’aumento della sofferenza che si verifica nel paziente in corso di trattamento è di gran lunga migliore di quello che gli infligge il chirurgo, e particolarmente trascurabile di fronte ai dolori di una malattia grave.

Chi da bambino desidera la madre, non può non volersi mettere al posto del padre, non può non identificarsi con lui nella sua fantasia e più tardi non può non farsi uno scopo nella vita di riuscire a superarlo.

L’adulto ricorda la propria infanzia come un periodo felice, in cui godeva del presente e guardava al futuro senza desideri. Per questo motivo egli invidia i bambini. Ma se i bambini fossero in grado di darci delle informazioni ci racconterebbero probabilmente una storia diversa. Sembra che l’infanzia non sia il beato idillio in cui la deformiamo retrospettivamente, e che anzi i bambini siano tormentati attraverso gli anni dell’infanzia dal desiderio di diventare grandi e di fare quello che fanno gli adulti. Questo desiderio è il motore di tutti i loro giochi.

Inevitabilmente tutti i grandi uomini conservano qualcosa di infantile.

Quanto un artista crea costituisce nello stesso tempo uno sfogo per il desiderio sessuale.

Due sono le finalità della tecnica psicoanalitica: risparmiare fatica al medico e permettere al malato l’accesso più illimitato al proprio inconscio.

Chi non riesce ad ottenere risultati nell’autoanalisi può lasciar subito perdere qualsiasi idea di curare i pazienti mediante l’analisi.

Sono pochissime le persone civili capaci di vivere senza far conto sugli altri o anche soltanto capaci di formarsi delle opinioni indipendenti. Non ci sono termini per descrivere quanto grande sia nella gente la mancanza interiore di risolutezza e il bisogno di un’autorità. La misura di questo ci è data dallo straordinario aumento delle nevrosi dopo che il potere delle religioni si è dissolto. Una delle cause di questo stato di cose può essere l’impoverimento dell’Io dovuto al forte dispendio di energie per la rimozione imposta dalla civiltà a ciascun individuo.

Le verità più dure sono ascoltate e riconosciute, alla fine, dopo che reazione degli interessi lesi e le emozioni che hanno scatenato, hanno esaurito la loro furia. È sempre stato così e le verità malaccette, che noi psicoanalisti dobbiamo dire al mondo, avranno lo stesso fato. Solo non sarà tanto presto: dobbiamo saper aspettare.

Il nostro atteggiamento verso la vita non dovrebbe essere quello di fanatico dell’igiene o della terapia.

La lingua serve non solo ad esprimere i propri pensieri ma soprattutto a comunicarli agli altri.

Gli psicoanalisti non dimenticano mai che lo psichico si fonda sull’organico, sebbene il loro lavoro li possa portare sino a questo fondamento e non oltre.

Lunghi anni di esperienza mi hanno insegnato – come dovrebbero avere insegnato a chiunque altro – a non prendere per buono direttamente quel che i malati, e soprattutto quelli nevrotici, riferiscono sui loro medici. Lo specialista di malattie nervose non solamente diventa l’oggetto di molti sentimenti ostili dei suoi pazienti, qualunque sia il metodo terapeutico adottato, ma talora deve rassegnarsi ad accettare, per via di una specie di proiezione, i desideri rimossi e nascosti dei suoi pazienti nevrotici. È un fatto ben triste, ma significativo, che tali accuse non trovino mai credito più immediato quanto presso gli altri medici.

La caratteristica di sopravvalutare la donna amata e di considerarla unica ed insostituibile, appare come una cosa naturale nel contesto dell’esperienza del bambino, perché nessuno può avere più di una madre, e il rapporto con lei si fonda su un evento che non presenta dubbi nella sua irripetibilità.

Solo in una minoranza di persone colte le due correnti dell’affetto e della sensualità si sono perfettamente fuse.

[Le] infedeli al marito, sono capaci di essere fedeli all’amante.

Gli istinti erotici sono difficili da educare. La loro educazione a volte dà troppo, a volte troppo poco. Il modo in cui la civiltà cerca di trasformarli ha come prezzo una sensibile perdita di piacere, la persistenza degli impulsi inutilizzati può essere individuata nell’attività sessuale sotto forma di non appagamento.
Potremmo, quindi, essere costretti a riconciliarci con l’idea che è assolutamente impossibile adeguare le esigenze dell’istinto sessuale a quelle della civiltà e che, in conseguenza del suo sviluppo, la razza umana non può evitare la rinuncia e la sofferenza nonché il pericolo di estinguersi in un lontanissimo futuro.

La scienza non ha come fine quello di spaventare o di consolare.

Una certa schiavitù sessuale è […] indispensabile per difendere il matrimonio civilizzato e per frenare le tendenze alla poligamia che lo minacciano, e nelle nostre comunità sociali questo diventa un fattore di primaria importanza.

L’educazione può essere considerata più propriamente come un incitamento al superamento del principio del piacere sostituendolo col principio della realtà; infatti essa cerca di aiutare i processi evolutivi che favoriscono l’Io. A tal fine essa si avvale di una offerta di amore quale ricompensa da parte degli educatori e quindi fallisce se un bambino viziato crede di possedere questo amore in ogni caso e di non poterlo perdere qualunque cosa accada.

L’alcool sopprime le inibizioni e annulla le sublimazioni.

Non è raro che un uomo sia portato a bere in seguito a una delusione provocatagli da una donna, ma, di solito, ciò significa anche che egli ricerca i locali pubblici e la compagnia di altri uomini, che gli offrono quella soddisfazione emotiva che non è riuscito a ottenere a casa da sua moglie. A questo punto, se gli uomini diventano l’obiettivo inconscio di un’intensa carica libidica, egli si schermirà con il terzo tipo di contraddizione: “Non sono io, è lei che ama l’uomo”. Perciò sospetterà la donna di avere rapporti con tutti gli uomini che egli stesso è tentato di amare.

La donna gelosa sospetta il marito di essere in rapporti con tutte le donne, dalle quali si sente attratta in ragione della sua omosessualità o della predisposizione creata dal suo esagerato narcisismo. L’influenza del periodo della vita, in cui si è attuata la fissazione, è rivelata chiaramente dalla scelta degli oggetti d’amore, che ella attribuisce al marito, oggetti che, spesso, sono anziani e del tutto inadatti a una vera relazione amorosa, trattandosi di reincarnazioni delle governanti, delle domestiche e delle ragazze, che furono sue amiche nell’infanzia, o di sorelle, che furono effettivamente sue rivali.

La soppressione della megalomania non mai è tanto brusca, quanto nel caso in cui l’individuo è sopraffatto da un amore irresistibile.

La formazione di idee deliranti, che noi consideriamo un prodotto patologico, in realtà è uno sforzo verso la guarigione, un processo di ricostruzione.

Si dà spesso il caso che il modo migliore di completare l’interpretazione di un sogno consiste nel sospenderla, rivolgendo l’attenzione a nuovo sogno, il quale forse contiene lo stesso materiale in forma più accessibile.

Quanto più il paziente viene ad imparare qualcosa circa la pratica dell’interpretazione dei sogni, tanto più, di solito, i suoi sogni successivi diventano oscuri. Tutta la conoscenza da lui acquisita sui sogni serve solo a mettere sull’avviso il processo di costruzione onirico.

Non insisterò mai troppo consigliando i miei colleghi di conformarsi, nel trattamento psicoanalitico, all’atteggiamento del chirurgo, che si svincola da ogni sentimento, persino dalla simpatia umana, per concentrare tutte le sue energie psichiche sull’unico scopo di eseguire l’intervento con la maggior perizia possibile.

Il sentimento più pericoloso per uno psicoanalista è l’ambizione terapeutica di conseguire, grazie a questo nuovo metodo assai discusso, dei risultati tali da esercitare un’opera di convincimento sugli altri. Ciò non soltanto lo metterà in uno stato psichico sfavorevole al suo lavoro, ma lo renderà impotente di fronte a talune resistenze del paziente la cui guarigione, come è noto, dipende innanzi tutto dall’interazione delle forze operanti in lui.

Un chirurgo dei tempi andati aveva preso questo motto: “Je le pensai, Dieu le guèrit”. [“Io ci feci un pensiero, Dio lo guarì.”] L’analista dovrebbe sentirsi pago di qualcosa di simile.

Il medico deve essere impenetrabile per il malato e, come uno specchio, non deve rivelare al paziente altro che la sua stessa immagine. È vero però che, in pratica, non abbiamo nulla da ridire su uno psicoterapeuta che combini un certo quantitativo di analisi con una certa influenza suggestiva al fine di conseguire un risultato palpabile in un tempo più breve, come è necessario, per esempio, nelle case di cura. Ma in tal caso si ha il diritto di affermarsi pienamente consapevoli di ciò che si sta facendo e si deve sapere che questo metodo non è conforme alla vera psicoanalisi.

Dal punto di vista della civiltà, una certa diminuzione della potenza virile e della brutale aggressività in essa racchiusa è anzi positiva. Facilita agli uomini civilizzati la pratica delle virtù della moderazione e della fedeltà sessuali a cui sono tenuti. È assai difficile essere virtuosi quando si dispone di una prepotente virilità.

Noi […] abbiamo l’abitudine di formarci le nostre opinioni delle disposizioni individuali ex post facto: attribuiamo questa o quella disposizione solo dopo il fatto, quando cioè le persone si sono già ammalate. Non abbiamo alcun metodo per scoprirle in anticipo. Ci comportiamo, in effetti, come il re scozzese di un romanzo di Victor Hugo, il quale si vantava di possedere un metodo infallibile per riconoscere la stregoneria. Egli metteva a bollire la donna accusata e quindi assaggiava il brodo. Poi secondo il gusto diceva: “Sì, era una strega”, oppure: “No, non lo era”.

In un certo senso il tabù vive ancora ed opera presso di noi. Per quanto venga inteso negativamente e si rivolga ad un altro contenuto, esso in fondo non differisce, nella sua cultura psicologica, dall’imperativo categorico di Kant, che opera in forma coattiva, escludendo ogni motivazione cosciente.

Il progresso sociale e tecnico dell’umanità ha intaccato il tabù molto meno di quanto non sia avvenuto per il totem.

La partecipazione sentimentale della madre alle vicende della figlia può portare a tali fenomeni d’identificazione che essa si innamora dell’uomo da quella amato. Questo fatto, in alcuni casi, può generare una violenta reazione psichica e portare la madre a forme gravi di malattia nervosa.

Quell’irritabilità e quel senso di avversione che notiamo in tutto il comportamento affettivo del genero ci fa supporre che per lui la suocera rappresenti veramente una tentazione all’incesto. Non è isolato il caso in cui un genero si innamori apertamente della suocera prima di rivolgere la propria attenzione alla figlia.

La psicoanalisi ci ha dimostrato che la prima scelta sessuale del fanciullo è incestuosa, poiché si riferisce ad un oggetto interdetto (alla madre od alla sorella) e ci ha mostrato attraverso quali vie l’adulto si libera dalla seduzione che su di lui l’incesto opera. Il nevrotico, al contrario, ci mostra con regolarità un aspetto dell’infantilismo psichico, dal momento che, o non ha saputo liberarsi dai legami che legavano la sua psicosessualità all’infanzia (arresto dello sviluppo), oppure è ad essi ritornato (regressione).

Chi si avvicini al problema del tabù dal punto di vista psicoanalitico, cioè dall’esame dell’inconscio nella vita psichica individuale, arriverà ben presto alla conclusione che fenomeni di questo genere non gli sono affatto estranei. Egli ha incontrato individui i quali si sono creati da se stessi i divieti del tabù, e che li seguono con la stessa scrupolosità con la quale i selvaggi seguono quelli della loro tribù. Se non esistesse già una terminologia abituale secondo la quale queste persone sono degli “ossessivi”, esse potrebbero ben essere chiamate “ammalati di tabù”.

Sottoponendo all’esame psicoanalitico nevrotici che soffrono, o che abbiano sofferto nell’infanzia, di paura degli spiriti, spesso e senza troppa difficoltà si scopre che questi spiriti tanto temuti non sono altro che i genitori.

Nell’inconscio i processi psichici non sono affatto identici a quelli noti nella vita psichica conscia, ma godono di certe libertà che a questi ultimi sono negate.

Da un lato le nevrosi presentano chiare e profonde concordanze con le grandi istituzioni sociali inerenti l’arte, la religione e la filosofia; dall’altro ci appaiono come deformazioni delle istituzioni stesse. Potremmo quasi dire che l’isterismo è una deformazione di un’opera d’arte, la nevrosi ossessiva una deformazione della religione, il delirio paranoico una deformazione di un sistema filosofico. In definitiva questa diversità si spiega col fatto che le nevrosi sono formazioni asociali, che si sforzano di creare con mezzi privati ciò che la società ha creato col lavoro collettivo.

La natura asociale della nevrosi dipende dalla sua originaria tendenza a fuggire da una realtà insoddisfacente in un mondo immaginario pieno di attraenti promesse. Nel mondo reale, da cui il nevrotico rifugge, domina la società umana con le istituzioni create col lavoro collettivo; volgendo le spalle alla realtà il nevrotico si ritira dalla comunità umana.

Tutti i malati ossessivi sono superstiziosi e in genere contro la loro stessa convinzione.

I nevrotici vivono in un particolare mondo, in cui, come ho già detto, ha corso solo la “valuta nevrotica”; per loro solo ciò che è pensato intensamente, rappresentato con passione, ha un effetto, ed ha scarsa importanza la concordanza con la realtà esteriore. Durante i suoi attacchi, l’isterico riproduce e fissa per mezzo di sintomi avvenimenti che si sono verificati solo nella sua fantasia; benché sia vero che, in definitiva, essi si collegano a fatti reali o su questi furono edificati.

Tra i popoli primitivi il pensiero è ancora fortemente sessualizzato, e […] da ciò scaturisce la convinzione dell’onnipotenza del pensiero, la salda fiducia nella possibilità di governare il mondo e l’inaccessibilità alle facili esperienze da cui essi potrebbero dedurre la reale posizione dell’uomo nell’universo.

L’arte, che non è di certo iniziata come “arte per l’arte”, si trovava in origine al servizio di tendenze che in gran parte sono oggi venute meno. Si può a ragione affermare che tra queste siano parecchie intenzioni magiche.

L’atteggiamento del bambino presenta numerose analogie con quello del primitivo nei confronti degli animali. Il bambino non prova ancora l’orgoglio proprio all’adulto civilizzato che traccia una netta linea di demarcazione tra sé e tutti gli altri rappresentanti del regno animale. Egli considera senz’altro l’animale un suo uguale; per la franca e sincera ammissione dei suoi bisogni, egli si sente più vicino all’animale che all’uomo adulto, il quale gli appare senza dubbio più enigmatico.

Senza la premessa di un’anima collettiva, di una continuità nella vita psichica dell’uomo, che consente di non tener conto delle interruzioni degli atti psichici per la scomparsa dei singoli individui, la psicologia collettiva, la psicologia dei popoli, non potrebbe esistere. Se i processi psichici non si trasmettessero da una generazione all’altra, se ogni generazione fosse obbligata ad acquisire ex novo il proprio atteggiamento di fronte alla vita, si escluderebbe ogni progresso e ogni evoluzione.

Noi dobbiamo guardarci dall’applicare al mondo del primitivo e del nevrotico, ricco solo di eventi interiori, il disprezzo che il nostro mondo prosaico, pieno di valori materiali, prova per ciò che è solo pensato o desiderato.

La pratica della psicoanalisi esige molto meno preparazione medica che addestramento psicologico e libero senso di umanità.

L’unica garanzia di un’innocua applicazione del procedimento analitico non potrà che dipendere dalla personalità dell’analista.

Ci è facile capire perché i bambini mentono quando, così facendo, imitano le bugie dette dagli adulti. Ma vi sono moltissime bugie, dette da bambini ben educati, che hanno un significato tutto particolare, per cui dovrebbero rappresentare argomento di meditazione anziché essere causa di ira. Si tratta di bugie dette sotto l’impulso di sentimenti d’amore troppo acuti. Esse acquistano importanza nel caso che generino malintesi tra il bambino e la persona amata.

I casi di malattia che giungono all’osservazione dello psicoanalista non hanno tutti la stessa importanza ai fini dell’ampliamento delle sue conoscenze. Ve ne sono alcuni ai quali deve applicare tutto quello che sa e dai quali non impara nulla e ve ne sono altri che gli mostrano quel ch’egli già sa, ma in modo particolarmente chiaro e isolati in una posizione eccezionalmente rivelatrice, per cui a questi va debitore non solo di una conferma, ma persino d’un allargamento della sua conoscenza.

Gli errori scientifici sono davvero tenaci ed anche quando sono stati confutati, sono pronti a reinserirsi furtivamente sotto nuove maschere.

Non ci sorprende scoprire che la psicoanalisi dà conferma dell’importante ruolo acquistato dalle favole popolari nella vita psichica dei nostri bambini. Per alcune persone il ricordo delle fiabe preferite prende il posto dei ricordi dell’infanzia. Essi hanno fatto delle fiabe dei ricordi di copertura.

Da un lato la psicoanalisi ha ristretto il modo di pensare fisiologico e dall’altro ha conquistato alla psicologia una buona parte della patologia.

Una buona metà del compito psichiatrico, al fine di una soluzione, viene attribuita dalla psicoanalisi alla psicologia. Sarebbe tuttavia grave errore voler presumere che l’analisi ricerchi o appoggi una concezione esclusivamente psicologica dei disturbi psichici. Essa non può negare che l’altra metà ha come oggetto l’innuenza di fattori organici (meccanici, tossici, infettivi) sull’apparato psichico.

Le interpretazioni della psicoanalisi sono in primo luogo traduzioni da un modo di espressione che ci è sconosciuto in quello consueto per il nostro pensiero. Quando interpretiamo un sogno, ci limitiamo a tradurre un certo contenuto ideativo (i pensieri onirici latenti) “dal linguaggio del sogno” a quello della nostra vita da svegli. Si vengono in tal modo a conoscere le particolarità di questo linguaggio onirico e si trae la sensazione che esso faccia parte di un sistema espressivo molto antico.

Le dottrine ed i sistemi filosofici sono frutto di un numero di persone di netta impronta individuale; in nessuna altra scienza compete anche alla personalità dello scienziato una parte così di rilievo come appunto nella filosofia.

Alla psicoanalisi non capitò, come ad altre nuove scienze, di essere accolta con impaziente simpatia da coloro che si interessano del progresso del sapere. Per molto tempo non le si dette ascolto, e quando infine non si poté più ignorarla, diventò, per ragioni affettive, oggetto di violenta avversità da parte di quanti non si erano addossati la fatica di conoscerla. Essa deve questa accoglienza ostile alla circostanza che ben presto, nel corso delle sue ricerche, dovette scoprire che le malattie nervose sono la manifestazione di un disturbo della funzione sessuale ed ebbe pertanto ragione di occuparsi della osservazione, per troppo tempo trascurata, della funzione sessuale.

Le nevrosi corrispondono a una sopraffazione più o meno parziale dell’Io ad opera della sessualità, dopo che l’Io ha fallito il tentativo di reprimerla.

Non ad ogni analisi di fenomeni psicologici competerà il termine psicoanalisi. Questa ultima vuol dire più che decomposizione in fenomeni più semplici di fenomeni composti; essa consiste nel riferire una formazione psichica ad altre che la precedono nel tempo e dalle quali si è svolta.

La psicoanalisi ha dovuto far discendere la vita psichica dell’adulto da quella del bambino, prendere sul serio il detto: il bambino è il padre dell’uomo.

La maggior parte di noi mostra una lacuna mnemonica riguardo ai primi anni di infanzia, dalla quale affiorano solo singoli brani di ricordi. Si può sostenere che la psicoanalisi ha ormai riempito tale lacuna e ha eliminato questa amnesia infantile degli uomini.

On revient toujours à ses premiers amours [Si torna sempre ai primi amori] è una verità oggettiva. I vari punti oscuri della vita amorosa negli adulti si chiariscono solo rilevando i momenti infantili dell’amore.

La comprensione delle malattie nevrotiche dei singoli ha agevolato considerevolmente la comprensione delle grandi istituzioni sociali, in quanto le nevrosi stesse si sono dimostrate tentativi di trovare soluzioni a livello individuale ai problemi della compensazione di desiderio che a livello sociale devono essere risolti dalle istituzioni.

Le forze motrici dell’arte sono gli stessi conflitti che portano altri individui alla nevrosi e che hanno indotto la società ad edificare le sue istituzioni.

Le nostre virtù migliori si sono originate come formazioni reattive e sublimazioni sul terreno delle nostre peggiori tendenze.

Chi speri di imparare dai libri il nobile gioco degli scacchi presto scoprirà che soltanto le aperture e i finali si prestano a un’esauriente trattazione sistematica e che l’infinita varietà di mosse possibili dopo l’apertura sfida ogni descrizione. Questa lacuna nelle istruzioni potrà essere colmata soltanto con lo studio diligente delle partite giocate dai maestri. A limitazioni consimili sono soggette le regole che possono essere date sulla tecnica del trattamento psicoanalitico.

Bisogna diffidare di tutti gli aspiranti pazienti che chiedono di rimandare di qualche tempo l’inizio della cura. L’esperienza insegna che, quando arriva il giorno fissato per l’appuntamento, non si presentano anche se il motivo del rinvio, che è quanto dire la razionalizzazione della loro intenzione, sembra, ai non iniziati, al di sopra di ogni sospetto.

La nevrosi ha le sue radici in strati psichici ai quali una conoscenza intellettuale dell’analisi non è ancora pervenuta.

Una domanda poco gradita che il malato pone al medico al principio è: “Quanto durerà la cura? Quanto tempo le occorrerà per liberarmi dei miei disturbi?”. Se il medico si è deciso per un trattamento di prova di qualche settimana, può evitare di rispondere direttamente alla domanda, promettendo di fornire un parere più motivato alla fine del periodo di prova. La nostra risposta è simile a quella data dal filosofo al viandante nella favola di Esopo. Quando il viandante gli chiese quanto tempo avrebbe dovuto ancora camminare, il filosofo gli disse semplicemente: “Cammina!” e poi gli rese ragione di questa risposta, apparentemente priva di senso, dicendo che gli occorreva conoscere la lunghezza del passo del viandante prima di potergli specificare quanto sarebbe durato il viaggio. Questo è un espediente che aiuta a superare le prime difficoltà, ma il paragone non è valido perché il nevrotico può facilmente variare la lunghezza del passo e compiere a volte solo progressi molto lenti. In realtà è pressoché impossibile rispondere alla domanda sulla probabile durata di una cura.

Un mio amico e collega al quale ascrivo il grande merito di essersi convertito alla psicoanalisi dopo svariati decenni di lavoro scientifico condotto secondo altri principi, mi scrisse una volta: “Quel che occorre è un trattamento delle nevrosi ossessive rapido, pratico e ambulatoriale”. Non potendo accontentarlo rimasi un po’ imbarazzato, e cercai di scusarmi osservando che anche gli specialisti in malattie interne sarebbero ben felici di disporre di una cura della tubercolosi o del cancro che riunisse questi vantaggi.

Io non impegno i malati a proseguire il trattamento per un determinato periodo; lascio ciascuno libero di interromperlo quando lo voglia, ma non gli nascondo che se la cura viene interrotta solo dopo che si sia compiuto poco lavoro, non ne risulterà beneficio alcuno, ed è facile anzi, similmente a un intervento chirurgico non terminato, che lo lasci in condizioni sfavorevoli.

Il potere dell’analista sui sintomi può essere comparato alla potenza sessuale maschile. Un uomo può sì, concepire un bambino tutto intero, ma neppure il più forte degli uomini può creare nell’organismo femminile una testa. o un braccio o una gamba soltanto; non può nemmeno stabilire il sesso dell’infante. Anch’egli mette in moto un processo complicatissimo, determinato da eventi risalenti a un remoto passato, che ha termine con la separazione del bambino dalla madre. Una nevrosi ha caratteri simili a un organismo. Le manifestazioni che la compongono non sono indipendenti le une dalle altre; si condizionano e si sostengono a vicenda.

Le questioni di danaro sono trattate dai popoli civili come le questioni sessuali, con la stessa incongruenza, gli stessi falsi pudori e ipocrisia.

Lo psicoanalista si deve mettere nella posizione di un chirurgo, che è franco e costoso perché dispone di metodi di cura efficaci.

Fissando il suo onorario, l’analista deve rendersi pure conto che, per quanto possa lavorare sodo non potrà mai guadagnare quanto gli altri specialisti.

Quelli che sono costretti dalle necessità a una vita di dura fatica sono meno facilmente colpiti dalla nevrosi, ma dall’altra parte l’esperienza insegna, senza dubbio, che quando un povero è colpito da una nevrosi ben difficilmente se ne lascia liberare. Essa gli rende un servizio troppo utile nella lotta per l’esistenza: il guadagno secondario derivatogli dalla malattia è troppo importante per lui. Ora, col diritto datogli dalla nevrosi, reclama quella compassione che il mondo rifiutava alle sue ristrettezze materiali, e può prosciogliere se stesso dall’obbligo di combattere la povertà col lavoro.

Nella vita non c’è nulla di più costoso della malattia… e della stupidità.

Vi sono dei malati che fin dalle primissime ore di cura preparano minuziosamente quello che dovranno comunicare, evidentemente per assicurarsi di fare il miglior uso del tempo dedicato al trattamento. È la resistenza che, in questo modo, si camuffa da zelo. Qualsiasi preparazione del genere è da sconsigliarsi perché serve solo a impedire l’affiorare di pensieri non graditi.

Le persone che più facilmente tendono a nascondere le idee che vengono loro in mente in apertura di analisi, sono donne che, in seguito ad eventi passati della loro vita, sono pronte a difendersi da attacchi sessuali, e uomini con una fortissima omosessualità rimossa.

Si deve stare attenti a non dare al paziente la soluzione di un sintomo o l’interpretazione di un desiderio finché egli non sia tanto vicino ad essa che con un solo passo in più arriverebbe alla spiegazione da solo.

La principale forza motrice della terapia è la sofferenza del paziente con il desiderio, che ne scaturisce, di guarire.

Gli individui giovani e a carattere infantile tendono a trasformare l’imperativo, imposto dal trattamento, di concentrare l’attenzione sulla malattia, in un gradito pretesto per gozzovigliare con i propri sintomi.

Il miglior modo di proteggere il paziente dai danni che potrebbero derivargli dall’assecondare uno dei suoi impulsi, sta nel fargli promettere di non prendere alcuna decisione importante che possa influire sulla sua vita (come, per esempio, scegliere una professione o un oggetto d’amore definitivo), mentre la cura è in atto, rimandando invece ogni decisione a dopo la guarigione.

Un individuo impara il buon senso solo attraverso le esperienze personali e le conseguenti disavventure.

Come è noto, i discorsi sublimi hanno ben scarsa influenza sulle passioni.

Il trattamento psicoanalitico poggia sulla sincerità. In essa risiede gran parte dell’effetto educativo e del valore etico della psicoanalisi, ed è pericoloso allontanarsi da questo fondamento.

La tecnica analitica impone al medico di negare alla paziente, smaniosa di amore, la soddisfazione che chiede. La cura va proseguita nell’astinenza.

Per l’analisi è altrettanto deleterio se la brama di amore della paziente è soddisfatta o se è repressa. L’operato dell’analista non deve perseguire né l’uno né l’altro fine; nella vita reale non si dà nulla di simile. Egli deve stare attento a non sottrarsi all’amore da transfert, a non respingerlo e a non renderlo penoso per la paziente; però deve anche evitare, con pari risolutezza, qualsiasi corresponsione.

Quanto al medico, motivi etici e motivi tecnici concorrono a impedirgli di concedere il suo amore alla paziente. Egli deve tener presente che il suo scopo sta nel dare a questa donna, la cui capacità di amare è ostacolata da fissazioni infantili, il pieno possesso di una funzione di inestimabile importanza, non perché la disperda così nel trattamento, ma per mantenerla intatta per il momento in cui, finita la cura, cominceranno a farsi sentire le esigenze della vita reale. Il medico non deve rinnovare la scena di quella corsa di cani il cui premio doveva essere una filza di salsicce, ma che qualche bello spirito mandò a monte gettando una sola salsiccia in mezzo alla pista, dato che l’ovvio risultato fu che i cani si gettarono su quella dimenticando la gara e la filza di salsicce che li spronava da lontano alla vittoria.

L’amore sessuale è una delle cose principali della vita, e uno dei punti culminanti di questa unione della soddisfazione psichica a quella del corpo nel godimento dell’amore. Tolto qualche anormale fanatico, tutto il mondo lo sa e vive in conformità a questo principio.

Lo psicoterapeuta analitico deve ingaggiare un triplice combattimento: nel suo intimo, contro le forze che tentano di trarlo in basso, sotto al livello analitico; al di fuori dell’analisi, contro gli avversari che mettono in discussione l’importanza che egli attribuisce alle forze pulsionali sessuali, e che gli rendono difficile il compito di avvalersene nella tecnica scientifica; nell’ambito dell’analisi, contro le pazienti, le quali, prima si comportano da avversarie, ma poi scoprono quell’ipervalutazione della vita sessuale che le domina e cercano di invischiarlo nelle loro passioni ribelli a ogni controllo sociale.

Lo psicoanalista sa di lavorare con forze altamente esplosive e che deve procedere con la stessa cautela e la stessa coscienziosità di un chimico. Ma quando mai è stato proibito ai chimici, a causa del pericolo, di maneggiare sostanze esplosive, che gli sono indispensabili, a causa dei loro effetti? È degno di nota che lo psicoanalista deve conquistarsi di bel nuovo tutte quelle libertà che da gran tempo sono state accordate alle altre attività mediche.

La storia della psicoanalisi vera e propria inizia solo con la innovazione tecnica dell’abbandono dell’ipnosi.

Durante questi anni almeno una dozzina di volte mi è stato riferito da relazioni sui lavori di determinati congressi e di sedute di associazioni scientifiche, o in resoconti su certe pubblicazioni, che la psicoanalisi ormai era morta, decisamente superata e finita. La risposta sarebbe dovuta assomigliare al telegramma che Mark Twain mandò al giornale che per sbaglio ne aveva annunciato la morte: “Notizia del mio decesso fortemente esagerata”. Dopo ogni dichiarazione di morte la psicoanalisi ha acquistato nuovi aderenti e collaboratori, o si è creata nuovi organi. Comunque dichiararla morta costituisce un progresso nei confronti della congiura del silenzio.

La psicoanalisi mette in evidenza solo l’aspetto peggiore di ogni singolo uomo.

L’esperienza insegna che a rarissime persone è concesso di restare educate, e meno ancora oggettive, nella discussione scientifica, ed io ho sempre odiato le liti scientifiche.

Le cose possono andare con gli psicoanalisti come con i malati durante l’analisi.

La relatività della nostra conoscenza è un’obiezione che si può opporre tanto alla psicoanalisi quanto ad ogni altra scienza.

Jung, con la sua “innovazione” della psicoanalisi, ha dato un esempio del famoso “coltello di Lichtenberg”. Ha cambiato il manico e vi ha introdotto una nuova lama; essendovi incisa la stessa marca, dovremmo prendere questo oggetto per quello di prima.

Gli uomini sono forti fino a quando difendono una idea forte; divengono impotenti non appena le si oppongono.

È bene ricordarci che tutte le nostre provvisorie concezioni psicologiche troveranno un giorno il loro fondamento in qualche infrastruttura organica.

Certo che una bella dose di egoismo è una sorta di protezione contro la malattia, ma, in ultima analisi, per non rischiare di ammalarci noi dobbiamo cominciare ad amare, e siamo proprio destinati ad ammalarci se a causa di qualche frustrazione non ci è possibile amare.

Le donne, specialmente se vengono su carine, manifestano una sorta di autoappagamento, che serve da compensazione alle restrizioni sociali cui debbono sottostare nella scelta dell’oggetto. A rigor di termini, dovremmo dire che queste donne amano solo se stesse, e con una intensità paragonabile solo a quella con cui l’uomo le ama.

Il narcisismo dell’altro esercita una forte attrazione su colui che ha rinunciato a una parte del proprio e va in cerca di un oggetto d’amore.
Il fascino del bambino risiede in gran parte proprio in quel suo narcisismo, che è auto-soddisfacimento, che è inaccessibilità; è il fascino che ci è dato di vedere in certi animali, come il gatto o le grandi belve da preda, che sembrano non curarsi affatto della nostra presenza. E, ancora, perfino i grandi criminali e i grandi umoristi, almeno come sono descritti nella letteratura, catturano il nostro interesse per quello spessore narcisistico con cui si adoperano ad allontanare dal loro Io qualsiasi cosa lo possa rimpicciolire.

Il costituirsi della coscienza è, in fondo, l’incorporazione delle critiche dei genitori in un primo momento, e di quelle della società poi.

Il fatto di dipendere dall’oggetto amato fa calare l’autostima: chi ama è umile. Chi ama ha, per così dire, rinunciato a una parte del suo narcisismo, e tale parte può essere rimpiazzata solo dal venire ricambiato in amore.

La maggioranza delle donne isteriche si annoverano tra le rappresentanti più attraenti e perfino più belle del sesso femminile; mentre, d’altro canto, l’essere brutte, l’avere difetti organici e altre infermità, come si riscontra frequentemente nelle donne delle classi più basse della società, non fa aumentare l’incidenza delle malattie nevrotiche.

Abbiamo spesso sentito sostenere che le scienze dovrebbero essere fondate su concetti basilari chiari e nettamente definiti. In verità, nessuna scienza, neanche la più esatta, comincia con tali definizioni. Il vero inizio dell’attività scientifica consiste piuttosto nel descrivere i fenomeni e quindi nel raggrupparli, ciassificarli e correlarli. Già allo stadio di descrizione non è possibile evitare di applicare certe idee astratte al materiale in questione, idee queste che derivano da qualche parte, ma che certamente non sono basate unicamente sulle nuove osservazioni.

L’amore e l’odio, i quali ci si presentano, quanto al contenuto, come perfetti opposti, non stanno dopo tutto in una relazione così semplice tra di loro.

Udire qualcosa e sperimentare qualcosa sono dal punto di vista psicologico due cose affatto diverse, anche se il contenuto è lo stesso.

Lo scrivere si presenta come un processo relativamente semplice e, al contrario del leggere, difficilmente influenzato dalle distrazioni.

Senza essere un apostolo della pietà e pur riconoscendo la necessità biologica e psicologica della sofferenza nell’economia della vita umana, tuttavia non si può fare a meno di condannare la guerra nei suoi fini e nei suoi mezzi e di aspirare alla cessazione delle guerre.

I popoli sono rappresentati dagli Stati che essi formano; gli Stati, dai governi che li dirigono. Nel corso di questa guerra, ogni membro di una nazione può constatare ciò di cui aveva già una vaga intuizione in tempo di pace, cioè che, se lo Stato vieta all’individuo la pratica dell’offesa, ciò non avviene perché esso voglia eliminarla, ma perché vuole monopolizzarla, così come monopolizza il sale ed il tabacco.

Lo Stato in guerra si permette tutte le ingiustizie, tutte le violenze, la più piccola delle quali basterebbe a disonorare l’individuo. Esso ha fatto ricorso, nei confronti del nemico, non solo a quel tanto di astuzia permessa, ma anche alla menzogna cosciente e voluta, e questo in una misura che va al di là di tutto ciò che si era visto nelle guerre precedenti. Lo Stato impone ai cittadini il massimo di obbedienza e di sacrificio, ma li tratta da sottomessi, nascondendo loro la verità e sottomettendo tutte le comunicazioni e tutti i modi di espressione delle opinioni ad una censura che rende la gente, già intellettualmente depressa, incapace di resistere ad una situazione sfavorevole o ad una cattiva notizia. Si distacca da tutti i trattati e da tutte le convenzioni che lo legano agli altri Stati, ammette senza timore la propria capacità e la propria sete di potenza, che l’individuo è costretto ad approvare ed a sanzionare per patriottismo.

Di rado l’uomo è del tutto buono o del tutto cattivo; nella maggior parte dei casi egli è buono per certi aspetti, cattivo per altri; buono in certe condizioni esteriori, decisamente cattivo in altre. L’esperienza ci ha dimostrato questo fatto interessante: che la preesistenza, nell’infanzia, di tendenze molto “cattive” costituisce in molti casi una delle condizioni per l’orientamento verso il bene, quando l’individuo ha raggiunto l’età adulta. I bambini più egoisti possono diventare cittadini estremamente caritatevoli e capaci dei massimi sacrifici; la maggior parte degli apostoli della pietà, dei filantropi, dei protettori di animali, hanno dimostrato, nell’infanzia, tendenze sadiche e crudeltà nei confronti degli animali.

Essere amati è un vantaggio al quale se ne possono e se ne devono sacrificare molti altri.

La civilizzazione ha potuto sorgere e svilupparsi solo grazie alla rinuncia alla soddisfazione di determinati bisogni ed esige che tutti coloro i quali, nel susseguirsi delle generazioni, vogliono godere dei vantaggi che la vita civile comporta, rinuncino a loro volta alla soddisfazione di certi istinti.

Gli uomini che nascono nella nostra epoca portano con sé al mondo una certa disposizione a trasformare le tendenze egoistiche in tendenze sociali, disposizione che fa parte dell’organizzazione che hanno ereditato e che opera questa trasformazione sotto lo stimolo di impulsi spesso molto lievi. Ma altre tendenze subiscono la trasformazione non più per una disposizione ereditaria, ma sotto la pressione di fattori esteriori. In tal modo ogni individuo subisce non solo l’influenza del suo attuale ambiente civilizzato, ma anche quella degli ambienti in cui vissero i suoi antenati.

Le evoluzioni psichiche presentano una caratteristica che non si ritrova in nessun altro processo evolutivo o di sviluppo. Quando un villaggio si trasforma in città o il bambino diviene uomo, il villaggio ed il bambino sono totalmente assorbiti, fino a scomparire, nella città e nell’uomo. Solo con uno sforzo della memoria si può ritrovare, nella nuova formazione, l’antica fisionomia; la realtà è che l’antico materiale e le antiche forme sono scomparsi, per far posto ad un nuovo materiale ed a nuove forme. Nell’evoluzione della vita psichica le cose vanno in modo assolutamente diverso. In questo caso c’è una situazione diversa da ogni altra e che si può descrivere solo dicendo che ogni precedente fase di sviluppo sussiste e si conserva a fianco di quella che ne è derivata.

Basta che un gran numero, che milioni di uomini si trovino riuniti, perché tutte le acquisizioni morali dei singoli individui svaniscano rapidamente, ed al loro posto restino solo gli atteggiamenti psichici più primitivi, più brutali. Risultato molto doloroso che si attenuerà forse man mano che l’evoluzione continuerà il suo cammino in avanti. Tuttavia noi crediamo che un po’ più di franchezza e di sincerità nei rapporti tra gli uomini ed in quelli tra gli uomini ed i loro governanti, potrebbe aprire la strada a questa evoluzione.

Per noi è assolutamente impossibile raffigurarci la nostra morte, ed ogni volta che tentiamo di farlo, ci rendiamo conto di assistervi da spettatori. È per questo che la scuola psicoanalitica si è ritenuta in diritto di affermare che, in fondo, nessuno crede alla propria morte, o, il che è lo stesso, che ciascuno è inconsciamente convinto della propria immortalità.
Per quanto riguarda la morte degli altri, l’uomo civile evita accuratamente di parlare di questa eventualità in presenza della persona la cui morte sembra vicina. Solo i bambini non hanno questa discrezione e rivolgono minacce implicanti la possibilità della morte ed arrivano persino a dare per scontata la morte di una persona cara, dicendole, come fosse la cosa più naturale del mondo: “Cara mamma, quando tu sarai morta io farò questo o quello”. Da parte sua, l’uomo civile adulto non si sofferma sul pensiero della morte delle persone che gli sono vicine, perché ciò vorrebbe dire dar prova d’insensibilità o di cattiveria, tranne che nei casi, come quello del medico, dell’avvocato, ecc., in cui si è portati a pensarvi per preoccupazioni professionali.

È troppo triste rendersi conto che la vita assomiglia al gioco degli scacchi, in cui basta una mossa falsa a farci perdere la partita, con l’aggravante che, nella vita, non possiamo nemmeno contare su di una possibilità di rivincita.

I filosofi pretendono che l’enigma intellettuale rappresentato per l’uomo primitivo dalla morte si sia imposto alla sua riflessione e debba essere considerato come il punto di partenza per ogni speculazione. Mi sembra che, su questo punto, i filosofi ragionino troppo… da filosofi e non tengano conto dell’azione dei movimenti primitivi. Perciò io penso di dover attenuare la portata di questa proposizione e di correggerla dicendo che l’uomo primitivo trionfa sul cadavere del nemico ucciso senza doversi spezzare la testa sugli enigmi della vita e della morte. L’uomo primitivo non fu spinto a riflettere né dall’enigma intellettuale né dalla morte in generale, ma dal conflitto affettivo che, per la prima volta, sorse nella sua anima alla vista della morte di una persona amata e, tuttavia, estranea ed odiata. La psicologia è nata da questo conflitto.

Non c’è bisogno di proibire ciò che nessuno desidera. Proprio il modo in cui è formulata la proibizione non uccidere può darci la certezza che noi discendiamo da una serie infinitamente lunga di generazioni di assassini che, come forse anche noi oggi, avevano nel sangue la passione per l’omicidio. Le tendenze morali dell’umanità, la cui forza ed importanza sarebbe assurdo contestare, sono un’acquisizione nella storia umana e costituiscono, ad un livello disgraziatamente molto variabile, il patrimonio ereditario degli uomini dei nostri giorni.

Scherzando, si può dire di tutto, anche la verità.

Rendere la vita sopportabile è il primo dovere dell’essere vivente.

Ricordiamo il vecchio adagio: si vis pacem, para bellum: se vuoi il mantenimento della pace sii sempre disposto alla guerra.
Sarebbe ora di modificare questo adagio e di dire: si vis vitam, para mortem: se vuoi sopportare la vita, impara ad accettare la morte.

Nel tempo il valore della transitorietà è il valore della rarità. La limitazione nella possibilità di un godimento aumenta il valore del godimento.

La bellezza del corpo e del viso umani svanisce per sempre nel corso della nostra vita, ma la loro evanescenza dà loro solo un nuovo fascino.

Fianco a fianco con le esigenze della vita, l’amore è il grande educatore.

Dal punto di vista somatico, il sonno è una riattivazione dell’esistenza intrauterina perché realizza le condizioni di riposo, calore ed esclusione degli stimoli; nel sonno, infatti, molte persone assumono la posizione fetale.

Nei sogni, la malattia fisica incipiente è spesso scoperta prima e più chiaramente che non nella vita vigile, e tutte le correnti sensazioni fisiche assumono proporzioni gigantesche. Questo ingrandimento è di carattere ipocondriaco, ed è condizionato dal ritiro sull’Io di tutte le cariche psichiche sottratte al mondo esterno, rendendo pertanto possibile una precoce conoscenza delle alterazioni corporali che nella vita vigile resterebbero ancora a lungo inosservate.

L’Io non è padrone in casa sua.

Ciascuna delle tre qualità, avarizia, pedanteria e ostinatezza, discende da fonti erotiche anali o per esprimerla più cautamente e più completamente – ricava forti contributi da quelle fonti.

La psicoanalisi è più adatta di qualsiasi altro sistema a far apprendere la psicologia allo studente di medicina.

Il lavoro della psicoanalisi richiama alla mente la similitudine con l’analisi chimica, ma ricorda altrettanto bene l’intervento del chirurgo, le manovre dell’ortopedico o l’influenza dell’educatore.

In generale, l’impresa di convertire un omosessuale totale in un eterosessuale non presenta maggiori possibilità di riuscita del procedimento inverso, solo che questo non si tenta mai per buone ragioni pratiche.

Non spetta alla psicoanalisi risolvere il problema dell’omosessualità. Essa deve accontentarsi di rivelare i meccanismi psichici responsabili della scelta oggettuale e di individuare i sentieri che da essi vanno alle disposizioni istintuali.

Solo i credenti, che pretendono che la scienza diventi il surrogato del catechismo a cui hanno rinunciato, possono biasimare il ricercatore che perfeziona o addirittura modifica le sue concezioni.

La contrapposizione tra la psicologia individuale e quella sociale o collettiva si rivela, quando la si consideri più attentamente, ben meno profonda di quanto non appaia a prima vista.

Tra lo stato amoroso e l’ipnosi non c’è una gran distanza. I punti di rassomiglianza sono evidenti. Nei confronti dell’ipnotizzatore si dimostra la stessa umiltà nella sottomissione, lo stesso abbandono, la stessa mancanza di senso critico che nei confronti della persona amata. Si osserva la stessa rinuncia ad ogni iniziativa personale; indubbiamente l’ipnotizzatore ha preso il posto dell’ideale dell’Io. Solo, nell’ipnosi tutte queste caratteristiche si presentano con più chiarezza ed un maggiore rilievo, di modo che sembrerebbe più opportuno spiegare lo stato amoroso con l’ipnosi che viceversa.

L’amore sensuale è destinato a spegnersi, una volta soddisfatto; per poter durare, esso deve essere associato, fin dagli inizi, ad elementi di pura tenerezza, deviati dallo scopo sessuale, o subire ad un certo punto una trasposizione di questo genere.

 

Selezione a cura di:

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

per contatti e consulenze private tel.320-8573502 email:cavalierer@iltuopsicologo.it

RIFLESSIONI SULLA PSICOFILOSOFIA

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La psiche in crisi ha, ovviamente, molte fantasie. Le molte dell’ellenismo e l’una dell’ebraismo non sono le uniche soluzioni al dilemma patologico della psiche. C’è la fuga nel futurismo e nelle sue tecnologie, la conversione all’Oriente e all’interiorità, il farsi primitivi e naturali, c’è l’ascesa spirituale e l’abbandono del mondo in una totale trascendenza. Ma queste alternative sono meno autentiche. Sono semplicistiche; trascurano la nostra storia e i diritti che le sue immagini hanno su di noi; inoltre, sollecitano a rifuggire l’avversità invece che ad approfondirla munendola di un retroterra culturale e di una struttura differenziata.

Le fanta-scienze e le fantasie della scienza, l’insegnamento da parte di indiani americani o di maestri orientali – per brillanti e saggi che essi siano – non ci aiutano a ricordare la nostra storia immaginale occidentale, le vere immagini che agiscono nelle nostre anime. Frustrando la nostra tradizione immaginale, essi ce ne allontanano ancor di più. E allora le vie alternative all’ebraismo e all’ellenismo operano come rimozioni, estendendo ulteriormente la mancanza d’anima a cui i loro messaggi avrebbero potuto porre rimedio. L’ebraismo non riesce a fronteggiare l’attuale dilemma semplicemente perchè é esso stesso ben radicato, troppo identico alla nostra visione del mondo: c’è una Bibbia nella stanza da letto di ogni giovane nomade, dove molto meglio figurerebbe l’Odissea. Nella tradizione conscia del nostro io non troviamo nessun rinnovamento, ma solo rinforzo per le aride abitudini di una mente monocentrica che cerca di tenere assieme il suo universo con sermoni colpevolizzanti. Ma l’ellenismo porta la tradizione dell’immaginazione inconscia: la complessità politeistica greca allude alle nostre complicate ed inesplorate situazioni psichiche. L’ellenismo favorisce il rinnovamento offrendo un più ampio spazio e un’altra specie di benedizione all’intera gamma di immagini, sentimenti e strani princìpi morali che sono le nostre vere nature psichiche. Essi non hanno bisogno di essere liberati dal male se non li immaginiamo già dall’inizio come maligni.

Se nella nostra disintegrazione non possiamo mettere tutti i nostri pezzi in un’unica psicologia egoica monoteistica, o non riusciamo più ad illuderci con il futurismo progressivo o il primitivismo naturale che un tempo funzionavano così bene, e se abbiamo bisogno di una complessità che sia pari alla nostra raffinatezza, allora ci rivolgiamo alla Grecia. “Nessun’altra mitologia a noi nota – evoluta o primitiva – può vantare un grado di complessità e sistematicità tanto elevata quanto quella greca”. La Grecia fornisce un modello policentrico che é il frutto del politeismo più riccamente elaborato di tutte le culture, e così può contenere il caos delle personalità secondarie e degli impulsi autonomi di una disciplina, di un’epoca, o di un individuo. Questa varietà fantastica offre alla psiche multiformi fantasie atte a riflettere le sue molte possibilità.

Dietro e dentro tutta la cultura greca – nell’arte, nel pensiero e nell’azione – c’è il suo sfondo mitico policentrico. Qesto era il mondo psichico immaginale da cui venne quella “gloria che fu la Grecia “. Questo sfondo mitico era forse meno legato al rituale e agli effettivi culti religiosi che non le mitologie di altre culture superiori. In altre parole, il mito greco serve meno specificamente come una religione e più generalmente come una psicologia, operando nell’anima in pari tempo come lo stimolo e il differenziato contenitore della straordinaria ricchezza psichica dell’antica Grecia.

Ma la “Grecia” alla quale noi ci volgiamo non è letterale; essa comprende tutti i periodi dal minoico all’ellenistico, tutte le località dall’Asia Minore alla Sicilia. Questa “Grecia” rimanda ad una regione psichica storica e geografica, ad una Grecia fantastica o mitica, ad una Grecia interiore della mente che è soltanto indirettamente connessa con la geografia e le storie effettive – talchè queste perdono allora il loro valore: “… prima del Romanticismo, la Grecia era soltanto un museo abitato da gente priva di qualsiasi interesse”. Petrarca, che nel secolo quattordicesimo si adoprò più di chiunque altro per riportare in vita la letteratura classica, non sapeva leggere il greco. Winckelmann che, nel diciottesimo, più d’ogni altro si batté per riportare in vita il classicismo e che inventò il moderno culto della Grecia, non vi mise mai piede e con ogni probabilità non ebbe mai occasione di vedere l’originale di una della grandi sculture greche. Né vi andarono Racine, Goethe, Hölderlin, Hegel, Heine, Keats e neppure lo stesso Nietzsche. Nondimeno essi tutti ricostituirono la “Grecia” nelle loro opere. Byron é l’assurda – e fatale – eccezione. Ovviamente, la lingua e la letteratura greca erano conosciute durante quei secoli. Socrate era venerato, si copiava la statuaria, l’architettura e la metrica, ma pochi si recarono nella Grecia empirica e raramente si arrivava a consultare i testi greci originali. Era l'”immagine emotivamente carica della Grecia” che dominava. E questa immagine ha mantenuto la sua carica d’emozione per mezzo di un corpo ininterrotto di miti (i ‘miti greci’ e la metafora ‘Grecia’), permanendo nella cosicenza dai tempi post-ellenici fino ad oggi.

La “Grecia” permane come un paesaggio interiore piuttosto che come un paesaggio geografico, come una metafora del regno immaginale che ospita gli archetipi sotto forma di Dei. Possiamo perciò leggere tutti i documenti e i frammenti del mito rimasti dall’antichità anche come resoconti o testimonianze dell’immaginale. L’archeologia diventa archetipologia, più che una storia letterale essa rivela le eterne realtà dell’immaginazione, e ci parla di ciò che é in atto ora nella realtà psichica.

Il ritorno alla Grecia non è né ad un tempo storico nel passato né ad un tempo immaginario, ad una utopica Età dell’Oro che fu o può ancora ritornare. La “Grecia”, al contrario, ci offre una possibilità per correggere le nostre anime e la psicologia per mezzo di luoghi e persone immaginali invece che di date e personaggi storici, ci delinea uno spazio piuttosto che un tempo. Noi usciamo completamente dal pensiero temporale e dalla storicità, e muoviamo verso una regione immaginale, un differenziato arcipelago di ubicazione, dove gli Dei sono e non quando essi furono o saranno.

(…)James Hillman, Saggio su Pan

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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DIALOGO SOCRATICO

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Il dialogo socratico è un metodo d’indagine filosofica, descritto per la prima volta da Platone nei Dialoghi ed è anche chiamato metodo “maieutico”. La maieutica è un termine che deriva dal greco e significa “l’arte della levatrice ” (o “dell’ostetricia”). L’accostamento tra la maieutica ed i dialogo socratico è originata da Socrate che paragona l’arte della dialettica a quella della levatrice: come quest’ultima, Socrate intendeva “tirar fuori” all’allievo pensieri assolutamente personali, al contrario di quanti volevano imporre le proprie vedute agli altri con la retorica e l’arte della persuasione.Socrate fingeva di abbassarsi al livello culturale del discepolo ponendogli domande e rendendolo partecipe delle proprie. Solo in questo modo e attraverso il dialogo, Socrate riusciva a fare il lavoro della levatrice. Come la levatrice porta alla luce il bambino, Socrate portava alla luce le piccole verità dal discepolo. La stessa psicanalisi si rifà all’arte della maieutica.

Il dialogo socratico, basato su domande e risposte tra Socrate e l’interlocutore di turno, procede per confutazione, ossia per eliminazione successiva delle ipotesi contraddittorie o infondate. Esso consiste nel portare gradualmente alla luce l’infondatezza di tutte quelle convinzioni personali che siamo abituati a considerare come scontate, come vere, e che invece rivelano, ad un attento esame, la loro natura di “opinioni”. Tale metodo è detto “maieutico” (ostetrico) in quanto è fondato non sul tentativo di vincere l’interlocutore con una propria verità, ma su quello di condurre per mano l’interlocutore con una serie di brevi domande e risposte a portare l’interlocutore a dichiarare la propria ignoranza: a riconoscere,cioè l’impossibilità di avere verità definitive. Parte integrante di questo metodo è il ricorso a battute brevi e taglienti in opposizione ai lunghi discorsi degli altri.

Socrate dichiara il proprio “non sapere”, perciò nessuna delle confutazioni che egli opera potrà essere basata sulla contrapposizione di una verità che Socrate conosce all’errore dell’interlocutore. Di conseguenza, Socrate si impone un metodo di discussione che faccia affidamento solo su ciò che l’interlocutore afferma, accetta e riconosce da sé.
Come si può dimostrare falsa un’affermazione senza contrapporgliene direttamente una vera? La risposta è: esaminando le conseguenze di tale affermazione. Dopo aver chiesto all’interlocutore di pronunciarsi esplicitamente e chiaramente su ciò che ritiene vero attorno ad un certo tema, Socrate procede derivando, da quello che l’interlocutore ha fissato come punto d’avvio, delle conseguenze, delle quali l’interlocutore non era chiaramente consapevole. Questa è la “messa alla prova” delle credenze dell’interlocutore.

La confutazione può avvenire in diversi modi, dotati di diverso grado di forza argomentativa.

Il modo più forte è quello della “reductio ad absurdum”. In questo caso, dall’ipotesi esaminata derivano delle conseguenze che la contraddicono o che si contraddicono fra loro, e l’ipotesi deve, perciò, essere scartata. L’applicazione nei dialoghi socratici di questa modalità non è, però, continua né esclusiva, e neppure molto frequente.

Un esempio piuttosto elaborato di reductio ad absurdum applicato da Socrate lo troviamo nel dialogo intitolato Ippia minore. Alla conclusione del dialogo, Socrate porta l’interlocutore ad ammettere la tesi paradossale e urtante secondo la quale chi fa il male volontariamente è migliore di chi lo fa involontariamente, e – detto ancora più chiaramente – solo un uomo buono può fare il male volontariamente: “Dunque chi volontariamente erra e di propria volontà si comporta vergognosamente e ingiustamente, un simile uomo, sempre che esista, non può essere altro che l’uomo buono”. La conclusione è contraddittoria, e ciò è evidente se sostituiamo l’espressione finale l’uomo buono con la sua equivalente colui che non fa il male. Il punto d’arrivo al quale il lettore del dialogo deve perciò giungere è che tale uomo non esiste: ossia che nessuno fa il male volontariamente. Il Taylor riassume così il senso dell’argomentazione: “L’uomo che conosce veramente il bene ma sceglie qualcos’altro non può esistere, come non può esistere un quadrato rotondo, ed è appunto perché tale persona non esiste che si possono asserire a proposito di lui i paradossi più audaci”.

Il secondo modo è la riduzione al falso; rispetto all’ipotesi o alle sue conseguenze vengono presentati degli esempi tratti dall’esperienza che non possono essere inquadrati entro l’ipotesi e perciò la contraddicono (chiamiamoli “controesempi”). Pur senza essere impossibile, l’ipotesi risulta – così – non vera; le cose non vanno come l’ipotesi prevede.

Questa modalità è di carattere oggettivo, poiché si riferisce alla verità delle credenze che sono nella mente di una persona ed alla loro compatibilità, a prescindere da chi le sostiene. In questo senso la possiamo dire “più forte”: se applicata correttamente, infatti, è tale da mostrare falsa la tesi a cui si applica. Per il chiarimento e per un esempio riportiamo un breve passo dalla Storia della logica dei coniugi Kneale, nel quale tale modalità viene paragonata alla “reductio ad absurdum”: “Socrate aveva adattato ai propri fini il metodo di Zenone. . È difficile arrivare a qualcosa di certo sulla dottrina del Socrate storico, ma quei passi platonici che, per la loro drammaticità, sembrano la testimonianza più attendibile al riguardo, fanno pensare che Socrate non fosse meramente un amatore della conversazione filosofica, ma un uomo che praticava una ben definita tecnica di confutazione delle ipotesi: mostrare che esse comportavano delle conseguenze incompatibili o inaccettabili. […] Ma si noti che la confutazione socratica differisce da quella zenoniana in questo: non v’è bisogno che le conseguenze tratte dalle ipotesi siano autocontraddittorie; in certi casi esse possono essere semplicemente false”. Il caso delle conseguenze “semplicemente false” è esemplificato dai Kneale con un passo del Menone: nell’esame dell’ipotesi dell’insegnabilità della virtù se ne deriva la conseguenza che se la virtù fosse insegnabile allora gli uomini più virtuosi l’avrebbero trasmessa ai loro figli; ma alcuni casi clamorosi di insuccesso di genitori illustri e virtuosi (Temistocle, Pericle…) i cui figli risultarono inetti falsificano l’ipotesi. Qui l’ipotesi è falsificata da un dato di fatto incompatibile con essa.

Una terza (più debole) modalità è il conflitto di credenze fra convinzioni diverse dell’interlocutore. A rigore, così, non si dimostra che l’ipotesi in questione sia falsa, ma solo che l’interlocutore sostiene diverse tesi che non possono essere tutte vere; almeno una di esse dovrà essere falsa, anche se non sappiamo quale. La discussione mette in risalto le contraddizioni che l’interlocutore portava con sé senza esserne consapevole.

Questa più debole forma di confutazione è molto frequente nei dialoghi socratici, e spesso prende l’aspetto più interessante ed affascinante. È soprattutto attraverso questa frequente modalità che l’insegnamento di Socrate si rivolge direttamente alla persona che egli “interroga”, e ne svela i conflitti interni, svolgendo così una “terapia dell’anima” e quindi anche della dipendenza affettiva.
Presa di per sé, la si può chiamare confutazione solo in un senso improprio, perché, a regola, non sappiamo mai, da essa sola, quale delle tesi che si contraddicono sia da considerare confutata. Se le tesi in conflitto sono due, sappiamo solo che non possono essere entrambe vere, ma le altre possibilità rimangono tutte: può essere falsa l’una, o l’altra, o entrambe.
Prendiamo un esempio dall’ Eutifrone . In un primo passaggio Socrate chiede ad Eutifrone se siano vere le storie mitologiche sugli dei e sui loro conflitti e sulle inimicizie intercorrenti fra loro. Eutifrone risponde affermativamente: la credenza in tale mitologia è una componente profonda della sua personalità e delle sue convinzioni. Poco dopo, però, Eutifrone – che si proclama esperto della santità (ossia di tutto ciò che riguarda il rapporto fra gli uomini e gli dei) – afferma che “pio” (o “santo”) è ciò che è “caro agli dei”. In sostanza egli sta sostenendo che esiste un sapere attorno a ciò che è “caro agli dei”, e che sulla base di tale sapere gli uomini (guidati da esperti, quali Eutifrone) possono regolarsi in pratica nei loro rapporti con essi. A questo punto Socrate fa notare l’incompatibilità fra la credenza nei miti sul conflitto fra gli dei (se questi ultimi sono in conflitto, ciò implica che gradiscano cose diverse) e la pretesa di conoscere ciò che è caro agli dei con la sicurezza che Eutifrone ostenta. Ciò che è caro agli dei sarà controverso (un dio amerà ciò che un altro odia) e – di conseguenza – il sapere compatto e sicuro attorno a tale soggetto sarà impossibile.

Proviamo ora, a chiarire meglio questa particolare mossa del dialogo socratico. Uscendo per un attimo fuori dal contenuto letterale del testo, cerchiamo di immaginare alcune conseguenze estreme ed esemplari che si sarebbero potute trarre dalla difficoltà, se solo Eutifrone ne fosse stato più consapevole. I tipi di esito sono tre:

  • si lascia cadere la credenza nei miti, e si salva la convinzione che si possa avere un sapere attorno alla divinità. In questo caso la divinità si concepisce come qualcosa che non può essere descritto con i racconti tradizionali, ma che è in sé razionale (conoscibile con l’indagine) e coerente. Il santo e l’empio saranno così derivabili senza rischio di contraddizioni da tale nozione della divinità. Questa è la soluzione che, senza che lo pronunci qui apertamente (è Eutifrone, e non è lui, a dover sbrogliare la matassa!), Socrate mostra di preferire,
  • si conservano le credenze nel conflitto degli dei e si rinuncia a trovare una regola, comprensibile all’uomo e da lui applicabile in pratica, attorno a come rendersi graditi agli dei (la “scienza” del santo e dell’empio). La visione che ne deriva è quella di un universo “tragico”, nel quale coltivare ciò che è caro ad una divinità può metterci in balia dell’odio di un’altra, come in effetti accade a molti degli eroi epici e tragici raffigurati nella poesia greca: di fronte alle immani forze in conflitto del divino sono inutili tutti gli espedienti della previdenza e del sapere dell’uomo.
  • si lasciano cadere entrambe le credenze. Per esempio con una posizione ateistica, oppure con una tesi simile a quella che sosterrà Epicuro (III sec. a.C.): gli dei, perfetti e beati, non hanno passioni negative (non è possibile pensarli in conflitto), ma, poiché sono perfetti, beati ed autosufficienti, sono anche indifferenti a ciò che fanno gli uomini, e nulla di umano potrà essere loro odioso né gradito.

Come si vede, dalla confutazione che Socrate rivolge ad Eutifrone, non possiamo concludere nulla su quale delle due tesi sia da considerare falsa. Sappiamo solo che non si può pretendere di affermarle entrambe. In questo consiste la “debolezza” di questa modalità di confutazione.

Il Dialogo socratico oltre ad essere utilizzato nella relazione terapeuta-paziente trova fertile campo d’applicazione anche nei gruppi d’auto-aiuto sulla dipendenza affettiva. Un possibile schema di sviluppo del dialogo potrebbe essere il seguente:

Scelta della problematica da trattare;

Ogni partecipante racconta, traendolo dalla propria esperienza reale, un esempio a suo parere significativo della problematica in questione;

il gruppo sceglie tra gli esempi proposti quello più rappresentativo;

Colui che ha proposto l’esempio scelto viene interrogato, per definire meglio gli elementi che lo compongono;

Viene definito in quali elementi è specificamente espressa la problematica;

Ridotto ai suoi elementi essenziali, la problematica viene definita con precisione e ne viene fissato il significato;

La definizione della problematica viene verificata, applicandola agli altri esempi inizialmente proposti; nel caso di incongruenze, la definizione viene modificata;

Al fine di testare maggiormente la definizione ottenuta, vengono proposti nuovi esempi;

Come ulteriore rafforzamento della sua consistenza, la definizione ottenuta viene usata per discutere questioni collaterali eventualmente emerse nel corso del dialogo

Esempio di Dialogo Socratico
Socrate: Dunque, neppure chi diviene ricco sfugge all’infelicità, ma solo chi diviene saggio.
Alcibiade: Evidentemente.
S.: Non hanno dunque bisogno di mura, di triremi e di arsenali gli stati, caro Alcibiade, se avranno a prosperare in felicità, nè hanno bisogno di masse e di grandezza prive di virtù.
A.: Veramente no.
S.: Così se t’appresti a metter mano agli affari dello stato, correttamente e nobilmente, tu devi far parte ai cittadini della tua virtù.
A.: Sicuro.
S.: Ma potrebbe qualcuno dare ciò che non ha?
A.: E come farebbe?
S.: Per te stesso devi prima conquistarti la virtù. tu o chiunque altro che voglia governare e prendersi cura non solo privatamente di sè e delle sue cose, ma anche dello stato e dei suoi affari.
A.: E’ vero.
S.: Non devi dunque procurare potere a te stesso e allo stato per fare ciò che ti piaccia, ma giustizia e saggezza.
A.: Evidentemente.
S.: Perchè, mio caro Alcibiade, chi possieda la potenza per fare ciò che gli piaccia, ma non abbia alcun senno, cos’è probabile che gli accada, sia lui una persona o uno stato? Se per esempio un malato ha il potere di fare ciò che gli piace e, privo di ogni idea di medicina, spadroneggia a tal punto che nessuno può riprenderlo, cosa accadrà? Non si rovinerà la salute? E ciò non sarà naturale?
A.: E’ vero.
S.: Se in una nave uno avesse la libertà di fare ciò che gli pare, privo della minima idea di scienza nautica. te lo immagini cosa avverrebbe di lui e degli altri imbarcati?
A.: Lo vedo: perirebbero tutti.
S.: Se dunque, in questo stesso modo, nello stato e in ogni altro tipo di governo e di dominio viene a mancare la virtù. ne consegue il vivere male?
A.: Per forza.
S.: Quindi non è il potere tirannico, mio ottimo Alcibiade, che ti devi procurare, nè a te stesso nè allo stato, ma la virtù, se volete prosperare in felicità.
A. E’ vero.
Da PLATONE. Alcibiade primo, tr. it. a cura di Piero Pucci, in PLATONE, Opere complete, Laterza. Bari

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

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SCHOPENHAUER

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  • Chi è amico di tutti non è amico di nessuno.
  • È certo che un uomo può fare ciò che vuole, ma non può volere ciò che vuole. (citato in Albert Einstein, Come io vedo il mondo )
  • In fondo al cuore le donne pensano che compito dell’ uomo è guadagnare soldi, e compito loro spenderli. (da Parerga e Paralipomena )
  • La cortesia è per la natura umana quello che è il calore per la cera. (da Parerga e Paralipomena )
  • La soddisfazione dell’istinto sessuale è in sé assolutamente riprovevole, in quanto è la più forte affermazione della vita. Ciò vale sia nel matrimonio che al di fuori di esso. Ma il secondo caso è doppiamente riprovevole, in quanto è al tempo stesso negazione dell’altrui volontà: alla ragazza infatti ne deriverà direttamente o indirettamente sventura; e l’uomo dunque soddisfa la sua voglia a spese della felicità di altri. (da Manoscritti , 1815)
  • Ma nulla si conosce interamente finché non vi si è girato tutt’attorno per arrivare al medesimo punto provenendo dalla parte opposta. (da Il primato della volontà , a cura di Giovanni Gurisatti, Adelphi, Milano, 2002, p. 94)
  • Operari sequitur esse, ergo unde esse inde operari. (da La libertà del volere umano , Laterza)
  • Quando uno comincia a parlare di Dio, io non so di cosa parli, infatti le religioni, tutte, sono prodotti artificiali. (da O si pensa o si crede )
  • Solo la luce che uno accende a se stesso, risplende in seguito anche per gli altri. (da Parerga e Paralipomena , volume I, Adelphi)
  • Vi è dunque, nel cuore di ogni uomo, una belva, che attende solo il momento propizio per scatenarsi e infuriare contro gli altri. (Parerga, II)
  • All’uomo intellettualmente dotato la solitudine offre due vantaggi: prima di tutto quello di essere con sé stesso e, in secondo luogo, quello di non essere con gli altri.
  • Anche l’uomo più sano e più sereno può risolversi per il suicidio, quando l’enormità dei dolori e della sventura che si avanza inevitabile sopraffà il terrore della morte.
  • Bisogna guardarsi bene dal concepire un’opinione molto favorevole delle persone di nuova conoscenza; altrimenti nella maggior parte dei casi si rimarrà delusi con proprio scorno o magari danno.
  • Chi si attende che nel mondo i diavoli vadano in giro con le corna e i buffoni con i campanelli, ne diventerà sempre preda e lo zimbello.
  • Chi vede tutto nero e teme sempre il peggio e prende le sue misure in questo senso, non si sarà sbagliato tanto spesso quanto colui che dà alle cose un colore e una previsione serena.
  • Chi vuole che il suo giudizio sia creduto lo pronunci freddamente e senza passione.
  • Ciò che rende socievoli gli uomini è la loro incapacità di sopportare la solitudine e, in questa, se stessi.
  • Ciò che uno può essere per l’altro ha limiti molto ristretti: alla fine ognuno rimane solo.
  • Come la carta moneta al posto dell’argento, così hanno corso nel mondo, al posto della vera stima e della vera amicizia, le dimostrazioni esteriori di esse e i gesti mimati con la massima naturalezza possibile.
  • Come si porta il peso del proprio corpo senza sentirlo, mentre invece si sente quello di ogni corpo estraneo che si voglia muovere, così non si notano i propri difetti, ma solo quelli degli altri.
  • Come su una nave si nota il proprio movimento dal ritirarsi e quindi impiccolirsi degli oggetti sulla riva, così ci si accorge del proprio invecchiare quando persone di sempre maggiore età ci sembrano giovani.
  • Cortesia è saggezza, scortesia quindi è stupidità: il crearsi nemici con questa senza bisogno e per capriccio, è pazzia, come quella di chi appicca il fuoco alla propria casa.
  • Dei beni ai quali non è mai venuto in mente a un uomo di aspirare, egli non sente la mancanza.
  • Di fronte agli sciocchi e agli imbecilli esiste un modo solo per rivelare la propria intelligenza: quello di non parlare con loro.
  • Discorsi o idee intelligenti si possono esporre soltanto a una società intelligente; nella comune invece riescono odiosi poiché per piacere a questa è assolutamente necessario essere superficiali e di cervello limitato.
  • Gli amici di casa si chiamano così giustamente perché sono più amici della casa che del padrone, paragonabili quindi, più ai gatti che ai cani.
  • Gli avvenimenti della nostra vita sono come le immagini del caleidoscopio nel quale ad ogni giro vediamo una cosa diversa, mentre in fondo abbiamo davanti agli occhi sempre la stessa.
  • Gli uomini mutano sentimenti e comportamento con la stessa rapidità con cui si modificano i loro interessi.
  • Gli uomini sono per lo più così soggettivi che in fondo nulla ha interesse per loro se non unicamente loro stessi.
  • I fatti e le nostre intenzioni sono paragonabili per lo più a due forze che tirano in due direzioni diverse e la loro diagonale è il corso della nostra vita.
  • I medesimi avvenimenti esteriori o le medesime condizioni toccano ognuno in modo diverso o, a parità di ambiente, ognuno vive tuttavia in un altro mondo.
  • I piccoli infortuni che ci tormentano a ogni ora si possono considerare destinati a tenerci in esercizio, affinché nella fortuna non si afflosci del tutto la forza di sopportare i guai grossi.
  • I pregi della posizione sociale, della nascita, sia pure regale, della ricchezza e simili stanno agli autentici pregi personali, il grande spirito o il grande cuore, come i re da palcoscenico stanno a quelli veri.
  • Il denaro è il bene assoluto perché non solo soddisfa un bisogno in concreto ma il bisogno in genere, in astratto.
  • Il destino può mutare, la nostra natura mai.
  • Il grado di socievolezza di ciascuno sta in rapporto inverso al suo valore intellettuale.
  • Il sesso femminile pretende e si aspetta tutto da quello maschile: tutto quello, cioè, che desidera e di cui ha bisogno; il sesso maschile, a quello femminile, chiede, prima di tutto e direttamente, una cosa sola.
  • In genere è consigliabile palesare la propria intelligenza con quello che si tace piuttosto che con quello che si dice. La prima alternativa è saggezza, la seconda è vanità.
  • La bellezza è una lettera aperta di raccomandazione che conquista subito i cuori.
  • La cortesia è un tacito accordo di ignorare reciprocamente la misera natura morale e intellettuale e di non rinfacciarsela a vicenda; di modo che con reciproco vantaggio essa viene a galla un po’ meno facilmente.
  • La cosiddetta buona società riconosce il valore di pregi d’ogni specie, tranne quelli spirituali: anzi questi sono contrabbando.
  • La gloria, quanto più dovrà durare, tanto più tardi giungerà.
  • La lontananza e la lunga assenza vanno a scapito di ogni amicizia.
  • La lontananza rimpicciolisce gli oggetti all’occhio, li ingrandisce al pensiero.
  • La nostra felicità dipende da quello che siamo, dalla nostra individualità, mentre per lo più prendiamo in considerazione soltanto il nostro destino, vale a dire ciò che abbiamo e ciò che rappresentiamo.
  • La più umile specie di superbia è l’orgoglio nazionale. In chi ne è affetto esso rivela infatti la mancanza di qualità individuali delle quali potrebbe andare orgoglioso; altrimenti non ricorrerebbe a ciò che condivide con tanti milioni di individui.
  • La qualità più utile alla nostra felicità è quella di bastare a noi stessi, di essere tutto a noi stessi in ogni cosa e di poter dire omnia mea mecum porto .
  • La ricchezza assomiglia all’acqua di mare: quanto più se ne beve, tanto più si ha sete.
  • La salute sta tanto al di sopra di tutti i beni esteriori che in verità un mendico sano è più felice di un re malato.
  • La solitudine è la sorte di tutti gli spiriti eminenti: talvolta essi ne sospireranno, ma la sceglieranno sempre come il minore di due mali.
  • La sorte più felice tocca a colui che passa la vita senza eccessivi dolori sia spirituali sia fisici, non già a colui che ha avuto in sorte le gioie più vive o i maggiori godimenti.
  • La vita negli anni della vecchiaia assomiglia al quinto atto di una tragedia: si sa che la fine tragica è vicina, ma non si sa ancora quale sarà.
  • La vita umana non può dirsi a rigore né lunga né breve, perché è in fondo la misura con cui valutiamo tutte le altre estensioni nel tempo.
  • L’affettare una qualità, il gloriarsene, è un confessare che non la si possiede.
  • L’ errore nasce sempre dalla tendenza dell’uomo a dedurre la causa della conseguenza.
  • L’invidia è naturale all’uomo: tuttavia è un vizio e una disgrazia a un tempo.
  • Lo stolto corre dietro ai piaceri della vita e si trova ingannato. Il saggio evita i mali.
  • L’ onore è la coscienza esterna e la coscienza l’onore interno.
  • L’ottusità dello spirito va sempre unita all’ottusità del sentimento e alla mancanza di sensibilità.
  • La via più sicura per evitare una grande infelicità è di ridurre possibilmente le proprie pretese in rapporto ai propri mezzi di qualunque specie.
  • Le decorazioni sono lettere di cambio emesse sulla pubblica opinione: il loro valore si basa sul credito di chi li emette.
  • Le persone comuni mirano soltanto a passare il tempo, chi ha un po’ d’ingegno… a utilizzarlo.
  • Né amare né odiare: questa è la metà di ogni saggezza. Nulla dire e nulla credere è l’altra metà. Certo però si volgeranno volentieri le spalle a un mondo che rende necessarie norme come questa.
  • Nel mondo non si ha altra scelta che quella tra la solitudine e la volgarità.
  • Nella conversazione ci si astenga da osservazioni intese a correggere, per quanto a fin di bene: poiché offendere la gente è facile, migliorarla è difficile, se non impossibile.
  • Nella vita accade come nel gioco degli scacchi: noi abbozziamo un piano, ma esso è condizionato da ciò che si compiacerà di fare nel gioco degli scacchi l’avversario, nella vita il destino.
  • Nessun carattere è tale che possa essere abbandonato a se stesso, ma sempre ha bisogno di essere guidato con massime e concetti.
  • Nessuno può vedere al di là di sé. Con ciò voglio dire che ciascuno vede nell’altro solo quel tanto che è anche lui stesso.
  • Non c’è denaro impiegato più vantaggiosamente di quello che ci siamo lasciati togliere per via d’imbrogli: con esso infatti abbiamo immediata saggezza.
  • Non chi ha il volto ringhioso, ma chi lo ha intelligente, appare temibile e pericoloso: come è certo che il cervello dell’uomo è un’arma più terribile dell’artiglio di un leone.
  • Per non diventare molto infelici il mezzo più sicuro sta nel non pretendere di essere molto felici.
  • Per quanto l’amicizia, l’amore e il matrimonio uniscano gli uomini strettamente, in fondo ciascuno è interamente onesto soltanto con se stesso.
  • Per vivere nel mondo è necessario prendere con sé una grande provvista di previdenza e d’ indulgenza: la prima ci preserva da danni e perdite, la seconda da liti e brighe.
  • Quando si vogliono valutare le condizioni di un uomo in quanto alla sua felicità, non bisogna chiedere che cosa lo diverta, ma che cosa lo rattristi.
  • Quando una disgrazia è accaduta e non si può più mutare, non ci si dovrebbe permettere neanche il pensiero che le cose potevano andare diversamente o addirittura essere evitate: esso infatti aumenta il dolore fino a renderlo intollerabile.
  • Quanto più ristretto è il nostro orizzonte, la nostra cerchia di attività e di contatti, tanto più siamo felici: quanto più è larga, tanto più spesso ci sentiamo tormentati o angosciati.
  • Quasi la metà di tutte le nostre angosce e le nostre ansie derivano dalla nostra preoccupazione per l’opinione altrui.
  • Quello che la gente comunemente chiama destino è costituito per lo più dalle proprie stupide gesta.
  • Se la qualità della società si potesse sostituire con la quantità, metterebbe conto vivere nel gran mondo: purtroppo invece cento imbecilli messi in un mucchio non danno ancora un uomo intelligente.
  • Tutto ciò che accade dalle cose più grandi a quelle più piccole accade necessariamente.
  • Una tipica differenza che assai spesso emerge nella vita quotidiana tra persone comuni e persone intelligenti è che le prime, nel riflettere e calcolare possibili pericoli, si limitano a informarsi e a considerare i casi del genere che già sono accaduti; le seconde invece ponderano ciò che eventualmente potrebbe accadere.
  • Dal momento che l’ultima ratio theologorum, cioè il rogo, non è più di moda, sarebbe un poltrone colui che usasse ancora tanti riguardi con la menzogna e l’impostura.
  • È fuori di dubbio che le dottrine della fede – basate sull’autorità, sul miracolo e sulla rivelazione – sono un ripiego unicamente adatto all’infanzia dell’umanità.
  • Gli animali sono, assai più di noi, soddisfatti per il semplice fatto di esistere; le piante lo sono interamente; gli uomini lo sono secondo il grado della loro stupidità. […] Questa dedizione totale al presente, propria degli animali, è la precipua causa del piacere che ci danno gli animali domestici.
  • In nessuna cosa si deve tanto distinguere fra il nocciolo e il guscio quanto nel cristianesimo. Appunto perché io desidero il nocciolo, ne spezzo talvolta il guscio.
  • Io so bene che mi sentirò ripetere che la mia filosofia è disperata; ma solo perché io parlo secondo verità, e gli uomini vogliono sentire invece le lodi di Dio che ha ordinato il tutto secondo il meglio. Ma allora andate in chiesa e lasciate i filosofi in pace.*«La morte venne nel mondo per il peccato», dice il cristianesimo. Ma la morte è puramente l’espressione cruda, stridente e portata al suo eccesso, di ciò che il mondo è nell’essenza sua. Onde è più conforme al vero dire: il mondo è per il peccato.
  • L’antichità si presenta a noi rivestita di tanta innocenza unicamente per il fatto che essa non conobbe il cristianesimo.
  • La religione può dunque venir paragonata ad uno che prende per mano un cieco e lo guida dove questi non può vedere, nel qual caso l’essenziale è che il cieco raggiunga la propria meta, e non ch’egli veda ogni cosa.[…] Questo è infatti l’aspetto più brillante della religione. Se essa è una frode, non si può negare che non sia una pia fraus . E in tal caso i sacerdoti sono uno strano quid medium tra i ciurmatori e i moralisti.
  • L’intolleranza è unicamente essenziale al monoteismo: un dio unico è, per la sua natura, un dio geloso, che non soffre l’esistenza di alcun altro dio.
  • L’ uomo è in fondo un animale selvaggio e feroce. Noi lo conosciamo solo in quello stato di ammansamento e di domesticità che è detto civiltà: perciò ci spaventano le rare esplosioni della sua vera natura. Ma fate che vengano tolte le catene dell’ordine legale, e nell’anarchia l’uomo si mostrerà quale esso è.
  • Le religioni sanno di rivolgersi non già alla convinzione con delle ragioni, bensì alla fede con delle rivelazioni. L’età più propizia per queste ultime è la fanciullezza; per conseguenza esse hanno soprattutto cura di impadronirsi di questa tenera età. Con questo mezzo, ancor più che con minacce o con narrazioni di prodigi, si riesce a radicare profondamente le dottrine della fede.
  • Le guerre di religione, i massacri religiosi, le crociate, l’inquisizione con gli altri tribunali per gli eretici, lo sterminio della popolazione originaria dell’America e la sostituzione di essa con schiavi africani – furono frutti del cristianesimo, e nulla di analogo o di equivalente ci è offerto dagli antichi.
  • Nei secoli passati la religione era una foresta dietro la quale potevano tenersi e nascondersi gli eserciti. Ora, dopo tanti tagli, è appena più una macchia dietro cui possono talvolta appiattarsi dei furfanti. Bisogna quindi guardarsi da quelli che la tirano in ballo ad ogni occasione, e risponder loro col proverbio sopra citato: « Detràs de la cruz està el Diablo »
  • Per un periodo di 1800 anni la religione ha posto la museruola alla ragione. Il compito dei professori di filosofia è quello di camuffare da filosofia tutta la mitologia ebraica.
  • Quando il mondo sarà divenuto tanto onesto da non impartire alcuna istruzione religiosa ai fanciulli prima dei quindici anni, si potrà sperarne qualcosa.
  • SULLE DONNE
  • Le donne sono sexus sequior , il secondo sesso, che da ogni punto di vista è inferiore al sesso maschile; perciò bisogna aver riguardi per la debolezza della donna, ma è oltremodo ridicolo attestare venerazione alle donne: essa ci abbassa ai loro stessi occhi. (p. 33)
  • Il sesso femminile, di statura bassa, di spalle strette, di fianchi larghi e di gambe corte, può essere chiamato il bel sesso soltanto dall’intelletto maschile obnubilato dall’istinto sessuale: in altre parole, tutta la bellezza femminile risiede in quell’istinto. (p. 33)
  • La bellezza dei ragazzi sta a quella delle ragazze come la pittura a olio sta a quella a pastello. (p. 40)
  • Il coito è soprattutto affare dell’uomo,la gravidanza, invece, solo della donna. (p. 42)
  • Come la seppia, la donna si avviluppa nella dissimulazione e nuota a suo agio nella menzogna. (p. 45)
  • Tutte le donne, con rare eccezioni, sono inclini allo sperpero. Perciò ogni patrimonio, a parte i rari casi in cui l’abbiano acquistato esse stesse, dovrebbe essere messo al sicuro dalla loro stoltezza. (p. 46)
  • La barba, essendo quasi un maschera, dovrebbe essere proibita dalla polizia. Inoltre, come distintivo del sesso in mezzo al viso, è oscena e per questo piace alle donne. (p. 65)
  • La mia metafisica dell’amore sessuale è una perla. (p. 61)
  • Il matrimonio è una trappola che la natura ci tende. (p. 69)
  • Matrimonio = guerra e necessità; vita da single = pace e prospetità. (p. 70)
  • Sposarsi significa fare il possibile per venirsi a nausea l’uno all’altro. (p. 71)
  • Le leggi matrimoniali europee assumono la donna come equivalente all’uomo: partono, dunque, da un presupposto sbagliato. (p. 71)
  • Tra ciò che uno ha non ho annoverato la moglie e i figli, poiché da questi è meglio dire che si è posseduti. (p. 75)
  • Quando le leggi concessero alle donne gli stessi diritti degli uomini, avrebbero anche dovuto munirle di un’intelligenza maschile. (p. 82)
  • Alle donne come ai preti non va fatta nessuna concessione. (p. 82)
  • Le donne hanno sempre bisogno di un tutore; perciò in nessun caso dovrebbero ottenere la tutela dei figli. (p. 83)
  • Le teste più dotate dell’intero sesso femminile non sono mai riuscite a creare un’unica opera effettivamente grande, genuina e originale nelle belle arti e, in generale, non sono mai state capaci di produrre una qualche opera di valore duraturo … Singole e parziali eccezioni non cambiano nulla. (p. 88)
  • Più guardo gli uomini, meno mi piacciono. Se soltanto potessi dire la stessa cosa delle donne, tutto sarebbe a posto. (p. 102)
  • Un gruppo di porcospini in una giornata fredda, si stringono vicini per proteggersi col loro calore. All’inizio stanno bene, ma dopo un po’ cominciano ad avvertire le spine degli altri, allora sono costretti ad allontanarsi per non sentire il dolore. Poi il bisogno di calore li spinge nuovamente a riavvicinarsi e ancora ad allontanarsi, così che i porcospini sono continuamente sballottati avanti e indietro, spinti dai due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione” (Schopenhauer, Parerga e Paralipomena).

 

Dott. Roberto Cavaliere

Psicologo, Psicoterapeuta

Studio in Milano, Roma, Napoli e Vietri sul Mare (Sa)

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